La via della droga va dal Messico agli Usa

Carta di Laura Canali

Il confine fra i due Stati è da secoli teatro di illegalità. Oggi, stupefacenti di ogni genere sono la merce principale dei traffici che interessano l’asse sud-nord, e il cui controllo è causa da cinque anni di sanguinosi conflitti

Fabrizio Maronta per “Limes

Quella delle attività illegali al confine tra Messico e Stati Uniti è una storia vecchia quanto il confine stesso. I primi contatti tra coloni americani e residenti messicani (in quello che oggi è il Sud statunitense, strappato al Messico con la guerra del 1845-48 e con il Louisiana Purchase del 1853) risalgono al Settecento, ben prima dell’indipendenza dal Regno Unito, quando i venditori di pellicce di castoro del nord varcavano illegalmente il confine meridionale per vendere la loro preziosa merce. Nei decenni successivi seguirono venditori e imbonitori di ogni tipo, in un curioso gioco a parti rovesciate in cui a sconfinare erano i gringos e a reprimere i messicani, al contrario di quanto avviene oggi.

Nel Novecento, tuttavia, il contrabbando è divenuto sempre più appannaggio delle organizzazioni criminali messicane, benché in stretto contatto con le loro controparti settentrionali. Al crescere del divario economico tra Messico e Stati Uniti, i secondi sono divenuti il mercato di sbocco dei traffici illegali (droga, immigrati clandestini e, durante il proibizionismo, alcol), il cui flusso si è via via consolidato sulla direttrice sud-nord.

Volume e guadagni di queste attività sono cresciuti esponenzialmente tra gli anni Ottanta e Novanta, quando il sensibile miglioramento della sorveglianza aerea e marittima nell’area caraibica ha spostato le tradizionali rotte della cocaina a nord, verso il Messico. È in questo periodo che la città di Guadalajara assume rilevanza come hub del crimine organizzato messicano: la sua collocazione geografica – nella parte centro-occidentale del Messico, vicino al porto di Manzanillo (il più grande del paese) e ben collegata da autostrada e ferrovia – ne ha fatto il cuore logistico dei potenti cartelli della droga messicani.

Se i campi di battaglia sono Tijuana e Ciudad Juarez, a ridosso del confine, dove le “famiglie” combattono fra loro e con il governo messicano una guerra senza quartiere per il controllo dei traffici, grazie anche al fiume di armi acquistate negli Usa con i proventi del crimine, la loro base logistica è Guadalajara, la cui (relativa) pace è presupposto fondamentale della fluidità dei traffici. Fino alla metà degli anni Ottanta, la città è stata saldamente in mano a un cartello composto da nomi “storici” della scena criminale messicana: Rafael Caro, Ernesto Fonseca, Miguel Angel Felix (cui è liberamente ispirata la figura del boss della droga nel film Collateral) furono i primi a intuire e intercettare le opportunità schiuse dalla diversione della rotta caraibica.

Nel 1985 un’offensiva governativa prese di petto il “cartello di Guadalajara”, dal cui smantellamento sorse una galassia di organizzazioni minori in seguito federatesi nel cartello di Tijuana, in quello di Juarez, in quello del Golfo e nella Federazione di Sinaloa, la quale assunse il controllo della piazza di Guadalajara. Il monopolio mafioso era finito, ma nei successivi vent’anni si andò consolidando un equilibrio infranto, nel 2008, dalla rottura della Federazione, la cui costola scissionista (l’organizzazione Beltran Levya) si è alleata agli spietati Los Zetas, attaccando l’infrastruttura dei Sinaloa sulla costa pacifica.

Nel 2010, in un conflitto a fuoco con l’esercito messicano, resta ucciso Ignacio Coronel Villareal, patron dei Sinaloa, la cui scomparsa crea un vuoto di potere riempito dalla Familia Michoacana, attuale dominus di Guadalajara. Nel frattempo, complice l’ormai triennale crisi economica, il business dei cartelli si è andato allargando ad altri stupefacenti (in primo luogo le metanfetamine, la cui preparazione necessita di componenti chimici che affluiscono via mare a Manzanillo soprattutto da Usa e Cina) e ai sequestri di persona a scopo di riscatto.

Il risultato di questi sviluppi è una guerra parallela che, da cinque anni, insanguina il Messico: da un lato la lotta tra i cartelli per il controllo del lucrativo traffico di droga; dall’altra la pesante offensiva scatenata contro le organizzazioni criminali dal governo messicano, specialmente sotto l’attuale presidenza di Felipe Calderòn. Un’offensiva che, nonostante il considerevole aiuto statunitense (circa 1 miliardo di dollari in tre anni), ha avuto per il Messico costi economici e umani enormi: sono state oltre 34 mila le vittime (secondo stime governative) nel periodo 2006-2010 tra trafficanti, forze dell’ordine e civili, di cui 15 mila nel solo 2010, e 7 miliardi di dollari spesi nei soli primi due anni della presidenza Calderòn.

Questi ultimi sono comunque poca cosa rispetto ai profitti dei cartelli, che il Government accountability office (Gao) americano quantifica in 23 miliardi di dollari annui. Frutto della contiguità con il mercato statunitense, che, da solo, assorbe circa il 60% della domanda mondiale di stupefacenti. E nel quale a far vittime, in questa guerra, non sono tanto i sicari della droga, ma la droga stessa.

La droga del centroamerica dalla A agli Zetas | Dream over l’America a casa

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