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Da Auschwitz alle stelle: “Primolevi” è in orbita

novembre 29, 2011

Primo Levi (Torino, 1919-1987). Il "suo" pianeta fu scoperto nel 1989

Battezzato con il nome dello scrittore-scienziato (scritto tutto unito) un pianetino tra Marte e Giove

Piero Bianucci per “La Stampa

Scoperto nel 1989, per più di vent’anni il pianetino 4545 è rimasto anonimo nella sua orbita tra Marte e Giove. Da qualche giorno ha un nome: si chiama Primolevi (tutto unito, come vogliono le regole dell’anagrafe celeste) e anche il numero d’ordine che lo contrassegnava ha assunto un significato: 1945 è l’anno del rientro di Primo Levi da Auschwitz, e quasi cabalisticamente un 45 sta tra due 17 nel numero che i nazisti gli tatuarono sull’avambraccio e che lui non volle mai cancellare (174517).

L’idea di dedicare un pianetino a Primo Levi è di Mario Di Martino, astronomo all’Osservatorio di Pino Torinese. La proposta è stata accolta dalla International Astronomical Union, organizzazione mondiale che ha il potere di battezzare gli oggetti del cielo. La motivazione riporta i dati biografici essenziali: «Primo Levi (1919-1987), chimico e scrittore italiano, fu autore di due romanzi e di alcune raccolte di racconti, di saggi e poesie. La sua opera più nota è Se questo è un uomo , testimonianza del suo periodo di prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz».

Il pianetino Primolevi fu scoperto nel 1989 dall’astronomo belga Henri Debehogne con un telescopio dell’Osservatorio australe europeo, sulle Ande del Cile. Ha un diametro di 17 chilometri, si trova nella fascia principale degli asteroidi e impiega cinque anni e mezzo a completare la sua orbita, che è stata determinata con 1084 osservazioni, l’ultima del 28 ottobre di quest’anno. Debehogne se n’è andato nel 2007 all’età di 78 anni. Astronomo all’Osservatorio reale del Belgio, specializzato nello studio di asteroidi e comete, ha scoperto più di 700 pianetini. È il primato dell’era in cui agli asteroidi si dava la caccia fotografando zone del cielo promettenti. Rimarrà imbattuto: negli ultimi anni i telescopi automatici hanno sostituito l’intelligenza e la pazienza degli astronomi.

Sarebbe bello sentire le reazioni di Primo Levi alla notizia di questo battesimo. Il cielo lo affascinava e molta sapienza astronomica è sparsa nelle sue pagine. Su La Stampa commentò la missione dell’Apollo 8 intorno alla Luna, lo sbarco dei primi astronauti, Armstrong e Aldrin, nel 1969, la partenza delle sonde Pioneer verso Giove con a bordo un messaggio a eventuali alieni, la tragedia dello shuttle Challenger esploso al decollo nel 1986. Nel racconto Una stella tranquilla un astronomo che aveva programmato un weekend con la famiglia se lo vede andare in fumo per colpa di una supernova esplosa migliaia di anni prima. Nelle poesie Stelle nere e Sidereus nuncius lo ispirano un articolo di Scientific American sui buchi neri e Galileo che punta il cannocchiale «come una bombarda». In Notizie dal cielo vede nell’astronomia e nella fisica delle particelle il riscatto intellettuale del Novecento dagli orrori di due guerre mondiali: «Credo che quanto si va scoprendo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio». Nel racconto Visto da lontano rovescia il punto di vista come fece Keplero nel Somnium e fa osservare da astronomi lunari la comparsa dell’inquinamento luminoso sulla Terra.

Il Levi astrofisico si coglie anche in cenni quasi impercettibili. L’ultimo capitolo del Sistema periodico racconta le multiformi «vite» di un atomo di carbonio fino a quando, imprigionato in una molecola di zucchero, fornisce a Levi stesso l’energia per mettere il punto che chiude il libro. Ma prima di descrivere i vortici delle reazioni chimiche, Levi inserisce una nota in apparenza trascurabile: l’atomo di carbonio che da milioni di anni è immobile in una roccia calcarea – ci comunica sommessamente – «ha già una lunghissima storia cosmica alle spalle, ma la ignoreremo».

Chi ha orecchie per ascoltare capisce a che cosa Levi sta pensando. L’atomo di carbonio, come tutti suoi gemelli esistenti nell’universo, non si è formato nel Big Bang – dal quale uscirono soltanto idrogeno, elio e un pizzico di litio – ma nelle reazioni termonucleari di qualche stella che, dopo aver fuso l’idrogeno in nuclei di elio, incominciò a fondere nuclei di elio in nuclei di carbonio. È lì, in una fucina stellare alla temperatura di miliardi di gradi, che il carbonio è nato. Poi la stella esplode, il carbonio e altri elementi pesanti si spandono nello spazio, e da questi materiali, disseminati in una nebulosa, nasceranno altre stelle e pianeti e rocce calcaree… È una scoperta che si deve a Fred Hoyle e a William Fowler datata 1957. Ricordiamolo: Levi sapeva sempre molto di più di quanto diceva o scriveva.

Il moralismo di Stato che non vede i reati ma soffoca la libertà

novembre 29, 2011

Vilfredo Pareto

Giampietro Berti per “il Giornale

È vero che la storia riserva sempre sorprese, ma è anche vero che si ripete in continuazione. Ne abbiamo un’ennesima conferma con il libro fresco di stampa di Vilfredo Pareto, Il mito virtuista e la letteratura immorale (Liberilibri, 2011, pag. 210, introduzione di Franco Debenedetti) la cui prima edizione apparve in Francia nel 1911 e in Italia nel 1914.  In quest’opera Pareto denunciava la stupidità e l’ipocrisia del suo tempo espressi dai virtuisti (virtuista è un neologismo coniato dallo stesso Pareto), cioè da coloro che, invece di occuparsi dei problemi veri che affliggevano il Paese – miseria, corruzione, analfabetismo, dominio della mafia e della camorra in intere regioni – si interessavano a reprimere la letteratura immorale, rappresentata soprattutto da libri che davano spazio a vicende amorose e sessuali.
Ispirata da un ethos profondamente liberale, l’opera è un’incursione a tutto campo nella letteratura greca, latina, moderna, con particolare riguardo agli scrittori illuministi, a partire da Voltaire. Pareto dimostra non soltanto l’impossibilità logica di definire la letteratura immorale, l’impotenza pratica di ogni censura, ma anche l’assoluta incapacità del ogni moralismo di trasformare la società. Pone in primo piano la questione decisiva del potere politico, che trova nell’enfasi statalistica la sua attuazione. Il moralismo di Stato propugnato dai virtuisti tende di fatto a distruggere una delle più grandi conquiste della civiltà liberale: la divisione tra la sfera privata e quella pubblica.
Pervaso da un irriducibile individualismo, dall’insofferenza per l’invadenza soffocante di ogni potere, il grande sociologo italiano, beffeggia e seppellisce i moralisti sotto una valanga di sarcasmi, dimostrandone tutte le contraddizioni. In piena sintonia con il realismo e il disincanto di Machiavelli, rivendica la vera etica, che deve consistere nell’essere rigorosi e inflessibili su ciò che riguarda la sfera pubblica, tolleranti su ciò che riguarda quella privata. È stata persa, a giudizio di Pareto, una delle più grandi conquiste del Risorgimento: la separazione cavouriana fra Chiesa e Stato, fra etica dello Stato e morale privata.
È sottesa qui, infatti, la questione centrale già posta già da Benjamin Constant: la distinzione fra «la libertà degli antichi» e «la libertà dei moderni». La libertà degli antichi è la libertà conferita ai cittadini politicamente attivi, i quali sono liberi in quanto esercitano dei diritti politici, il cui espletamento implica il coinvolgimento nella vita della polis. La libertà dei moderni scaturisce invece dalla fonte imprescrittibile dei diritti naturali, che dichiarano che nessun potere, nessun sovrano, nessuna collettività può dare o può togliere tale libertà originaria. Mentre la libertà dei moderni, preesistendo al potere, impone a quest’ultimo il dovere di preservarla, la libertà degli antichi comanda che essa si realizzi attraverso l’attiva partecipazione alla vita pubblica. La prima è la libertà dallo Stato, la seconda è la libertà nello Stato. Non è un caso che la libertà dei moderni, ovvero la libertà liberale, sia stata attaccata ferocemente da tutte le ideologie totalitarie.
Ne Il mito virtuista e la letteratura immorale sono già presenti alcuni schemi teorici che innerveranno qualche anno dopo l’opera più importante di Pareto, il Trattato di sociologia generale, dove, fra l’altro, viene delineata la distinzione fra azioni logiche e azioni non logiche: le azioni logiche sono quelle che utilizzano mezzi appropriati al fine, le azioni non logiche sono quelle che non connettono in modo logico i mezzi con il fine. Gli uomini si lasciano convincere soprattutto dai sentimenti (definiti da Pareto residui), mentre a dare aspetto logico alle azioni non logiche vi sono le forme pseudo logiche delle argomentazioni definite con il termine derivazioni. Il moralismo d’accatto dei virtuisti non è altro che la proiezione dei residui, che si manifestano sotto la forma delle derivazioni, le quali, pertanto, sono espressioni ipocrite e impotenti.

Il mito virtuista dimostra che la storia si ripete, se si pensa alle polemiche relative alla vita privata di Silvio Berlusconi. Scriveva Pareto: «I tempi eroici del socialismo sono passati: i ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi. Non si tratta più di distruggere il socialismo, di rovesciare la società, di pervenire ad una nuova costituzione sociale interamente diversa, eccoli diventati difensori della morale e del pudore». Scrive Franco Debenedetti nell’introduzione: «L’antiberlusconismo militante è il nuovo mito virtuista, i girondini in corteo sono i nuovi “monaci domenicani”». Al tempo di Pareto il virtuismo «chiedeva al potere di dare la caccia all’immorale e impedire che si mostrasse in pubblico, il virtuismo di oggi sbircia e origlia nel corridoio del palazzo».

Partite a scacchi

novembre 29, 2011

Mauro Covacich per “Il Corriere della Sera

La scacchiera è un’arma carica in salotto. Di solito chi non gioca la ritiene un soprammobile elegante in grado di offrire un passatempo a chi è così barboso da preferire il silenzio alla festa che folleggia intorno a lui. Succede anche che una signora si avvicini ai due giocatori per offrire un altro whisky o accarezzare una spalla in attesa di incrociare un sorriso, uno sguardo rilassato. Nessuno sente l’odore del napalm, l’inferno scatenatosi nei cervelli di quei due buontemponi. Solo i bambini, grazie alla loro genuina propensione alla crudeltà, intuiscono lo spirito guerresco di tutti quei pezzi schierati – cavalieri, arcieri, fanti, regine e re arroccati in un castello – e se ne appassionano rapidamente.

Accanto a questa indiscutibile natura violenta, ancora più temibile proprio per la parvenza civile e pacata dietro cui si nasconde, il gioco degli scacchi vanta anche un altrettanto immediata suggestione metafisica: un reticolo quadrato di sessantaquattro posizioni che sembra sovrintendere «more geometrico» agli infiniti destini dell’uomo. Il cosmo retto dal sistema matematico di una ragione impersonale, priva di scopi che non siano il semplice rispetto delle sue regole procedurali. Una struttura formale che a ogni partita genera nuovimondi possibili, come Le città invisibili di Italo Calvino, come le molteplici varianti della vita esemplificate nel dramma Biografia di Max Frisch. Sono questi i due caratteri prevalenti nel codice genetico degli scacchi – violenza e metafisica, guerra e cosmogonia – ed è sempre sull’uno o sull’altro, alternativamente, che la letteratura ha puntato il suo microscopio.

