L’ascesa pacifica della spesa militare cinese

Carta di Laura Canali

La modernizzazione delle capacità militari della Cina è considerata una minaccia dagli Stati confinanti, a partire dal Giappone. Pechino ne dichiara i propositi difensivi ed evita qualsiasi segnale di strategia aggressiva, ma ha ormai generato una spirale competitiva che coinvolge tutti gli attori dell’area

Matteo Dian per “Limes”, grafici qui

L’ascesa militare della Cina è uno dei fattori determinanti per gli equilibri politici e strategici mondiali di questo secolo. Per questo è necessario cercare di comprendere l’evoluzione delle capacità militari della Repubblica Popolare Cinese (Prc) e, soprattutto, considerarne le possibili conseguenze nell’Asia orientale e oltre. Per descrivere la portata e le ripercussioni di questa ascesa è necessario concentrare l’attenzione sulla dimensione quantitativa, la dimensione tecnologica e i possibili punti di attrito tra Pechino e gli Stati confinanti.


La prima dimensione, quella quantitativa, è sicuramente la più evidente. La spesa militare cinese cresce tra il 12% e il 15%, e ha superato quella giapponese nel 2004. Oggi, sette anni dopo il sorpasso, la Cina ha un budget militare doppio rispetto a Tokyo. Questa impennata comporta l’impiego di una quota relativamente ridotta di risorse in termini di pil: il 2% contro il 4% degli Stati Uniti. Di conseguenza, una crescita a questi ritmi o anche un’ulteriore accelerazione appaiono economicamente e politicamente sostenibili nel lungo periodo. Tuttavia, nonostante la Cina abbia consolidato il proprio status di grande potenza militare, la distanza rispetto agli Stati Uniti è ancora estremamente rilevante: Washington infatti è in grado di sostenere livelli di spesa sei volte maggiori rispetto a Pechino.

L’incremento delle spese militari non è il solo fattore determinante. Un altro aspetto fondamentale è quello “qualitativo” e tecnologico. Fino agli anni Ottanta la dottrina militare cinese era basata sulla “guerra popolare”: questa dottrina, elaborata da Mao-Tze Tung durante la guerra contro il Giappone (1937-’45) e la successiva guerra civile (’45-’49), prevedeva la cooperazione tra truppe regolari e milizie popolari (nella retorica maoista, l’“esercito” e il “popolo”) e puntava sulla mobilità e sulla guerriglia. Mao aveva teorizzato la difesa in profondità per sfruttare l’estensione geografica del paese e la superiorità numerica dell’esercito cinese.


La tradizione maoista, enfatizzando l’unione di esercito e popolo, trascurava largamente la dimensione tecnologica. In caso di conflitto la superiorità numerica avrebbe dovuto compensare la superiorità tecnologica del nemico. Dopo la terza guerra Indo-cinese, con l’affermarsi della leadership di Deng Xiaoping, l’esercito ha progressivamente abbandonato l’eredità maoista e la dottrina della guerra popolare, adotttando una serie di nuove dottrine che puntano sempre più sulla tecnologia e sull’informatizzazione, a scapito delle dimensioni dell’esercito popolare maoista.


Come scrivono Shambaugh e Fisher, dalla fine della guerra fredda l’esercito cinese è passato attraverso diverse fasi: la guerra popolare in condizioni moderne, la guerra limitata in condizioni di tecnologia avanzata, la guerra limitata in condizioni di tecnologia avanzata e informazione. Quest’ultima è stata descritta da analisti occidentali e cinesi come l’avvento della “Rivoluzione degli affari militari con caratteristiche cinesi”. Questa dottrina militare, infatti, ha dato luogo ad una notevole accelerazione nella modernizzazione della Marina, dell’Aviazione e della “Seconda artiglieria”, che controlla l’arsenale nucleare e missili balistici.


Il settore cui è stata data la priorità negli ultimi anni è probabilmente quello della Marina; in primo luogo per fronteggiare un eventuale conflitto che coinvolga Taiwan, in secondo luogo perchè Pechino punta a costruire una flotta oceanica che possa garantire la presenza cinese nell’Oceano pacifico e nell’Oceano indiano. Uno dei passi fondamentali in questa direzione sarà l’acquisizione della prima portaerei, prevista per il 2015.


