La fuga dell’Al Shabaab da Mogadiscio

Carta di Laura Canali

A inizio agosto le milizie islamiche dell’Al Shabaab hanno lasciato la parte nord di Mogadiscio. Ma il contingente Amisom dell’Unione Africana sa che la loro struttura è estremamente flessibile, capace di profonde ristrutturazioni, e resta cauto su una loro definitiva sconfitta, frenando l’entusiasmo del presidente del governo transitorio Sharif Sheikh Ahmed

Nicola Pedde per “Limes

Quando, nella notte tra il 5 e il 6 agosto, il grosso delle milizie dell’Al Shabaab ha lasciato la parte nord della città di Mogadiscio – e soprattutto la roccaforte dei quartieri di Bondere e Shingani – il presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed non ha saputo contenere l’entusiasmo, e nel commentare la notizia con i giornalisti ha affermato come “Mogadiscio sia adesso completamente libera, e presto lo sarà l’intera Somalia”. Peccando probabilmente di eccessivo ottimismo.

Che l’Al Shabaab sia in profonda crisi dopo l’uccisione di alcuni uomini chiave dell’organizzazione non è un mistero per nessuno. Ma non bisogna correre il rischio di considerarli ormai sconfitti e allo sbando, come molti sembrano credere a Mogadiscio in queste ore, o come vorrebbero far credere alla comunità internazionale.

Chi comanda l’Al Shabaab

La struttura dell’Al Shabaab è estremamente flessibile, mobile, e capace di profonde ristrutturazioni anche nei momenti di crisi. Lo abbiamo imparato già dalla “disfatta di Mogadiscio” del 2006, e dalle molte occasioni in cui le milizie sembravano sull’orlo di essere sconfitte e spazzate via dalla scena locale, per poi riapparire più forti e strutturate di prima.

Se, quindi, le milizie islamiche hanno lasciato i loro capisaldi nella zona settentrionale della città, questo è dovuto essenzialmente a due ragioni. La prima è l’evidente frattura organizzativa e logistica all’interno della propria organizzazione, soprattutto a seguito della morte di Fazul Abdullah Mohammed.

La seconda, però, è di carattere tattico, al fine di riorganizzare le forze e la strategia – se possibile – lontani dalla morsa delle sempre più numerose forze dell’Amisom e di quelle malandate del governo transitorio. L’esercito del governo transitorio somalo non è certo una forza militare tradizionale ed affidabile.

Male addestrato ed equipaggiato, ha storicamente dimostrato la sua efficacia solo quando è stato regolarmente remunerato, disperdendosi altrimenti in modo assai rapido nei mille rivoli dell’economia parallela di Mogadiscio. Molti dei suoi uomini sono ex miliziani dell’Al Shabaab, e prima ancora dello stesso esercito somalo, motivati non tanto dalla causa nazionale o dalla religione, quanto dalla possibilità di percepire uno stipendio. Chiunque ne sia l’erogatore.

In questa particolare circostanza, quindi, il governo transitorio si trova nella favorevole condizione di corrispondere al suo variopinto esercito la paga settimanale, mentre il suo storico nemico si trova a fronteggiare una delle più pericolose crisi organizzative dalla sua costituzione. Concedendo al governo transitorio un insperato margine di vantaggio.

Se è vero che l’Al Shabaab si è ritirata da gran parte di Mogadiscio, è altrettanto vero che le sue milizie sono ancora presenti in diversi altri centri nevralgici del centro e del sud del paese, oltre che in alcuni villaggi vicini alla capitale. Ponendosi quindi ancora come una minaccia presente e concreta con cui misurare la realtà e calibrare le strategie.

C’è anche da chiarire un particolare di non secondaria importanza. Non c’è stata alcuna epica battaglia tra le forze del Transitional federal government (Tfg) e quelle delle milizie. Se ne sono semplicemente andate, con buona pace dei toni trionfalistici del presidente.