Carroll, Attraverso lo specchio
A monte di Calvino e Frisch, e di ogni altra visione deduttivo-combinatoria, si colloca questo racconto di Lewis Carroll, il prete matematico sinistramente attratto dalle bambine che inventò il personaggio di Alice e il suo universo parallelo. Anche in Attraverso lo specchio viene sfondata la parete che separa la realtà dalla fantasia, ma ciò accade giocando a scacchi. Nella noia di un pomeriggio nevoso Alice cerca di insegnare il gioco alla sua gatta Kitty. In breve le due si infilano nel mondo riflesso nello specchio, uno specchio diventato garza sottile e poi pura e semplice foschia nella febbrile autosuggestione della bambina. Il racconto si sviluppa nella sequenza mirabolante di filastrocche e giochi linguistici che ne hanno fatto la sfida di ogni traduttore, nonché il modello degli sperimentalismi più arditi (su tutti, ilFinnegans wake di Joyce), ma qui interessa la struttura che lo sostiene: i singoli avvenimenti della storia seguono le mosse di una partita illustrata sul frontespizio. Come nei testi teatrali, i personaggi vengono presentati in colonna, in relazione al ruolo che ricoprono: l’ostrica, il ventaglio, la margherita sono pedoni; l’unicorno, la pecora e il vecchio sono pezzi. La trama è di fatto svelata in anticipo attraverso l’anomala sinossi del diagramma delle mosse, al punto che è possibile leggere il racconto limitandosi alla prima pagina, ovvero cogliendo da lì l’intero sviluppo fino al gran finale: «La regina bianca va in A6 (zuppa). Alice mangia la regina e vince».

Zweig, Novella degli scacchi
«Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco»? Si domanda l’alter ego dell’autore, mentre assiste a uno scontro che rivelerà tutta la forza ammaliatrice e il potenziale distruttivo della scacchiera, riverberando note drammaticamente autobiografiche (Stefan Zweig scrive questo racconto pochi giorni prima di suicidarsi, dopo essersi rifugiato in Brasile per evitare la persecuzione del Terzo Reich). Qui la concezione matematica di Carroll cede il passo a quella storia del duello, della sfida finale. Il Dottor B spiega al testimone-narratore perché è così terrorizzato all’idea di concedere la rivincita al campione Czentovic: ha imparato a giocare da un manuale, resistendo così alla tortura dell’isolamento a cui lo avevano sottoposto i nazisti. Negli scacchi ha trovato conforto, ma anche il ciglio più esposto sul baratro della follia. «Giocare da soli, a memoria, è come tentare di saltare la propria ombra», dice il Dottor B, il quale teme ora che cimentarsi con una persona in carne e ossa possa risucchiarlo nelle spirali autistiche da cui il rapporto con l’altro, secondo le aspettative degli astanti, dovrebbe al contrario allontanarlo. Il rischio di andare nel pallone è alto. L’errore è lì dietro l’angolo, pronto a far crollare il dilettante come il più ferrato dei giocatori.

Maurensig, La variante di Lüneburg
Sulla falsariga del racconto di Zweig si snoda anche il romanzo di Paolo Maurensig, con una «variante» che accentuerà il pathos della vicenda, arricchendola inoltre di un risvolto morale. Anche Tabori, come il Dottor B, è stato prigioniero in un Lager, ma il suo equilibrio mentale non era minacciato dalle partite di solitario quanto dalle sfide a cui lo costringeva il più perverso degli aguzzini, sfide la cui posta in gioco era la vita di altri prigionieri. Ecco allora quanto risulti sibillina la spiegazione della variante inserita in un dialogo all’inizio del romanzo: «Questa deve potersi mantenere il più possibile dinamica e non deve ridursi a quella staticità che le ha imposto lei. Mira essenzialmente alla promozione del pedone – è quella in sostanza la minaccia che comporta -, e l’iniziale sacrificio di cavallo non può restare infruttuoso, altrimenti si entra in un finale perduto». Tabori ha fatto morire molti suoi compagni prima che gli venisse svelata la posta in gioco, ora deve impedire che quei sacrifici siano infruttuosi.

Nabokov, La difesa di Luzin
È la lettura obbligata di chi ama gli scacchi, o amerebbe amarli. Vita e opere di un giocatore geniale. Il funzionamento diabolico della sua mente, la forza di astrazione di questo gioco. Luzin viene invitato a cena da un profugo russo come lui, ma completamente a digiuno di scacchi. «”Il bianco: re C3, torre A1, cavallo D5, pedoni B3 e C4. Il nero…”. “Roba complicata, gli scacchi” intervenne il signore balzando in piedi a molla e cercando di arginare il torrente di numeri e lettere che avevano in qualche modo a che vedere col nero”. “Supponiamo ora – disse Luzin serio – che il nero decida la miglior mossa possibile in questa posizione: da E6 a G5. A questo rispondo con la seguente mossa tranquilla…”. Luzin socchiuse gli occhi e quasi in un sussurro, increspando le labbra come per un bacio guardingo, emise non verbo, non il semplice accenno a una mossa, ma qualcosa di tenerissimo e infinitamente fragile. E sul suo volto era la stessa espressione, l’espressione di chi con un soffio faccia volare via una piuma dal volto di un bebè, quando il giorno seguente diede corpo alla mossa sulla scacchiera. L’ungherese, giallo dopo una notte insonne durante la quale era riuscito a passare in rassegna tutte le varianti (che si risolvevano comunque in pareggio), ma gli era sfuggita proprio quell’unica combinazione celata, cadde in profonda meditazione sopra la scacchiera, mentre lui, con uno schizzinoso colpetto di tosse, annotava amorevolmente la propria mossa su un foglio di carta».

Boito, L’alfier nero
Guerra e cosmogonia convergono forse una sola volta, e lo fanno nella straripante facondia di Arrigo Boito. Qui l’inferno personale del giocatore – la psicologia che sottende ogni mossa del bianco Anderssen e del «negro» Tom – trascende nella rappresentazione di un gioco che è prima di tutto allegoria dell’eterno conflitto tra Bene e Male, ovvero dell’equilibrio precario dentro il quale gravita il nostro povero mondo sublunare. «La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così quei pezzi d’avorio, non giuocava ad un giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile in ciò che circoscriveva l’inimico ad un ristrettissimo campo d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che s’avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile». Eppure, indovinate un po’ chi vinse? Una volta che le frecce degli arcieri superano la difesa nemica è difficile evitare lo spargimento di sangue.

I fratelli coltelli dell’arte italiana

novembre 29, 2011

Maurizio Cecchetti per “Avvenire

Dev’essere per un qualche fatto edipico irrisolto che due ormai anziani signori continuano a guardarsi in cagnesco e cercano ogni modo per evitarsi. Così l’anno dell’anniversario, il centocinquantesimo, l’anno che li riassume tutti e autorizza le più svariate celebrazioni “in nome del popolo italiano”, è l’occasione ufficiale per celebrare anche i due “movimenti” che, nati negli ultimi decenni del Novecento, tengono alto il nome dell’Italia nell’orizzonte internazionale: Arte povera e Transavanguardia. Tanto per non sottovalutarsi, Germano Celant ha allestito una mostra a grappolo sulla sua creatura, l’Arte povera, che dissemina i suoi frutti in sette città italiane e in otto sedi (Bologna, Roma, Napoli, Milano, Bari, Bergamo e Torino). A che scopo tanta enfasi? Quello di ribadire ciò che da anni egli ripete con altera e monotona perseveranza, come un’idea fissa: è (sarebbe), l’Arte povera, l’unica “novità” che l’Italia del dopoguerra ha saputo esprimere per tenere testa al diktat dell’arte americana. Nata nel clima della grande rivoluzione sessantottarda, anche l’Arte povera intendeva, col suo minimalismo, essere una espressione dell’antipotere; nasceva cioè per contrastare un’avanguardia (ammesso che si potesse chiamarla ancora così) che aveva fallito le ragioni della sua rivoluzione e tuttavia teneva ben strette le redini del sistema, sulla scorta appunto dei successi dell’arte americana, dove la critica al feticismo delle merci, in realtà, idolatrava il consumo fornendogli le icone pubblicitarie. Da qui il ritorno ai materiali poveri e all’inespressionismo di un’arte ridotta a concetto e alla semantica delle sue materie prime; il metaforismo implicito nella cosa, la spoliazione di tutte le sovrastrutture che rischiano, all’atto della critica, di assecondare ciò che si vorrebbe criticare.

Tanto per non essere da meno, anche il padrino della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, ha trovato modo di allestire a Milano una mostra sulla sua creatura, scorporandola poi in altre cinque appendici sparse in altrettante città italiane (Modena, Prato, Catanzaro, Roma e Palermo: una monografica per ogni alfiere del suo movimento). Che cosa fu la Transavanguardia? Se dovessimo dirne il succo in poche parole, fu eclettismo da personalità multipla. Il clima politico stava cambiando, dopo il terrorismo e il caso Moro si apriva l’epoca della “modernizzazione” craxiana che animò la Milano da bere. Fra un drink e un prosit il critico di Caggiano, provincia di Salerno, riuscì nel miracolo: la postavanguardia sarà nomade, pizzicherà di qua e di là, metterà tutto nello shaker e miscelerà servendo a lorsignori un cocktail di quelli che ricordano paesaggi esotici cari a certe sette iniziatiche… Bisogna dire che ABO, così si fa chiamare Bonito Oliva dai fans che lo venerano quasi come la Madonna di Pompei, è stato un brillante prestigiatore di formule pseudocritiche: precoce teorizzatore del “sistema dell’arte”, quello che ha reso inutile la critica piegandola agli interessi del mercato, ha riletto in modo creativo il manierismo (come antefatto della Transavanguardia) praticando una lettura strabica del passato prossimo; ha trasformato Duchamp in enigmista e Totò in critico delle arti. ABO ha costruito la sua mitologia, mostrandosi addirittura nudo davanti all’obiettivo. Insomma, se il sistema dell’arte ha ridotto la critica in mutande, Achille ha pensato bene di togliersi anche quelle.

E veniamo a noi, cioè a loro, i “fratelli coltelli”. C’è la possibilità di vedere l’Arte povera e la Transavanguardia in contemporanea a Milano. Che si fa? Se fossimo in un Paese dove i settantenni vivono la maturità come distacco da se stessi e dal mondo, non sarebbe cosa strana deporre le armi per una tregua che punti all’ “interesse comune” che non è quello collettivo, ma il loro stesso interesse: “storicizzare” il lavoro di entrambi all’interno della dialettica dei linguaggi novecenteschi. Macché, questo è il Paese dove i settantenni si sentono sempre ragazzini sgallettati, ansiosi di dimostrare la forza dei loro attributi. Cosa voglio dire? Semplice, un mesetto fa Celant ha inaugurato alla Triennale una mostra con i suoi magnifici sette, dieci o tredici che siano, quelli che sotto il suo magistero si sono riconosciuti “artisti poveri”. La mostra cade dopo che, mesi fa, Celant aveva rieditato in volume da Electa i suoi scritti in materia; sembrava quasi un addio alle armi e invece ecco un altro catalogo-mattone (nel senso fisico della parola), sempre da Electa, che fa da tabernacolo cartaceo alla grande ostensione poverista. Kounellis, Penone, Pascali, Paolini, Mario e Marisa Merz, Calzolari, Boetti, Anselmo, Pistoletto, Zorio, Fabro, Prini… Poveristi forse, poveri certo no, alteri e snob sì, come il loro creatore, che per anni è stato consulente Guggenheim, vestito sempre di nero, t-shirt a maniche corte, giacca e calzoni di pelle, chioma brizzolata e cotonata, eloquio minimale da guru internazionalista (è genovese come Colombo e Renzo Piano, di cui è quasi coetaneo e frequentatore). E i suoi ragazzi? Attempati come lui, qualcuno anche di più e qualcun altro già dipartito, oggi sono tra i più costosi al mondo. Anche l’Achille dal tallone alato, giunto alla terza età, ha pensato bene di farsi il mausoleo con stampigliato in grande la sigla ABO e la dicitura “omaggio”, al genio ovviamente (un volumone, sempre da Electa, con tanti salamelecchi intellettuali).

