L’India scopre il terrorismo fatto in casa

Carta di Laura Canali

L’attentato al palazzo dell’Alta Corte di Delhi è solo l’ultimo di una serie di attacchi rivendicati da gruppi terroristi nati in Pakistan che hanno fatto proseliti in India. La strategia dell’Isi in Balucistan

Francesca Marino per “Limes

L’attentato al palazzo dell’Alta Corte di Delhi – il secondo in poco più di un mese in territorio indiano – riporta all’attenzione della più grande democrazia del mondo, di recente occupata soltanto dai problemi di corruzione della classe politica e dai digiuni dell’attivista gandhiano Anna Hazare, la minaccia piùo meno costante del terrorismo. Con una variante, però, rispetto al copione seguito negli ultimi anni.

L’attentato è stato rivendicato dall’Harkat-ul Jihadi al-Islami (HuJi), gruppo di matrice pakistana, attivo prima in Kashmir e poi in tutta l’India negli anni scorsi, legato ad Al Qaida e al fantomatico gruppo degli Indian Mujahidin, sigla di una delle organizzazioni-fantasma della Lashkar-i-Toiba. La mail che ha rivendicato l’attentato sarebbe stata inviata da un cyber-cafè di Srinagar, nel Kashmir indiano. E questo è, in realtà, il nocciolo della questione.

Il ministro degli Interni Chidambaram ha difatti dichiarato che “non si può più puntare il dito contro il terrorismo oltre confine” e che, in sostanza, sia gli attentati di Mumbai dello scorso luglio sia quello di Delhi sono opera di gruppi basati in India e costituiti da cittadini indiani. Come dire: la strategia messa in atto da un certo numero di anni dai gruppi basati oltre confine e finanziati dall’Isi pakistana comincia a dare i suoi frutti. Così come, accusano i media e gli analisti indiani, la totale mancanza di coordinazione e di un ‘cervello’ centralizzato delle agenzie di intelligence indiane, chiaramente incapaci, secondo la popolazione, di gestire una situazione sempre più complessa.

Per anni, difatti, la Lashaker-i-Toiba, la Jaish-i-Mohammed e l’HuJi hanno infiltrato in territorio indiano una nutrita serie di jihadi che non soltanto ha portato a termine con successo un certo numero di attacchi (all’HuJI sono stati attribuiti i vari attentati a Varanasi e contro le corti di giustizia dell’Uttar Pradesh, ad esempio, oltre che l’attentato al parlamento di Delhi del 2001), ma hanno fatto opera di proselitismo tra la gioventù locale, in particolare tra gli appartenenti allo Student islamic movement of India (Simi), creando cellule più o meno dormienti composte da jihadi locali, pronte a entrare in azione a un segnale esterno oppure, in seguito, in maniera del tutto indipendente.

I tempi in cui George W. Bush presentava Manmohan Singh come “premier di una nazione che comprende milioni di musulmani e nessuno di loro appartiene ad Al Qaida” sembrano tramontati per sempre. L’India, alle prese con minacce sempre più serie alla sicurezza nazionale – minacce che partono dall’interno come la guerriglia maoista o le cellule jihadi dislocate in Uttar Pradesh o in Andhra Pradesh (tanto per citare alla rinfusa) – si trova a dover rivedere, e in fretta, le sue strategie antiterrorismo. Al cambiamento in atto dalle parti di New Delhi corrisponde un cambiamento in un certo senso speculare di Islamabad. Un rovesciamento delle parti che sembra quantomeno singolare, vista la storia recente.

Il Pakistan ha cominciato difatti ad accusare sempre più spesso New Delhi, in maniera più o meno aperta, di giocare allo stesso gioco per anni giocato da Islamabad: di finanziare cioè il terrorismo all’interno del paese. L’ultima allusione, nemmeno tanto velata, a opera del ministro pakistano degli Interni Rehman Malik. Questi, recandosi in visita a Quetta, ha accusato senza mezzi termini “potenze straniere” di finanziare gruppi terroristici basati in Balucistan e nel Khyber-Phaktunkhwa per “destabilizzare il Pakistan”. Secondo Malik, questi gruppi “dopo aver combattuto contro l’esercito pakistano, i frontier corps e la polizia, sono passati a uccidere donne e bambini innocenti”. L’ineffabile ministro ha aggiunto anche che gli elementi in questione sono contro l’Islam e il Pakistan e che hanno il solo scopo di spargere sangue innocente. Se non fosse tragico, sarebbe addirittura umoristico.

Basti pensare che a importare gruppi jihadi vari a Quetta e dintorni sono stati proprio i servizi segreti pakistani, e che la capitale del Balucistan è stata per anni rifugio privilegiato del mullah Omar e dei suoi. Favorendo l’immigrazione di jihadi e pashtun nella regione, Islamabad cercava di prendere i classici due piccioni con una fava: proteggere i gruppi di Taliban graditi all’esercito e al governo e, contemporaneamente, mettere in minoranza la popolazione locale sia numericamente sia ‘talibanizzando’ usi e costumi. Oltre a servirsi, naturalmente, dei jihadi come testa di ponte contro i separatisti baluci che da anni lottano per l’indipendenza. Strategia, dopo l’ultimo bagno di sangue a opera del presidente Musharraf avvenuto nel 2005, ispirata alle politiche cinesi in Tibet e rafforzata dalla totale indifferenza del resto del mondo.

L’ultima mossa di Malik, in ordine di tempo, è la richiesta di estradizione di Bramdagh Bugti, leader del Baloch republican party che ha chiesto asilo politico in Svizzera. Curiosamente, però, quando nel 2010 gli Usa avevano ventilato l’ipotesi di scambiare Bugti con il mullah Baradar – attualmente affidato alle amorevoli cure dell’Isi – il Pakistan aveva sdegnosamente rifiutato.

Il punto, quando si tratta di islamabad e di terrorismo, resta sempre è soltanto uno: la definizione di ‘terrorista’ e ‘gruppo terroristico’ per il governo pakistano è essenzialmente diversa da quella data a livello internazionale.

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