L’architettura è mobile qual piuma al vento

Il Partenone nella sua storia plurisecolare il simbolo della classicità greca è stato più a lungo chiesa cattolica che tempio

Templi trasformati in chiese, fortezze arabe adattate a regge, basiliche diventate moschee. Due saggi raccontano l’avventurosa vita degli edifici

Alessandra Iadicicco per “La Stampa

Sono massicci, pesanti, inamovibili. Durevoli, immutabili, monumentali. A occhio si direbbe che nulla sia più solido di un edificio. Nulla più concreto di un progetto realizzato. Nulla più affidabile di una costruzione di mattoni. Mutui subprime e terremoti a parte, l’architetto inglese Edward Hollis smonta pietra dopo pietra tali false certezze. Ne svela – con aneddoti, fatti storici, dati architettonici alla mano – la natura di (non incolpevole) illusione. Risveglia con l’arma potente della narrazione stuoli di progettisti e cultori dal loro sogno: quello di una grande architettura atemporale e perfetta. E in una serie di tredici racconti – tutte storie vere, ma appassionanti e romanzesche come finzioni – narra La vita segreta degli edifici (Ponte alle Grazie, 365 pp. 22 euro) dei quali, in controtendenza con una secolare aspirazione europea, rifiuta di sottoscrivere il certificato di morte.

«Aspira al funereo stato di monumento» l’architettura che si pretende a tutti i costi di conservare, che «per restare bella non deve mutare», nota provocatoriamente Hollis. Sa bene però che risibile suonerebbe la sua provocazione «al di là dei confini dell’Occidente». Oltre i limiti ristretti di un’Europa «afflitta dall’ossessione della durata», spiega. O, come in sintonia inconsapevole con Hollis rimarca lo scrittore Luca Doninelli nel suo Cattedrali (Garzanti, 273 pp. 18,60 euro) «presa dalla deplorevole passione per l’Autentico e l’Antico (due concetti del tutto incomprensibili a est di Bucarest)».

I temi su cui tali considerazioni, estratte dalla lettura congiunta dei due testi citati, inducono a riflettere sono molti. La pratica della «tabula rasa» e della radicale ricostruzione di palazzi e città diffusa in Oriente e contrapposta alla protezione dei centri storici e alle politiche di conservazione squisitamente occidentali. Il rischio mortificante di trattare le opere architettoniche come sculture. L’ambiguo concetto di «autorialità» in architettura, disciplina in cui oggi più che mai il soggetto creativo attira i riflettori come una star, ma i cui prodotti sono sempre fatalmente consegnate al tempo, alla storia e all’uso imprevedibile di inquilini e fruitori. Le misteriose trasmigrazioni e trasfigurazioni del genius loci – l’anima di un edificio, una città, una civiltà – che inevitabilmente soggiace alle sue plurime reincarnazioni, alla mutevolezza del gusto, all’eterogenesi dei fini, all’alternanza dei regimi politici, agli scontri religiosi e ideologici.

Ma questa è pura teoria. A scanso di vuote speculazioni (edilizie…) entrambi gli autori in questione preferiscono percorrere la via più avventurosa e avvincente della narrativa. È racconto autobiografico di viaggio quello di Doninelli che, in trasferta a Londra, Parigi, New York, Gerusalemme, sente via via pulsare il cuore di quei luoghi ai grandi magazzini Harrods o nel «ventre della città» ormai seppellito e già sviscerato a suo tempo da Emile Zola; al Terminal della Grand Central dove, nel torsolo della Grande Mela, «ogni materiale sferragliante» viene arrestato alle soglie di Manhattan o sul limite estremo del Western Wall che tuttora fulcro vivo, nervo scoperto, fondamento di venerabile «cattedrale», marca il sito di un tempio che non c’è più.

Anche Edward Hollis termina sul Muro Occidentale – o Monte del Tempio, o Muro del Pianto, o Nobile Santuario, o ala di al-Buraq, cioè del destriero fatato di Maometto – la bellissima rassegna che aveva aperto raccontando la storia del Partenone. Approda così a quella linea d’ombra – o linea di fuoco – che, presidiata da guardie armate, raggiunta da pellegrini devoti, bagnata dal sangue dei soldati, sta lì da millenni a segnare l’inizio e il confine dell’Occidente, l’incontro-scontro delle tre religioni monoteiste, la traccia di divisioni settarie incomponibili e a rappresentare un simbolo tanto complesso e irriducibile da non ammettere di essere chiamato con un solo nome.

Quello del Kotel, come gli ebrei chiamano semplicemente «il muro», è il caso eclatante di un luogo talmente carico di significati da resistere a ogni tentativo di musealizzazione e monumentalizzazione. La vita di molti altri celeberrimi edifici visitati e venerati come monumenti o musei – dimostra Hollis – è forse più segreta, ma non meno palpitante.

Il Partenone fu una chiesa cristiana per oltre un millennio, più a lungo di quanto non abbia vissuto come tempio di Atena; divenne anche moschea islamica sull’acropoli prima che la Santa Lega dei crociati lo distruggesse inaugurando la serie dei suoi saccheggi e ricostruzioni, l’ultima delle quali, virtualmente realizzata nell’Akropolis Museum di Bernard Tschumi lo restituisce alla sua concezione originaria e alla perfezione di un’idea. La basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli, emblema magnifico del Sacro Romano Impero, fu percepita come «un osso nella gola di Allah» dagli ottomani che se la ingoiarono, trasformandola nell’Ayasofya di Istanbul. La Grande Alhambra di Granada riconquistata ai mori da Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si vide affissa una croce cristiana sulla cupola, accolse in luna di miele l’Infanta del Portogallo e il suo sposo Carlo V, che vi abitò da imperatore poliglotta senza comprendere né lo scopo né il significato delle iscrizioni arabe che l’ornavano. E Venezia. Che nacque come una Costantinopoli trasfigurata – a sua volta una trasfigurazione di Roma, a sua volta una trasfigurazione della Grecia – e oggi vede i suoi ponti, palazzi e cupole trasposti sulla Strip di Las Vegas. Segreta la vita, sorprendente il destino di quel portale adorno di quattro cavalli di bronzo che, rubato da Enrico Dandolo alla chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, trapiantato di fronte a San Marco quale emblema del trionfo della Serenissima, sottratto poi a Venezia da Napoleone che volle gloriarsene come prima di lui Costantino, Nerone, Augusto, forse Apollo, fu riprodotto, a beneficio di giocatori e bon vivant, all’ingresso di un casinò.

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Una Risposta to “L’architettura è mobile qual piuma al vento”

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