E la Transavanguardia? È trans, cioè va, viene, torna, riparte, stancamente, ma i fantastici cinque ormai viaggiano per proprio conto e si vede anche dall’allestimento a Palazzo Reale. La scelta non sempre entusiasma e l’unico che pare aver raccolto la scommessa (forse per ragioni di mercato) è Cucchi, il quale presenta alcune grandi opere eseguite nell’anno in corso. Espressionista tantrico è Clemente, l’altro nome di spicco del gruppo (e il più costoso di tutti); e, dietro, il facile e ripetitivo idioma “simbolico” di Paladino; l’astrattismo astrale di De Maria, che ogni volta fa venire il dubbio se sia davvero un pittore o soltanto un designer di tappeti Ikea; e poi il kitsch di Chia, il più debole dei cinque e anche il meno trans. C’era la grande occasione. Fare storia comune a Milano sospendendo le ostilità e collaborando a una mostra di Arte povera e Transavanguardia negli stessi spazi – la Triennale, senz’altro, meglio dell’antiquaria sistemazione di Palazzo Reale. Mischiare le carte: far interagire Pascali e Cucchi, Paladino e Boetti, Penone e De Maria, Anselmo e Clemente, Clemente e Kounellis, Cucchi e Calzolari, Boetti e Paladino e così via. Insomma, un’idea critica che poteva mettere alla prova i due “movimenti” pesando senza narcisismi la forza dei loro diversi linguaggi. Diversi? Anche questo è un luogo comune: uscendo dalla mostra della Transavanguardia, avverto un’assoluta mancanza di pathos in questa pittura che avrebbe dovuto contrastare il concettualismo imperante. Che roba era invece? Una lavagna grigia sulla quale i moschettieri di ABO, ciascuno a suo modo, hanno inciso delle idee (a conferma di ciò, il catalogo della mostra, edito da Skira, è infarcito di saggi filosofici). All’inizio degli anni Settanta, infatti, i transavanguardisti, non ancora tali all’anagrafe critica, vestivano panni presi dal guardaroba concettuale, un habitus che non hanno mai dismesso veramente. Hanno soltanto cercato di dargli un’anima a colori.

Milano, Triennale
Arte povera. 1967-2011
Fino al 29 gennaio

Milano, Palazzo Reale
La Transavanguardia italiana
Fino al 4 marzo

Addio a Ken Russell, regista visionario tra diavoli, allucinazioni e opera rock

novembre 29, 2011

Il grande regista, tra i più trasgressivi e barocchi della storia del cinema, è morto a 84 anni. L’esordio in tv, poi il boom coi grandi titoli degli anni Settanta e Ottanta: da “Donne in amore” a “China Blue”, passando per “Tommy”. Grande talento, grande ego e una massima: “Voglio fare solo film illuminanti”

Claudia Morgoglione per “la Repubblica

Addio a uno dei più trasgressivi, visionari, originali cineasti di sempre: Ken Russell, regista e sceneggiatore britannico, è morto in ospedale, a 84 anni. Lo ha annunciato il figlio Alex. L’autore di tanti film diventati cult – tra cui I DiavoliTommyLisztomaniaStati di allucinazione – lascia in eredità, oltre alle sue opere, un’idea di cinema estrema, inconfondibile: contenuti forti, spesso fantastici, con molto sesso e sangue, abbinati a uno stile psichedelico e opulento. Con alcuni marchi di fabbrica subito riconoscibili, per i suoi ammiratori: dall’uso insistito dei colori primari all’ossessione per le scene con il fuoco e per i rituali mistici di vario tipo. “La vita è troppo breve – era una delle sue frasi celebri – per fare pellicole su gente che non piace: meglio realizzare opere illuminanti come le mie”.

GUARDA: LE LOCANDINE DEI SUOI CULT 1 SCHEDA: LA FILMOGRAFIA 2

Nasce nel 1925 a Southampton, Henry Kenneth Alfred Russell. E prima di trovare la sua vera strada – quella dietro la macchina da presa – si cimenta in diversi lavori: fotografo, ballerino, militare nell’esercito.

Ma poi, fra le arti che lo attraggono, è la settima, cioà il cinema, a catturarlo. Dopo varie produzioni in tv, o in documentari, la sua prima opera ad attrarre l’attenzione planetaria risale al 1969, ed è Donne in amore: un successo di critica immediato, da cui il regista comincia la sua ascesa nel mondo degli autori indipendenti.

E un talento come il suo – ricco, per certi versi barocco, lisergico, attentissimo sul piano visivo a ogni più piccolo dettaglio – non poteva che esplodere negli anni Settanta: decennio di sperimentazione, di rottura delle regole del passato. Per lui, un crescendo di successi, e la formazione di uno stile che è e resta inimitabile. Tra le tappe principali di questo percorso vanno citati I Diavoli(1971); Messia selvaggio (1972); La perdizione (1974); Lisztomania Tommy (1975, rock-opera degli Who); Valentino (1977).

Arriviamo così agli anni Ottanta, che nel cinema in generale rappresentano una sorta di normalizzazione, un ritorno a opere mediamente più commerciali e convenzionali. Ma Russell, pur risentendo in qualche modo del clima dell’epoca, continua nella sua poetica di eccessi visivi (e non solo), con Stati di allucinazione (1980) China Blue (1984), Gothic (1986), L’ultima Salomé (1988). Gli anni Novanta, invece – a parte alcune opere per il grande schermo, come Whore-Puttana (1991) – sono caratterizzati da un ritorno di fiamma per la tv, con progetti come Lady Chatterly e Oltre la mente. Nel nuovo Millennio, la sua attività si dirada, concentrandosi su qualche documentario o poco più. Ma si capisce che la vena creativa, così particolare, del regista, in parte si è esaurita. Il suo posto nella storia del cinema, però, è assicurato. Non troppo lontana da quello di Roman Polanski: entrambi affascinati da alcuni temi ricoerrenti – in particolare – in particolare il Male, nelle sue coniugazioni sia “umane” che paranormali – ma con stili decisamente diversi.

Russell, del resto, era un uomo di grandi passioni anche nella vita privata: ha avuto quattro matrimoni, quattro divorzi, cinque figli. Sul piano professionale, invece, aveva un’idea chiara del suo posto speciale, nel mondo dei grandi cineasti. Come dimostra il celebre episodio del suo incontro con Federico Fellini, a Cinecittà: parlarono brevemente, poi si definirono reciprocamente “il Fellini inglese” e “il Ken Russell italiano”. Due grandi talenti, con due “ego” altrettanto grandi: ma sicuramente loro potevano permetterselo.

Addio a Saverio Tutino, tra vittorini e fidel

novembre 29, 2011

Saverio Tutino

Aveva 88 anni, ex partigiano, cominciò al “Politecnico” e seguì la rivoluzione cubana.  A “Repubblica” dalla fondazione si occupò di Spagna e America Latina. Oltre all´attività giornalistica ha scritto saggi ed è stato il padre dell´Archivio diaristico nazionale

Stefano Malatesta per “la Repubblica”

E’ morto ieri a Roma Saverio Tutino. Aveva 88 anni ed era stato ricoverato alla clinica San Raffaele per un ictus. Tutino era stato a Repubblica dalla fondazione nel 1976 fino alla metà degli anni 80 quando aveva cominciato ad occuparsi dell´impresa che lo ha impegnato fino alla fine: l´Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove sono raccolti quasi diecimila scritti autobiografici di persone che raccontano le loro storie comuni e straordinarie. Nato a Milano, era stato partigiano, aveva lavorato al Politecnico di Vittorini e poi all´Unità, dove aveva seguito con grande partecipazione la rivoluzione cubana.
Saverio aveva un curriculum da eroe nazional-popolare: commissario della brigata Garibaldi durante la Resistenza nelle montagne che conosceva benissimo, perché le aveva scalate da ragazzo. Vivo per miracolo, dopo una retata dei tedeschi, si era salvato perché quella notte aveva dormito nella parte bassa del paese, riuscendo a fuggire mentre quasi tutti i suoi uomini venivano presi e uccisi. Esotico giornalista in una Cuba che aveva ancora ideali rivoluzionari: molti anni più tardi raccontava di quando Allende era suo ospite e delle sue partite di pesca subacquea con il “Che”, prima che Castro lo mandasse a perdersi nella giungla sudamericana. Giornalista dell´Unità aveva sempre mantenuto una sana indipendenza dal partito, che non significava troppa fronda. Aveva molta pena per la sofferenza vera e in questo senso era un uomo religioso, perché che cos´è la religione se non interessarsi amorevolmente degli altri? Manteneva naturalmente alti livelli di probità, una indifferenza alla ricchezza e agli agi insieme con uno straordinaria propensione a tirarla lunga nei caffè e nei salotti lombardi subito dopo la guerra. E così, immortalato con il fazzoletto rosso al collo, è apparso sul libro I peggiori anni della nostra vita di Oreste del Buono che era suo cognato. Lo sfottevamo molto nel suo periodo di forsennato “dietrista”, quando vedeva per ogni dove un complotto o una messinscena di imperialismi assassini e trilaterali e gladii assortiti, perché diceva che nulla nella politica internazionale era come appariva. A quel tempo le tesi di Tutino ci sembravano delle ossessioni banali, esagerate dalla passione che metteva in tutte le cose. E lui mi rispondeva che quando una cosa complicata ti sembrava semplice voleva dire che non avevi capito. Poi si è visto che aveva ragione lui e non aveva esagerato affatto.
Di tanto in tanto, quasi di colpo, spariva rintanandosi nella casetta ex scuola in Toscana o nelle due camere e cucina a Trastevere con le librerie tagliate a mano, così essenziali e linde che avevano più dignità di saloni principeschi. E si metteva a scrivere delicati ricordi in una prosa sostenuta e come mossa da un´ansia intellettuale così fine a volte, così angosciata che non presentava mai certezze, sospettate di volgarità, ma dubbi. I suoi problemi esistenziali erano più inventati che reali e facevano da contrasto con amori bollenti che davano al suo impegno politico tutto il fuego che gli ardeva dentro. Insomma se fosse stato in vita Togliatti nelle vesti di Roderigo Di Castiglia, Saverio sarebbe stato bollato come decadente, che a quei tempi nel mondo comunista equivaleva a una lapidazione nella Bibbia. Ma per lui essere di sinistra aveva lo stesso significato che essere cattolici nei romanzi di Graham Greene, e andava a cogliere la politica non nei palazzi, ma nelle piazze, nei caffè, nelle librerie. Una politica che si confondeva con gli amori e che andava condivisa con una donna. Una volta Eugenio Scalfari gli aveva proposto di andare nel Medio Oriente. E lui aveva risposto meravigliato: «Ma che ci vado a fare? Le donne sono velate e il vino è proibito!». Mentre nelle Americhe la politica andava al passo di tango e si confondeva con i balli di piazza e la rivoluzione era a portata di mano. Bastava suonare “La cucaracha”.
Negli ultimi anni a Pieve Santo Stefano aveva inventato e diretto uno dei pochi premi letterari che mantenevano quello che c´era nel titolo. Andavo spesso da lui trovandomi immerso in quei fantastici diari che raccontavano la storia vera non ufficiale dell´Italia. Saverio era dolcisissimo con gli amici che conosceva da tanto tempo e che stimava per le loro qualità, Ed era bello sentire come parlava di Gloria Argeles, la scultrice argentina, una donna così intelligente e umana che Saverio adorava. Diceva delle cose su di lei come uno che ha letto il Cyrano de Bergerac e vorrebbe imitarlo ma sente i suoi limiti. Adios compañero Saverio. Hasta la victoria che stiamo aspettando da sempre e che non arriverà mai.

