Com’è cambiata la pirateria somala dagli anni Novanta ad oggi

Carta di Laura Canali

Con il Ddl del 12 luglio 2011 l’Italia ha stabilito che le società di armamento delle navi impiegate in aree a rischio di pirateria possono dotarsi di adeguata scorta per la protezione degli equipaggi. Iniziativa dettata dal cambiamento della pirateria somala, oramai vera e propria joint venture internazionale

Nicola Pedde per “Limes

Anche in Italia, dopo un iter parlamentare relativamente breve, è stato stabilito che le società di armamento delle navi impiegate in aree a rischio di pirateria possono dotarsi di adeguata scorta per la protezione degli equipaggi, del carico e del vascello stesso.

L’iniziativa, promossa per interesse del senatore Paolo Amato e culminata con il Ddl del 12 luglio 2011, n. 107, convertito con modificazioni dalla Legge 2 agosto 2011, n. 130 (in G.U. del 5 agosto 2011 n. 181), ha stabilito che la protezione potrà essere assicurata da personale della Marina militare, a titolo oneroso, o mediante ingaggio di personale civile autorizzato all’uso e al trasporto delle armi, e qualificato per effettuare il servizio di scorta.

Si tratta di un passo in avanti di notevole importanza, lungamente atteso dalle società di navigazione per porre un freno all’apparente impossibilità di fermare la costante azione della pirateria somala. Il provvedimento rende possibile l’organizzazione di un servizio di scorta per i vascelli, ma di fatto obbliga anche gli armatori a predisporre una serie di misure per la gestione della sicurezza e della prevenzione a bordo delle navi. Viene imposta anche al settore della navigazione marittima l’adozione di una più chiara ed efficace modalità di mitigazione del rischio, al pari di quella in vigore per il trasporto aereo.

Le tre fasi della pirateria somala

La pirateria in Somalia ha radici antiche. Da secoli le acque antistanti le coste somale e dello Yemen sono state oggetto di scorrerie da parte di formazioni più o meno grandi ed organizzate di pirati. Solo all’inizio del XX secolo queste bande vennero in gran parte debellate, ad opera della marina inglese e parzialmente di quelle italiana e francese.

Il consolidamento del potere coloniale nella Somalia italiana, nel Somaliland inglese e nella Somalia francese permise di sconfiggere in modo pressoché totale il fenomeno della pirateria. Se ne tornò a parlare nei primi anni Novanta dello scorso secolo, quando, successivamente alla caduta di Siad Barre, alla dissoluzione dello Stato somalo e all’instaurazione del ruolo dei warlord, la Somalia piombò in uno stato di generale caos con la frammentazione del territorio in potentati gestiti dai clan.

La pirateria degli anni Novanta, tuttavia, era in gran parte legata alla piccola manovalanza del porto di Mogadiscio e di Kisimayo, dotata di imbarcazioni piccole e con poca autonomia, e conseguentemente caratterizzata da un raggio d’azione limitato e solitamente localizzato negli specchi di mare antistanti i due principali centri portuali della Somalia meridionale.

Le azioni della prima fase della pirateria somala moderna si riducevano essenzialmente alla rapina, e solo in rarissime occasioni vennero sequestrate le imbarcazioni attaccate. Anche la gestione dei prigionieri era inizialmente diversa: quasi mai si giunse al sequestro degli equipaggi, e assai raramente i pirati usavano la violenza nelle azioni. Si limitavano a intimorire – spesso anche blandamente – al solo scopo di farsi consegnare oggetti di valore o parte del carico. I pirati degli anni Novanta erano armati ed equipaggiati in modo sommario, solitamente con RPG7 ed AK-47, e operavano quasi esclusivamente di notte o alle prime luci dell’alba.

Avevano scarse dotazioni tecniche per la navigazione, e si muovevano più con la destrezza del marinaio che non con quella del predatore professionista. I pirati di Mogadiscio e Kisimayo erano quasi sempre parte di una manovalanza al servizio dei signori della guerra, ai quali rispondevano direttamente ed ai quali cedevano la gran parte del bottino catturato in azione. Si trattava di quindi essenzialmente di piccole milizie di taglieggiatori, non differenti da quelle che gestivano i dazi nei varicheckpoint delle città, in corrispondenza con gli ingressi delle aree controllate dalle milizie dei clan. Una prima trasformazione avvenne invece tra il 2001 e il 2002, quando un gran numero di ex combattenti delle formazioni qaediste e talebane raggiunse la Somalia successivamente alla vittoria militare della Nato nella prima fase della guerra in Afghanistan.