Ad aver fiaccato le milizie islamiche, inoltre, più che le truppe governative, sono state nel corso degli ultimi mesi le sempre maggiori spaccature all’interno della propria struttura. L’oltranzismo religioso e politico ha infatti progressivamente isolato la cellula centrale dell’Al Shabaab dalla moltitudine di gruppi confessionali che, a vario titolo ed in varia misura, aveva aderito alla strategia del gruppo.

Il vertice decisionale, oltretutto, è da tempo espressione di una compagine somala essenzialmente non nazionale, con una prevalenza di somali emigrati di seconda e terza generazione (tornati in Somalia per combattere quasi esclusivamente dagli Usa e dall’Europa) e di stranieri (perlopiù reduci di altri fronti jihadisti come l’Afghanistan e l’Iraq).

Formalmente al comando dell’Al Shabaab siede oggi Ibrahim Haji Jama Mee’aad, detto l’Afgano (al-Afghani), sebbene non sia più da tempo in grado di esercitare il suo controllo sull’intera struttura, frazionata e fazionale più che mai. Non ha trovato ancora conferma la voce secondo la quale il leader del gruppo sarebbe morto a Kysimayo il 25 giugno scorso durante un attacco con un drone, e si suppone quindi che la voce sia infondata o solo parzialmente corretta.

Mentre è stato facile ingrossare le file dell’organizzazione reclutando milizie interessate ad una paga più o meno stabile, meno facile è stato convertire i somali delle città e delle periferie ad una visione radicale dell’Islam, storicamente estranea alla cultura locale. Hanno quindi abbandonato l’Al Shabaab soprattutto le organizzazioni sufiche, tradizionalmente moderate e molto popolari tra i somali.

Venendo meno, quindi, la capacità decisionale e logistica dell’organizzazione, e soprattutto la sua capacità di erogare regolarmente la paga dei miliziani, le fila delle milizie islamiche si sono assottigliate drasticamente in breve tempo. Fattore decisamente non nuovo in Somalia, ed anzi ricorrente anche per la controparte dell’esercito del governo transitorio.

La componente somala dell’Al Shabaab, inoltre, è con ogni probabilità scesa a patti con il presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e con il portavoce del parlamento Sheikh Sharif Aden, cercando di individuare se non un accordo quadro, almeno tanti piccoli accordi separati per la gestione dei mille interessi economici delle parti. Accordo che è costato il posto all’ex primo ministro Mohamed Abdullahi Mohamed, reo di aver reso noti i termini di quello che ebbe a definire come un vero tradimento.

I timori dell’Amisom

Chi resta cauto sulla possibilità di una vera e definitiva uscita di scena dell’Al Shabaab da Mogadiscio sono invece i militari del contingente Amisom dell’Unione africana. Da giorni esplorano con cautela i vicoli e le case diroccate del quartiere di Bondere e del mercato di Bakhara, alla ricerca di trappole esplosive lasciate dalle milizie islamiche e nel timore – assai fondato – della residua presenza di alcuni elementi potenzialmente attivi come cecchini o kamikaze.

L’Amisom ha imparato a rispettare la capacità offensiva dell’Al Shabaab, e non condivide l’entusiasmo del presidente somalo. I militari del contingente vogliono essere certi che nelle aree abbandonate così frettolosamente non si celi qualche insidia o, peggio ancora, che non si tratti di una strategia per attirare le forze dell’Unione africana e dell’esercito somalo in una trappola, facendole disperdere lungo un ampio raggio dove la capacità di protezione delle singole unità si riduce drasticamente.

Il comando dell’Amisom vuole anche capire dove siano dirette le unità delle milizie islamiche che hanno lasciato la città. Secondo alcune voci, ancora da confermare, ci sarebbe stato un tentativo di riorganizzare le forze nei pressi della città di Baidoa, verso il confine con l’Etiopia, sebbene la maggiore rete logistica del gruppo si trovi a sud ed in particolar modo nei dintorni della città portuale di Kysimayo.

Nella giornata successiva all’uscita da Mogadiscio, si sono verificati violenti scontri con le milizie islamiche nei pressi della città meridionale di Gedo, che avrebbero causato quattro morti tra le forze militari del governo di transizione, oltre ad un numero imprecisato di feriti. Questo a conferma della cautela dell’Amisom nel gestire la questione dell’Al Shabaab, stante anche il rinnovo delle minacce verso il contingente dell’Unione Africana e i rispettivi governi.

