La primavera di Dana

Laura Leonella per “Il Sole 24 Ore

Li ha seguiti in silenzio, li ha visti invadere l’anima del suo Paese e un giorno d’estate di vent’anni fa li ha visti partire. I russi in Cecoslovacchia. A ritrarli in ogni rito di potere è stata una donna, Dana Kyndrová, straordinaria fotografa ceca di cui è appena uscito lo splendido volume Rituály Normalizace, i rituali della normalizzazione, edito a Praga dalle edizioni Kant. Una cronaca sovversiva perché antieroica, pietosa anche verso il nemico, per ricostruire gli anni dell’occupazione sovietica, dal 1968 al 1991, «un periodo di vuoto spaventoso – ricorda l’autrice in un incontro esclusivo – che solo un’ideologia morente come quella comunista poteva definire normale». Per sopravvivere a questa lunga agonia, Dana Kyndrová nel 1973 diventa fotografa, «anche se il mio sogno era il giornalismo. Ma dal momento che entrare in un giornale voleva dire prostituirsi al regime, ho scelto di studiare francese e insieme è arrivata la fotografia». Un’altra lingua, un vocabolario libero per gli occhi, una dissidenza discreta. «Ci obbligavano a festeggiare la fratellanza con l’Unione Sovietica, e in quelle interminabili manifestazioni mi portavo la macchina fotografica. Quello che vedevo era una farsa: i ragazzi, i miei coetanei, che inneggiavano alle conquiste del comunismo e un attimo dopo si appoggiavano esausti, svuotati, ai simboli di quella stessa ideologia. Vivere nella menzogna stanca. Tutti partecipavamo a quelle cerimonie, tutti sapevamo che non potevamo fare altrimenti e tutti eravamo contro. Era pura schizofrenia».
Per anni il lavoro di questa donna bella e coraggiosa rimane chiuso in un armadio. «Non ho mai pubblicato una fotografia fino alla Rivoluzione di Velluto, nel 1989. Ma anche i sovietici si erano imposti qualche censura. Mia madre mi raccontava che quando era piccola i volti di Marx, Lenin e Stalin erano ovunque, invadenti, minacciosi. Ma dopo la rivolta del ’69, dopo il sacrificio di Jan Palach, le autorità facevano più attenzione ed evitavano di “irritarci”. Così i ritratti, compreso quello di Breznev, venivano esposti solo durante le manifestazioni, poi vigliaccamente sparivano». Le spie, i poliziotti, invece restano. «Potevano travestirsi, ma il loro sguardo parlava più delle parole, occhi duri, arroganti. Li riconoscevamo sempre. E accanto a loro vedevo lo sguardo perso dei giovani pionieri e quello rassegnato delle donne che passavano ore in fila, in attesa di tutto, dalla carne alla carta igienica». A un certo punto, però, sugli occhi di Lenin appare il volto di Gorbaciov. «Nel 1987 Gorbaciov era venuto in visita a Praga, ma abbiamo aspettato ancora tre anni per buttare nel fuoco i simboli del comunismo e lo abbiamo fatto il 1º maggio del 1990, sul Piazzale Letná. E allora abbiamo cominciato a guardare negli occhi anche i soldati russi e abbiamo scoperto la loro povertà, la loro solitudine, estranei al nostro Paese e in fondo anche al loro, a quell’Unione Sovietica ormai in fin di vita».
Dana comincia a fotografarli, «utilizzando la tecnica di sempre. Come donna ero invisibile, inoffensiva, perché le donne non hanno mai rappresentato un pericolo per la cultura sovietica, non facevano paura, e quindi potevano guardare con più libertà. Così nei primi mesi del 1991 ho seguito le operazioni del ritiro. Ho fotografato caserme abbandonate, stanze vuote, scatole di cartone chiuse con lo spago e quelle partenze desolate alla stazione. Ma fino all’ultimo le autorità russe hanno voluto recitare la commedia e hanno organizzato un comizio d’addio, a cui nessuno di noi ha partecipato. I soldati invece erano lì, schierati a sentire le parole del loro ufficiale e a leggere quella frase ridicola dipinta sul palco: «Partiamo, ma l’amicizia rimane». Eppure i russi sono tornati e Praga, anche in questi giorni, è piena di sposi dell’ex impero sovietico che scelgono il Ponte Carlo come sfondo al loro album di nozze. «Questi ragazzi non sanno nulla del loro e del nostro passato. Basta vedere i libri di storia russa. Oblio totale. Per questi giovani conta solo la bellezza di Praga, ma è già qualcosa. Si sposano a Mosca e vengono qui, vestiti da matrimonio, a farsi le foto. Ieri arrivavano sui carri armati, oggi in limousine». Altri riti, altra normalità, per tutti.

Dana Kyndrová, Rituály Normalizace, Kant, Praga, pagg. 176, € 30,00

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