La struttura centrale di Al Qaida pensò addirittura di spostare la sua base logistica in Somalia per un periodo, e sviluppò numerosi legami con alcune delle formazioni che poco dopo si sarebbero alleate con le corti islamiche. In questa fase, le formazioni dei pirati al soldo dei signori della guerra subirono una prima importante trasformazione: ne venne compreso il potenziale economico e vennero riorganizzate attraverso l’assegnazione di equipaggiamenti e natanti di maggiore capacità e autonomia, dotati di strumenti per la navigazione d’altura e addestrati nelle modalità di assalto e di gestione dei prigionieri. La prima visibile conseguenza di tale influsso straniero fu certamente quella del considerevole incremento del raggio d’azione della pirateria.

Cambiarono radicalmente sia il modo di condurre le azioni, sia la logistica delle stesse. I pirati operavano adesso non più con malandati barchini partiti dalla costa, ma con lance veloci appoggiate a più capienti navi-madre, che fungevano da punto di stazionamento e di rifornimento, e che permettevano ai pirati di agire in alto mare e per giorni in attesa di prede di maggiore tonnellaggio e valore. Gli assalti iniziarono ad essere condotti a squadre, circondando le prede ed intimorendone gli equipaggi con la minaccia degli RPG e degli esplosivi sugli scafi. Una tecnica che funzionava – e che ancor oggi funziona – nella gran parte degli abbordaggi, consentendo ai pirati di salire sulle imbarcazioni, di depredarne il carico e rientrare verso le navi di appoggio.

La pressoché totale libertà d’azione dei pirati convinse i loro nuovi vertici organizzativi a effettuare un ulteriore salto di qualità: da un lato iniziarono i sequestri di vascelli, che venivano condotti in porti sicuri da dove chiedere il riscatto alle compagnie di armamento.

Dall’altro vennero offerti e organizzati servizi criminali per l’industria internazionale. In particolare quella chimica, che poté grazie alla pirateria riprendere a scaricare lungo le coste somale sostanze tossiche o radioattive, e quella della pesca, grazie alla capacità dei somali di pescare ingenti quantità di pesce nelle sue ricchissime acque territoriali, consegnandolo poi a imbarcazioni straniere (solitamente europee o asiatiche) che in tal modo aggiravano ogni limitazione nazionale ed europea. Un volume d’affari, alla metà dello scorso decennio, di circa 1,5 miliardi di euro all’anno.

La terza e ultima fase della trasformazione della pirateria somala inizia con il crollo delle corti islamiche e con l’uscita di scena di gran parte delle forze qaidiste nel dicembre del 2006. Le organizzazioni dei pirati non restarono a lungo senza padrone, però, e con il consolidamento del ruolo del Tfg (grazie al supporto dell’Etiopia) la pirateria iniziò ad interessare le strutture della criminalità organizzata transnazionale e dei clan della regione del Puntland. L’ingresso di organizzazioni criminali globali, quali ad esempio la mafia russa, permise di incrementare le capacità operative e logistiche della pirateria in modo considerevole. Le squadre dei pirati non dovettero più così andare alla cieca a caccia di vascelli negli ampi spazi di mare della regione – peraltro adesso blandamente pattugliati dalla missione Atalanta – ma poterono contare su informazioni precise ottenute attraverso la rete della criminalità economica internazionale.

Grazie alla capacità di queste strutture di acquisire informazioni riservate in centri chiave della gestione del trasporto marittimo, come i Lloyds di Londra o altre organizzazioni celebri dell’armamento o dell’assicurazione delle navi, i pirati poterono organizzare operazioni mirate e dal successo garantito, seguendo le prede prestabilite sino a quando le condizioni non fossero ottimali per l’abbordaggio e la cattura. Vennero attrezzate vere e proprie aree di stazionamento per i vascelli catturati, e organizzata una rete di gestione sul territorio per gli ostaggi studiata in modo da impedire l’intervento delle forze speciali – soprattutto dopo l’episodio dell’intervento francese per la liberazione della nave del Club Med e del suo equipaggio.