Diritti Globali

Vittorio De Seta e il suo mondo perduto

novembre 29, 2011

Vittorio De Seta

Goffredo Fofi per “Il Sole 24 Ore”

De Seta ha diretto pochi film, sempre in difficoltà con il mondo circostante, scontento ed esigente, ma alcuni dei suoi lavori sono in assoluto tra i massimi capolavori della storia del cinema, non solo italiano. Penso in particolare alle meravigliosa serie dei documentari (a colori e senza commento parlato, contrariamente alle convenzioni di allora e di sempre). Tra Sicilia, Sardegna e Calabria, egli si dedicò al cinema subito dopo il ritorno dalla prigionia, e documentò tra il 1954 e il 1959 “il mondo com’era”: la pesca e l’agricoltura, le zolfatare e la pastorizia, il rapporto con la fatica quotidiana e con la natura:

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Trent’anni di fumetto erotico: “Adesso alzo bandiera bianca”

novembre 29, 2011

Mughini intervista Francesco Coniglio, l’editore delle riviste cult a luci rosse: da Blue a Bonelli, passando per il progressive rock

Giampiero Mughini per “Libero

Nella stanza della redazione di viale Margherita a Roma, da anni roccaforte delle edizioni firmate dal piccolo grande editore Francesco Coniglio, i cumuli di libri e riviste ammassati per ogni dove sono tali che respiri carta più che ossigeno. Nato a Lucca nel 1957, da trent’anni Coniglio inventa riviste di fumetti che hanno fatto epoca. È lui che nel 1991 sollecitò alcuni autori suoi amici –  da Sicomoro a Massimo Rotundo e più tardi Franco Saudelli – a tirar fuori dai cassetti le immagini più sporcaccione da loro disegnate e che tenevano nascoste, e a farne la prima rivista italiana dedicata al fumetto erotico di qualità, “Blue”, una rivista che nel suo momento di gloria arrivò a vendere 20mila copie a numero e che ha arrestato la sua corsa al numero 200, datato dicembre 2009.
C’è stato poi l’incontro con il geniale Filippo Scozzari, un autore tra quelli della scuola bolognese del ’77, meno acclamato di Andrea Pazienza senza essergli in alcun modo inferiore, e delle strisce e dei libri di Scozzari Coniglio è diventato da dieci anni l’editore principe. E infine la stagione editoriale più recente, quella in cui a fare da libri campione sono stati alcuni volumi dedicati a spezzoni della musica moderna non soltanto italiana, dal libro monumentale dedicato da Michele Neri a Battisti a quello di Franco Brizi, Le ragazze dei capelloni, dov’è rievocata la moda e la musica del tempo in cui le prime ragazze italiane indossarono la minigonna.
A tutt’oggi, trent’anni dopo i suoi debutti da imprenditore e da editore in proprio, Coniglio è appeso al suo computer. Solo che su quel computer è come se sventolasse un piccolo drappo bianco, a segnalare la richiesta non dirò di una resa ma almeno di un armistizio. I conti delle piccole aziende editoriali si sono fatti drammatici, 50 per cento di vendite in meno da due anni a questa parte. Fiumane di rese medie dalle librerie. Impervia perché troppo costosa la strada della promozione pubblicitaria. Coniglio ha perciò deciso di arrestare la sua cavalcata. Non più editore in proprio, ma consulente d’eccezione a far sì che i libri più pregevoli fra quelli dei suoi amici vengano pubblicati dall’uno o dall’altro editore. Non più editore, ma “editor”, insomma una “e” in meno. E anche se due colpi nella canna del suo fucile ce li ha ancora, e vorrebbe spararli. Un libro di Umberto Croppi, di cui esiste già il titolo (Romanzo comunale) e il canovaccio, sulla sua contrastata esperienza di assessore alla Cultura al Comune di Roma, e un libro di Franco Brizi su quel “progressive rock” italiano dei Settanta di cui è il massimo esperto, un libro che si annuncia documentatissimo su quella discografia oggi così appetita dai collezionisti di tutto il mondo.
Coniglio, mi faccia capire meglio le difficoltà di voi piccoli editori. Prendiamo un libro come il Battisti, un libro che non può non essere cult e definitivo per i tantissimi appassionati di questo nostro grande cantante. Quante copie siete riusciti a venderne?
«Premesso che è un librone che costa 80 euro, al quale Michele Neri ha lavorato dieci anni, le librerie ne avevano prenotato 450 copie. A tutt’oggi ne abbiamo vendute 650 copie, su una tiratura complessiva di 1500. Due anni fa i librai avrebbero prenotato tutte le copie, che in un paio d’anni sarebbero state smaltite. Oggi i librai azzardano solo piccoli passettini. Su 150 libri che arrivano ogni giorno in libreria, ad avere visibilità saranno al massimo tre o quattro. Tutti gli altri la gran massa dei frequentatori di librerie non sa neppure che esistano».
Lei è stato un protagonista dell’editoria italiana di fumetti. Questa storia ha perso di recente un gigante, Sergio Bonelli, il figlio dell’inventore di Tex e a sua volta papà di personaggi-saga straordinari nella storia del fumetto italiano come Zagor. Lei ha lavorato più volte con Bonelli di cui era molto amico. È stato per lei un fratello maggiore, un padre o un maestro?
«Tutte e tre le cose, e non poteva essere altrimenti. Il 26 settembre, il giorno della morte di Sergio, è come se avessi perso lo spirito guida della mia vita…».
Quando lei ha cominciato a fare l’editore di fumetti s’era detto “Voglio fare come Sergio Bonelli”?
«Assolutamente sì. Tutti ricordano Bonelli come il più grande editore italiano di fumetti, dimenticando che lui è stato autore e raccontatore geniale col suo Zagor, il personaggio che s’era inventato nel 1961 e di cui cominciai a leggere le gesta quando avevo poco più di 11 anni. Zagor, uno che di mestiere faceva il mediatore nel West delle origini dove erano ancora padroni i pellerossa, è stato un personaggio che ha modellato il mio codice etico, un idealista che cercava di fare andare d’accordo pellerossa e bianchi, un uomo normale che incarnava il massimo di giustizia possibile».
Lei si ritiene un idealista?
«Sì, e ne conosco molti altri perché tra noi idealisti ci ritroviamo».
Io diffido molto della parola “idealista”, perché la vedo usata a vanvera. In un giornale che avevo in mano un paio di giorni fa, e dov’è una rubrica dedicata alle ragazze strafighe e stramiliardarie, c’era il ritratto di una ragazza che veniva presentata come «un’idealista», e difatti era fotografata su tacchi di 16 centimetri, le cosce sguainate, il décolleté pronunciatissimo. Più idealista di così. Ecco perché è un termine che non uso mai.
«Guardi che non lo uso mai nemmeno io, mi è scappato mentre parlavo di Zagor».
A poco più di dieci anni dov’è che scopriva un fumetto come quello inventato da Bonelli?
«La mia è stata la generazione dell’edicola, edicole che erano allora una miniera. Attorno a piazza Bologna, la piazza romana dove allora abitavamo, di edicole ce n’erano non ricordo più quante e di librerie ce n’erano una quindicina. L’edicola di metà degli anni Sessanta era l’edicola in cui irrompono gli Oscar Mondadori, quelli che hanno allevato tanti italiani a conoscere la grande letteratura. Mia madre cominciò a comprarli e me li passava. Lessi allora per la prima volta Hemingway, che a dire il vero trovai noiosissimo»
Chi sono quelli che a tutt’oggi comprano e leggono gli albi di Tex e di Zagor?
«Tex vende 240mila copie per ciascuna uscita originale, più le varie ristampe. È inoltre un successone da 80mila copie come albo accluso promozionalmente a Repubblica. Zagor, a tutt’oggi disegnato dall’82enne Gallieno Ferri che ne aveva disegnato il primo numero, ha uno zoccolo duro di circa 40mila lettori. Gli uni e gli altri sono in prevalenza ultracinquentenni, gente che fa parte della generazione dell’edicola di cui dicevo, gente che non vuole rinunciare agli eroi che costituivano il sogno della loro giovinezza».
Lei quando cominciò a guadagnarsi il pane facendo dell’editoria et similia?
«Con un gruppo di amici fondammo a Roma un cineclub, L’Officina film club, che ebbe un qualche successo. Avevo 19 anni quando con Luca Raffaelli e Luca Boschi (oggi il maggior esperto al mondo di fumetti della Walt Disney) creammo una piccola fanzine, “L’Urlo”, in cui ci avventammo a vantare la dignità del fumetto e dei suoi autori, ivi compresi i loro diritti d’autore».
Sono gli anni in cui a Milano esce un sofisticato mensile dedicato al fumetto di qualità, “Linus”. Voi ragazzacci de “L’Urlo” che cosa ne pensavate?
«Pensavamo tutto il bene possibile della prima serie, quella animata da Giovanni Gandini e Oreste Del Buono. Pensavamo tutto il male possibile della rivista, quando arrivò a dirigerla Fulvia Serra. E siccome al Festival del fumetto di Lucca c’eravamo inventati una sorta di premio ironico dal titolo “Una vita sprecata per il fumetto”, lo assegnammo alla Serra».
Il personaggio che fa da trampolino alla sua carriera di editore è l’Alberto Lupo disegnato da Silver…
«Silver aveva cominciato da aiutante di Bonvi, il famoso disegnatore di fumetti bolognese. Lui faceva già una rivistina centrata sulle avventure di Alberto Lup, di cui vendeva 20mila copie a numero. Creai una nuova sigla editoriale, l’Acme, e ne divenni l’editore. Per molti anni ne vendemmo sino a 120mila copie a numero. Un successo incredibile».
È il 1990, e siamo arrivati al gran botto, la nascita di un mensile di fumetti erotici, “Blue”. Una rivista che siamo in tanti ad avere amato. Era la prima volta che situazioni e fanciulle così hard si accampavano su una rivista regolarmente venduta in edicola. Prima c’era stato l’erotismo pizzicoso e ammiccante degli albetti in cui disegnava fra l’altro il giovane Milo Manara. Sulla vostra rivista era tutt’altra cosa, c’era il pendaglio maschile in bella mostra e magnificamente disegnato. Ricordo una storia molto attizzante di Sicomoro, di cui più tardi comprai i disegni originali per la mia collezione di erotica.
«Ai più “Blue” appariva né più né meno che pornografia, e non volevano nemmeno parlarne. Piacque da subito a Sergio Bonelli, anche lui raffinato collezionista di originali del fumetto erotico…».
A un’asta organizzata da Sergio Pignatone ci siamo contesi un pezzo succulento…
«Quando cominciai a fare “Blue”, il mio intendimento era fare una sorta di supplemento a fumetti di “Playmen”, che allora era diretto da Luciano Oppo, un grande personaggio di cui oggi nessuno più si ricorda. Oppo metteva nel suo giornale foto di ragazze discinte, ma anche testi di scrittori eccellenti e opinioni di psichiatri. Aveva tra i suoi collaboratori talvolta Alberto Moravia e talvolta Luciano Bianciardi. E comunque “Blue” conobbe un successo straordinario, anche più di 20mila copie vendute a numero. E questo fino al 1995, quando sul mercato cominciarono ad apparire alcune riviste rivali. Poi via via è cresciuto il cantiere delle immagini erotiche online, e la rivista è andata precipitando. Quando l’ho chiusa nel 2009, non arrivava a vendere 2.000 copie. Nell’editoria, come nelle altre cose della vita, tutto passa».
Chi sono stati i più grandi autori del fumetto erotico italiano?
«Ce ne sono stati tanti, e a parte ovviamente il maestro Guido Crepax. Peccato che Sicomoro quei disegni non li faccia in più. Da “Le Déclic” in poi Manara è stato un autore noto e riconosciutissimo. Franco Saudelli e Roberto Baldazzini hanno creato uno stile e un mondo a partire dalle loro ossessioni personali. Negli ultimi dieci anni è esploso il veneziano Paolo Eleuteri Serpieri, forse più noto in Francia e in Germania che in Italia. Quanto all’erotica, aveva un tratto e una personalità assai speciali Magnus, morto a 56 anni nel 1996. Tutto in lui era speciale, dalla passione per la filosofia orientale al suo essere un lettore che divorava di tutto, al modo in cui parlava anche con gli amici più cari, esperimendosi con frasi che erano come delle massime filosofiche».
In tema di erotica, anzi questa volta di pornografia, lei è stato quello che ha convinto il simpaticissimo Rocco Siffredi a non essere più soltanto attore dei suoi film, ma anche regista.
«Se è per questo sono l’autore delle colonne musicali dei primi cinque film fatti da Siffredi come regista, e ogni tanto me ne arriva qualche soldino dalla Siae».
Abbiamo finalmente toccato questa sua grande passione: la musica. Lei è un esperto, un collezionista, da ultimo un editore di bellissimi libri che raccontano momenti e protagonisti della musica moderna.
«Appartengo a una generazione che l’ha visto nascere il “progressive rock” italiano che oggi fa da stemma nei negozi di dischi antiquari. Quei dischi io li avevo comprati quando uscivano, i dischi de La Premiata Forneria Marconi, Le Orme, La Formula 3. C’ero a Roma, a villa Pamphili, durante le giornate di quel Festival della musica che finì a trambusto. Spero davvero di farlo il libro che Brizi sta preparando su quegli anni. Un libro di cui sono sicuro che starà accanto ai migliori che ho già fatto. Su tutti quello su Battisti di cui abbiamo parlato e quello di Maurizio Becker, C’era una volta la Rca. Avessi fatto un solo libro nella mia vita, avrei voluto fare quello».
Abbiamo parlato di carta e vantato la carta. Maledetto sia l’online?
«Ma nemmeno per idea. Con la mia amica e collaboratrice Laura Scarpa, che è fra l’altro una deliziosa autrice di storie a fumetti, abbiamo appena organizzato un corso dal titolo “A scuola di fumetto online” che sta riscuotendo un grande successo».

