Andrea Camilleri, Pirandello contro il Gattopardo

Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936; Nobel per la Letteratura nel 1934) in un disegno di Paolo Galetto

Nel romanzo I vecchi e i giovani un personaggio ricorda il principe di Salina. Ma lo scrittore, a differenza di Tomasi, non ne condivide lo scetticismo verso la nuova Italia unita

Il brano che pubblichiamo in questa pagina è tratto dall’introduzione scritta da Andrea Camilleri per una nuova edizione di I vecchi e i giovani , il romanzo meno conosciuto del suo concittadino Luigi Pirandello, che esce oggi per Rizzoli (pp. 454, 8,90). Il libro, a cui il drammaturgo lavorò dopo lo scandalo della Banca Romana e la repressione nel sangue dei Fasci siciliani, racconta la fine delle speranze risorgimentali, con una implacabile denuncia della corruzione e del trasformismo della classe politica italiana. È un doloroso omaggio alla «sicilianitudine», ma soprattutto un congedo dall’epopea del Risorgimento e dai sogni coltivati dall’autore nella sua giovinezza. Un romanzo vasto (l’opera più lunga e complessa di Pirandello) che intreccia una molteplicità di personaggi e di situazioni. Tra i personaggi principali spicca don Ippolito Laurentano, un principe rimasto fedele al Regno delle Due Sicilie anche dopo l’Unità, che vive ritirato nel suo feudo di Colimbètra, circondato da un piccolo esercito privato che indossa la divisa borbonica.

Andrea Camilleri, da “La Stampa

Il giovanissimo Pirandello, prima di partire per Bonn e lì laurearsi, aveva manifestato forti simpatie verso il radicalismo, verso un socialismo più letterario che politico, ferma restando comunque la sua inattaccabile fede patriottica. Rientrato in Italia, ed essendo nel frattempo diventato legale il partito socialista, fino a quel momento fuori legge, Pirandello aveva ripreso i contatti coi suoi amici di tendenza radicale, ora diventati in gran parte socialisti a pieno titolo.

Alle elezioni del 1892 non esita a far parte del comitato elettorale di Giuseppe Salvioli, docente universitario a Palermo e candidato dei Fasci, al quale inviò da Roma, dov’era andato a vivere, un telegramma così concepito: «Se voti animo andassero urna, i miei soli assicurerebbero trionfo professor Salvioli». Il quale, però, non venne eletto.

«Pirandello» scrive Gaspare Giudice nella sua esaustiva biografia «odiò la repressione antisicilianadel governo, ma stranamente, almeno in un secondo tempo, quando scrisse I vecchi e i giovani , prosciolse il Crispi dalla responsabilità degli eccidi e delle violenze. Nel romanzo, cioè intorno al 1908, sembra partecipe del riflusso delle simpatie nazionalistiche nei riguardi del Crispi, e gli eleva lodi incondizionate».

Pirandello in politica fu sempre ondivago, anche rispetto al fascismo finì col comportarsi in maniera contraddittoria.

In realtà egli, di fronte alla politica, aveva reazioni non tanto razionali quanto piuttosto emotive, superficiali, addirittura viscerali, perché non era in grado di penetrare in profondità nei problemi, né tutto sommato gliene importava molto, completamente immerso com’era in se stesso e interessato solo alle vicende dei suoi personaggi.

Fu proprio lo scandalo della Banca Romana a fargli nascere la convinzione dell’esistenza delle due generazioni contrapposte. «Schema» nota sempre Giudice «criticamente superficiale, ma suggestivo e custodito a lungo nel cuore».

«E certamente la più autobiografica (a livelli coscienti e subcoscienti)» scriverà ancora Sciascia a proposito di quest’opera. Tra il 1947 e il 1952 il professor Calogero Ravenna si dedica a un’attenta opera di identificazione dei personaggi de I vecchi e i giovani con persone realmente esistite. In altre parole, si tratta di sostituire con veri nomi anagrafici quelli di fantasia che Pirandello, certamente per ragioni d’opportunità, aveva assegnato ai personaggi. Questa ricerca, apparsa su periodici locali agrigentini, non sfugge a Leonardo Sciascia che, dopo averla sottoposta ad attento controllo, ne conferma la validità. […]

Queste identificazioni concorrono a far sbiadire l’etichetta del romanzo storico che, pure per Sciascia, è una semplice scorza dentro la quale «ribolle a fonderla il magma autobiografico».

Ma a ribollire, nel magma, a far da indispensabile elemento legante è il sentimento di una bruciante e difficilmente attenuabile disillusione.

Si era voluta e pagata «a prezzo di lunghi martirii e di sangue» l’Unità, la si era amata di un amore appassionato e quindi la disillusione successiva era stata pari a quella di un tradimento amoroso. Si era ardentemente sperato che l’Unità realmente avesse significato la liberazione della Sicilia dalla miseria dei contadini, la prosperità dei commerci, il sorgere di piccole attività industriali. Nulla di tutto questo accadde, anzi una serie di leggi improvvide stroncò quel poco che ancora restava, si chiusero i telai, non furono presi provvedimenti governativi a favore delle miniere o della pesca o dell’agricoltura.

Ma la disillusione di Pirandello si estende anche ai riformatori socialisti, che portano alla sconfitta dei Fasci per un eccesso di leggerezza, mancando di una strategia adeguata e di un reale controllo sulle masse.

Perciò «amarissimo» definisce Pirandello, e a ragione, il suo romanzo.

In conclusione, inevitabile è un raffronto tra due principi siciliani, don Ippolito Laurentano de I vecchi e i giovani e il principe di Salina de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Com’è stato già detto, don Ippolito fa del suo feudo di Colimbètra uno scampolo del Regno delle Due Sicilie, un’oasi borbonica, guardata da un manipolo di venticinque uomini in divisa borbonica comandato da un caporale, Sciaralla, che si dà arie di capitano. E certamente il principe non è disposto ad avere contatti coi rappresentanti del governo italiano.

Il principe di Salina, invece, accoglie benevolmente il cavaliere Chevalley, inviato da Torino per proporgli d’accettare la nomina a senatore, ma rifiuta cortesemente, adducendo quelle ragioni che sono diventate un passo classico del romanzo.

Tutti e due, insomma, si sottraggono alla partecipazione alla vita politica. Ma è assai diversa, anzi opposta, la posizione dei due autori nei riguardi di questo rifiuto dei loro personaggi.

Mentre Tomasi di Lampedusa sembra sostanzialmente convenire con le ragioni del principe di Salina, e non poteva essere diversamente dato il comune lignaggio, Pirandello è fortemente critico, e non poteva essere diversamente date le sue profonde convinzioni unitarie.

Infatti, nel romanzo di Pirandello, c’è un episodio estremamente indicativo. Quando Sciaralla, a cavallo della mula Titina, esce da Colimbètra per andare a fare la spesa o per recarsi a Valsanìa, immancabilmente s’imbatte in Marco Prèola, figlio scapestrato del segretario del principe, il quale gli canta una canzoncina da lui composta che comincia così: «Sciarallino, Sciarallino, dove vai con tanta boria, sul ventoso tuo ronzino? Sei scappato dalla storia, Sciarallino, Sciarallino?».

Ma a scappare dalla storia, su quel ventoso ronzino, sembra dire Pirandello, non c’è solo Sciaralla, ma anche il principe Laurentano e il principe di Salina e con loro quasi tutta la nobiltà siciliana, che o non capì la grande occasione che veniva loro offerta o non la volle capire.

Forse se la borghesia illuminata e la nobiltà si fossero venute a trovare dalla stessa parte della barricata…

Ma la Storia, è risaputo, non si fa con i se.

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