Duecento anni per riscrivere la Bibbia

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

GERUSALEMME — E Mosè disse: l’Altissimo disperse il genere umano «secondo il numero dei figli di Dio». Disse proprio così, nel Deuteronomio. Il numero dei figli di Dio. Ovvero tante divinità, non una sola. Un elemento di politeismo. Questo sembrano raccontarci oggi i Rotoli del Mar Morto, i più antichi manoscritti della Bibbia. Ma questo non ci tramandarono i masoreti, gli scribi che verso la fine del primo Millennio rilessero, ridiscussero, corressero il Vecchio Testamento. Si capisce: il politeismo era un concetto incompatibile, inaccettabile, insostenibile nel canto di Mosè. E allora, zac: invece d’interpretare, di dare una lettura teologica a quel passaggio, meglio tagliare, sbianchettare con un po’ di monoteismo. E ricopiare in un altro modo: «Secondo il numero dei figli d’Israele», settanta come le nazioni del mondo, diventò la versione giunta fino a noi. Un ritocchino: «Come ne sono stati fatti parecchi — dice il biblista Rafael Zer della Hebrew University di Gerusalemme —. Per i credenti, la fonte della Bibbia è la profezia. E la sua sacralità rimane intatta. Ma noi studiosi non possiamo ignorare una cosa: che quelle parole sono state affidate agli esseri umani, sia pure su iniziativa e con l’accordo di Dio. E di passaggio in passaggio, gli errori ci sono stati e si sono moltiplicati…».
Una parola, la Parola. Sulla Bibbia si giura e si prega, nella Bibbia si spera e si crede. Ma quale Bibbia? Il Pentateuco Samaritano, la versione dei Settanta, la Vulgata, la Bibbia di Re Giacomo? Su uno dei più alti colli gerosolimitani, in una delle più grandi biblioteche del mondo, nella Hebrew University che fondarono Einstein e Freud, nel silenzio degli ulivi e al riparo da ogni curiosità — se chiedete al bidello dove si riuniscono, allarga le braccia e non sa dirvelo —, c’è un team di biblisti che da 53 anni ha l’ambizione di pubblicare l’ultima, definitiva, incontestabile stesura del Vecchio Testamento. «The Bible Project», l’Accademia della Bibbia. Decine d’esegeti, in gran parte ebrei, ma in consultazione costante coi colleghi delle università pontificie e di Friburgo. Riunioni mensili. Bollettini interni e totalmente riservati. La raccomandazione di non parlarne troppo in giro. Secondo un progetto tanto ambizioso quanto lento: in mezzo secolo sono usciti solo tre libri sui 24 della Bibbia ebraica (39 per i cristiani, che li contano in modo diverso), un quarto e un quinto sono imminenti. L’ultimo componente dell’originario comitato scientifico è morto poco tempo fa a 90 anni. E l’intera opera, si prevede, non finirà prima di due secoli: intorno al 2200, o giù di lì.
«È un lavoro enorme», spiega don Matteo Crimella, studioso milanese dell’Ecole Biblique vicina alla Porta di Damasco, che conosce il progetto: «Si riparte dal Codice di Aleppo, il più antico manoscritto masoretico, per offrire un testo critico con tutte le varianti possibili. La novità è che si tiene conto dei manoscritti di Qumran, facendo un salto di mille anni rispetto al Codice di Leningrado che è sempre stato la base di tutti gli studi. E si censisce, si compara il materiale disponibile in ogni parte del mondo». L’evoluzione della Parola attraverso i millenni.
Compulsando manoscritti ebraici, notazioni certosine, traduzioni greche, siriache, latine, copte, etiopi, papiri egiziani, edizioni veneziane cinquecentesche, testi pisani, amanuensi samaritani, rotoli in aramaico, perfino citazioni del Corano…
Picconando le certezze degli ultraortodossi che credono in una sola Parola divina, inalterata e inalterabile. Ogni pagina ha una riga di testo e una serie d’apparati: la traduzione alessandrina più antica, le lezioni basate sui testi del Mar Morto, le citazioni rabbiniche e del Talmud, le differenze di vocalizzazione, il commento. Facendo risaltare evoluzioni, correzioni, censure. Alcune volute, altre casuali. «Si sa che ogni testo biblico tramandato a mano o sotto dettatura non è mai uguale — spiega il professor Alexander Rofe, israeliano nato a Pisa, per quarant’anni docente della Hebrew University —. I testi del 400 a.C. erano come un imbuto rovesciato: per una parola che entrava, ne uscivano molte di più. Ma due secoli e mezzo dopo, accadde l’inverso. L’imbuto si rovesciò nell’altro verso. E nel Tempio qualcuno disse: ecco, questo è il testo ufficiale. Da lì, tutti i libri vennero corretti. E se un libro era molto divergente, non potendolo distruggere, lo si seppelliva. Fu in questo modo che si cominciò a riflettere sulla Sacra Scrittura, ma senza preservarla».
Una palingenesi di secoli. Così diventò la Bibbia. Dove a correzione s’aggiungeva correzione. Dove qualche setta ci metteva del suo. Dove i tardo-bizantini segnalarono le precisazioni ortografiche. Tanto che, verità ormai consolidata, il Vecchio Testamento che leggiamo oggi non è quello che leggevano in origine.
Nel Libro dei Proverbi, per esempio, quando una versione dice che il giusto è «saldo nella sua integrità», un’altra parla della «sua morte», introducendo un concetto d’aldilà caro ai Farisei: i due termini, molto simili, sono egualmente illustrati da «The Bible Project» con tutte le possibili interpretazioni. Altri casi? Il Libro di Geremia, hanno concluso i biblisti della Hebrew University recuperando frammenti qua e là, è più lungo d’almeno un settimo rispetto alla versione generalmente accolta. Con differenze non notevolissime, ma comunque differenze: alcuni versi, che riguardano una profezia sulla presa babilonese del Tempio, più che una profezia sembrano un’aggiunta successiva, a fatti compiuti.
L’Accademia della Bibbia di Gerusalemme non è sola. Progetti paralleli, e altrettanto autorevoli, procedono in Germania e a Oxford. Ma nessuno sembra avere la stessa pretesa di completezza e di monumentalità. «Di sicuro, siamo di fronte alla più estesa edizione critica del Vecchio Testamento mai tentata nella storia», certifica il professor David Marcus, del Seminario teologico ebraico di New York, sostenitore del progetto. Nel 1958, quando Michael Segal riunì per la prima volta il comitato di studi sulla collina della città sacra alle tre religioni, annunciò che «quello che stiamo facendo dev’essere nell’interesse di chiunque abbia interesse alla Bibbia». Nemmeno lui profetizzò tanta difficoltà e lentezza, anche se poteva immaginarlo: niente sarebbe stato facile, per recuperare gli antichi documenti. Mentre parlava, da Aleppo arrivò in Israele il famoso Codice su cui cominciare gli studi. Per miracolo, era stato salvato dall’incendio d’una sinagoga siriana. E di contrabbando, nascosto dentro un elettrodomestico e sotto uno strato di latticini, a riportarlo nel mondo dei biblisti era stato un messaggero che nessun Malachia o Isaia avrebbe mai profetizzato: un commerciante di formaggi.

