La tregua tra India e Pakistan sopravvive agli attentati

Carta di Laura Canali

Nessuno a New Delhi ha incolpato pubblicamente il Pakistan degli attentati di settimana scorsa. Dietro al basso profilo, l’importanza del rapporto con gli Usa e la partita sul futuro dell’Afghanistan. Chi sono i mandanti?

Francesca Marino per “Limes

Appurato che le tre bombe esplose lo scorso 13 luglioa Mumbai non erano il preludio a un altro attacco in grande stile come quello del 26 novembre 2008, le notizie relative all’accaduto sono prontamente scomparse dai giornali. Non soltanto, abbastanza comprensibilmente, da quelli stranieri. Ma anche, e questo è già meno comprensibile, dai quotidiani e dai settimanali indiani – se si escludono le polemiche con relativo dibattito a diversi livelli scatenate dalla discussione sul fallimento (l’ennesimo) dell’intelligence indiana.


La quale si dimostra ancora una volta, secondo i detrattori, completamente incapace di reagire in maniera efficace a quella che è da sempre una minaccia costante e consolidata alla sicurezza nazionale. Grandi assenti, sulle prime pagine dei giornali e nelle dichiarazioni di politici di ogni livello, anche le abituali accuse più o meno dirette nei confronti del Pakistan e del terrorismo usato da Islamabad come mezzo privilegiato di politica estera. Le dichiarazioni, fin dall’inizio, sono state estremamente caute.


Nonostante da subito gli analisti attribuissero la paternità degli attentati ai soliti noti – la Lashkar-i-Toiba attraverso una delle sue sigle fantasma come Indian Mujahidin o Deccan Mujahidin – e girassero voci di una rivendicazione già avvenuta e passata sotto silenzio, il ministro degli Interni Chimbadaram si è fatto un punto d’onore nel fare dichiarazioni assolutamente generiche e decisamente bizantine per non accusare il Pakistan e per difendere l’intelligence militare. Sono stati forniti, invece, tutti i possibili dettagli sulla dinamica dell’attentato e sul tipo di esplosivo adoperato dai terroristi nonché sulla fattura degli ordigni esplosivi.


Dettagli che in realtà coincidono perfettamente con l’abituale copione proficuamente messo in scena negli ultimi anni in un discreto numero di attentati, escluso quello di Mumbai del 2008. Si tratta di bombe fatte in casa, adoperando principalmente prodotti fertilizzanti, facili da reperire in grosse quantità e il cui acquisto non genera sospetti di alcun genere. Una costante della strategia del terrore inaugurata da qualche anno a questa parte dalla Lashkar-i-Toiba, che prevede la formazione di cellule dormienti costituite in prevalenza da cittadini indiani (o autoctoni di qualunque altro paese in cui avvengono gli attentati) cui è stata garantita completa autonomia di azione e che operano con mezzi e tempi propri.


Coincide anche la tempistica dell’attacco, avvenuto anche qui come da copione alla ripresa di un timido tentativo di colloqui tra Pakistan e India. Ma, soprattutto, mentre il capo dell’Isi pakistana generale Shuja Pasha era volato a Washington a sorpresa, per un giorno, per colloqui di natura non precisata con ‘vertici politici e militari’ non meglio specificati. All’indomani della minaccia americana di tagliare 800 milioni di dollari di aiuti militari a Islamabad e della relativa controminaccia pakistana di ritirare truppe dal confine afghano e dalla sempre più fantomatica guerra al terrorismo in corso. La ‘minaccia indiana’ è stata costantemente usata da Islamabad, sempre proficuamente, nel corso di tutti gli ultimi sette-otto anni.


Nonostante tutto segua un copione consolidato, l’India tiene un profilo basso; anzi, il leader del Congress Digvijay Singh invita gli inquirenti a indagare a trecentossesanta gradi non escludendo alcun gruppo terroristico. Inclusi, precisa, i gruppi estremisti hindu legati all’Rss. Il Bjp, il maggior partito di opposizione, insorge chiedendo scuse formali a Sonia Gandhi, capo del Congress, ma le polemiche non si placano. Una delle ragioni della cautela estrema di New Delhi potrebbe difatti essere legata alla conclusione delle indagini relative alle bombe piazzate nel 2007 sul Samjhauta Express, il treno che va da Delhi a Lahore.


Dell’attacco erano stati accusati in principio i soliti gruppi integralisti islamici, clamorosamente scagionati lo scorso 20 giugno dalla National investigation agency che ha invece attribuito la paternità dell’attentato (non soltanto del Samjhauta, ma anche di Ajmer e Malegaon) allo Swami Aseemanand e al suo gruppo di integralisti hindu. La brutta figura rimediata non soltanto brucia, ma rischia di minare la credibilità di altre indagini e di tutto l’impianto accusatorio-diplomatico di New Delhi nei confronti di Islamabad. L’altra ragione del basso profilo indiano potrebbe essere la precisa volontà diplomatica di non aiutare in alcun modo il Pakistan nella sua tumultuosa (o, almeno, apparentemente tale) relazione con Washington.


Come dire: la minaccia indiana non esiste, i colloqui non subiscono alcun contraccolpo, l’esercito pakistano non ha alcuna ragione reale per spostare le truppe sul confine indiano; e il generale Kayani (capo di Stato maggiore di Islamabad) dovrà inventare mezzi di pressione più efficaci sugli Stati Uniti. La strategia era già stata seguita, con successo, dopo gli attacchi del 2008: le pressioni politiche e gli accordi presi con l’amministrazione americana avevano giocato un ruolo decisivo nella decisione indiana di non spostare neanche un solo soldato verso il confine pakistano.


Hillary Clinton si sta recando a New Delhi. Un viaggio programmato da tempo, che non ha subito alcuna alterazione nonostante le bombe. Sul tavolo, in realtà, si sta giocando una partita molto più complessa, che vede al centro delle trattative lasupremazia sull’Afghanistan e l’assetto geopolitico dell’area dopo il ritiro delle truppe statunitensi e dell’alleanza Nato. Una partita molto, troppo importante per poter essere condizionata dall’ennesimo attentato.

 

“Pianeta India” | I Classici 1/11 “Le maschere di Osama” | “Vulcano Pakistan”

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