VIRGIN STORES

novembre 29, 2011

Richard Branson

Enrico Franceschini per “La Repubblica“, da “Dagospia

Domanda: cosa hanno in comune un uomo che vuole andare a vedere il relitto del Titanic sul fondo dell’Atlantico dentro un sottomarino, uno che vuole portare i turisti nello spazio su aeroplani che vanno in orbita collegando New York e l’Australia in appena due ore e uno che vuole conquistare la City londinese? Risposta: hanno tutto in comune, perché sono la stessa persona.

Si chiama Richard Branson, ha 61 anni, i capelli lunghi, un patrimonio pari a circa 3 miliardi di sterline che ne fa il terzo uomo più ricco di Gran Bretagna, e un impero diversificato in decine di campi, dall’aviazione ai treni, dalla musica alla sanità, dalle assicurazioni alle banche, tenuto insieme dal nome diventato il suo marchio di fabbrica: Virgin.
La sua ultima impresa risale a una settimana fa: l’acquisto della Northern Rock, prima banca nazionalizzata nel Regno Unito per evitarne il fallimento durante la crisi globale del 20072008, per 747 milioni di sterline, vale a dire la metà quasi esatta della somma (1 miliardo e 400 milioni di sterline) spesa dallo Stato negli scorsi quattro anni, ovvero dai contribuenti, per tenerla in piedi.

E’ vero che in base alle postille dell’accordo Branson potrebbe dover pagare altri 200, 300 milioni di sterline per l’acquisizione della Northern Rock da qui all’estate prossima; ed è innegabile quanto affermato dal ministro del Tesoro George Osborne per giustificare la vendita: «Abbiamo riportato un po’ di soldi nelle casse pubbliche, mantenendo l’impegno a disfarci delle banche nazionalizzate (ce ne sono, in effetti, altre due, sia pure solo al 70 e al 40 per cento, Royal Bank of Scotland e Lloyd Bankings, ndr) il prima possibile». Ma quello che a prima vista ha concluso l’affare migliore è l’acquirente, che si porta a casa una banca di rilievo a un prezzo tutto sommato conveniente.

Come denominazione, Northern Rock è destinata presto a scomparire, assorbita da Virgin Money, l’istituto di credito creato da Branson nel 1995, da allora consolidato e ora rafforzato dalla fusione con un’altra grossa banca al punto da potere fare per la prima volta concorrenza alla pari con i giganti del settore britannico, Hsbc, Barclays, Lloyds, Santander e Rbs. In altre parole, ora Branson è pronto a sfidare la City, a cercare di conquistarla con i suoi metodi, che sono spesso rivoluzionari: nella fattispecie provando a entrare nel grande mondo delle banche con una banca che non assomiglia a una banca.

Non a caso le filiali della Virgin Money dal primo gennaio saranno ribattezzate “stores” (negozi) e in un secondo tempo le più grandi saranno chiamate “lounges” (sale, saloni, salotti) dove i clienti potranno bere una tazzona di caffè e ricaricare le batterie del computer o del telefonino mentre aspettano di essere serviti. «Avete dato un’occhiata alla tipica filiale di una banca inglese, recentemente?», domanda l’imprenditore. «E’ quasi sempre vuota. Non ci va più nessuno, non sono posti che fanno voglia».

Perciò, dopo avere brevemente considerato la possibilità di cambiare la Virgin Money in Virgin Bank, dopo la fusione con Northern Rock, Branson ci ha ripensato e ha preferito lasciare le cose come sono: “banca”, di questi tempi, confida a chi lo conosce bene, non è un concetto molto popolare. 
”Money”, denaro, lo è molto di più, e lui ne ha guadagnate palate. Come? Partendo, bisogna ammettere, quasi da zero. Con un nonno giudice e un padre avvocato, Branson pareva predestinato a una carriera legale, ma a scuola è svogliato e smette gli studi poco dopo avere iniziato l’università (solo molti anni dopo, davanti ai miliardi che ha fatto e al titolo di baronetto conferitogli dalla regina Elisabetta, gli hanno dato una laurea ad honorem).

Con un po’ di amici, in uno scantinato, gli viene l’idea di vendere dischi con lo sconto: comincia così. Si sente ribelle e diverso: per questo sceglie al volo per la sua neonata iniziativa il nome proposto da un collaboratore, “Virgin”, nel senso appunto di vergine, qualcosa di nuovo nel campo del business.
Dai dischi nel sottoscala passa a una catena di negozi musicali, la Virgin Records, con uno studio di registrazione in cui inizia a produrre album in proprio: il primo, “Tubular Bells” di Mike Oldfield, nel 1973, scala subito le classifiche della hit parade internazionale. Dalla musica passa agli aeroplani, fondando nel 1984 la Virgin Airlines (per ingrandire la quale, nel ’95, vende la Virgin Records alla Emi per 500 milioni di sterline).

Poi, profittando della privatizzazione delle ferrovie voluta dalla Thatcher, prende sotto la sua ala anche i treni, Virgin Trains, naturalmente. E poi non si ferma più: telecomunicazioni, commercio, sanità, credito, di nuovo musica, mette le mani dappertutto. Non sempre e non immediatamente con fortuna, ma alla lunga tutto ciò che tocca si trasforma effettivamente in oro, almeno per lui.

A dispetto della montagna di soldi su cui siede, tuttavia, non perde lo spirito un po’ antiestablishment dei suoi inizi: si schiera a favore di campagne per l’ambiente e per il disarmo nucleare, finanzia ricerche in campo medico e per risolvere il problema dell’effetto serra, diventa amico personale di Nelson Mandela, descrivendo il leader sudafricano come il suo migliore amico e il suo maestro, si allea con l’exvicepresidente americano e premio Nobel per la pace Al Gore in iniziative ecologiste.

Nella politica britannica risulta vicino a tutti i potenti, dalla conservatrice Thatcher, che ne fa per un po’ di tempo il proprio “ambasciatore ufficioso” nel mondo degli affari, a Tony Blair, di cui diventa un sostenitore: «In politica economica dice i due maggiori partiti del mio paese si somigliano più di quanto vogliano far credere». Eppure resta un businessman anticonvenzionale, non solo per la sua capigliatura da rock star.
«Amo l’avventura, mi piace mettermi alla prova con sfide che appaiono impossibili», afferma, e non è solo una metafora del suo comportamento come imprenditore. E’ famoso per avere attraversato l’Atlantico in barca a vela e il Pacifico in pallone aerostatico.

Le sue prossime odissee si annunciano più ardue. Si è messo in testa di riuscire a portare Kate Winslet, l’attrice pratogonista del film “Titanic”, a vedere il relitto dell’autentico transatlantico sul fondo dell’oceano a bordo di uno speciale sommergibile. E ha creato la prima linea area spaziale, Virgin Galactic, i cui aerei dovrebbero cominciare entro qualche anno a portare passeggeri in orbita intorno alla terra, inizialmente per mero turismo (e per 200 mila sterline a biglietto – ma c’è già una lunga lista di prenotazioni), quindi in un futuro meno vicino come normale mezzo di trasporto, in modo da raggiungere il Giappone da Londra, e in pratica qualsiasi altra destinazione sulla faccia della terra, in meno di due ore.

Può sembrare un pazzerellone che in fondo pensa solo a divertirsi: come quando ha festeggiato l’anniversario della Virgin Airlines portando in braccio su uno dei suoi aerei la top model Kate Moss tutta vestita (o meglio svestita, date le dimensioni della divisa che indossava) di rosso come le sue hostess. In realtà il maggiore divertimento di Richard Branson è fare buoni affari, rivoluzionando l’ordine costituito.