Il Talmud all’epoca di Internet

Ida Bozzi per “Il Corriere della Sera”

L’ intreccio tra memoria e tecnologia è il tema chiave della XII edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, «Ebr@ismo 2.0: dal Talmud a Internet», il 4 settembre, cui aderiscono ventisette Paesi europei e che in Italia sarà celebrata in 62 città, con Siena capofila. La manifestazione, coordinata in Italia dall’Ucei, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, oltre alla tradizionale apertura di sinagoghe, musei, ex ghetti e giudecche, proporrà spettacoli, dibattiti e inoltre eventi dedicati alla cultura dell’ebraismo nell’epoca di Internet, dalle risorse online fino agli archivi telematici della memoria (programma sul sito http://www.ucei.it/giornatadellacultura/. Le iniziative europee si possono vedere su http://www.jewisheritage.org). Proprio a Siena l’anteprima del 3 settembre, con lo spettacolo «Il Padre E’… Terno» con Eugenio De’ Giorgi (ore 21.15, piazza del Mercato), mentre sempre nella città toscana la giornata di domenica 4 sarà inaugurata con l’apertura della sinagoga di vicolo delle Scotte, ospiti anche il presidente dell’Ucei Renzo Gattegna e quello della Comunità ebraica Guidobaldo Passigli (ore 11.15).
Già dalla mattinata, tra stand librari e punti di degustazione, nella piazza anche le isole digitali per esplorare le risorse web, dai portali di cultura ebraica, alle immagini di Youtube e Flickr, fino alle gallerie virtuali a cura dell’Istituto per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane/Progetto Judaica Europeana. Nel pomeriggio la piazza sarà animata dal Theatral Talk con David Parenzo, Moni Ovadia e Massimo Caviglia (ore 16) e dalla lectio «Il mondo che viene» del biblista Haim Baharier sull’incontro tra una cultura antica e il mondo del futuro (ore 18). Inoltre, centinaia di libri saranno messi in circolazione in punti bookcrossing in tutt’Italia.

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Una Risposta to “Duecento anni per riscrivere la Bibbia”

  1. Ivano Dorizza Says:

    Abbiamo fatto innumerevoli trasmissioni e conferenze per spiegare l’inaffidabilità delle scritture bibliche. Abbiamo ripetuto per decenni e con esempi pratici, che attraverso un’infinità di riscritture, manipolazioni e volute falsificazioni, i preti hanno reso questo primitivo testo (primitivo in tutti i sensi), totalmente inaffidabile. Ricordo che la Bibbia non è un libro omogeneo e coerente, ma un’insieme di racconti scritti in varie epoche storiche, raccolti in un’unico contenitore, la Bibbia appunto; racconti oggi talmente compromessi e inaffidabili, perché, ripetiamo, riscritti e rivoltati un’infinità di volte e manipolati e adattati a più non posso. Speriamo che questo imponente studio degli studiosi della Hebrew University, dia alla originaria struttura archeologica biblica, lo smalto originale.

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