Il Qatar delega ai sauditi il processo contro al Qaida

Carta di Laura Canali

I jihadisti che progettavano un attacco contro le basi militari americane Al Udeid e As Sailiyah in Qatar sono stati trasferiti in Arabia Saudita. L’Emirato preferisce che sia Riyad a occuparsi dei terroristi, e si propone come Stato western friendlydella regione

Alma Safira per “Limes

In Arabia Saudita sono sotto processo i membri di Al Qaida che progettavano un attacco contro le basi militari americane Al Udeid e As Sailiyah in Qatar, utilizzate per attaccare l’Afghanistan nel 2011 e l’Iraq nel 2003. La cellula era composta da 41 membri di cui 38 sauditi, uno qatarino, uno afghano e uno yemenita, e aveva legami con gruppi terroristici in Iraq e in Siria; progettava attentati anche in Kuwait.

Il Qatar si sta esponendo sempre di più come una piattaforma western friendly in mezzo al Golfo. La partecipazione attiva all’intervento in Libia, la costruzione di una base politica dei talebani in territorio qatarino su esplicita richiesta degli Stati Uniti, la mediazione sulla questione del Darfur, sono solo alcune delle recenti iniziative strategiche di Doha che hanno esposto e innalzato l’Emirato nella politica internazionale riscuotendo sorrisi occidentali e critiche da parte della frangia più radicale dell’Islam.

Nonostante il Qatar possa essere diventato un nuovo target per Al Qaida, l’Emirato preferisce lasciare che sia l’Arabia Saudita a occuparsi dei terroristi che lo minacciano. I sauditi accusati di attentati negli Stati Uniti sono stati subito trasferiti in territorio statunitense o deportati a Guantanamo, ugualmente sotto l’autorità americana, mentre il Qatar ha preferito lasciare i sospetti terroristi ai sauditi, consapevole che questi riserveranno loro un trattamento molto efficace e in piena violazione dei diritti umani.

Anche prima dell’annuncio di una specifica legge anti-terrorismo molto criticata da Amnesty international, chi entrava nelle prigioni saudite non si sapeva bene che fine facesse. Nel rapporto 2011 di Amnesty International sull’Arabia Saudita si legge: “Durante l’anno, oltre 100 persone sospettate di reati in materia di sicurezza erano in carcere. Lo status legale e le condizioni carcerarie di migliaia di detenuti arrestati per ragioni di sicurezza negli anni precedenti – tra cui prigionieri di coscienza – sono rimasti avvolti nella segretezza.”

Si ha qualche informazione sul programma nazionale saudita di rieducazione degli ex jihadisti, ma per il resto le autorità hanno mantenuto un elevato livello di segretezza sui prigionieri e sulle loro condizioni di detenzione. Sono giunte notizie di almeno due decessi in custodia, presumibilmente a causa di torture o altri maltrattamenti.

“I tribunali hanno imposto abitualmente pene corporali, in particolare la fustigazione, che sono state applicate come pena principale o aggiuntiva” si legge nel rapporto di Amnesty.

Un ex detenuto, trattenuto nel carcere ‘Ulaysha di Riyad perché sospettato di aver commesso reati in materia di sicurezza nel 2007 e 2008, ha raccontato ad Amnesty di essere stato tenuto ammanettato e incatenato per 27 giorni in seguito all’arresto, prima che gli fossero tolte le manette e potesse fare per la prima volta una doccia. Ha affermato di essere stato interrogato durante la notte per oltre un mese e che tale prassi era la norma per i sospettati in materia di sicurezza.

Questa è la condizione di quei detenuti cui viene risparmiata la vita, ma almeno 140 prigionieri nel 2011 erano in attesa di esecuzione secondo i dati di Amnesty, compresi alcuni condannati per reati quali apostasia e stregoneria.

Per queste ragioni il Qatar lascia all’Arabia Saudita i terroristi che pianificano un attentato in territorio qatarino. Doha sta tentando di distinguersi dagli altri regimi confinanti per il rispetto dei diritti umani attraverso la creazione dell’agenzia Qatar foundation for combating human trafficking (Qfcht), il Doha center for media freedom, innumerevoli organizzazioni di beneficenza che con generosi finanziamenti promuovono i diritti umani.

I sauditi invece non sembrano cercare la redenzione nel nome dei diritti umani.

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