Clorinda, morte a credito

Adriano Prosperi per “Il Sole 24 Ore

I lettori ricorderanno la scena della morte di Clorinda nella Gerusalemme Liberata: la guerriera musulmana che nasconde il suo sesso sotto l’armatura da cavaliere si è scontrata in duello col cavaliere cristiano Tancredi, è stata sconfitta e ferita a morte. In punto di morte avviene il disvelamento o meglio la metamorfosi: dall’armatura del valoroso guerriero esce una dolcissima figura di donna, al posto del maomettano “infedele” ci troviamo davanti a una cristiana, l’amore subentra all’odio, la pace alla guerra. E la metamorfosi raggiunge il culmine con la conversione religiosa e con la morte: l’acqua del battesimo trasforma il feroce nemico nella neofita destinata alla vita del Paradiso. Le ultime parole di Clorinda sono di perdono, un perdono donato a chi la uccide e a lui richiesto: «Amico, hai vinto. Io ti perdon…Perdona / Tu ancora, al corpo no, che nulla pave. / A l’alma sì: deh! Per lei prega, e dona / Battesmo a me, ch’ogni mia colpa lave» .
Siamo davanti a una metamorfosi cristiana. Le metamorfosi pagane narrate da Ovidio che avevano goduto una ininterrotta presenza tra le letture fondamentali delle culture europee, erano mutamenti strani e meravigliosi di corpi: quella cristiana narrata da Torquato Tasso è una trasformazione complessa, che insieme all’improvviso disvelamento di un corpo diverso comporta un mutamento radicale di fede religiosa e di sentimenti, dall’odio di un combattimento mortale al perdono dato e domandato. La scena di Clorinda morente e battezzata ebbe un successo straordinario di lettori, divenne immediatamente un soggetto per la pittura, per la musica (con Claudio Monteverdi), entrò nei repertori dei cantastorie popolari e nella sapienza senza tempo dei proverbi. Ma proviamo a immergere la saggezza immemoriale ricavata dalla poesia nella realtà storica che l’ha prodotta, di cui si è nutrita e che da lì ha tratto l’incentivo a durare e a ripetersi. Proviamo insomma a leggere la pagina di Tasso come un modello di azione sociale. C’era allora un tipo di azione che dava vita a metamorfosi simili a quella di Clorinda sulle piazze delle città italiane e di buona parte dell’Europa: era il rituale delle esecuzioni capitali, cioè la morte per via di giustizia, che trasformava le figure del male in figure fraterne, benevole e protettive. Quel rito si era venuto strutturando nel tempo lungo dei secoli del tardo Medioevo. La pena di morte aveva fatto il suo ingresso nel sistema delle pene sconfiggendo senza difficoltà le resistenze di piccoli nuclei di fedeli alla norma biblica del non uccidere e al precetto evangelico del perdono. Uccidendo ladri e assassini, eretici e ribelli non si infrangeva il precetto cristiano che aveva sostituito quello dell’occhio per occhio e del dente per dente. Bastava ricorrere alla distinzione fra corpo e anima. Così la pena di morte si rivelava non solo lecita ma provvidenziale: il condannato a morte poteva scambiare la morte del corpo con la salvezza eterna dell’anima convertendosi, chiedendo perdono del male fatto e perdonando chi lo uccideva. Intorno a questo nucleo elementare fu costruita nel tempo una imponente architettura di simboli e di pratiche sociali: eretici e nemici politici, ladri, assassini, streghe e infanticide, in una parola l’intera casistica del crimine religioso e sociale, figurò così nei registri di confraternite che tennero rigorosa amministrazione del cerimoniale pubblico e attenta memoria dei colloqui notturni coi condannati.
Grazie a uno straordinario investimento di risorse l’omicidio legale trovò la sua sede nei luoghi più eminenti della città cristiana e si trasformò in un potente strumento di governo delle emozioni collettive. L’offerta del battesimo per i non cristiani e quella della confessione per i già battezzati garantiva loro che si sarebbero presentati davanti a Dio mondi da ogni colpa. Il corpo, altrimenti destinato a essere oggetto di esecrazione e di ignominia e abbandonato ai cani, poteva trovare sepoltura in terra benedetta. L’unica condizione era che si accettasse la condanna presentandosi pentiti e perdonanti e offrendo così agli astanti un esempio da seguire. L’offerta di perdono cancellava la colpa del condannato insieme a quella di chi gli toglieva la vita.
Il modello poetico di Clorinda svela la natura del patto che si chiedeva al condannato di sottoscrivere: la sua diversità religiosa e sociale doveva sparire, sostituita da un’adesione alla cultura cristiana siglata col sangue versato sul patibolo. Era in grazia di quel sangue che poteva avvenire la metamorfosi, perché così il condannato si trasformava in una figura se non di Cristo stesso almeno del «buon ladrone» morto in croce accanto a Gesù. Il corpo sociale e politico che espelleva il condannato con la sentenza di morte ma era disposto a reintegrarlo se si convertiva, era tenuto insieme proprio dal sangue versato da Cristo e diventato il sacramento dell’altare: era quel sangue che teneva unita la cristianità come un corpo fraterno. Ma era anche quella stessa unità di fratelli di Cristo e figli del Padre che la opponeva tutta insieme ai suoi nemici: gli eretici, gli ebrei, i musulmani, e tutti coloro che attentavano all’unità e ai beni del corpo sociale. Chi non si convertiva non aveva posto né da vivo né da morto nella società cristiana.
La costruzione del rito religioso e giuridico del sacrificio umano fu un fenomeno complesso e richiese un grande investimento culturale nelle città e nei borghi italiani che furono la sua culla d’origine. La stratificazione delle sue componenti doveva sciogliersi in tempi diversi. Se Cesare Beccaria potè muovere il suo celebre attacco alla pena di morte fu solo perché la fede nella vita futura era stata messa in crisi dalla ragione illuministica. Lo strato più durevole fu l’istanza del perdono che continuò ad aleggiare a lungo nel mondo dei delitti e delle pene, fino alle forme banalizzate che assume oggi nel giornalismo della cronaca nera.

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