Dal punto di vista tecnologico il progresso più evidente riguarda il settore dei sottomarini, con la sostituzione della vecchia classe Han con i sottomarini di classe Yuan, Song e Kilo. Inoltre, la marina recentemente ha acquisito anche i cacciatorpedinieri classe Luyang and Luzhou, simili agli Aegis americani, destinati a rafforzare le difese antimissile nella regione costiera vicino a Taiwan. I vecchi sottomarini Han, risultato di una rielaborazione di modelli sovietici degli anni Cinquanta e Sessanta, erano rumorosi, lenti e facilmente individuabili. I nuovi apparecchi, frutto della recente collaborazione tra Russia e Cina, sono dotati di tecnologia stealth: sono quindi difficilmente individuabili, oltre che più veloci . Di conseguenza, rappresentano un importante tassello per la anti-access strategy cinese, ossia la strategia mirata a impedire l’accesso al campo di battaglia di forze nemiche in caso di conflitto nello stretto di Taiwan o nel Mar Cinese meridionale.


La modernizzazione della Marina cinese nel medio-lungo periodo non rappresenta una minaccia per la supremazia militare americana nel Pacifico, ma è considerata una minaccia dagli Stati confinanti – in particolare dal Giappone. Tokyo dal 2001 segnala con crescente insistenza che la creazione di una Blue-water navy cinese mette in pericolo la sicurezza delle Slocs (le vie di comunicazione marittima) giapponesi e costituisce un fattore di instabilità nella zona.


Il secondo settore coinvolto nella modernizzazione e nello sviluppo della rivoluzione degli affari militari è l’aviazione. Fino agli anni Novanta, la Cina non era in grado di produrre in modo autonomo caccia e bombardieri tecnologicamente avanzati e si affidava a prototipi derivati dalla tecnologia sovietica degli anni Sessanta. Poi ha iniziato a produrre aerei più avanzati come il Jh-7, entro il 2015 metterà in campo unjet di quinta generazione, il J-20, derivato dal Su-27 russo. Inoltre, è stata avviata la produzione di jet di quarta generazione come il J-10 e J-X, dotati di tecnologiastealth.


In entrambi i settori, tuttavia, la Cina non è ancora tecnologicamente autonoma: l’utilizzo di tecnologia russa per la produzione di elementi chiave della modernizzazione militare, quali la portaerei, i sottomarini e i caccia, è ancora fondamentale. Il governo cinese si trova davanti a un dilemma: l’autonomia tecnologica rappresenta un obiettivo irrinunciabile per ogni grande potenza, ma la Rivoluzione degli affari militari con caratteristiche cinesi sarebbe notevolmente frenata dalla fine dell’importazione di tecnologia dalla Russia.


Un altro settore fondamentale per la modernizzazione militare cinese è la “Seconda artiglieria” ovvero l’arsenale missilistico, nucleare e convenzionale. Gli sforzi in questo campo sono concentrati nel rafforzamento della capacità di esercitare deterrenza e prevenire un attacco nucleare o convenzionale su vasta scala. L’obiettivo è quello di migliorare la mobilità e la resistenza ad un primo attacco, in modo da conservare la capacità di risposta. Armi nucleari a parte, la Seconda artiglieria recentemente ha sviluppato una notevole quantità di missili convenzionali a breve e medio raggio, funzionali a una anti-access strategy nel caso di conflitto nello Stretto di Taiwan. Parte della modernizzazione dell’arsenale missilistico cinese rappresenta una reazione alla costruzione della West-pac theater missile defense da parte di Stati Uniti e Giappone.

 

Questo sistema, sviluppato dagli Stati Uniti insieme alla Self Defense Force giapponese, permette di intercettare un missile indirizzato verso il territorio giapponese. Nonostante Tokyo e Washington assicurino che esso sia mirato a contrastare la minaccia rappresentata dal programma balistico nordcoreano, il governo cinese lo considera un fattore destabilizzante, destinato a diminuire la propria capacità di esercitare deterrenza nei confronti degli Usa. Dal 2003, anno in cui Washington e Tokyo hanno iniziato a schierare i primi componenti della difesa missilistica, la Seconda artiglieria ha iniziato a sviluppare missili a testata multipla e altri sistemi per penetrare le difese anti-missile.


Uno dei documenti più utili per comprendere l’evoluzione delle politica di sicurezza cinese è il Defense white paper 2010, pubblicato a marzo del 2011. Il documento ribadisce che l’espansione delle capacità militari cinesi ha propositi difensivi e non va considerata come il segnale di una strategia aggressiva. Pechino non cercherà nessuna forma di egemonia nel futuro. Molti autorevoli analisti occidentali (quali David Shambaugh e Robert Ross) condividono questa tesi.


Pechino considera un’Aviazione moderna, una Marina capace di garantire proiezioni di potenza negli oceani e un arsenale nucleare avanzato come attributi naturali di una grande potenza in ascesa. Secondo questa interpretazione, ciò non implica necessariamente intenzioni aggressive. La Cina considera infatti la stabilità internazionale il prerequisito indispensabile per preservare la propria crescita economica e il proprio processo di modernizzazione. Il documento sottolinea come gli Stati Uniti abbiano rafforzato i legami con i loro alleati asiatici, in particolare Corea del Sud e Giappone, e come la Prc consideri interesse vitale la propria integrità territoriale, minacciata dai “separatisti” e da coloro che minano gli interessi marittimi della Repubblica popolare.


Le dichiarazioni di Pechino, mirate a rassicurare i propri vicini circa la natura non offensiva della propria ascesa militare, non sono riuscite tuttavia ad evitare l’insorgere di dilemmi della sicurezza. La modernizzazione e l’espansione militare cinese hanno infatti generato una spirale competitiva che coinvolge – oltre alla Cina – il Giappone, gli Stati Uniti e tutti gli attori rilevanti dell’area, e contribuisce a complicare la risoluzioni di problemi come quello delle isole del Mar Cinese meridionale.

 

La Cina è coinvolta in dispute riguardanti il controllo di isole e aree marittime con praticamente tutti i vicini, soprattutto Giappone, Vietnam e Filippine, Malesia e Brunei. Queste dispute derivano da una serie di fattori: interessi geopolitici, lo sfruttamento di risorse naturali, e le conflittualità ereditate dal passato quali quella con il Giappone e con il Vietnam. Oltre al possesso delle isole, la questione riguarda il controllo delle Zone economiche esclusive (Eez), che comprendono fino a 200 miglia attorno alle isole.

Il modo in cui la Cina gestirà queste dispute sarà un indicatore fondamentale per gli equilibri complessivi in Asia orientale. Da un lato Pechino considera la tutela dei propri interessi marittimi come parte della protezione della propria integrità territoriale e della propria sovranità. Dall’altro gli Stati confinanti vedono nelle recenti mosse cinesi i sintomi di una politica aggressiva, nonostante la strategia cinese sia dichiaratamente ispirata alla peaceful rise.


La questione delle dispute territoriali e marittime potrebbe portare nel lungo periodo a ciò che tutte le potenze dell’area vogliono evitare, ovvero una riedizione delcontainment e l’accerchiamento di Pechino da parte di un’alleanza anti-cinese e filo-americana. Ciò rappresenterebbe il fallimento sia dell’ascesa pacifica sia dell’engagement della Cina da parte dell’Occidente e trasformerebbe l’espansione economica e militare cinese in un pericoloso gioco a somma zero.


Nonostante la dichiarata volontà cinese di crescere in modo pacifico e di non perseguire alcun disegno egemonico, un’ascesa economica e militare di tali proporzioni può generare comunque insicurezza e instabilità, se non una competizione militare aperta. Quest’ultima non è un esito obbligato. Tuttavia, il peso e le dimensioni della nuova Cina rendono più fragili gli equilibri politici e strategici dell’Est asiatico.


Limes 4/08 “Il marchio giallo” | Limes Qs 2009 “Il clima del G2”

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