Fumava il sigaro e scriveva per il Papa

Silvia Guidi per “L’Osservatore Romano

Chissà se Guido Reni riuscirà a liberarsi dal vizio del gioco e Baldo, il suo allievo più giovane e fragile, capirà in tempo le trame di madonna Vittoria e di sua figlia Alberica, prima di restare intrappolato in un matrimonio infelice; le domande che oggi, a 144 anni di distanza, fanno scorrere in fretta le pagine digitali di un file di archivio alla ricerca delle puntate successive sono probabilmente le stesse che portavano i lettori, nel gennaio 1867, a cercare con gli occhi in fondo alla prima pagina de «L’Osservatore Romano» il titolo in grassetto della loro soap opera (ante litteram) preferita, Un episodio della vita di Guido Reni, di Antonietta Klitsche de la Grange.

Non sono poche le sorprese che riserva la lettura del nostro giornale di un secolo e mezzo fa; in mezzo a pubblicità di balsami, cosmetici e tinture per capelli, obbligazioni russe, calessi di seconda mano, navigazioni a vapore sul Nilo nell’Alto Egitto, lotterie organizzate per finanziare missioni e opere di carità, non mancano i romanzi d’appendice, che avevano lo scopo di attirare nuovi lettori e fidelizzarli — come si direbbe oggi — al periodico. Un genere considerato minore, quello del «fogliettone» (da qui il francese feuilleton) a fondo pagina, ma tenuto a battesimo dallo stesso Honoré de Balzac, che già dal 1831 lo ritenne un buon mezzo per creare l’attesa nel pubblico prima dell’uscita del libro completo in forma di volume. Grazie alla consuetudine di giornali e riviste di pubblicare racconti inediti a puntate sono nate opere come I miserabili di Victor Hugo, I misteri di Parigi di Eugène Sue, o I tre moschettieri di Alexandre Dumas padre.

Scorrendo i caratteri minuti — e a volte un po’ traballanti — dell’«Osservatore» ottocentesco e la prosa spedita e vivace dell’autrice, emergono storie a tinte forti, in cui i cattivi sono senza pietà nell’attuare i loro piani malvagi e i buoni affrontano le vicessitudini della vita con fermezza, coraggio e spirito di sacrificio, «sublimi nel contento, energici nel dolore»; personaggi a due dimensioni, privi di reale valore artistico, che riescono però a catturare l’attenzione del lettore grazie alla solida architettura dell’intreccio narrativo.

Il sorriso di sufficienza del lettore contemporaneo di fronte all’ingenua prosa ottocentesca lascia il posto ben presto alla curiosità di sapere, semplicemente «come va a finire», se avrà la meglio la scaltra Alberica, un’arrampicatrice sociale senza scrupoli, o Stefania, la giovane e bellissima fidanzata di Baldo, sprovveduta al limite dell’ottusità, protetta dalle oscure trame della famiglia Tibaldi da Renzi, l’allievo più promettente di Guido Reni, da sempre innamorato della ragazza ma pronto a rinunciare a lei per non tradire l’amicizia del giovane collega che lui stesso, qualche anno prima, aveva introdotto nella bottega del maestro bolognese.

Dialoghi e scene d’azione sono arricchiti da lunghe descrizioni di scorci della Roma del Seicento e, in ossequio all’oraziano delectando docere, non mancano i riferimenti a quadri e opere d’arte che i lettori di metà Ottocento potevano vedere nelle chiese della loro città, corredati da precise indicazioni a piè di pagina. Il lessico datato e lo stile desueto non intaccano la capacità di «agganciare» il lettore e calamitarne a lungo l’attenzione; Antonietta Klitsche de la Grange sosteneva di scrivere di getto senza rileggere il testo («dettava i suoi testi al primo alfabetizzato che gli capitava a tiro o buttava giù i pensieri come venivano, considerando la rilettura una specie di menomazione, un’ammissione di incapacità» conferma con una punta di ironia il pronipote Rodolfo Palieri) e in effetti i dialoghi mantengono spesso la vivacità del parlato.

Dalla sua penna uscirono una quarantina di romanzi, pubblicati a puntate su periodici come «L’amico delle famiglie» e «L’Arcadia» (su cui scrive con lo pseudonimo di Asteria Cidonia) e in seguito raccolti in volume dall’editore Vigoni.

Un episodio della vita di Guido Reni segnò l’inizio della collaborazione con «L’Osservatore Romano», il 2 gennaio 1867; la scrittrice continuerà ancora per molto tempo a inviare racconti a puntate, da Leone il muratore a Un romanzo fatale. Romanzesca è la stessa biografia di Antonietta, nipote di Maria Adelaide de la Grange e di Luigi Federico Cristiano di Hohenzollern (conosciuto dagli storici come Luigi Ferdinando) e figlia di Teodoro Klitsche de la Grange, giunto a Roma dopo la battaglia di Waterloo per prestare servizio sotto Pio IX e, in seguito, divenire comandante di brigata nelle truppe del re di Napoli.

Di Antonietta (che le cronache familiari descrivono come «un’alta valchiria bruna dai lineamenti marcati e dagli occhi scuri») si innamorò, corrisposto, lo zuavo pontificio Emanuel de Fournel, un ufficiale francese che, però, di lì a poco, sarebbe morto in combattimento a Viterbo, insieme al fratello. Da quel momento Antonietta si considerò «idealmente vedova, abbandonando per sempre ogni idea nuziale» e — aggiunge Palieri — «come George Sand, iniziò a fumare il sigaro» passando gran parte della sua vita «fra le miniere e i boschi della Tolfa» ad Allumiere, dove viveva il fratello Adolfo, geologo e archeologo.

«Visse nubile, scrisse molto, soffrì moltissimo, ora felice si riposa in Dio» si legge, in obbedienza alle sue ultime volontà, sulla sua tomba al cimitero del Verano.

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: