In Sudan Bashir è pronto a una nuova guerra

Lo scontro tra il governo del Sudan, l’Esercito popolare di liberazione del Sud e i vari gruppi etnici si è riacceso mietendo, nelle ultime settimane, migliaia di vittime. Le violenze nella regione del Nilo Azzurro. WikiLeaks svela un complotto, fallito, contro il presidente

Antonella Napoli per “Limes

Il riacutizzarsi del conflitto tra il governo del Sudan, l’Esercito popolare di liberazione del sud (Spla/m) e vari gruppi etnici disseminati sul vastissimo e complesso terreno sudanese ha causato in poche settimane migliaia di vittime. L’ultimo fronte caldo in ordine di tempo è la regione del Nilo Azzurro. I violenti scontri armati nella città di Damazin, epicentro dei combattimenti, hanno provocato lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di persone e la morte di almeno duemila civili. L’area si presenta ormai quasi disabitata. Stessa situazione nel Sud Kordofan e nella provincia petrolifera di Abyei, attualmente a statuto speciale e contesa tra Nord e Sud Sudan.

Nonostante fosse stato raggiunto un accordo per il posizionamento di una forza militare congiunta a cavallo tra i due paesi, e nonostante le mediazioni interne e internazionali, nulla è servito a superare il sostanziale stallo nei negoziati su un ‘cessate il fuoco’ effettivo. Negli ultimi mesi Khartoum – a detta di osservatori internazionali (l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu ha anche pubblicato un rapporto) e organizzazioni per i diritti umani – avrebbe orchestrato una serie di attacchi su piccola scala sia nel territorio sud sudanese sia in aree popolate da ribelli ‘filo sudisti’ scatenando la reazione dell’Splm.

I negoziati avviati per fermare il conflitto nel Sud Kordofan, rimasto l’unica fonte di petrolio per il settentrione dopo la secessione del Sud, malgrado i buoni propositi annunciati da Omar Hassan al Bashir sono falliti miseramente. Il presidente sudanese ha dichiarato di essere pronto a ritirare le Forze armate ma ha giustificato le azioni militari nello stato del Nilo Blu definendole “necessarie per fronteggiare la dilagante corruzione del governo locale”. Khartoum ha proclamato lo stato di emergenza e ha nominato un governatore militare che sostituisse il sessantunenne Malik Agar, eletto (ufficialmente) nell’aprile 2010 ma alla guida della regione confinante con il Sud Sudan da oltre dieci anni. In poche parole si è trattato di un vero e proprio golpe.

I combattimenti sono scoppiati a fine agosto, in un clima di tensione crescente a causa dalle violenze iniziate due mesi prima nel vicino Sud Kordofan, anch’esso al confine con il neoStato indipendente dal 9 luglio. Il Nilo Azzurro che ospita l’imponente diga di Roseires, tra i più importanti impianti idroelettrici del paese, è posizionato nel centro-est del Sudan a ridosso dell’Etiopia. La popolazione è a maggioranzamusulmana ed è composta da una eterogenea mescolanza di tribù molto diverse dall’etnia cristiana dei Dinka, la più numerosa nell’area anche se in prevalenza residente in Sud Sudan. Le origini del conflitto sono antiche e gli scontri tra le contrapposte fazioni sono una costante da decenni.

Una guerra intestina che si svolge al di fuori delle coordinate geografiche e politiche nelle quali viene solitamente inquadrata la situazione sudanese. Negli anni, oltre a un isolamento logistico, la regione ha pagato lo scotto dell’indifferenza della comunità internazionale, ora quanto mai evidente. Dal punto di vista militare appare una guerra fuori dagli schemi, iniziata a bassa intensità e scandita anno dopo anno dal ritmo della natura. Nella stagione delle piogge si combatte con grande difficoltà e gli scontri si placano. Ben diversa la situazione attuale.

Le città sono assediate e si susseguono raid aerei che colpiscono per lo più insediamenti civili. Per contrastare l’azione delle Forze armate sudanesi i ribelli del Darfur, pronti a dare manforte ai connazionali sotto attacco di Khartoum, hanno sollecitato le Nazioni unite a intervenire imponendo una no-fly zone e creando corridoi sicuri per l’assistenza umanitaria popolazioni colpite del Nilo Azzurro, del Sud Kordofan e dello stesso Darfur, dove la crisi è più grave che mai. Il Justice and equality movement (Jem) e il Sudan Liberation Movement (Slm), che combattono contro il governo sudanese nella regione occidentale del paese dal 2003,  hanno da tempo avviato trattative per stringere un’alleanza con il Sudan people’s liberation movement per rovesciare il regime di Bashir, colpevole di diffondere “caos e morte” in tutto il Sudan e di essere un ostacolo per la pace e la sicurezza nell’intera regione. Emblematica l’affermazione di Ahmed Hussein Adam, portavoce del Jem: “Questo regime è troppo deformato per essere riformato”.

Eppure, secondo WikiLeaks, a far fuori l’ex generale su cui pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità per i massacri in Darfur, ci avrebbe provato una fronda interna. Da alcuni documenti pubblicati sul sito di Assange è emerso che il vice presidente sudanese Ali Osman Taha e l’ex direttore del National intelligence e security services, Salah Gosh, ritenessero che il presidente al-Bashir, dopo l’incriminazione del Tribunale penale internazionale, fosse diventato un ‘peso’.

In un passaggio contenuto in un documento relativo a un incontro del novembre 2008, Gosh chiedeva a Taha: “Possiamo permettere che l’intero paese venga distrutto a causa di una persona?” e sottolineava che “alcuni dei nostri (parlando di esponenti di spicco del National congresss party, ndr) sono codardi, non vogliono intraprendere azioni coraggiose”.

Sappiamo come poi è finita. Il piano di Taha, che secondo osservatori sudanesi ha tramato a lungo nell’ombra per scalzare il presidente sudanese servendosi del capo del Niss, non ha avuto seguito: nell’agosto 2009 Bashir ha bruscamente rimosso Gosh dai vertici dei servizi per nominarlo suo consigliere alla sicurezza, prima di defenestrarlo definitivamente lo scorso aprile. Lui invece è rimasto saldamente al potere.

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