Diari di viaggi di Virginia Woolf, un amore per l’Italia

Virginia Woolf

Luciana Baldrighi per “il Giornale

Colpita dal giallo milanese delle sue abitazioni raccolte dentro le mura, da una Firenze dai sapori dei film di Jeames Ivory, dove conosce l’importante storico dell’arte americano Bernard Berenson, da una Perugia con una Cattedrale in festa e da Assisi custode di tesori medioevali e gotici, la scrittrice inglese Virginia Woolf (1882-1941) nel suo “Diari di viaggi” (Mattioli Editore, Euro 17,90. Pag.118), oltre al Belpaese mette a fuoco una Grecia “povera, sporca, ma sacra”.

Stiamo parlando di un viaggio che la scrittrice compie tra il 1906 e il 1909, a tappe convinta osservatrice e puntigliosa cronista già in giovane età, perché quando la Woolf intraprese questa vacanza con la sorella Vanessa e l’amica Violet Dickinson (insieme sbarcano a Patrasso) era poco più di una ragazzina. A restituirci le pagine di quel garbato ma preciso taccuino conservato alla British Library, in edicola tra pochi giorni, è stata la cura e la traduzione eccellente di Francesca Losi e Alessandra Repossi.

Siamo nel mese di settembre e la woolf decide di vedere e cercare di comprendere la “cultura classica” dalle sue radici, con lo spirito di chi posa un piede sopra una pietra sacra, proseguendo fino a Costantinopoli. A causa di una malattia della sorella le donne rientrano in patria per poi ripartire il settembre successivo puntando direttamente su Milano. Una città che la scrittrice definì “sobria, ricca di sorprese, ma polverosa…”, che cosa intendesse esattamente possiamo immaginarlo. Ma ciò da cui la Woolf viene più colpita è l’Umbria e la Toscana dai sapori casereci e dai palazzi importanti tutti illuminati e le strade piene di bandiere.

Un’Italia ai nostri occhi scontata ma certamente da rimpiangere. Nonostante la scrittrice si trovasse un Paese pieno di mendicanti, ebbe l’impressione di una popolazione dal carattere contento e predisposta alla felicità, all’allegria. L’armonia che davano i bambini che giocavano cantando spensierati nei giardini, anche se vestiti un po’ da straccioni, gli odori e i sapori mediterranei, l’energia positiva che emanava la gente la colpirono profondamente e le permisero di esprimersi con la massima poesia di cui la scrittrice è sempre stata maestra.

Nelle pagine riguardanti il Duomo di Siena, si sofferma sulla liturgia del clero e a Fiesole non manca di parlare della Contessa Angelica Ramponi: “La contessa è una celebrità anglo-italiana…, una donna massiccia, robusta, quasi tracagnotta con le sue guance di rosso scuro, segnate da un morso di un cane, gli occhi sporgenti…nell’insieme ha un aspetto vigoroso, imperioso e perspicace al temo stesso”. Insomma, com’era bella l’Italia di cento anni fa e la culla della cultura classica, la Grecia quasi sua gemella.

Nei taccuini la Woolf non si cura di aggettivi forti, aggettivi ripetuti, ma la scrittura non fa una grinza, è precisa e sciolta. Ne emerge un ritratto vero dell’Italia e dell’autrice, in tutti i suoi stati d’animo e persino nei suoi sensi.

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