Non è detto che riuscirà a lanciare il turismo spaziale su scala di massa, anzi alla maggior parte degli osservatori sembra francamente molto improbabile. Ma può darsi che le sue “banche che non sembrano banche”, le lounges dove si ritira contante prendendo il caffè e caricando il computer, restituiscano credibilità a un settore che ne ha molto bisogno, dopo il crack degli ultimi anni.

inquadratura

novembre 28, 2011

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Le nozze alchemiche di Tamino e Pamina

novembre 28, 2011

Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore”

«Indietro»! Tamino si è imbattuto in tre grandi porte. Prova a entrare da quella di destra, e poi da quella a sinistra, solo per esserne scacciato da una voce minacciosa. Finalmente si aprono per lui i battenti della terza porta. Ad accoglierlo c’è un anziano sacerdote, che lo apostrofa con un misto di curiosità e diffidenza: «Dove vuoi andare audace forestiero? Cosa cerchi qui nel tempio?». La risposta di Tamino è immediata, ingenua, ardita: «Il regno dell’amore e della virtù».

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Fede e peccato, l’eterno ritorno

novembre 28, 2011

L’eco delle Scritture nel dramma di una famiglia americana. Esce per Einaudi «Casa», terzo romanzo in 18 anni dell’autrice cult Marilynne Robinson

Livia Manera per “Il Corriere della Sera

Chi cerca un classico che sia ancora capace di tormentare e di sorprendere, dovrebbe leggere, o rileggere, la Bibbia. «Com’è strano questo vecchio libro», pensa Glory, uno dei tre protagonisti del nuovo romanzo di Marilynne Robinson Casa, ambientato nella grande dimora di un pastore protestante che si avvicina alla morte in un angolo della provincia americana. Per Glory, la figlia minore del reverendo Robert Boughton che è tornata ad accudirlo nei suoi ultimi giorni, «la fede era un’abitudine e una forma di lealtà alla famiglia», e la sua reverenza nei confronti della Bibbia «una forma di ammirazione letteraria». Nella Bibbia, dice Marilynne Robinson in questo libro che ha vinto l’Orange Prize e a cui si sono inchinati anche i critici più esigenti e soprattutto agnostici, una giovane donna ferita al cuore come Glory può trovare una quiete emozionante. Ma è un fatto personale. Suo fratello Jack, la pecora nera della famiglia che ha avuto modo di rileggere quel libro molte volte in prigione, non è mai riuscito a trovarvi sollievo alla propria anima dannata.

Marilynne Robinson è una delle più grandi e meno produttive scrittrici americane. Ha scritto solo tre romanzi in diciotto anni, malgrado il primo, Housekeeping , vincitore del Pen/Faulkner Award, abbia convogliato sulla sua autrice nel 1980 quella forma di attenzione che può diventare un’attesa pressante. Ma questa signora di 68 anni che tiene uno dei più ambiti corsi di scrittura creativa negli Stati Uniti (all’Università dell’Iowa), ha proseguito per la propria strada prendendosi tutto il tempo necessario a elaborare altri due romanzi controcorrente come il magnifico Gilead, del 2004, e ora Casa, in uscita da Einaudi: due libri radicali nel loro rifiuto di tutto ciò che è contemporaneo e mondano, profondamente inquieti nel contenuto, lirici nella lingua, e soprattutto in perpetuo dialogo tra loro.

Prendiamo dunque questi due romanzi sull’amicizia, la famiglia e la vecchiaia, che affrontano in modo obliquo i temi dei conflitti di razza e del rapporto con la religione in America. Sono entrambi ambientati nel 1956 nella fittizia cittadina di Gilead, in Iowa, dove l’amicizia che lega due esponenti della tradizione puritana come il reverendo Ames, congregazionalista, e il reverendo Boughton, presbiteriano, è così forte che ognuno ha voluto dare il nome dell’altro a un proprio figlio.

Gilead si legge come una lunga lettera del reverendo Ames al figlio Robby, sulla vita, la morale, l’onore, e il modo in cui il male si è impossessato del figlio ribelle di Boughton, Jack. E Casa affronta gli stessi temi dalla prospettiva della grande casa coperta di edera dei Boughton, dove Jack il ladro, il mascalzone che ha messo incinta la figlia di un pover’uomo ed è scappato, la pecora nera che per vent’anni non ha più dato notizie di sé e ha mancato persino il funerale della madre, affronta ora un difficile e teso ritorno a casa. Stia in guardia il lettore che si aspetta conforto da questa rilettura della parabola del figliol prodigo. Questo è un libro sulla doppiezza, la codardia morale e l’ipocrisia religiosa. È anche un libro sulla fede, sulla grazia e sulla compassione. Ma è di una profondità feroce, ed è capace di sorprendere e tormentare quasi come la Bibbia.

«Tu credi che esistano persone intenzionalmente e irreparabilmente condannate alla perdizione?», chiede Jack, la cui infelicità evidente è appena scalfita dall’intensa gratitudine con cui il padre lo riabbraccia, e dagli sforzi della sorella Glory di costruire tra loro un’amicizia che forse non c’è mai stata. Dietro la formalità dei gesti di entrambi i fratelli – ognuno si rivolge all’altro in modo così educato da diventare il sismografo di una terribile tensione – c’è la paura di farsi ancora del male e l’incertezza sul fatto che un bene comune sia ancora possibile nella loro famiglia. Per parte sua, il vecchio è affettuoso con il figlio ma è anche tirannico e duro. Vorrebbe perdonarlo ma non ci riesce. «Non sono mai riuscito a capire perché non ci amassi», dice a Jack. E poco a poco, mentre ognuno riprende le vecchie abitudini del passato – Jack si occupa del giardino, della spesa e ripara la DeSoto arrugginita nel garage, Glory accudisce il padre e fa da mangiare – diventa chiaro a tutti che questa famiglia non potrà mai cambiare. E che nemmeno la fede, la compassione, la volontà e l’affetto sono sufficienti a sconfiggere il mistero di un figlio nato sotto la stella dell’alienazione spirituale.

Freud narratore, l’isteria diventa romanzo

novembre 28, 2011

Un volume raccoglie gli scritti letterari in cui lo scienziato affronta famosi casi clinici

Cesare Segre per “Il Corriere della Sera

Nel 1922, Sigmund Freud inviò al grande narratore e drammaturgo viennese Arthur Schnitzler (nato nel 1862) una curiosa lettera, in cui gli confessava di averlo in precedenza evitato «per una sorta di paura del doppio». E proseguiva con un’acuta sintesi della tematica di Schnitzler: «Il Suo determinismo, il Suo scetticismo – che la gente chiama pessimismo – il Suo essere dominato dalle verità dell’inconscio, dalla natura istintuale dell’uomo, il Suo demolire le certezze culturali tradizionali, l’aderire del Suo pensiero alla polarità di amore e morte, tutto questo mi ha colpito con un’insolita e inquietante familiarità».

Ma perché il fondatore della psicoanalisi doveva temere come un suo doppio lo scrittore, e trovare inquietante la familiarità con le sue invenzioni? È vero che in qualche appunto giovanile Freud dichiara di essere attratto dall’arte della narrazione, ed è vero che già in una lettera alla futura moglie Martha racconta estesamente, come in una novella, la parabola esistenziale dell’amico Nathan Weiss fino al suicidio. Ma dopo aver trovato la strada dell’analisi psicologica a scopo terapeutico, in che modo il suo lavoro poteva incrociare quello di un romanziere?

A guardare le cose in superficie, si potrebbe considerare ovvio che molti lavori di Freud, narrando vicende e caratteri di persone da lui conosciute e curate, assumano tratti novelleschi o romanzeschi. E di fatto i «casi clinici», come quelli dell’«uomo dei topi» o di Dora o del «piccolo Hans», sono stupende narrazioni. E non è narrativa quella che scruta un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, o quella che ricostruisce, in tre saggi coordinati, L’uomo Mosè e il monoteismo? Per quanto riguarda in particolare i «casi clinici», i cui personaggi venivano indicati con nomi di fantasia per una doverosa discrezione, Freud esplicita il timore che essi siano letti dai suoi colleghi «non già come un contributo alla psicopatologia delle nevrosi, ma come un romanzo a chiave, destinato al loro divertimento»: cosa che gli parrebbe «disgustosa». Anche a proposito del caso di Elisabeth von R., Freud scrive: «Mi colpisce ancora come qualcosa di strano il fatto che le storie cliniche che scrivo si leggano come novelle e siano per così dire prive dell’impronta severa della scientificità». Però i motivi di un confronto fra gli scritti di Sigmund Freud e i caratteri della narrazione letteraria sono molto più profondi, e sono oggetto di ricerca da almeno trent’anni.

È perciò da festeggiare l’ampia raccolta degli scritti narrativi o paranarrativi di Freud (Sigmund Freud,Racconti analitici, progetto editoriale e introduzione di Mario Lavagetto, editore Einaudi), di cui segnaliamo subito le vivaci e suggestive illustrazioni (dodici) di Lorenzo Mattotti. I quattordici testi prescelti (i più famosi, ma anche alcuni meno noti) sono presentati e annotati da Anna Buia. In generale, ciò che caratterizza i testi narrativi di Freud è il fatto che le vicende delle persone sono inserite in una ricostruzione psicologica della loro personalità, dei loro complessi, dei loro comportamenti. E naturalmente la lenta comprensione dei moventi dei personaggi da parte dell’analista ha tempi e logiche diverse da quelli della narrazione, anche se in parte vi si riflette. Insomma, la storia dei personaggi e quella dell’interpretazione non coincidono; semmai in parte possono intersecarsi. La cosa più interessante, però, è che Sigmund Freud accetta, senza dirlo, il patto tacito che lega gli autori di romanzi o di novelle e i loro lettori. Il patto potrebbe formularsi così: l’autore può assumere di volta in volta la prospettiva dei personaggi in scena, ed esprimere le loro idee come se le avesse fatte proprie. Il volume presenta innumerevoli riprove della partecipazione di Freud narratore a questo «patto».

Per esempio Dora, nel «Frammento di un’analisi d’isteria», è gelosa del rapporto erotico fra il proprio padre (di cui è inconsciamente innamorata) e la signora K. Per questo il padre, consapevole della situazione, parla della signora K. alla figlia in modo da allontanare i sospetti sul loro adulterio, insiste sui suoi malanni e la definisce una «povera donna»; ma quando Freud adotta il punto di vista di Dora, la «rivale» appare come una «donna giovane e bella». Infine, in una sua descrizione, Dora, allude all’«incantevole corpo bianco» della signora K., e rivela così la propria latente omosessualità.

Altrettanto interessanti i casi in cui un contesto riflessivo, nel quale è chiaramente l’autore che parla, ospita esclamazioni, e perciò sentimenti, che non sono dell’autore ma dei suoi personaggi. A un certo punto, ad esempio, Sigmund Freud parla dei presentimenti che ha Dora della morte del padre: «In quel momento l’espressione stanca del padre aveva avuto uno strano guizzo, e Dora aveva capito quali pensieri doveva reprimere quel pover’uomo malato! Chi poteva sapere quanto a lungo gli era dato ancora vivere!». L’ultima frase è un pensiero di Dora, non di Freud; nessun segno lo indica, ma il lettore, consapevole del «patto», capisce benissimo.

Un’altra volta, Freud sta riferendo in terza persona i rimpianti, da parte di Dora, dell’età infantile e della funzione protettiva che esercitava suo padre. Poi prosegue così: «Com’era più bello quando quello stesso padre non amava nessuno quanto lei, e si adoperava per salvarla dai pericoli che la minacciavano allora». Anche qui, non è un pensiero di Freud, ma di Dora, e il lettore lo sa.

Freud cade persino vittima degli schemi narrativi. Nella conclusione del caso di Dora, si legge: «Da allora la ragazza si è sposata, e per la precisione, se tutti gli indizi non m’ingannano, con quel giovane menzionato nelle associazioni all’inizio dell’analisi del secondo sogno». Proprio un bel lieto fine matrimoniale, delizia di tanti lettori di romanzi. Purtroppo, nelle ristampe dell’opera, Freud è costretto a notare, onestamente: «Questa, come ho appreso in seguito, era un’informazione sbagliata».

