Schuster e la Milano antifascista

Giorgio Rumi per “Avvenire

Il 29 novembre 1938, il federale di Milano, Parenti, risponde al Duce che lo aveva evidentemente rimproverato dell’eccessiva fiducia riposta nell’arcivescovo: «Non ho mai creduto, come qualcuno ha avuto il coraggio di affermare, che il cardinale Schuster avesse voltata la sua casacca vaticana per trasformarsi in un fascista. Né sono stati compiuti atti che potessero far credere ad una non ben definita linea in materia politica, del fascismo milanese, o ad una rinuncia a quelli che sono i principi della Rivoluzione». 

Sul finire degli anni Trenta, i rapporti tra Chiesa e regime, in quella terra ambrosiana da cui erano partite le tre grandi contestazioni dell’Italia liberale (quella cattolica, socialista e infine fascista) sono chiari e netti rapporti di forza: il federale di Milano non ha dubbi nel rievocare il cammino percorso e a riaffermare la sua visione delle cose: «Cinque anni or sono fui chiamato dalla Vostra fiducia a reggere le sorti del fascismo milanese […]. Il Cardinale, a quell’epoca [1933] era notoriamente antifascista, ed ostacolava, a volte apertamente, a volte occultamente, l’azione del fascismo milanese; […] mentre decisamente […] io puntavo sul popolo, alle spalle avevo il Cardinale e tutta l’azione cattolica che persistevano nella loro opera di disgregazione».

Lo scopo era «strappare dalle mani dei preti e dei loro seguaci il popolo». Il federale è convinto d’esserci riuscito, cita la «non equivoca adesione del porporato alla politica imperiale», ma quello che più gli sta a cuore è riaffermare che «mai il fascismo ha mollato di un palmo su quelle che erano e sono le prerogative spirituali, politiche, sindacali, assistenziali del Partito». Al di là delle manifestazioni di protocollare rispetto, quel che davvero conta è la durissima lotta per il controllo sociale. Il punto di rottura è «l’allocuzione pronunziata dal cardinale Schuster, con cui si combatte la nostra politica sulla razza». Ognuno va, da questo momento, per la sua strada: «Ho rotto naturalmente col cardinale ogni e qualsiasi rapporto». Questa la trepida difesa del massimo gerarca in Milano, da cui trapela una lunga, alterna vicenda, che conferma, in ogni caso, la forza e l’influenza della Chiesa di sant’Ambrogio con cui il Regime deve sempre misurarsi, anche e soprattutto nel momento della sua apparente massima potenza.

Quando si profila come inevitabile l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale, il giovane teologo Carlo Colombo interviene sulla gloriosa “Rivista di filosofia neoscolastica” a proposito dei requisiti e dei limiti della “guerra giusta”, del possibile ricorso alle armi a tutela di interessi o aspirazioni nazionali. Il giudizio d’insieme è, a dir poco, prudentissimo, e il fondo dell’opinione è affidato al manzoniano padre Cristoforo, col suo famoso «il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide né portatori né bastonate».

Tutto ciò non giunge improvviso, se si ha riguardo alle denunce episcopali del «gelido vento di tramontana» che sta investendo 1’abbazia ambrosiana dalla conclusione dell’Asse Roma-Berlino. Schuster era stato esplicito sulle conseguenze dell’involuzione germanizzante del regime: «Di fronte ad un Credo apostolico e ad una Chiesa cattolica di origine divina, abbiamo dunque un Credo fascista ed uno Stato totalitario, il quale, appunto come quello hegeliano, rivendica per sé degli attributi divini. Sul piano religioso il Concordato è vaporizzato. È inutile voler stabilire un armonico binomio Religione e Patria”.

