Dalla lotta alla mafia all’ultima pedalata, i miei venticinque anni accanto a Peppe

Falcone non parlava molto con i giornalisti, ma quando lo conobbe rimase affascinato dal suo modo di lavorare. Giorgio Bocca, seduto con lui nell’aula bunker al processo Andreotti gli chiedeva: “Ma tu come le sai tutte queste cose?”

Attilio Bolzoni per “la Repubblica

L’ultimo pezzo di strada che abbiamo fatto insieme è stato lungo venticinque anni. L’amico di una vita. Al giornale e fuori dal giornale. È cominciato tutto a Palermo tanto tempo fa e sarebbe ricominciato tutto un’altra volta a Palermo fra qualche settimana. A Peppe piaceva la mia Sicilia, Palermo lo rapiva. C’eravamo conosciuti prima ma amici siamo diventati dopo. Quando lui era già venuto in cronaca a Roma – da Napoli, dove prima era alla redazione di Paese Sera e poi corrispondente di Repubblica – e io stavo ancora laggiù a farmi mangiare dalla paura. Scrivevo di mafia. Solo Peppe aveva capito sino in fondo la mia solitudine e con la sua generosità aveva fatto capire a tutti gli altri cosa significava fare quel mestiere a Palermo. Era l’inizio del 1987, forse primavera. Sulla sua pelle c’erano ancora i segni di chi era sopravvissuto in terra di camorra. Lui il Natale di due anni prima l’aveva passato nel carcere di Carinola, arrestato per avere pubblicato un articolo su capi crimine e neri coinvolti nella strage del rapido 904. Uno scoop. Il primo di tantissimi altri scoop che hanno fatto la storia di Repubblica.

Viveva per quello Peppe. Era giornalista. Un vero giornalista. Con il carattere che aveva, la sua lealtà, il suo metodo – non a caso si era laureato in filosofia – era il migliore di tutti noi. Cronisti che viaggiavano nel profondo Sud per descrivere le facce sconce di coloro che se n’erano impossessati, denunciare i maneggi di quei politicanti amici dei boss. Ma Peppe andava sempre oltre, scavava di più, “vedeva” sempre più lontano. Arrivava su una strada per un omicidio eccellente o entrava in una stanza per intervistare qualcuno, con cura maniacale prendeva appunti, non perdeva mai tempo in cerimonie: “La palla: dobbiamo seguire sempre la palla”, mi diceva scherzando quando io o altri colleghi ci concedevamo una piccola distrazione.

Di questo suo stile – asciutto, rigoroso – se ne accorse un giorno Giovanni Falcone, uno che con i giornalisti non parlava molto. Diffidente com’era, fu una sorpresa per tutti scoprire che il giudice istruttore più famoso e più guardingo d’Italia era rimasto affascinato da Peppe. “Proprio tu che sei napoletano?”, lo prendevamo in giro noi amici siciliani, sempre superbi nei confronti degli altri meridionali. Sarà stato anche napoletano ma Falcone intuì che lui aveva capito tanto della Sicilia. E sapeva quanto era svelto di cervello, intransigente, determinato. Così Peppe cominciò a scendere sempre più spesso a Palermo. Per la Tangentopoli siciliana che scoppiò prima di quella milanese, per gli intrighi dei reparti speciali contro la procura di Caselli, per rintracciare i grandi pentiti di Cosa Nostra. Memorabile la sua intervista a Tommaso Buscetta appena tornato dagli Usa, firmata a quattro mani con Eugenio Scalfari.

Le incursioni a Corleone per ricostruire la vita di Totò Riina, le sue denunce sul sistema giudiziario corrotto, i commenti incisivi sui pentiti manovrati. E poi le cronache delle udienze al processo Andreotti, con Giorgio Bocca seduto nell’aula bunker che lo guardava stupefatto e gli chiedeva: “Ma tu, come le sai tutte queste cose?”. Peppe si lisciava il baffo folto e cominciava a raccontare i retroscena dell’ultimo mistero palermitano, il vecchio Bocca ogni tanto scriveva qualcosa su un quaderno e poi a cena lo tormentava con le domande. Aveva fonti di primissima mano. Ed era autorevole con le sue fonti. Da Palermo si spostava a Milano, scendeva nella sua Napoli, tornava in Sicilia. Quando uccisero Giovanni Falcone è come se avesse perso un fratello.

In quei mesi c’era Palermo ma c’era anche Milano. Il pool di Mani Pulite, le inchieste sulla corruzione, i ritratti dei grandi protagonisti. Tutti pezzi in prima pagina con la sua firma. Un passo sempre avanti agli altri. Un giorno mi chiama e dice: “Devi venire subito a Roma”. Era il 19 marzo del 1994. Anche quella volta Peppe aveva la notizia. Il giorno dopo Repubblica titolò in prima pagina: “Quell’affare di mafia e mattoni”. Aveva ricevuto la notizia giusta: qualcuno faceva il nome di Silvio Berlusconi alla vigilia della sua “discesa in campo”. E raccontava di latitanti “in una tenuta fra Milano e Monza” amministrata dal boss di Publitalia Marcello Dell’Utri, degli “interessi” palermitani del Cavaliere, delle sue frequentazioni sospette. Era l’inizio di quell’indagine infinita su Berlusconi e la mafia che è ancora sospesa. È stato Giuseppe D’Avanzo a cominciarla. E a continuarla poi sul fronte di Milano, le dieci domande a Berlusconi su Noemi Letizia, gli altri scoop su Ruby. E poi sempre a fare da cane da guardia al potere. Su Gladio e Telekom Serbia, sul Nigergate e il rapimento di Abu Omar.

Con Carlo Bonini aveva scritto un libro sul mercato della paura e la guerra al terrorismo islamico, con lui avevo pubblicato tre libri negli anni ’90 su mafia e dintorni. L’ultima nostra passione erano le bici da corsa. Dove avremmo mai potuto passare le vacanze pedalando? In Sicilia, naturalmente. Ma Peppe ieri mattina se n’è andato, sulla strada che ancora una volta facevamo insieme per raggiungere una montagna dove non eravamo stati mai.

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