Dall’Iraq alla Palestina, riprende vita il Cammino di Abramo

Chiara Zappa per “Avvenire

Abramo è riconosciuto come il comune patriarca da tre miliardi e mezzo di fedeli al mondo: ebrei, cristiani e musulmani. È lui, l’«Amico di Dio» - al khalil come è definito dalla tradizione islamica -, a unire in una sola eredità spirituale le tre grandi religioni monoteiste. Le diverse civiltà, quindi, oggi possono ritrovare punti di incontro e di dialogo proprio camminando sui passi del padre Abramo. Letteralmente.

È stata questa l’intuizione di William Ury, esperto di diplomazia all’università di Harvard, che qualche anno fa ha immaginato una «Iniziativa di negoziato globale» basata proprio sul progetto di ridare vita al cammino battuto da Abramo quattromila anni fa nelle sue peregrinazioni lungo il Medio Oriente, e di portare la gente comune a ripercorrerlo. Insieme.

Oggi il «Masar al Ibrahim al Khalil» (in arabo «sentiero di Abramo l’amico») è una realtà. Si snoda lungo una rotta di 1.200 chilometri che parte da Ürfa, nel sud-est della Turchia (un tempo Mesopotamia del nord), terra natale di Abramo secondo una delle tradizioni, e arriva fino a Hebron/Al-Khalil, dove il patriarca è sepolto. In mezzo una lunga via che attraversa Siria, Giordania, Israele e territori palestinesi e che, una volta completa, richiederà circa tre mesi di cammino per essere percorsa.

Per ora, già oltre quattromila pellegrini dal 2007 hanno marciato su uno dei tratti di strada ripristinati nei diversi Paesi: in tutto circa 450 chilometri. «Il progetto più ambizioso, che richiederà decenni per essere completato, intende tuttavia includere alla fine anche Iraq, Egitto e Arabia Saudita, per un percorso di quasi 5.000 chilometri, ossia circa un anno di cammino», spiega Joshua N. Weiss, direttore generale della Abraham Path Initiative (Api). Un itinerario che ricorda quello sognato dal beato Giovanni Paolo II per uno dei suoi viaggi mai realizzati.

«Ciò che ci interessa non è l’accuratezza storica della rotta, di cui non esistono prove scientifiche, né la maggior rilevanza di una tradizione religiosa rispetto ad un’altra», chiariscono i membri dell’Api, diventata oggi una Ong globale sostenuta anche dall’Onu. «Noi ci siamo ispirati alle diverse citazioni che nell’Antico Testamento e nel Corano forniscono alcune indicazioni sul viaggio di Abramo e della sua famiglia, così come alle tradizioni locali legate al sentiero, per ricreare un percorso di grande importanza simbolica e di forte impatto culturale, archeologico ed estetico». Obiettivo: portare viaggiatori di tutto il mondo in Medio Oriente, permettendo loro di scoprire questa regione da un punto di vista totalmente inedito, e di incontrare personalmente i popoli che la abitano, camminando fianco a fianco in un percorso di conoscenza e comprensione reciproca.

Il «Masar», concepito secondo i dettami del turismo sostenibile, si è già dimostrato un importante catalizzatore del cambiamento, sociale ed economico. In Palestina, per esempio, il sentiero attraversa i checkpoint e segue il cammino di Abramo nella regione del nord, colpita duramente dal conflitto con Israele. I pellegrini contribuiscono all’economia della zona alloggiando nei villaggi e comperando i prodotti locali, mentre le comunità li coinvolgono in iniziative culturali locali, a cominciare dalle serate a base di musica e danze tradizionali. In Israele, un segmento di via lunga 70 chilometri include siti legati in vario modo al padre Abramo tra cui Be’er Sheva – dove il patriarca visse per 26 anni – e Tel Arad, insediamenti beduini e il villaggio falahin (cioè di agricoltori arabi) di Drijat: ciò significa che comunità di ebrei (tra cui un gruppo di immigrati etiopi), beduini, arabi hanno lavorato insieme per permettere al sentiero di tornare in vita.

Se in Turchia, dove tratti del cammino sono stati ripristinati tra Harran, Suayb e Ürfa, la sfida è motivare sempre più viaggiatori ad avventurarsi in una zona lontana dalle rotte turistiche tradizionali, in Giordania la scommessa è già stata vinta. Il segmento più lungo di sentiero si trova proprio nel regno hashemita, dove ottanta chilometri di quello che qui si chiama «Al Ayoun Trail» sono già stati mappati, mentre un tratto più breve della via, negli altipiani del nord, è stato approvato dalle comunità locali. Proprio la buona collaborazione con gli abitanti ha permesso di sviluppare un sistema di accoglienza particolarmente efficace: le famiglie di tre villaggi che costeggiano il sentiero – circa novemila persone – sono oggi coinvolte nell’ospitalità e nella ristorazione, con un ritorno economico che agevola anche la valorizzazione del patrimonio naturale.

Tra le persone a cui il sentiero ha cambiato la vita c’è Um-Ahmad, madre di sette figli con un marito gravemente malato: le drammatiche condizioni di vita della famiglia, nella regione poverissima di Ajloun, avevano convinto la donna a dare in sposa la figlia quindicenne. Un giorno, però, qualcuno le ha chiesto di preparare del pane tradizionale taboon per una raccolta fondi destinata alla ristrutturazione del cammino di Abramo. È stato allora che Um ha compreso di avere un’occasione: contattate le Ong coinvolte nel progetto, ha cominciato a cucinare per i viaggiatori. Oggi vende prodotti di ceramica e olive del suo giardino, guadagna abbastanza per sostenere la famiglia e, insieme ai suoi figli, incontra quotidianamente tanta gente di diversi Paesi, culture e religioni. I forestieri le hanno permesso di allargare i suoi orizzonti e – anche se forse lei non lo sa – Um ha fatto lo stesso per loro. Nel nome del comune padre Abramo.

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