Mario Lavagetto, già autore di Freud, la letteratura e altro(1985), ci guida attentamente tra le prove «narrative» di Sigmund Freud. E termina accennando alla vicinanza di Freud alla letteratura di fine Ottocento-primo Novecento. Vicinanza indubbia, ma forse meno significativa del suo apporto attivo, ben noto, ai principi ispiratori di questa letteratura, dato che Freud è tra coloro che più energicamente misero in crisi la concezione unitaria dell’uomo, e perciò anche del personaggio, e la linearità consequenziale del suo pensiero e delle sue azioni.

Ecco perché sentiva Schnitzler come un rivale.

L’Opera

• I «Racconti analitici» di Sigmund Freud sono un progetto editoriale di Mario Lavagetto (sua anche l’introduzione). Le note e gli apparati sono di Anna Buia, la traduzione di Giovanna Agabio. Il volume è edito da Einaudi
• L’opera contiene tra l’altro la «Lettera a Martha», «Quattro casi dagli Studi sull’isteria», «Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen», «Analisi della fobìa di un bambino di cinque anni», «L’uomo dei topi», «Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci», «Dalla storia di una nevrosi infantile», «Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile»

* L’autore delle illustrazioni contenute nel volume freudiano e in parte riprodotte in questa pagina è l’artista Lorenzo Mattotti, nato 57 anni fa a Brescia. Dopo aver lavorato a lungo a Bologna, Mattotti nel 1998 si è trasferito a Parigi. Tra i tanti lavori, ha illustrato i più grandi classici della letteratura, dalla «Divina Commedia» a «Dr Jekyll & Mr Hyde»

SCORSESE BY SCORSESE

novembre 28, 2011

Martin Scorsese

Martin Scorsese per “La Repubblica” (traduzione di Alberto Pezzotta), da “Dagospia

Sono nato nel 1942 nel quartiere di Corona, nel Queens. I miei genitori si erano trasferiti lì dal Lower East Side. La loro idea era lasciare il vecchio quartiere per “migliorarsi”, come dicevano. Corona mi piaceva. Condividevamo una casetta con un´altra famiglia. Sul retro c´era un cortile con un albero. Si poteva andare al parco: c´era qualcosa da vedere. Ma poi mio padre si mise in guai seri col padrone di casa e dovemmo ritornare a Elizabeth Street, a Manhattan. In un certo senso fu un´umiliazione: tornare praticamente nelle due stanze e mezzo in cui era nato, per stare con i miei nonni, finché trovammo un appartamento in fondo all´isolato, al 253.

Nel Queens fu meraviglioso. Nick Pileggi e io ci abbiamo scritto sopra una sceneggiatura, che vorrei girare. Ma non so se sarò mai capace di portarla sullo schermo. quanto alla storia col padrone di casa, è una faccenda piuttosto complicata. A quei tempi se uno non era istruito e lavorava in una certa zona, doveva stringere legami di vassallaggio con il dato gruppo. C´erano diverse famiglie mafiose, e mio padre fiancheggiava una di queste.

Il capo era un suo amico. Fu lui a trovargli casa nel Queens. Mio padre aveva anche molti problemi con suo fratello, Joe. Da quello che ne so, spesso partecipava a riunioni dove cercava di evitare che altri mafiosi lo ammazzassero. Il padrone di casa era uno che aveva un camion per il trasporto della verdura in un garage di fianco a casa nostra. Un giorno passò di lì mio fratello.

Prese una gallina che aveva lì e le tirò il collo di fronte a lui, facendolo scappare in lacrime. Dopodiché cominciò a prendersela direttamente con mio padre. Probabilmente il padrone di casa deve avere pensato che mio padre fosse una specie di gangster. Non era vero, però gli piaceva vestire in un certo modo, mentre l´altro era un po´ uno zotico. E poi penso che mio padre piacesse a sua moglie.

Così il risentimento cresceva. E a un certo punto ci fu lo scontro. Tornò dal lavoro e, in cortile, dalle parole passarono ai pugni, finché il padrone di casa prese un´ascia. Allora la sorella minore di mia madre uscì fuori e lo spinse da parte dicendogli: «Piantala e molla quell´arnese. Lascia stare mio cognato». E quello si fermò. Proprio come nell´Uomo tranquillo di John Ford: sono state le donne a fermare tutto. Solo che quella sera ci fu un altro scontro. Li vidi che se le davano al bar. Tornai a casa e dissi a mia madre: «Stanno litigando».

Lei stava stirando e mi disse: «Lo so». Subito dopo ce ne dovemmo andare.
Il Lower East Side era piuttosto duro. Quello che si vede nei film degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, con i Dead End Kids, non era molto lontano dal vero. I ragazzi stavano in strada, giocavano con quello che trovavano. Il coperchio di un bidone dell´immondizia poteva diventare uno scudo, e per fare la spada si staccava un´asse da una cassetta delle arance. C´era un sacco di traffico, un sacco di gente che viveva ammassata. E molta tensione. Praticamente vivevo sulla Bowery, e la cosa mi ha molto segnato. Gangs of New York non si avvicina neanche minimamente a quello che vedevo sulla Bowery.

Nel Queens, la casa aveva stanze più grandi, dove potevi sempre sparire, almeno per un po´. Qui era impossibile. Avevo addosso gli occhi di tutti e non potevo dire niente, perché ero il più piccolo. Così presi ad andare in chiesa, e rimasi affascinato dai rituali della messa. L´altra cosa era che mio padre, ovviamente, non sapeva che diavolo fare con me. Dopo avere lavorato tutto il giorno nel Garment District, andava dai miei nonni, cosa che a mia madre non andava giù. Alle undici di sera tornava a casa con i giornali popolari, il Daily News e il Daily Mirror.

C´era ancora tempo per una litigata, e poi tutti a letto. E la mattina dopo usciva per andare al lavoro. Così non è che lo vedessi molto. Ma era costretto a portarmi al cinema; mi portava al cinema in continuazione. La mia asma in pratica mi isolava da tutti. E nella mia solitudine, mi mettevano in testa l´idea di non poter fare nulla di fisico. Dovevo stare molto attento e in qualche modo essere sempre protetto. Per questo divenne importante per me il rito di andare al cinema con mio padre, non importa quale film fosse.

Frequentavamo il Loew´s Commodore, all´angolo tra la Sesta Strada e la Seconda Avenue. Entravamo sempre a metà film. Anche lì, come in chiesa, c´era un senso di pace. Era come partire per un viaggio. Fuori dalla sala i manifesti vendono sogni, si sa. E quando si entra in un cinema, il sogno è reale, o quasi. E poi, condividere queste emozioni così forti con un padre con cui non parlavo molto, diventò il principale terreno di comunicazione tra noi.

Mi portò a vedere Il bruto e la bella, il primo film che vidi su come si realizza un film. A mio padre piacevano i western. Ultimatum alla Terra fu una grande esperienza: di pomeriggio, all´Academy of Music, con duemila spettatori. O La Cosa da un altro mondo di Nyby e Hawks, si apre la porta e dietro c´è James Arness nella parte del mostro: hai mai visto duemila persone balzare sulla sedia contemporaneamente? Straordinario.

C´era un grande contrasto tra i film che vedevo e l´ambiente in cui vivevo. I miei venivano da un paese siciliano. E in Sicilia, lo sa, non ci si fida di nessuno, si cresce pieni di diffidenza. E, mi spiace dirlo, ma questo atteggiamento mi venne inculcato a forza. I miei genitori erano brava gente, lavoratori; non erano né mafiosi né criminali. Ma c´era questo atteggiamento verso il mondo. Se vedete Nuovomondo di Crialese, i miei nonni erano così. Negli anni Cinquanta era strano cercare di essere americano, di acquisire certi valori americani.

Mi era impossibile rendere compatibile l´autorità di un Eisenhower, che giocava a golf tutto il giorno, con la mia esperienza. Venivo da un mondo dove tutto si riassumeva in un unico consiglio: “Fa´ quello che vuoi ma sta´ in campana”. Quando stavo girando The Departed – Il bene e il male, ho scoperto che alla fine la storia parlava di queste stesse cose, di padri e figli. Stavo girando la scena con Jack (Nicholson, ndr) a tavola e Leonardo (DiCaprio, ndr) nel locale.

Erano sette pagine di sceneggiatura, le avevamo girate la sera prima, ed era andato tutto bene. Ma a un certo punto dico a Leo: «C´è qualcosa, qui, non so esattamente cosa, che non è ancora uscita fuori bene». Sentivo che doveva essere il punto di svolta del film. Sapevo che dovevo stargli addosso e aiutarlo ad andare in certe direzioni. Così dico a Jack: «Jack, domani rifacciamo la stessa scena. Se ti viene in mente qualcosa per rendere nervoso Leonardo…».

Il giorno dopo Jack arriva, si siede, aspetta che si sieda Leo, e la prima cosa che fa è annusare il bicchiere e dire: «Puzza di talpa». E poi tira fuori una pistola. Fu fantastico. La reazione di Leonardo è in tempo reale. Gli ho detto: «Devi convincerlo che tu non sei l´infame, anche se tu lo sei». Ero felice di come stava venendo la scena, e d´un tratto ho pensato: ma io questa scena l´ho già girata. Col senno di poi, mi accorgo che questo è il tema di tanti miei film, da Mean Streets e Toro scatenato in poi. Ci sono sempre padri e figli, e ognuno deve all´altro qualcosa. Ci sono la fiducia e il tradimento.

Nel mondo in cui sono cresciuto io, il tradimento era la cosa peggiore che ti potesse capitare. La caduta di un gangster per me è altrettanto interessante di quella di un presidente o di un cantante famoso. Per esempio in Casinò, prima c´è il tradimento, e poi la caduta. Parliamo di persone che, diciamo così, sono di natura diversa dalla nostra. Ma per me si tratta solo di esseri umani. Il tradimento ha che fare con l´amore. Ci deve essere un legame tra le persone che si tradiscono, altrimenti non farebbe così male. Ecco perché La valle dell´Eden è stato un film così importante per me. Per la lotta tra padre e figlio.

C´è il fratello buono e quello cattivo. A casa nostra, il conflitto era soprattutto tra mio padre e mio fratello maggiore. Io in teoria ero quello buono. Ma quando vidi La valle dell´Eden, mi resi conto che mi sentivo come il personaggio di James Dean. Provavo le stesse cose del cattivo. Sentivo tutto ciò che sentivano gli adolescenti quando vedevano James Dean in quel film.

Le mie radici sono ancora lì. Non appartengo a un mondo di scrittori o di artisti. Col passare del tempo mi sono reso conto che non voglio considerarmi diverso da quello che sono. Ma da piccolo, quando crescevo in quel quartiere, mi sentivo davvero schiacciato. E l´unica via di sfogo era immaginare storie, cose del genere. Fin da piccolo. Lavoravo molto di fantasia. E disegnavo i miei film. I primi li disegnai in bianco e nero e nel formato 1.33, che era quello standard del cinema dell´epoca. Un giorno mio padre mi vide che ci giocavo e dovetti nasconderli. Non capiva che cosa stessi facendo, e pensò che me ne stessi troppo per conto mio. Non completai più le storie. Stavo diventando un adolescente, e le cose cominciavano a cambiare.

