La guerra in Somalia e le nostre colpe

La guerra agli islamici ha bloccato gli aiuti

Alex Perry per “Il Corriere della Sera”

Per la fine di giugno e l’inizio di luglio, quando le capre erano ormai sparite e le ultime mucche si erano accasciate sulle zampe per morire, gli uomini avevano detto alle famiglie che era ora di partire. A Daynunay, Haji Hassan e i figli hanno raccolto tutti i loro averi — qualche straccio, bottiglie di plastica, un paio di vecchie pentole — e si sono diretti a Mogadiscio, a 250 km verso Est.
Ad ogni villaggio attraversato, il gruppetto cresceva, trasformandosi dapprima in una colonna di centinaia, poi di migliaia, e infine di decine di migliaia di profughi, via via che milioni di uomini, da un capo all’altro della Somalia del sud, abbandonavano le loro abitazioni. Con poca acqua a disposizione e solo foglie da mangiare, i bambini e gli anziani sono stati i primi a soccombere: un nipote di Hassan è stato seppellito nel punto in cui è crollato a terra. Bagey Ali, 50 anni, che ha percorso a piedi 300 km da Qansax Dheere, riferisce di aver visto sette persone che «si sono sedute a terra e sono morte». Quando i suoi figli hanno cominciato a barcollare, lungo i 500 km di cammino da Baoli, Bishar Abdi Shaith, 60 anni, se li è caricati sulle spalle. «Quando mi sono accorto che erano morti, li ho seppelliti lungo la strada». Gli sono spirati tra le braccia due ragazzi e tre bambine.
In Somalia assistiamo oggi a un esodo di massa, allo svuotamento di una metà del paese, un evento senza precedenti, di dimensioni bibliche. Che cosa lo ha scatenato? La causa più immediata è stata la siccità. Non è piovuto a sufficienza lo scorso ottobre nell’Africa orientale, le piogge sono mancate di nuovo ad aprile ed entro i primi di agosto le Nazioni Unite avevano stimato che 12,4 milioni di persone rischiavano di morire di fame nella regione compresa tra Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Somalia e Uganda.
Ma com’è accaduta una simile tragedia? Perché non si è fatto nulla per prevenirla? E come mai milioni di somali erano così sicuri di non ricevere alcun aiuto che si sono messi in marcia con le loro famiglie attraverso il deserto, una marcia della morte? Le risposte svelano che è stata la guerra tra le milizie islamiche e gli Stati Uniti e i suoi alleati la causa diretta di questa catastrofe umanitaria.
Chiedo a Bagey Ali quando è stata l’ultima volta che è piovuto a Qansax Dheere, e lui si mette a ridere e si stringe nelle spalle, cercando di ricordare. «Due anni fa — dice — forse quattro». La Somalia del sud si estende nel Sahel, quella fascia di terra arida che attraversa tutta l’Africa a sud del Sahara. Mezzo secolo fa, la pioggia era scarsa, ma le siccità si ripresentavano ogni decina d’anni. Oggi invece si manifestano ogni due anni, e nelle aree dove El Niño e La Niña influiscono sulle stagioni, non ci sono state piogge a sufficienza per un decennio. Qui siamo di fronte a cambiamenti climatici gravi e micidiali. L’organizzazione per l’agricoltura e l’alimentazione delle Nazioni Unite afferma che la siccità di quest’anno è la peggiore dagli anni 1950-51 e l’effetto combinato di stagioni successive senza pioggia significa che un’area geografica, delle dimensioni della Francia, nell’arco di soli 50 anni è stata completamente desertificata.
Ma la siccità si limita a impostare le condizioni della fame: solo l’intervento umano può scatenarla. Anche il sud degli Stati Uniti è stato colpito dalla siccità, ma gli americani non muoiono di fame. Perché? Perché gli americani vivono in un paese ricco e ben governato. Allo stesso modo, il motivo per cui non si è visto il ripetersi della carestia del 1984 in Etiopia, che causò la morte di un milione di persone, si spiega con i progressi fatti da allora in gran parte dell’Africa orientale.
La grande differenza tra la Somalia e il resto dell’Africa orientale è la guerra. I somali sono in lotta gli uni contro gli altri e vivono in un paese senza governo da vent’anni. Forse un milione di persone sono morte in questo interminabile conflitto. Tra i sintomi della mancanza totale di legalità c’è ovviamente la pirateria. Un altro è l’ascesa degli islamisti. Quella che era iniziata come una guerra tra i signori di clan rivali si è trasformata, nella seconda decade, in una lotta tra signori della guerra e militanti islamici che vogliono imporre la stretta osservanza della Sharia. L’ala più estremista degli islamici si è poi raccolta nel gruppo di al-Shabab, «la gioventù». Da quattro anni, al-Shabab combatte contro il governo federale di transizione (Tfg).
Gli Stati Uniti rappresentano il principale protagonista internazionale in questa vicenda. Dalla battaglia del 1993, conosciuta con il nome di Black Hawk Down, quando diciotto soldati americani perirono nel tentativo di prestare soccorso a una missione statunitense impegnata a distribuire aiuti umanitari alle vittime di una precedente carestia, e i corpi di due militari furono trascinati per le strade di Mogadiscio, ben pochi cittadini Usa hanno rimesso piede in quella città. Ma Washington tiene d’occhio la situazione. E quando al-Shabab si alleò con Al Qaeda, anche questa organizzazione si ritrovò nel mirino degli americani.
Ancora fino a un anno fa al-Shabab era in fase di ascesa. Sembrava pronta a impadronirsi di Mogadiscio e aveva annunciato il suo debutto internazionale nel luglio del 2010 inviando due attentatori suicidi a Kampala, in Uganda, che fecero 76 vittime. A quel punto, una nuova iniziativa americana aveva preso piede. Nel 2008 il ministero degli esteri americano aveva dichiarato al-Shabab un’organizzazione terroristica, e ogni intervento in suo aiuto si trasformava nel reato di favoreggiamento. Al-Shabab ha cominciato così a impadronirsi degli aiuti umanitari per sfamarsi e per rivenderli. Il furto delle derrate alimentari è assai diffuso, ma quando al-Shabab è stato definito gruppo terroristico, ecco che sono stati penalizzati tutti gli operatori umanitari e i funzionari americani che aiutavano, anche involontariamente, al-Shabab. Sul finire del 2009 gli Stati Uniti avevano bloccato circa 50 milioni di dollari di derrate alimentari dal territorio di al-Shabab nella Somalia del sud, dichiarando di non avere altra alternativa legale. Ai primi del 2010 gli Stati Uniti hanno imposto agli operatori umanitari di rifiutarsi di pagare i pedaggi introdotti da al-Shabab, se volevano continuare a ricevere finanziamenti americani. Da parte sua, nel gennaio del 2010 al-Shabab ha espulso gli operatori del World Food Programme (Wfp), dicendo che gli aiuti alimentari creavano dipendenza e che l’organizzazione agiva su mandato americano: il 60 percento degli alimenti distribuiti dal Wfp proviene infatti dagli Stati Uniti. Al-Shabab inoltre sosteneva che gli operatori del Wfp erano corrotti e gli investigatori occidentali inviati a controllare le operazioni del Wfp nella Somalia del sud confermarono per l’appunto che dal 25 al 65 percento degli aiuti venivano scremati dagli addetti ai lavori e rivenduti nei marcati.
In realtà la Somalia del sud non godeva di alcun aiuto esterno e di nessuna rete di distribuzione affidabile attraverso la quale smistare i rifornimenti di emergenza in caso di catastrofe. Mark Bowden, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Somalia, aveva già fiutato la crisi imminente e oggi accusa gli Stati Uniti di combattere la sua guerra con gli aiuti umanitari. «Non stiamo più parlando degli aspetti pratici di distribuire i soccorsi con le dovute tutele», ha riferito Bowden ai giornalisti nel febbraio del 2010. «Ormai si presta assistenza solo se c’è un ritorno politico».
Nel breve periodo, la strategia americana ha avuto successo. Al-Shabab si è ritrovato gravemente indebolito sia per la mancanza di cibo che per la perdita dei finanziamenti dal Medio Oriente, a causa degli sconvolgimenti politici in quelle aree. Il gruppo è stato lacerato da diserzioni e da sanguinose divisioni interne sull’opportunità o meno di accettare gli aiuti umanitari. Il 6 agosto, al-Shabab si è ritirato da Mogadiscio.
Ma le difficoltà che avevano impoverito le poche migliaia di combattenti di al-Shabab hanno spinto milioni di somali nel baratro della fame. Le stesse regioni dominate da al-Shabab sono quelle oggi devastate dalla carestia. Qui sono scesi in campo il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse organizzazioni benefiche islamiche, un manipolo di Medici senza Frontiere e gli operatori locali dell’Unicef. Tutto qui. Le Nazioni Unite stimano che si riesce a raggiungere solo il 20 percento dei 2,8 milioni di somali del sud in attesa dei soccorsi. Il Wfp, il gigante degli aiuti umanitari il cui slogan proclama «vogliamo sconfiggere la fame in tutto il mondo», è assente.
Quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti hanno involontariamente contribuito a scatenare la catastrofe umanitaria, Bruce Wharton, il vice segretario di stato americano per gli affari africani, ha scelto con cautela le sue parole. «Le sanzioni americane contro al-Shabab non impediscono e non hanno mai impedito la distribuzione dei soccorsi in Somalia, compreso in quelle regioni che sono sotto il controllo di al-Shabab». Anche se corretto sotto il profilo tecnico, Wharton non dice che l’effetto pratico delle sanzioni americane è stato precisamente quello di bloccare la distribuzione degli aiuti nella Somalia del sud.
Gli alleati di Washington nel governo di transizione non esitano a esultare per i vantaggi strategici che la fame ha messo a loro disposizione. La fame è «l’occasione per arrivare in tutto il paese», ha detto il primo ministro del governo di transizione, Abdiweli Mohamed Ali.
Il giorno in cui visito il reparto infantile dell’ospedale di Banadir, 35 letti, è appena morto un bambino di 7 anni, di nome Umar. Il giorno dopo due bambini di un anno lo seguono, un piccino di 18 mesi si spegne pochi minuti dopo il nostro arrivo e Abshir, un bambino di 9 anni che ne dimostra 4, muore quella sera stessa. Nelle visite successive, imparo a riconoscere i bambini degli accampamenti, e mi sembrano molto più sofferenti, tormentati da vomito, diarrea, crisi respiratorie, gli occhi rovesciati all’insù.
Banadir non ha più il suo cimitero. I profughi hanno costruito capanne e una scuola di fortuna sulle tombe. Mentre i parenti setacciano Mogadiscio per reperire un fazzoletto di terra grande abbastanza per accogliere il corpicino di Umar, resto accanto alla madre, Khalima, 38 anni, mentre osserva l’infermiere che lava il corpo emaciato del figlio e lo avvolge in un sudario bianco. Sulle nostre teste, invisibile, ronza un drone Predator. Poi, nella scuola costruita sul cimitero qui accanto, i bambini si mettono a cantare.
Time/Corriere della Sera

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