Forse, come diceva Roberto Farinacci, «il cardinal Schuster non capisce nulla di politica». Tuttavia, svanite le illusioni di cristianizzazione del fascismo, con il troppo noto corteggio di benedizioni ai gagliardetti e visite alla scuola di mistica fascista, la diocesi sembra concorde, e anzi unanime come non mai, di fronte all’eventualità della guerra. Obbedienza all’autorità costituita non significa supporto o partecipazione. Come è diversa la situazione rispetto al 1915-1918! Nel 1941 si lamenterà persino 1’assenza di cappellani militari e si confronteranno i 19 mobilitati contro i 480 della Grande guerra.

Rarissimi sono i riferimenti ad un’ipotetica vittoria; piuttosto, il tono è dato dal costante appello a «questa desiderata pace; ma sia essa la pace del Cristo; pace fondata sulla giustizia e non sulla sola forza delle armi; pace nel reciproco rispetto dei diritti di tutti i popoli, e con quel senso soprannaturale di unità di tutta intera la famiglia umana, nell’unico Dio creatore». Nel luglio del ’40, si prega per la «cessazione dei pubblici turbamenti»! Già nel luglio del ’40 vengono emanate norme restrittive per i gesti religiosi nelle manifestazioni patriottiche e, con esplicito riferimento alla “benedizione dei vessilli”, si consiglia la pratica del rosario. Il cardinale, all’annuale dei fasci del 1941, propone come motto araldico «Io credo in Dio».

La diocesi sembra puntare alla tutela morale e fisica dei soldati e dei civili, curando in particolare di attenuare gli effetti dei bombardamenti, moltiplicando gli aiuti e i conforti. «Ciò che è contingente, ricordiamolo, passa». L’ordine degli interessi è, così, inequivocabile. Piuttosto, è opportuno guardare avanti.

Nell’ottobre-novembre 1943, la direttiva diocesana diviene «prepararsi e organizzarsi […] per rendersi idonei a partecipare alla vita nazionale, perché il […] posto [dei credenti] non sia preso da partiti antinazionali, bolscevichi o comunque acattolici». Se al momento i repubblichini tengono il campo, una saggia presbiopia fa individuare altri problemi. Gli ecclesiastici hanno il divieto di iscriversi al nuovo partito fascista; sono sospese compromettenti manifestazioni politico-religiose; i sacerdoti ribelli – come il farinacciano don Calcagno – sono espressamente condannati; l’intero episcopato lombardo ordina «grande cautela», propone una «sana cultura sociale» ed evidenzia – nella primavera del 1944 – «legittime esigenze o rivendicazioni dei lavoratori».

Alla Liberazione, il cattolicesimo ambrosiano giunge con un incomparabile prestigio. Il cardinale, coi replicati interventi contro bombardamenti indiscriminati alleati e barbare repressioni nazifasciste, con l’involontario protagonismo nell’ultimo atto del regime e nella resa tedesca, ha assunto un ruolo specialissimo, quasi di vicario papale al Nord. Il clero si è mostrato ostilissimo verso occupanti e collaborazionisti, e ciò non è sfuggito agli organi investigativi della Repubblica sociale, concordi nel ravvisare nella struttura parrocchiale la rete primaria di resistenza.

Anche quel ceto aristocratico e alto borghese, tradizionalmente più devoto alla gerarchia, non sembra aver avuto dubbi; addirittura un grande industriale, Enrico Falck, è riuscito a farsi arrestare e a finire in prigione. Anche padre Gemelli ha saputo ospitare il comandante generale dei volontari della libertà, Raffaele Cadorna e i massimi organi partigiani proprio nel suo laboratorio di Psicologia.

Ma alle benemerenze passate si aggiunge ora uno speciale impegno a chiudere gli strascichi della guerra civile. Schuster è perentorio nel riaffermare principi cari a tutti gli ambrosiani: «Si inizia per l’Italia un periodo nuovo. Violenze private, rappresaglie, vendette personali, crudeltà, ruberie e saccheggi sono vietati a tutti dalle leggi così divine che umane. Se c’è da riparare la giustizia violata, ci sono per questo i tribunali che debbono giudicare secondo giustizia. Guardiamoci pertanto dal ripetere noi gli errori che abbiamo deplorato in altri».

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