La questione degli aiuti umanitari

Le derrate alimentari e i medicinali destinati ad alleviare le sofferenze della popolazione stremata dalla guerra e dalla carestia, sono un enorme business in Somalia, che scatena gli appetiti degli onnipresenti ed immortali “signori della guerra”. Non è quindi solo l’Al Shabaab interessata alla gestione degli aiuti ma anche – e soprattutto – il sottobosco di interessi economici e politici che a vario titolo ruota intorno al presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed ed al suo eterogeneo e corrottoentourage.

L’anello debole nella gestione degli aiuti è nella distribuzione. Le Ong internazionali e le Nazioni Unite a Mogadiscio e in Somalia praticamente non mettono piede, passando la gestione dei carichi di derrate e medicinali a controparti locali. Questo significa trasferire fisicamente la proprietà dei beni a delle organizzazioni ben strutturate e solitamente legate da un lato alle strutture claniche e dall’altro alle milizie islamiche.

Che senza esitazione alcuna prendono possesso dei carichi e li distribuiscono a loro piacimento, e soprattutto a pagamento, nei principali mercati di smercio dei beni delle aree urbane. Ne consegue una logica di distribuzione assolutamente asimmetrica e, soprattutto, funzionale agli interessi dei potentati economici e politici. Che in tal modo alimentano le proprie linee di fedeltà e sudditanza, ingrossando il patrimonio dei soliti noti della Somalia.

Cosa accadrà?

Il problema della Somalia resta, e presumibilmente resterà ancora a lungo, uno soltanto: nessuno ha un reale interesse a modificare lo stato di fatto della crisi. In unfailed State come la Somalia ruotano interessi economici enormi, nelle mani di pochi e con concentrazioni di affari e di ricchezza inimmaginabili nei marcati tradizionali.

Non è un caso che la comunità imprenditoriale somala, dai rifugi dorati di Dubai e Nairobi, non abbia mai mosso praticamente un dito in vent’anni per risolvere la situazione. E non è un caso che un sistema sociale ed economico così particolare abbia attratto l’interesse della criminalità internazionale, che in Somalia ha radicato alcune redditive attività quali la pirateria (ormai solo nominalmente in mano ai somali locali), la pesca di frodo, lo stoccaggio di rifiuti tossici, il traffico d’armi e l’addestramento delle forze jihadiste.

Cosa può fare quindi il presidente del governo transitorio per portare la Somalia verso la normalizzazione, ammesso che lo voglia lui stesso? Dovrebbe cercare di attrarre in modo quanto più rapido e massiccio gli interessi della comunità internazionale verso il paese, alimentare le aspettative di ritorno economico sui settori potenzialmente di punta dell’economia somala, quali il petrolio, la coltivazione delle banane, l’allevamento ed il turismo, che paradossalmente potrebbe veramente cambiare il volto del paese.

Dovrebbe convincere gli Usa e l’Europa a lavare l’onta della ritirata da Mogadiscio del 1995, offrendo la possibilità di un riscatto politico, morale e soprattutto militare a quelle forze che vennero umiliate da bande di morian minorenni armate alla bell’e meglio. Ma avrebbe contro, pericolosamente, un volume di interessi economici consolidati che reagirebbe – come sempre ha fatto – in modo violento ad ogni ipotesi di normalizzazione del sistema.

L’unica soluzione, visto il disinteresse della comunità internazionale, sarà quella di mantenere quanto più possibile lo status quo, cercando di indebolire le forze dell’Al Shabaab ulteriormente e consolidare almeno a Mogadiscio il ruolo del governo di transizione. È in quest’ottica che si inserisce l’appello formulato il 9 agosto agli ex combattenti delle forze islamiche per concedere l’amnistia a tutti coloro che si arrenderanno. Nella speranza di avere sufficiente denaro per tenerli ancora a lungo nelle proprie fila.

Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: