Censura morbida alla ottomana

Antonio Ferrari per “Il Corriere della Sera”

La Turchia e la censura si sono sempre amate, seppur concedendosi e perdonandosi numerosi e reciproci tradimenti. Il Tropico del Capricorno di Henry Miller fu bandito per oscenità nel 1985 dal governo di Turgut Özal, il primo ministro laico dopo l’ultimo colpo di Stato militare. Da allora, con rigidità flessibile e con intensità variabile, è stata dichiarata guerra a differenti categorie di libri, autori ed editori. Il famigerato articolo 301 del codice penale, infatti, faceva tremare gli inquisiti, che rischiavano una lunga detenzione, ma di fatto non è mai stato applicato. Nel senso che nessuno, per quel crimine di «offesa all’identità turca», è finito in cella.
I divieti, di volta in volta, hanno interessato pubblicazioni politiche, come la psicobiografia dell’«immortale Atatürk», scritta dagli americani Vamik D. Volkan e Norman Itzkowitz, indagine in parte dissacrante sull’infanzia e sulle pieghe segrete del carattere del fondatore della Repubblica. Destò scandalo e produsse strali censori l’Aphrodite di Pierre Louÿs, scritto nel 1933 e ritenuto una pubblicazione pornografica. In una certa epoca ci si irrigidì persino per i fumetti, proprio come accadde in Italia negli anni 60 quando due deputati riuscirono a spaventare gli autori di strisce quasi monastiche, ma in odor di violenza, come Tex Willer, il Grande Blek e Capitan Miki. I fumetti si salvarono ma furono censurati e obbligati a esibire il marchio GM, che voleva dire «Garanzia Morale». Ma il primo ministro e poi presidente turco Turgut Özal non accettò mai di esiliare Tex, perché lui stesso lo leggeva assiduamente.
Oggi, con il governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan, la censura sta conoscendo una spaventosa crescita di intensità. Tanto che il presidente dell’Associazione degli editori Metin Celal non ha esitato a parlare di «annus horribilis». Il problema è che la scure dei divieti non si è abbattuta soltanto su opere ritenute oscene, ma anche su quelle che mettono in discussione la ruvida ortodossia islamica del premier. Certo, negli Stati Uniti fa effetto la guerra dichiarata da Ankara, nello scorso aprile, a The soft machine, scritto dal famoso scrittore americano William S. Burroughs, i cui libri erano sempre stati diffusi in lingua turca. Ma il comitato presidenziale (del primo ministro) per la protezione dell’infanzia ha definito il lavoro «non letterario». Ancor più duro il giudizio sul romanzo Snuff di un altro celebre autore americano, Chuck Palahniuk, definito una mostruosa oscenità. Il comitato, composto da dieci membri, tra i quali una sola donna, accusa il testo di offendere le donne e la morale turca: «Nel libro una donna fa sesso con 600 uomini che entrano nella sua stanza. E questi, numerati uno per uno, descrivono dettagliatamente rapporti e fantasie».
La linea del rigore censorio, perseguita con asprezza variabile, sembra seguire il carattere ondivago del premier Erdogan. Aspro e insofferente, come sta dimostrando nei confronti di Israele, ma pronto a utilizzare il «doppio binario», soprattutto in politica estera. Durissimo quando segue la strategia del suo ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, portabandiera della linea del neo-ottomanesimo; più cauto quando si raccorda con il vicepremier Egemen Bagis, convinto europeista, l’uomo al quale Erdogan ha affidato il dossier più delicato, il negoziato per l’adesione all’Ue.
Ma un Paese che vuol far parte del club di Bruxelles come la Turchia, baciata da una crescita invidiabile, da una congiuntura economica favorevolissima e da un crescente peso internazionale, non può scivolare quasi ogni mese nelle mefitiche paludi della censura. Come è accaduto al grande regista Emir Kusturica, invitato come giurato al festival cinematografico di Antalya, ma accusato di «non aver preso posizione contro i crimini dei serbi nei confronti dei musulmani in Bosnia». Kusturica è andato ugualmente ad Antalya, ma è stato costretto a tornare a casa. Imbarazzante anche l’esperienza del premio Nobel Vidiadhar Naipaul, invitato nel novembre scorso a Istanbul, su richiesta del parlamento degli scrittori europei. Aspramente contestato da alcuni colleghi per aver «insultato l’Islam e i musulmani», non è sceso in Turchia perché l’incontro era «evidentemente polarizzato». Naipaul è però arrivato sul Bosforo nello scorso luglio, senza contestazioni. Anche un altro Nobel, una gloria della Repubblica, Orhan Pamuk, è stato condannato pochi mesi fa a pagare 6 mila lire turche, circa 3 mila euro, a sei persone che contestavano la famosa intervista a un giornale svizzero quando Pamuk disse che «abbiamo ucciso 30.000 curdi e un milione di armeni».
Per chiudere: non esiste in Turchia una lista ufficiale di autori proibiti, però c’è un elenco di libri che non possono essere pubblicati. La lista dei quasi cento autori turchi «all’indice» vede in testa, con tre volumi, il capo dei guerriglieri curdi, Abdullah Öcalan, condannato all’ergastolo. Ma questo non fa notizia.

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