Vettor Pisani, vita e morte di un artista drammatico

Roberto Gramiccia per “Liberazione

E’ passato qualche giorno dalla scomparsa di Vettor Pisani, un artista importante che ha lasciato una traccia profonda nella storia dell’arte degli ultimi quaranta anni almeno. Le circostanze della sua morte sono state drammatich. E’ stato ritrovato, infatti, appeso a delle corde usate per costruire le sue installazioni (non lacci di scarpa come quasi tutti hanno sostenuto), chiuso nel bagno dell’appartamento della sua casa romana di Testaccio. Il tempo passato non allenta lo sgomento e il dispiacere per una così grave perdita per la cultura italiana. Consente tuttavia – crediamo – di considerare a mente più fredda un fatto tragico che, nell’imminenza dell’evento, è stato molto commentato dalla stampa e non sempre in modo esemplare.
Vogliamo attribuire all’emozione del momento certe forzature interpretative e certi rigurgiti retorici che hanno caratterizzato i molti pronunciamenti di addetti ai lavori che non hanno resistito alla tentazione di cavalcare l’emozione di un evento così tragico, consumatosi nel più brutale e spiccio dei modi (modo che denota una lucidità e una forza poco comuni). E così le interpretazioni sull’ “ultima performance”, sul gesto estremo estetizzante e pagano, sull’ultima testimonianza di una concezione del mondo solipsistica e dandy o peggio esotericamente mortifera sono affiorate inopportunamente fra commenti più misurati e sobri.
Di fronte a un suicidio si perde spesso l’occasione di tacere. Anche in questa circostanza questa occasione da molti è stata persa. All’inizio, proprio a sottolineare la succosa tentazione che il suicidio di un personaggio così anticonvenzionale forniva di costruire leggende artistiche metropolitane, era girata la voce che Vettor Pisani si fosse dato la morte tagliandosi le vene, come gli antichi stoici, in una vasca da bagno riempita di acqua calda. Questo la dice lunga sull’atteggiamento mentale di che vuole tirare fuori a tutti i costi “la sua verità”, meglio se sensazionalistica e coerente con gli stereotipi più vieti.
Noi non vogliamo partecipare alla gara a premi per eleggere il campione della più cruda delle performance di Body art. Anzi, ci pare che le modalità della morte alludano alla smisuratezza di un dolore che ci sorprende e ci commuove, accanto al coraggio estremo di un atto fortemente voluto. Niente teatro quindi. Nessuna performance. Ma solo il mistero imperscrutabile di una fine cercata e ottenuta, che riporta alla mente le morti poco estetizzanti (rifiutiamo l’idea della morte come opera d’arte) quali quelle di personaggi come Renato Caccioppoli, Francesco Lo Savio, Luigi Tenco, fino all’ultima del grande Monicelli. Senza contare altri suicidi “consumati lentamente” come quelli di Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano.
Detto questo non c’è dubbio che, come accadde in Pavese appunto, in Pisani l’idea della morte (e quella del ritorno all’utero materno) fu centrale, come fondativo fu il suo rapporto spirituale con Gino De Dominicis, un altro grande artista che con la morte ebbe una relazione del tutto particolare. Non c’è dubbio che le polarità dello sberleffo, dell’irrisione e quella estrema (e opposta) del definitivo “dopo e per sempre” fossero gli estremi di un territorio nel quale presero forma le sue invenzioni. Tutto questo va ricordato. Ma tutto questo non autorizza la lunga teoria di semplificazioni opportunistiche di chi, non sapendo, mostra di sapere.
Piuttosto ci viene naturale interrogarci su quanto l’intellighenzia che oggi tanto si esercita nella decodificazione di un gesto (che andrebbe solo rispettato) si sia ultimamente occupata di un artista così significativo. Il nostro piccolo giornale lo ha fatto recensendo, nel marzo scorso, la mostra che Massimo Riposati ha ospitato nella sua Galleria Romana dal titolo “Carpe Diem”. Quanti altri lo hanno fatto? Saremmo lieti del contrario, ma in quell’occasione la stampa, tranne qualche eccezione, non si è fatta in quattro per cogliere un’occasione utile per celebrare un artista di ormai 77 anni che tanto ha dato all’arte italiana. Vettor Pisani era nato a Ischia, anche se sul suo luogo di nascita esistono notizie non collimanti, ma era legato a Roma. E non c’è dubbio che Roma non sia stata all’altezza di un rapporto di amore e di complicità che alla fine non ha dato a Vettor Pisani nulla a confronto del molto che lui aveva dato a Roma e all’Italia.
La stessa cosa è successa a Franco Angeli, a Tano Festa, a Francesco Lo Savio e a tanti altri.
Vettor Pisani è stato artista, architetto, scrittore e commediografo. Trasferitosi da Napoli a Roma, nel 1970 tiene presso la galleria La Salita la sua prima personale: “Maschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duschamp”. Sin dall’inizio, le dottrine esoteriche, la filosofia ermetica, la dottrina dei Rosacroce, i riferimenti al mistero della sfinge, del labirinto e al mito di Edipo e l’attenzione iniziatica alla figura di Duchamp infiltrano il tessuto della sua creazione. Creazione complessa, ambiziosa e misteriosofica, individualista e indisponibile alla condivisione dei riti di massa dell’arte pop, che pure tanta influenza aveva avuto in Europa. Fra le opere esposte c’è “Suzanne in uno stampo di cioccolato” (cioccolato vero sul quale pende un peso per esercizi ginnici) e “Carne umana macinata”, carne macinata davvero che finisce per imputridire durante la mostra. Come si vede: il teatro di un’irritualità eversiva e graffiante che si presentava senza timidezze. Nello stesso anno all’artista venne attribuito dalla Galleria Nazionale d’arte moderna il premio Pino Pascali.
Di seguito, verranno il teatro e le scenografie. Le mostre internazionali, le molte biennali e le quadriennali, Kassel, il Guggenheim sino alla celebre “Terrae motus di Ercolano” e tanto altro ancora fino alla mostra da Riposati e a quella ancora in corso alla Fondazione Morra di Napoli, prolungata fino a novembre.
Come molti artisti postmodern, Pisani ha sempre lavorato al tema dell’arte come materia prima sulla quale vampirescamente affondare i canini, per succhiare quel sangue necessario a ri-alimentare l’eterno gioco dell’arte, spregiudicatamente, drammaticamente. Egli si considerava «un artista drammatico, anzi, forse l’unico artista drammatico che esiste in Italia». La sua fine sembra il sigillo di questa affermazione. I suoi teschi, gli eroi mitologici, gli specchi, gli alambicchi, i triangoli e i pianoforti, le sfingi e le piramidi, i pianoforti e i busti classici, i lunghi nasi dedominicissiani e tanto altro ancora affollano la scena di un passaggio inquieto che ha avuto il pregio di non essere banale mai. Che ha avuto il merito di “esagerare” nel tempo in cui tutti o quasi hanno tirato i remi in barca.
C’era un posto che a Vettor Pisani piaceva più degli atri: il cimitero acattolico di Roma, quello in cui riposa Antonio Gramsci. Osservare quel posto, diceva lui, gli dava pace. Speriamo che oggi quella pace lo ristori. A noi il compito di ricordarlo come merita, senza le dietrologie e le false sicurezze di chi è abituato a dare risposte senza farsi domande.

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