Il deserto ha l’oro in bocca

Una donna a Oualata (oggi Mauritania), la prima grande città dell’impero del Mali

Sulla Via millenaria del metallo prezioso nel Sahara tra i resti di antiche civiltà e i covi di al Qaeda

Fabio Sindici per “La Stampa

Ibn Battuta, il grande viaggiatore marocchino del Medioevo, amava leboutade . Rimescolava le storie ascoltate nelle corti imperiali e nei caravanserragli come un prestigiatore fa con il mazzo di carte. E se ne lasciava suggestionare. Fu proprio un racconto esagerato a spingerlo di nuovo in cammino, quando era appena tornato nella sua Tangeri dall’Oriente. Era il resoconto del pellegrinaggio alla Mecca del Mansa Musa, il sovrano del Mali, che aveva portato con sé un tesoro di 500 barre d’oro purissimo. Una quantità enorme, tale da far crollare il prezzo del metallo nell’Egitto dei Mamelucchi.

Non è chiaro se l’oro di Musa fosse ostentazione di ricchezza o astuzia speculativa. I re del Mali erano ben attenti a non inflazionare l’oro che percorreva la tratta commerciale dalla loro capitale verso le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo, attraverso le piste infinite del deserto e la rete delle oasi. Era questa la via principale dell’oro nel Medioevo, che faceva brillare gli occhi ai mercanti e finiva nelle monete della zecca di Firenze; una rotta rivale a quella che dalle miniere dell’Eritrea risaliva la Nubia in direzione dell’Egitto.

Ibn Battuta organizzò una carovana a Sijilmassa, la città-oasi circondata dal palmeto del Tafilalt, ancora oggi il più esteso del Marocco. Dopo due mesi e 1600 chilometri attraverso il Sahara, la carovana era giunta talmente assetata a pochi giorni da Oualata, la prima grande città dell’impero del Mali, da farsi spedire un rifornimento d’acqua lungo la strada. Nel suo Rihla (Viaggio), Battuta parla degli strani edifici nell’oasi di Taghaza, i cui mattoni erano fatti con il sale estratto dal lago disseccato, e si scandalizza per le schiave che giravano nude nella reggia insieme alle figlie del Mansa; curiosamente parla poco dell’oro, che il re sembra nascondergli, e viaggia a dorso di dromedario per Timbuctu – è il primo a citarla – e poi in barca lungo il Niger fino a Gao, da dove partiva un’altra celebre pista transahariana che raggiungeva il lago Ciad, il sultanato del Kanem-Bornu e da lì il Fezzan, fino alle coste della Libia. Nel settembre del 1353, il globe-trotter dell’Islam ritorna a Sijilmassa con una carovana che conta nelle sue file 600 schiave destinate agli harem del Nord Africa e della Spagna.

Ai tempi di Ibn Battuta, la via dell’oro era un percorso trafficato da più di un millennio. Oltre al metallo prezioso, le carovane trasportavano, in un senso o nell’altro, sale, rame, stoffe, avorio, utensili di ferro, piume di struzzo, libri rari – e migliaia di schiavi. Era però l’oro che rendeva la via cruciale fin dall’epoca dei Cartaginesi. Lungo questa arteria erano sorti imperi potenti, come quello del Ghana e poi del Mali. Il deserto si era aperto, tra le dune, in giardini imprevedibili nutriti da canali sotterranei. In città come Timbuctu, Chinguetti, Oualata, Tichitt, al crocevia dei commerci, erano state fondate università celebri e biblioteche che richiamavano studiosi da luoghi lontani. Per il controllo della via si erano scatenate guerre feroci, in cui la fede religiosa si mischiava al miraggio dell’oro. Che seguiva i sentieri della foresta portato in grandi ceste e veniva raccolto a Djenne – René Caillié nel 1824, la chiama ancora il «Paese dell’oro» – prima di prendere le strade delle savane e dei deserti.

