Gemelli che confondono le idee

Josef Mengele

Guido Barbujani per “Il Sole 24 Ore

Nel libro di Jorge Camarasa “Mengele. L’angelo della morte in Sudamerica” troviamo criminali nazisti in fuga, inquietanti esperimenti scientifici, sonnolenti villaggi di confine e una generazione di creature concepite in laboratorio per una finalità mostruosa. Un thriller affascinante e piuttosto ben raccontato. Ma sarà poi vero?
A qualcuno torneranno in mente I ragazzi venuti dal Brasile, il romanzo di Ira Levin o il film con Gregory Peck. Josef Mengele, già ufficiale medico ad Auschwitz, crea in Brasile decine di cloni del Führer, e li fa crescere in famiglie identiche a quella di Hitler. Perché i ragazzi restino, come Hitler, orfani a quattordici anni, bisogna però assassinare i padri, e qui non svelerò la sorpresa finale. Il nome del protagonista è reale, ma la storia immaginaria. Siamo nel regno della fiction.
Jorge Camarasa, giornalista e storico argentino, pensa però che questa fiction somigli molto alla realtà, e che Mengele abbia davvero cercato di produrre una razza eletta nel sud del Brasile. E così va a cercarne le prove a Cândido Godói: un villaggio noto per l’alta incidenza di parti gemellari. Ce ne sono così tanti, di gemelli, che ogni due anni si fa una festa: si eleggono reginette di bellezza, si vendono boccette di un’acqua che garantirebbe un’eccezionale fertilità. Secondo il dottor Silva, dell’ospedale locale, il fenomeno «sfugge a qualsiasi spiegazione razionale». Anzi no, una spiegazione ci sarebbe: negli anni Sessanta arriva Josef Mengele e cominciano i parti gemellari. Può essere, ci chiede Camarasa, solo una coincidenza?
Mengele aveva studiato antropologia e medicina. Sfuggito all’Armata Rossa, si nasconde in Germania e a Roma, per sbarcare a Buenos Aires nel 1949 con un passaporto della Croce Rossa intestato a Helmut Gregor. Sotto Peron la vita gli sorride: nel 1956 smette di nascondersi, ma poco dopo la situazione precipita: i servizi segreti israeliani identificano e rapiscono Eichmann, e Mengele capisce che adesso toccherà a lui. Deve sparire. Ripara in Paraguay, forse in Brasile. Gli abitanti di Cândido Godói discendono da coloni tedeschi: è il posto ideale, secondo Camarasa, per nascondersi e mettere in pratica le sue conoscenze sui parti gemellari.
Ma cosa voleva farsene Mengele di tutti quei gemelli, e in che modo sarebbe stato capace di indurre la loro nascita? Camarasa non ce lo dice, chissà se se l’è chiesto. Se l’avesse fatto gli sarebbe venuto qualche dubbio.
Produrre copie geneticamente identiche di Hitler (o di chiunque altro) è una forma di clonazione, e per clonare un individuo bisogna introdurre il nucleo di una sua cellula in una cellula uovo e poi farla moltiplicare fino a formare un individuo completo. Semplice a dirsi, difficile a farsi. L’idea circolava già prima della guerra: ma si trattava, appunto, solo di un’idea. Nel 1952 Briggs e King clonano una rana, ma poi per decenni nessuno riesce a ripetere l’esperimento con creature più complesse. Solo nel 1997 Ian Wilmut annuncia di aver clonato una pecora, la famosa Dolly, grazie a nuove, sofisticate tecniche di laboratorio. Perché la storia di Camarasa sia plausibile, bisognerebbe pensare che Mengele fosse quarant’anni in anticipo sulla scienza mondiale e che avesse inventato un metodo di clonazione così semplice da poterlo applicare in ambulatori di campagna: sempre ammesso che fosse Mengele il «dottor Weiss» di cui Camarasa segue le tracce a Cândido Godói.
E quanti sono, poi, i gemelli di Cândido Godói? Uno su cinque, il 20 per cento della popolazione, è la cifra riportata a pagina 35, e ripresa con clamore dalla stampa internazionale (la media mondiale è sull’1 per cento). Ma a pagina 38 le cose sono già cambiate: «Quasi il 12 per cento della sua popolazione è costituito da coppie di gemelli. Fra i suoi settemila abitanti ci sono quasi 140 coppie». Un momento: quasi 280 gemelli su 7.000 abitanti vuol dire quasi il 4 per cento, non il 12 e tanto meno il 20. Come facciano i gemelli a quintuplicarsi in tre pagine è un mistero dell’aritmetica, purtroppo non della prassi investigativa di Camarasa, che ai dati di fatto, evidentemente, non dà troppo peso.
Per fortuna a fare i conti per bene ci hanno pensato i genetisti dell’Università del Rio Grande do Sul, guidati da Lavinia Schuler-Faccini. Hanno studiato i battesimi nei registri parrocchiali di Cândido Godói, e a giugno sulla rivista «PLoS ONE» (www.plone.org; Twin Town in South Brazil: a Nazi’s experiment or a genetic founder effect?) hanno confermato che i gemelli in effetti sono tanti. Ne hanno trovati, per l’esattezza, 91 coppie e un trio su un totale di 6.200 nascite dal 1959 a oggi, cioè l’1,5 per cento: più della media, molto meno delle cifre fantastiche sparate da Camarasa.
E non è vero che ci sia stato un boom negli anni Sessanta: i valori restano statisticamente costanti dal 1927 a oggi. Nessun bisogno, quindi, di immaginarsi misteriose manipolazioni. Si tratta invece di una comunità particolare, questo sì, fondata da un piccolo gruppo di famiglie immigrate dalla Germania e rimasta a lungo isolata. Cosa succede quando tutta una popolazione discende da pochi antenati fra loro consanguinei si studia nel secondo anno di biologia: di solito, in quella popolazione, diventano comuni alcune caratteristiche genetiche altrove rare. In Finlandia è andata così e oggi i finlandesi hanno le loro malattie genetiche, un po’ diverse da quelle degli altri europei. A Cândido Godói sono un po’ aumentati i parti gemellari.

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