Quando l’Islam seguì la svastica

Gran Muftì di Gerusalemme con Adolf Hitler

Luciano Canfora per “Il Corriere della Sera”

Lo storico statunitense Jeffrey Herf ha pubblicato nel 2009 un robusto saggio sulla Propaganda nazista per il mondo arabo (ora in traduzione italiana presso le edizioni dell’Altana, Roma, pp. 462, 20€ con una appropriata prefazione di Sergio Romano). E uno studio molto documentato, riguardante un fenomeno che, per varie ragioni, è rimasto ai margini della ricerca storica. «Documentare e interpretare l’impegno della propaganda nazista rivolta agli arabi e ai musulmani del Medio Oriente e del Nord Africa», con una particolare attenzione agli anni tra il 1939 e il1945: questo è il preciso ambito del libro e non bisogna chiedergli di più. (Quando si lancia in pistolotti ideologici, come a pagina 2oo, l’autore diventa piuttosto confuso). Al centro del libro è la figura di Amin el-Husseini, cosiddetto Gran Muftì di Gerusalemme, la cui dedizione alla politica nazista, alla propaganda e agli obiettivi di guerra nazisti non ha nulla da invidiare a quella dei più fidi collaborazionisti europei, da Monsignor Tiso a Ante Pavelic. Poco tempo prima era apparsa una biografia di Husseini a cura di Dalin e Rothmann, La mezzaluna e la svastica (Lindau). Ricorda Romano nella prefazione la nascita, promossa dagli occupanti nazisti in Jugoslavia, di una legione di SS bosniache alla cui opera nefasta il Gran Muftì Husseini diede il suo avallo «spirituale».

Ha ragione Romano quando osserva che da parte nazista vi era, al di là delle parole profuse nella massiccia propaganda, una sostanziale doppiezza: faceva gioco scatenare gli islamici (specie se fanatici) contro gli ebrei, magari in vista di una «soluzione finale» anche in Medio Oriente ove Rommel fosse giunto ad Alessandria e al Cairo, ma la visione degli arabi come «razza inferiore» rispetto agli ariani restava ben salda nella mentalità nazista, al di là della strumentale adulazione. Herf, proprio in quanto studioso della propaganda (è questo il suo specifico oggetto), può correre il rischio di sopravvalutarne la sostanza e la effettiva portata politica. Lo studio dell’altra faccia del problema, cioè dell’accoglienza riservata a tale propaganda oltre che da parte di Husseini anche da parte delle correnti nazionaliste (laiche e militari) egiziane avrebbe completato l’indagine e ne avrebbe ribadito l’importanza. Valga come esempio il caso di Anwar el-Sadat (1918-1981), militante di lungo corso del nazionalismo egiziano, animatore al tempo di El-Alamein dell’organizzazione dei «liberi ufficiali», simpatizzante della Fratellanza musulmana (di cui da presidente dell’Egitto, molti anni dopo, cadrà vittima), nasseriano di ferro, successore di Nasser alla presidenza dell’Egitto dopo l’improvvisa morte di lui nel 1970.Orbene della collaborazione di Sadat, e della sua organizzazione, con il maresciallo Erwin Rommel — di cui Herf parla appena di sfuggita a pagina 323 — già molto si sapeva. Ma la testimonianza più importante è quella dello stesso Sadat nella sua autobiografia (In cerca di una identità, Mondadori 1978) cui si è ispirato, per alcuni episodi, Ken Follett nel Codice Rebecca (Mondadori, 1980). Quello che colpisce nella circostanziata narrazione di Sadat non è tanto la vicenda rievocata, quanto la convinzione perdurante nell’ormai presidente egiziano della giustezza delle scelte fatte allora. E, ancor più, il modo in cui il Sadat del 1978 giudica la vicenda hitleriana nel suo complesso (non più soltanto la vicenda dell’aiuto prestato a Rommel). «Mi trovavo al paese per le vacanze — scrive — quando Hitler da Monaco cominciò la marcia su Berlino, deciso a cancellare le conseguenze della sconfitta subita dalla Germania nella Prima guerra mondiale e a ricostruire il suo Paese. Raccolsi i miei amici, dissi loro che dovevamo seguire l’esempio di Hitler, marciando sul Cairo» (pagina 20). «Cominciai a prendere contatti su varia scala… In un primo momento i contatti si limitarono a ufficiali dello stesso corpo, miei coetanei; ma incoraggiato dalle sfide lanciate successivamente da Hitler all’Inghilterra tra il 1939 e il 1941 un po’ alla volta allargai la cerchia» (pagina 28). Quindi si passa al 1943: «Poiché quell’anno il potere di Hitler cominciò a declinare e gli inglesi a ristabilire fermamente la loro presa sull’Egitto, Nasser si trovò a dover elaborare programmi a lunga scadenza» (pagina 29). Poi il racconto torna indietro: «Le forze di Hitler avevano invaso l’Europa con sorprendente rapidità e la situazione degli inglesi andava facendosi ogni giorno più precaria ovunque sicché pareva che da un momento all’altro potessimo sferrare il colpo che ci avrebbe liberati dalla potenza occupante e dai partiti politici» (pagine 33-34). Questa breve silloge è di per sé istruttiva e potrebbe continuare. Herf dice ogni tanto, nel suo saggio, che i musulmani filonazisti avevano come bersaglio «gli ebrei e il liberalismo occidentale» (pagine 16-17), anche se poi la sua benemerita documentazione dimostra che un altro carattere dominante di costoro era 1’antibolscevismo (pagina 325). Non direi che il «liberalismo» fosse il loro problema. Sadat — s’è visto — propugnava che, con la vittoria hitleriana, ci si liberasse in blocco «dei partiti politici». Ed è sintomatico come egli manifesti, ancora nell’autobiografia, aperta critica verso l’Urss, colpevole di non voler mettere in discussione l’esistenza di Israele: «È ridicolo — scrive nel 1978 — chiedere ai palestinesi di riconoscere Israele… che gode dell’appoggio sia degli Usa che dell’Urss. Quest’ultima infatti non ha mai nascosto di appoggiare il diritto all’esistenza di Israele. Arafat si è recato di recente in Urss per discutere con Breznev, allorché questi ha chiesto che l’Olp riconoscesse Israele» (pagina 304). Si può ben dire che gli uomini che avevano a suo tempo cercato il contatto con Rommel per «liberare» l’Egitto non hanno, in definitiva, cambiato le strutture profonde del loro pensiero, quali che siano state le loro scelte tattiche negli anni successivi.

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