Oggi rade carovane continuano ad attraversare il Sahara, anche se le sacche con l’oro non sono più sulla gobba dei dromedari. Ma il miraggio perdura nel deserto. Nei nomi, per esempio. Sui valichi dell’Atlante marocchino cominciano ad apparire i cartelli che elencano i giorni di cammello per Timbuctu. Un ammicco turistico, forse. Ma anche una traccia per luoghi da riscoprire. I lacerti della mura di Sijilmassa mandano ancora riflessi dorati al tardo pomeriggio. Il palmeto è sempre vasto, ma le foglie di palma paiono secche, impolverate, e appare meno rigoglioso di quello di Marrakech o delle oasi nella valle del Draa, più in là verso il Sud. Si aggirano per le rovine donne vestite di nero il cui velo lascia solo un occhio scoperto, un’eccezione per il liberale Marocco. I costumi perdurano ai margini del Sahara.

Sijilmassa, fin dal IX secolo, era una roccaforte degli Ismailiti Ibaditi, ramo dell’Islam tra i più intransigenti. Abilissimi mercanti però. Una cambiale vistata a Sijilmassa poteva essere riscossa a Aoudaghost, il grande centro carovaniero nel Sud della Mauritania, alle porte dell’impero africano del Ghana. Era l’altro capo della via, a migliaia di chilometri di distanza. Adesso ad Aoudaghost scavano gli archeologi, mentre il re del Marocco vorrebbe far rivivere con musei e giardini l’oasi di Sijilmassa (l’attuale dinastia regnante viene dal Tafilalt).

Se i regni berberi del Maghreb a Nord e gli imperi africani a Sud controllavano le partenze e gli arrivi, il deserto era – ed è ancora – dominio dei nomadi: i Tuareg, riuniti nei folti Kel, e i loro rivali, i razziatori Tubu, la «razza fossile» del Tibesti, rimasta isolata dal mondo moderno fino a pochi decenni fa. L’eco più forte viene dal nome di Timbuctu, la città dei Tuareg. Per gli europei, nell’800, sinonimo di altrove assoluto. Leone l’Africano riempie pagine con i suoi scettri d’oro e le sue moschee. Caillié, che la vide nella decadenza, rimase deluso dai suoi edifici di fango, stretti dal deserto. Oggi il deserto è ancora più vicino. I 700 mila manoscritti conservati nelle sue biblioteche sono a rischio di sgretolamento. Ma ogni anno, a gennaio, la città assopita si risveglia: le vie della musica convergono nei pressi di Timbuctu, musicisti tuareg e berberi dei Paesi africani confinanti e spaesate celebrità del rock s’incontrano nel «Festival au Desert», un raduno in cui vecchie canzoni carovaniere si mescolano con sonorità elettroniche. È l’occasione anche per celebrare la cosiddetta «Fiamma della pace», il grande falò del 1996 in cui vennero bruciati 3 mila fucili come simbolo per la fine della ribellione nel Nord del Mali.

È costellata di biblioteche la vecchia carovaniera della Mauritania: i mercanti si facevano mandare Corani miniati, con i caratteri vergati nel morbido stile mushafi ; pochi anni fa qui è stato ritrovato un manoscritto sconosciuto di Averroè. I muri ocra delle case di Oualata hanno le stesse decorazioni delle pagine dei libri. Oltre le biblioteche invase dalla sabbia, le piste nel deserto mauritano nascondono santuari più elusivi e segreti, le basi di al Qaeda. Sono gli stessi luoghi deiRibat degli Almoravidi, monasteri-fortezza di un ordine islamico guerriero che mise a sacco l’impero del Ghana e gli tolse il controllo delle miniere d’oro di Bambouk. Un impero empio, secondo gli Almoravidi, o una bizzarra sincresi religiosa, dove i fedeli si rivolgevano per le preghiera ad Allah verso il palazzo del re divino invece che in direzione della Mecca. Nel grande deserto, le vie dell’oro e della guerra santa, dei libri e delle ombre trascinate degli schiavi corrono una vicina all’altra.

Una Risposta to “Il deserto ha l’oro in bocca”

  1. facebook Says:

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