Torino e gli industriali, destini incrociati

Dalla riforma dell’associazione voluta da Agnelli all’isolamento nella marcia dei 40mila

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera”

In fondo lo «strappo» di Fiat da Confindustria si inserisce in una lunga, travagliata e per certi versi emblematica storia di destini incrociati che ha segnato in Italia l’evoluzione della rappresentanza di imprenditori e sindacati.

Lo spiega bene Cesare Annibaldi che, responsabile in Fiat di relazioni industriali ed esterne, si è occupato a lungo e strettamente dei rapporti con l’associazione degli industriali: «Dagli anni Settanta fino a tempi relativamente recenti non è facile mettere in evidenza grandi discontinuità. Il modello è stato abbastanza stabile: il Lingotto sosteneva l’organizzazione mettendo a disposizione uomini, risorse organizzative, e non solo a livello centrale. Anzi, c’era una grande attenzione alla “periferia”».

Un filo probabilmente ininterrotto che traccia il percorso di una relazione che con la presidenza di Giovanni Agnelli, fra il 1974 e il 1976, raggiunge ovviamente l’apice, quasi una identificazione dell’associazione nel suo leader più carismatico che, alla sua uscita, è il primo a indicare il suo «successore» in Guido Carli. Prima Governatore della Banca d’Italia, Carli è fra i pochi numero uno di Viale dell’Astronomia ad accedere agli «onori ed oneri» di quella posizione senza essere stato imprenditore o «padrone».

Ma Agnelli si può dire sia stato sempre in Confindustria e probabilmente mai abbia pensato che il Lingotto potesse uscirne. Un episodio significativo lo ha raccontato Enrico Salza che prima di diventare banchiere a Torino è stato imprenditore nell’azienda di famiglia che produce fiammiferi. E’ il 1965 e il giovane Salza raccoglie e partecipa ai fermenti degli industriali jr che arrivano anche a ipotizzare l’uscita dall’associazione. Agnelli, giovane anch’egli, esprime la propria solidarietà ma aggiunge con una certa diplomazia: «Non posso garantire che la Fiat esca da Confindustria con voi».

Ed è Agnelli a spendersi non poco accanto a Leopoldo Pirelli nel ’69-70 al progetto di riforma dell’associazione affidato dall’allora presidente Angelo Costa e che prenderà sostanza nella cosiddetta Riforma Pirelli. Una riforma che prevedeva «una collegialità di governo», spiega Carlo Callieri, che in Fiat ha ricoperto diversi incarichi ed è stato per otto anni vicepresidente della Confindustria e candidato alla presidenza quando ha prevalso Antonio D’Amato, «ma che poi non è stata applicata proprio a Torino dalla Unione industriali».

Ma se con Agnelli leader si arriva all’identificazione, che significa anche rappresentare i compiti associativi in intese come quella sul punto unico di contingenza firmata con Luciano Lama (che con l’Avvocato ha un rapporto di evidente reciproca stima) non si può dire che i rapporti fra Fiat e Confindustria siano sempre stati contrassegnati da questo registro. Annibaldi lo spiega facendo riferimento alla marcia dei 40 mila. «Fiat ha in quella occasione avuto l’impressione di essere sola. Io partecipai a diverse riunioni in Confindustria con presidente Vittorio Merloni, che uscì allo scoperto solo dopo 20-25 giorni. Non ci fu nulla che potesse dare effettivamente una percezione di distacco, ma…».

Un episodio, certo. Che tuttavia segnala l’evoluzione alterna dei destini incrociati. La Fiat in un’associazione dove acquistano peso i piccoli e le aziende pubbliche, è influente nella scelta dei presidenti, esprime fra gli altri in Viale dell’Astronomia un direttore generale di peso come Paolo Annibaldi, fratello di Cesare e un vicepresidente come Callieri, «sale» di nuovo alla presidenza con Luca Cordero di Montezemolo che, presidente di Ferrari, lo diventa di Fiat quattro giorni dopo la nomina al vertice dell’associazione. Ma quando Giovanni Agnelli sostiene ufficialmente Callieri e assiste alla sua sconfitta, non gli resta che dire con amarezza che è la «vittoria dei berluschini». D’Amato lancia il tema dell’associazione come lobby. Però Fiat, che di certo non ha mai avuto bisogno di Confindustria per sostenere i propri interessi, non «ci sta» in questa definizione. In crisi entrano le forme della rappresentanza. E ora lo «strappo» che il giovane Agnelli forse non avrebbe mai immaginato ne è la prova più significativa.

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