«Semplice, piatto e bruttino»: Montale secondo la sua musa

La studiosa americana Irma Brandeis (1905-1990)

Delusione al primo incontro. Ma poi la passione fu travolgente

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera

È il 15 luglio 1933 quando una giovane alta e snella, occhi azzurri, i capelli corti a caschetto, si presenta al Gabinetto Vieusseux per chiedere del direttore. Si chiama Irma Brandeis, è un’italianista ebrea americana ed è rimasta folgorata dalla lettura degli Ossi di seppia , la prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, che dal marzo 1929 dirige la biblioteca fiorentina. Lo troverà solo il giorno dopo. «Siamo diventati amici! – scrive con entusiasmo la Brandeis in una lettera -. Abbiamo parlato di Ezra Pound, di T.S. Eliot, dell’Inghilterra, dell’America e dell’Italia». «Vestito con buon gusto», ma già vecchio a 37 anni (lei 28), molto gentile, «davvero semplice, alquanto brutto e spesso, persino, piatto». Mai una conversazione da cui salvare «dieci parole degne di essere ricordate», postilla la ragazza, che poi però torna a casa e ricomincia, incantata, a leggere il suo libro. Il mese dopo aggiungerà: «Il grande poeta non sa parlare. Mi dice, umilmente, delle cose stupide. E mi piace adesso, non perché somiglia tanto alla sua opera, ma perché non ci somiglia affatto!». Così parlò la futura Clizia, la musa ovidiana di tante poesie de Le occasioni .

Fatto sta che a quel 15 luglio, come scrive Rosanna Bettarini, filologa montaliana d’eccezione per una raccolta d’eccezione come sono le Lettere a Clizia (Mondadori 2006), seguiranno «pochi giorni di presumibile incantato corteggiamento, con scambio di libri e di pareri letterari come strategia d’avvicinamento». Irma ed Eugenio (anche nella variante Arsenio con cui firmerà molte lettere) si incontreranno, raramente soli, al caffè, all’osteria, al parco, lungo il fiume, dove una sera, finalmente a tu per tu, osservano le altre coppie danzare. All’inizio di agosto, Montale è a Parigi e poi a Londra, e già scrive alla «My dearest Irma», alternando l’italiano a un inglese spesso ironico e approssimativo, come farà in seguito. In vacanza con il poeta c’è l’«ex signorina» Drusilla Tanzi, che vive con suo marito, il critico d’arte Matteo Marangoni, in via Benedetto Varchi 6. Lì Montale, lasciata la Pensione Colombini, aveva trovato, a pagamento, un «giaciglio notturno». Parigi e Londra sono in quei giorni, per lui, due città «uninteresting» e «ridicole». Già si affaccia il tema dell’amore da lontano, che sarà poi per anni il leitmotiv dell’epistolario, puntellato dal tira-e-molla di un possibile (di continuo promesso, differito e mai realizzato) trasferimento di lui oltreoceano. Eppure, l’incanto deve ancora arrivare e sarà a piazzale Michelangelo la notte del 5 settembre, su cui si moltiplicheranno le allusioni nelle lettere a venire e il cui ricordo comparirà ancora in componimenti poetici tardi: «Non dimenticherò mai quel ritorno tra scale acque e terrazze. Mi sentivo ubriaco non di quel fiasco a triplo fondo, cara Irma, ma di te e della tua presenza. E dopo… quando si è stati così felici almeno per un’ora si può fare ancora qualcosa per essere riconoscenti alla sorte e per vincere le difficoltà».

Le difficoltà si moltiplicheranno con gli anni. Irma parte e a Montale rimane la «schiavitù» volontaria di Drusilla, detta la Mosca (il «Caro piccolo insetto» di una famosa poesia), con la quale Arsenio è legato da tempo: «una catena che nessuno gli ha messo al collo» (Bettarini), ma che lo trattiene per sempre. Solo in novembre, mentre ripete di non riuscire a pensare «alla breve oasi del 5 settembre senza impazzire» e di amare «ogni centimetro di te e del tuo corpo», l’amante lontano comincia a insinuare nell’amica il tarlo di X (la sigla-incognita che verrà appioppata alla Mosca in tutto il carteggio, prefigurando la Xenia delle poesie future). Ma quando, nell’estate 1934, si avvicina il ritorno di Clizia in Italia, l’accenno si fa necessariamente più esplicito. E lei annota nel suo diario: «Italia Firenze con E.M. Venezia ovvero l’inizio della vita e la morte (ho saputo di X appena prima di andarci)». Sull’idillio tanto atteso, sui «bei desideri» è calata l’ombra di Drusilla, dei suoi ricatti e delle minacce di suicidio, la stricnina, il cappio al collo, il volo dal settimo piano. Ciò che trasformerà l’esistenza di Montale, tra disperazione, pietà e persino paura, in una «dog’s life» insostenibile. Si aggiungano, nel 1938, la guerra imminente («Ecco qualcosa di più grave di X, tra noi»), il licenziamento per motivi politici dal W.C. (il Gabinetto Vieusseux nel gergo degli amanti), poi la morte prematura della sorella Marianna e la definitiva partenza di Clizia in seguito alle leggi razziali. Sono anni di passione a distanza, che toccano quasi in contemporanea il culmine e il declino, con l’idea fissa di ritrovarsi per sempre a New York (data, come probabilità, al 90% in un’epistola all’amico Bobi Bazlen nell’agosto ’38), fino al dicembre 1939, quando le lettere d’amore con Irma-Clizia si interrompono: «Io ti voglio bene più dei miei occhi e non so perché insisto a restar vivo», sarà il saluto prima del buio.

Il poeta andrà a vivere con la Mosca. La sposerà nell’aprile 1962, poco più di un anno prima della morte di lei. Il «pessimo epistolografo» (parole sue) consegnerà probabilmente alle fiamme, per precauzione, le lettere della dama di cuori americana, alla quale (cifrata nelle sole iniziali I.B.) dedicherà Le occasioni a partire dall’edizione del ’49. Quella che rimarrà a lungo nei sogni, nei pensieri, nei ricordi e nelle fantasie del poeta non è più Irma ma Clizia: non l’amante appassionata, ma un’immagine sempre più angelicata, che nell’ultimo bigliettino, del giugno 1981, la mano tremolante del poeta ormai vecchio (morirà tre mesi dopo) definisce ancora «my divinity».

L’incontro
Il poeta Eugenio Montale e l’italianista ebrea americana Irma Brandeis si incontrano per la prima volta il 15 luglio 1933. È la donna che si presenta al Gabinetto Vieusseux, di cui Montale è direttore, perché è rimasta affascinata dalla lettura della raccolta «Ossi di Seppia».

L’addio
La relazione fra Montale e la Brandeis finisce nel 1939. Irma lascia l’Italia a causa delle leggi razziali, ma il poeta decide di non trasferirsi negli Stati Uniti.

Gli scritti

A Irma, soprannominata Clizia, il poeta dedica «Le occasioni». Nella foto in alto si vedono Irma (terza da sinistra) e Eugenio (ultimo da sinistra) insieme a Paolo Vivante, Camillo Sbarbaro, Elena De Bosis e Leone Vivante.

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Una Risposta to “«Semplice, piatto e bruttino»: Montale secondo la sua musa”

  1. Felice Di Maro Says:

    I quadro presentato è ottimo ma credo che vada in qualche modo relazionato con le vicende del tempo.

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