Non solo. I nuovi vertici della pirateria hanno progressivamente cambiato le regole di partecipazione degli equipaggi, motivandoli in modo decisamente senza precedenti: non si tratta più di semplici disperati alla ricerca della paga, ma si è puntato a motivare i pirati e le reti logistiche sulla terraferma – solitamente la rete familiare e quella del clan – con l’attribuzione di una artificiale forma di dignità guerriera. Ai pirati, in sintesi, si è insegnato a non considerarsi dei meri predatori, ma dei difensori delle coste somale dallo strapotere delle potenze occidentali e delle sue illecite attività di pesca o stoccaggio dei materiali tossici. Una sorta di filibusta filantropica, quindi, dedicata a depredare gli opulenti sfruttatori della Somalia al fine di difenderne gli interessi e il territorio.

Un paradosso, che ha tuttavia preso piede in modo ben più consistente di quanto non si possa credere. Si è così diffuso – invero più nelle comunità della diaspora all’estero che non in Somalia – l’appellativo di “badaadinta badah”, ovvero “salvatore del mare”, per contraddistinguere i pirati dai banditi che imperversano a terra e in mare in ogni angolo della regione.

La pirateria somala oggi

La pirateria somala è oggi strutturata come una vera e propria joint ventureinternazionale. La capacità logistica e operativa rimane somala, sebbene geograficamente oggi localizzata più a nord rispetto al passato, nella provincia del Mudug della Somalia meridionale, nel Puntland e nel Somaliland. La catena di comando e di redistribuzione dei proventi è invece gestita da uomini d’affari somali (di cui la gran parte risiede in Gran Bretagna o negli Emirati), insieme a esponenti della criminalità organizzata internazionale (soprattutto russi e delle repubbliche ex sovietiche). Ai primi compete la gestione operativa delle missioni, mentre gli altri si occupano della catena informativa e delle dotazioni tecnologiche e degli armamenti.

Sul campo, logistica e organizzazione sono diventate quelle di una filiera industriale, che coinvolge la quasi totalità dei villaggi interessati assorbendone pressoché interamente la manodopera. Sono oggi oltre 600 gli ostaggi in mano alla pirateria, e trenta le navi alla fonda lungo le coste di una regione relativamente piccola nel nord-est della Somalia. Alcune delle navi sequestrate, quelle di minor valore, vengono parzialmente modificate per renderle meno riconoscibili e riutilizzate come piattaforme logistiche per operazioni a distanza sempre maggiore; i pirati acquisiscono in tal modo una capacità di operare lontano dalle coste somale e intercettare le prede in spazi di mare meno controllati dalle forze marittime internazionali.

La maggiore concentrazione di attività legate alla pirateria è localizzata nella provincia del Mudug, in prossimità della città di Haradhere, che è divenuta la vera e propria capitale della pirateria. Qui vengono condotte le operazioni logistiche a sostegno degli abbordaggi, e successivamente per la custodia degli equipaggi e delle navi sequestrate, coinvolgendo nella macchina organizzativa la quasi totalità della popolazione di almeno cinque villaggi costieri. La struttura gestionale invece da Londra o da Dubai organizza gli attacchi e raccoglie preventivamente sul mercato della criminalità internazionale i proventi, vendendo di fatto “quote” del possibile riscatto e rilanciando poi i negoziati per far lievitare i prezzi e creare margini di profitto per gli “investitori”.

Queste pratiche, sconosciute sino alla metà del decennio scorso, hanno comportato l’adozione di una modalità di gestione degli ostaggi differente, finalizzata all’incremento della capacità negoziale con le controparti. È questa, quindi, una delle ragioni che spiega il poderoso incremento della violenza nella gestione degli ostaggi, il prolungamento della detenzione e la capacità di resistenza della catena logistica nella gestione complessiva dei sequestri. Da una media di 45 giorni del 2009 si è passati oggi a circa 180 giorni di detenzione per gli ostaggi, le navi sequestrate ed i carichi, con la prospettiva di un ulteriore aumento e della recrudescenza delle pratiche di gestione violenta del personale navigante sequestrato.

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Una Risposta to “Com’è cambiata la pirateria somala dagli anni Novanta ad oggi”

  1. Marco Tancredi Says:

    Credo sia l’analisi più completa e precisa che mi sia capitato di leggere sull’argomento.
    Marco Tancredi, IIWT

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