Rivoluzioni egiziane del luglio 1952 e del gennaio 2011: similitudini e differenze

Original Version: July 1952 and January 2011: Similarities and differences

La rivoluzione egiziana del luglio 1952 aveva concentrato la politica nelle mani di un leader carismatico; quella del gennaio 2011 ha aperto le porte all’estesa partecipazione politica di un popolo che per decenni si è dovuto astenere dalle questioni di governo – scrive l’accademico Samer Soliman

da “Medarabnews

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Il 26 luglio 1952 l’esercito egiziano sotto il controllo dei cosiddetti “ufficiali liberi” depose re Farouk e lo cacciò dall’Egitto. L’11 febbraio 2011, circa 59 anni dopo, l’esercito egiziano ha deposto il presidente Hosni Mubarak e lo ha messo agli arresti domiciliari a Sharm El-Sheik. Oggi, mentre l’Egitto celebra ufficialmente l’anniversario della “rivoluzione” di luglio, sarebbe il caso di guardare sotto una nuova luce questo evento fondamentale appartenente alla storia moderna dell’Egitto, ovvero alla luce della rivoluzione del 25 gennaio. Quali sono le similitudini e quali le differenze fra i due avvenimenti?

L’elemento comune è che in entrambi i casi è stato posto un consiglio militare alla guida del Paese: il Consiglio del Comando rivoluzionario nel 1952 e il Supremo Consiglio delle Forze Armate nel 2011. Alcuni teorici della cospirazione credono che la rivoluzione di gennaio non sia altro che uno stratagemma dell’esercito per riaffermare la propria autorità politica sul Paese, dopo che Mubarak aveva ridotto la sua influenza a favore della polizia, che negli ultimi anni è stata la principale forza di controllo del Paese. Ma quest’argomentazione è troppo semplicistica perché esistono notevoli differenze fra la situazione politica interna ed internazionale del 1952 e del 2011.

Nell’Egitto del 1952 un consiglio militare prese il potere dopo aver attuato un colpo di stato, ma nell’Egitto odierno un consiglio militare sta governando a seguito di una rivoluzione. La differenza fra colpo di stato e rivoluzione è immensa: nel primo caso, le forze militari si muovono furtivamente nell’ombra per prendere il potere; nel secondo, milioni di persone si mostrano alla piena luce del sole per partecipare alla vita politica e imporre cambiamenti a un regime che rifiuta di cambiare.

Il luglio del 1952 rappresentò l’inizio del ritiro dalla scena politica dei cittadini egiziani, che divennero puri spettatori, favorevoli o contrari alle decisioni del regime, ma non parte attiva. Dopo questa data non si sono mai avute vere elezioni in Egitto. L’affluenza alle urne nelle elezioni del 1951 (un anno prima del colpo di stato) fu quasi del 60%; ma sotto il regime insediatosi nel 1952, nell’arco di tre presidenze, non si è mai superata la soglia del 5%, se escludiamo i voti evidentemente manipolati a nome di deceduti e scomparsi.

Dopo il 1952, salì al potere la figura del “grande leader”, che dominò l’intera scena politica mentre il popolo egiziano si trasformava semplicemente in una massa allineata in omaggio al presidente. Dopo gli eventi dello scorso gennaio, è certo che l’era del grande leader si è conclusa e che quei milioni scesi nelle strade non seguono nessuna particolare leadership. La rivoluzione di gennaio ha aperto le porte all’estesa partecipazione politica di un popolo che per decenni si è dovuto astenere dalle questioni di governo.

Il mondo è profondamente cambiato dal 1952 al 2011. Nei nuovi stati indipendenti, formatisi negli anni ’50 in Asia, Africa e Sud America, l’esercito era solito assumere il potere. La politica USA del tempo era quella di appoggiare i regimi militari, e all’inizio il colpo di stato in Egitto fu sostenuto dagli Stati Uniti. Oggi, è “più in voga” che i civili prendano il potere. Il consiglio militare che attualmente guida l’Egitto non è salito al potere con l’obiettivo di governare direttamente il Paese. L’ascesa dell’esercito era la sola soluzione al vuoto di potere manifestatosi in Egitto lo scorso febbraio, una volta stabilito che il regime di Mubarak non poteva continuare, e che non esisteva una leadership congiunta all’interno dell’opposizione che potesse prendere il controllo. Nel 2011 l’esercito non ha cercato il potere; è il potere che lo ha cercato.

Ma anche se alcuni pensano che oggi l’esercito egiziano non miri a governare direttamente, questo non significa affatto che voglia ritirarsi completamente dalla politica. L’attuale equilibrio di poteri in Egitto indica che l’esercito rimarrà un attore politico cruciale, sia che agisca dietro le quinte o che aggiunga alla Costituzione articoli che gli consentano di interferire in determinate occasioni, come avviene in Turchia. Tuttavia, un intervento militare nella politica è una cosa, e un regime militare simile a quello del 1952 è decisamente un’altra.

Oggi l’uscita parziale dell’esercito dalla politica egiziana è strategica. Quasi 59 anni dopo il colpo di stato di luglio, e dopo tre presidenti ex-ufficiali militari alla guida del Paese, l’esercito sa che ha deluso il popolo egiziano nel momento in cui la società civile è stata esclusa dalla scena politica, l’organizzazione di partiti e movimenti è stata ostacolata, e lo stato, insieme ad alcuni settori dell’economia, è stato militarizzato. Il risultato finale si è rivelato disastroso per il Paese e la società.

L’esercito è disposto a abbandonare l’azione politica diretta, sempre che gli sia garantita vasta indipendenza nell’amministrazione dei suoi affari finanziari e militari. Questa questione sarà risolta se in futuro si stabilirà un dialogo fra l’establishment militare e i governi legittimamente eletti all’interno di un sistema democratico.

La storia certo non si ripeterà. Sussistono differenze rilevanti fra il 1952 e il 2011, ma queste non dovrebbero neanche offuscare le similitudini, prima fra tutte la radicalizzazione della classe media. Nel 1952 l’immobilismo dell’apparato politico era causato dal monopolio di potere esercitato dai pascià e dalle élite, che a sua volta fece nascere nella classe media aspirazioni di partecipazione politica in movimenti periferici rispetto al sistema politico ufficiale, per esempio i Fratelli Musulmani, i comunisti, Misr al-Fatah e altri. Questo spiega perché nel 1952 la monarchia cadde con facilità e perché il colpo di stato di luglio ottenne l’appoggio generale della classe media, seguito da quello delle classi più povere.

Nel gennaio del 2011 ampi settori del ceto medio hanno manifestato la loro avversione all’ascesa dei nuovi pascià, ovvero degli uomini d’affari, e alla loro crescente influenza in ambito politico. Per questo motivo durante la rivoluzione del 2011 sono prevalsi gli slogan per la giustizia sociale, proprio come nel 1952. La differenza fra gli eventi del ’52 e quelli del 2011 sta nel fatto che il regime burocratico di luglio allontanò i pascià dalla politica con la scusa di fare ‘pulizia’, quindi li escluse dall’economia giocando la carta del socialismo.

Il regime di gennaio ha bisogno di estrometterli dalla politica, ma non dalla scena economica; ciò significa che prossimamente la scena politica sarà dominata da una classe media che opererà con l’appoggio segreto o palese degli uomini d’affari. La rivoluzione del ceto medio dello scorso gennaio non eliminerà i pascià; questa è la principale differenza fra il luglio 1952 e il gennaio 2011.

Samer Soliman è professore associato di Economia Politica all’American University del Cairo

(Traduzione di Barbara Presenti)

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