I palestinesi all’Onu sbagliano, da uomo di pace vi spiego perchè

Bernard-Henri Lévy

Bernard-Henri Lévy per “Il Corriere della Sera”

Da oltre quarant’anni sono favorevole all’avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita — fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori — non ho smesso di dire e ripetere che è l’unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace.

Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché.

La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell’opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell’Istituto Truman per la pace, all’Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l’idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull’argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità.

La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un’idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l’idea di negare la strada che anch’egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all’Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all’evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l’uomo che l’ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L’omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L’evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d’ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l’assordante silenzio sull’accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell’Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità.

E poi la domanda palestinese suppone — peggio, esige — che sia spezzato, a colpi di magiche firme, il nodo più inestricabile del pianeta: il nodo di interessi antagonistici, di aporie diplomatiche, di contraddizioni geopolitiche. Parliamo davvero seriamente? Sono quarant’anni che si discute, spesso in malafede ma non sempre, sulla questione delle frontiere giuste fra i due popoli, e sulla loro capitale. Quarant’anni che si dibatte, fra gente che si gioca la propria vita e il proprio destino, sul modo meno peggiore di garantire la sicurezza di Israele in una regione che non gli ha mai riconosciuto, fino a oggi, la piena legittimità. Sono sessantatré anni che il mondo si chiede come considerare il torto fatto ai profughi palestinesi del 1948 senza, tuttavia, compromettere il carattere ebraico dello Stato di Israele. E si avrebbe la pretesa di sistemare tutto questo, arbitrare questi quasi insolubili dilemmi, imballare un pacco di complessità dove ogni cosa sta nei dettagli, con un gesto spettacolare, sbrigativo, basandosi su un’infatuazione retorica e lirica? Ma andiamo! Che leggerezza! E che pessimo teatro!

Che occorra aiutare i protagonisti di tale interminabile dramma ad innalzarsi al di sopra di se stessi e a portare a termine il processo che negli ultimi anni hanno solo abbozzato, è sicuro. Che la comunità internazionale debba indurli a intendersi o, come dice Amos Oz, ma è la stessa cosa, a divorziare, è evidente; del resto, è questo il senso della recente proposta francese e degli obblighi di calendario che essa impone.

Ma nulla potrà evitare il doloroso e costoso faccia a faccia senza cui non c’è mai, da nessuna parte, un vero riconoscimento reciproco; nulla e nessuno potrà far evitare ai due protagonisti quella mossa apparentemente semplice ma che sarà per entrambi il più lungo dei viaggi: il primo passo verso l’altro, la mano tesa, il negoziato diretto.

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