Libia 1911, breve la guerra del soldato Puttero

novembre 28, 2011

La fanteria italiana in trincea in Tripolitania

Sullo sfondo dell’avventura coloniale di 100 anni fa la storia dolente di un artigliere partito da Rivoli

Mimmo Candito per “la Stampa

“Cara moglie, io ti assicuro che per il momento siamo ancora fuori dal pericolo, per me non mi pare nemmeno che sia in guerra». È il 21 novembre di 100 anni fa, e il soldato di leva Puttero Michele, classe 1887, scrive quattro paginette senza sbavature dal suo accampamento alle porte di Tripoli, un posto «che si chiama la Caserma della cavalleria turca ma adesso ce la nostra artiglieria». Michele è il terzo di quattro figli, ha i baffi corti, le orecchie forti, viene da Rivoli, alle porte di Torino, e ha appena sposato la sua «cara moglie», che «ti sogno ogni minuto che mi addormento, e sempre sto pensando a te che ti trovi sola, così lontano dal tuo caro marito che ti vuole un gran bene, come spero che ne vorrai un al trentanto a me».

Sono piccole storie di sentimenti e emozioni private, che una vecchia lettera sgualcita, ingiallita dal tempo, rivela ora con delicatezza, un secolo dopo. La conservava nel cassettone la «cara moglie» come il ricordo più prezioso della sua vita, poi l’ha data a una nipote, «un regalo che non ha prezzo». Non vi sono grandi rivelazioni storiche, nella lettera, nulla di strategie né di opinioni politiche, ma solo «qui fa molto bello, fa pur fin troppo caldo», oppure «ti scriverei più sovente ma non possiamo avere la carta ne francobolli, qua non ce nessuna comodità, non ce gnente, quasi la accqua ci manca, delle belle volte la pagherebbero più cara che il vino».

Da Rivoli a Tripoli non c’è solo il mare, c’è un mondo intero di mezzo, una storia che sembra mito, ci sono terre e uomini e costumi che il soldato Puttero Michele scopre con meraviglia: «Se ritornerò presto, ti porterò sù dei datteri, il frutto più raccoltuoso che sia qui in Affrica».

L’Affrica, quella con le due effe, che sta dall’altra parte del Mediterraneo, alla fine dell’Ottocento e in quell’inizio del Novecento è la terra di conquista delle grandi potenze, che litigano e si fanno dispetti per arraffarne il controllo sugli ultimi bagliori di un impero ottomano che sta consegnando alla modernità i resti della sua antica gloria. Con le grandi potenze che hanno fatto il mondo dell’Ottocento ora ha potuto sedere anche l’Italia di Giovanni Giolitti e, tra l’Inghilterra che vuole l’Egitto e la Francia che vuole oltre alla Tunisia anche il Marocco, il governo di Roma ha siglato patti e accordi internazionali che le garantiscono una prelazione sulle terre che si allungano nelle coste della Tripolitania e della Cirenaica.

Sono giorni dove in Parlamento la Destra storica, i liberali e i socialisti si confrontano in scontri accesi. L’Italia, che era stata un modello per la lotta delle nazionalità assoggettate ai grandi imperi plurinazionali, si è spostata su un terreno molto più moderato, considerato ideale per trovare uno spazio adeguato nel «concerto europeo»; l’ambizione rivoluzionaria che, con Mazzini e Garibaldi, voleva scardinare il sistema illiberale nato dal Congresso di Vienna del 1815 è ormai dimenticata, e i nemici storici Austria e Germania possono diventare ora anche alleati comodi. Nel paese, tra la gente che sta celebrando con meraviglia, stupore, anche orgoglio, i cinquant’anni dell’unità nazionale, la «questione africana» divide tra il Nord dei movimenti operai e socialisti e il Sud che sogna terre da coltivare e un nuovo futuro. E Giolitti, che ha concesso alla sinistra il suffragio universale, si prepara a compensare offrendo alla destra la guerra.

La canzone che ora si ascolta sempre più spesso dalla vecchia radio del salotto di casa dice con tono vibrante: «Naviga o corazzata / benigno è il vento e dolce la stagion / Tripoli – terra incantata / sarà italiana al rombo del cannon». E il governo italiano invia un ultimatum al governo ottomano il 28 settembre 1911, con una brutalità diplomatica che concede al nemico appena 24 ore. È davvero la guerra, e però in quegli ultimi giorni di settembre il vento s’era fatto beffe della canzone, poiché come scriveva una relazione del Comando militare italiano – «le condizioni del mare stavano per cessare di essere favorevoli; si aveva perciò la certezza di andare incontro a grandi difficoltà per l’attuazione degli sbarchi e dei rifornimenti; ma una dilazione nelle operazioni avrebbe fortemente minato il nostro prestigio e aumentate le difficoltà dell’impresa, perché la Turchia ne avrebbe certamente approfittato per inviare in Libia nuove truppe, armi, munizioni e vettovagliamenti».

La Turchia ha «scarse forze militari a Tripoli», scrive la relazione del Comando italiano, «circa 5.000 uomini in Tripolitania e 2.000 in Cirenaica». L’Italia ha mobilitato 34.000 uomini (diventeranno 55.000), 6.300 quadrupedi, 1.050 carri, 48 cannoni da campagna, 24 cannoni da montagna, e dirigibili e aerei (sarà italiano il primo bombardamento aereo della storia mondiale), trasportati in Africa utilizzando la Regia Marina e un rilevante numero di piroscafi noleggiati. Nel paese, nei primi cinquant’anni della sua nuova storia, dal 1861 a quel 1911, i 25 milioni di italiani sono diventati ora 34 milioni, più 6 milioni di emigrati, gli analfabeti – che erano il 72% tra gli uomini e l’82% tra le donne – sono calati ora tra il 50 e il 60%, il prodotto medio agricolo è raddoppiato, e triplicato quello industriale; gli squilibri sono enormi, ma affiora una nuova forza mediterranea.

La guerra, però, sarà lunga, e feroce. L’invenzione dell’«italiano brava gente» si scontrerà con una realtà diversa, tragicamente segnata dalla battaglia di Sciara Shat. E stragi e massacri frantumeranno la mitologia della conquista facile. È storia di un secolo fa, giusto il 1911; ma la guerra a Gheddafi di questo 2011 ne ha fatto perdere la memoria. Ora ce la riporta la lettera ingiallita d’un soldato accampato alla periferia di Tripoli il 21 novembre 1911.

Puttero Michele, da Rivoli, entrerà in battaglia a Sidi-Messri 5 giorni dopo, il 26 novembre. Quello stesso giorno verrà ucciso. Il presidente Giolitti scrive di suo pugno una lettera di condoglianze, e invia un sussidio di lire 100 alla vedova.

Versace

novembre 28, 2011

Gianni Versace

Matteo Persivale per “Il Corriere della Sera

Il bambino con i capelli ricci e lo sguardo curioso cammina tenendo per mano sua madre nella luce abbagliante del mattino, a poca distanza dal mare. Reggio Calabria, anni 50. Stanno facendo la solita passeggiata domenicale verso la chiesa e come succede ogni volta nello stesso punto, all’angolo con la strada dove le prostitute aspettano i clienti, la mamma gli dice: «Copriti gli occhi». Molti anni dopo, i ricordi del bambino che giocava tra gli scampoli colorati della sartoria di famiglia, che si nascondeva dietro a un muro coperto da un grande mosaico quando la sorellina lo cercava e lui faceva finta di essere svanito nel nulla, i vestiti sgargianti di quelle donne che era proibito anche soltanto guardare, la musica e le scene del Ballo in maschera di Verdi la prima volta che suo padre lo portò all’opera, tutti quei ricordi molti anni dopo sarebbero diventati l’anima del suo lavoro e le radici del suo talento e la chiave per capire il suo successo.

L’immaginazione di Gianni Versace — nato il 2 dicembre 1946 e che fra pochi giorni avrebbe compiuto 65 anni — era fatta dei colori visti da bambino su quel tavolo da lavoro troppo alto per lui, di quel senso di attesa e di sfida davanti al proibito — per questo scelse come simbolo del suo regno Medusa: una donna che è vietato guardare se non si vuole essere trasformati in una pietra. Il ragazzo calabrese timido e riflessivo che trionfò sulle passerelle come stilista, nei teatri d’opera come costumista e nei musei come artista dei tessuti era il figlio timido di Franca e Antonio, cresciuto in sartoria e tanto attaccato alle radici e alla famiglia da trasformare la sua «Gianni Versace» in un’azienda letteralmente a conduzione familiare—Gianni direttore creativo, il fratello maggiore Santo (nato nel 1944) a capo del settore amministrativo e finanziario, la sorellina Donatella (nata nel 1955) sua musa e apprendista di lusso e poi stilista della linea Versus creata su misura per lei.

Gianni era arrivato a Milano nel novembre del 1972, a lavorare prima per Arnaldo Girombelli (che con Genny, Complice e altri marchi affidò i primi incarichi a esordienti come Versace e, più tardi, a due ragazzi dal nome Stefano Gabbana e Domenico Dolce). Dalla primavera del 1978 Gianni si era messo in proprio (il primo negozio, subito in via della Spiga). A quei tempi la moda era molto diversa—«per principesse e socialites», raccontava lui sorridendo—e poco più che trentenne si era divertito a scardinare l’eleganza che aveva trasformato in un gioco senza regole. Lo stilista ideale per gli anni 80, profeta della moda eccessiva e colorata e spavalda senza complessi: i colori, le stampe, il metallo, la pop art del suo amico Warhol, spingendo l’acceleratore della sensualità. Massimalista con entusiasmo negli anni dell’affermazione del minimalismo. Si era affidato da subito ai fotografi più grandi — a Helmut Newton che davanti a quelle ragazze con le cinghie e le borchie aveva esclamato felice «Le signore vestite come puttane e le puttane come signore!», a Richard Avedon che firmò le campagne con quei gruppi di modelli scherzosi e bellissimi perché la moda di Versace era fatta per stare con gli altri, anche nelle pubblicità—e aveva lanciato le supermodelle superpagate che diventarono simboli del suo stile: Naomi, Helena, Claudia, Cindy, Christy, Yasmeen, Nadia, Kristen.

Ma se il volto pubblico di Versace erano i colori, l’eccesso, la vita privata era quella di un uomo felice di leggere nel suo studio e andare a letto presto. E uno dei primi trofei comprati in una vita di shopping compulsivo — shopping di case di lusso comprate d’impulso come Villa Fontanelle a Moltrasio sul lago di Como, giardini firmati da Sir Roy Strong il landscaper della regina Elisabetta, shopping di quadri e di statue acquisiti con viaggi lampo a Parigi e Londra, centinaia di milioni di lire spesi in un pomeriggio — fu una straordinaria biblioteca di diecimila volumi nel palazzo di via Gesù a Milano. Libri d’arte antica, greca e romana, e del Rinascimento: i suoi due punti di riferimento. E grazie al coreografo Maurice Béjart, il rivoluzionario del balletto che Gianni chiamava «il mio maestro di vita e di gusto» aveva riscoperto la Magna Grecia delle sue origini: Versace che dai backstage delle sfilate e dai trionfi in passerella arrivava ai grandi teatri, creatore dei costumi per i balletti di Béjart — da Dionysus a Malraux ou la Métamorphose des Dieux — e per tante opere, Salome alla Scala, Capriccio alla Royal Opera House di Londra, poi Don Pasquale e Doktor Faust. Amico fraterno di Béjart, il marsigliese che non sopportava l’America, e del regista texano Bob Wilson, capace di usare come centro di gravità di una regia d’opera l’immagine filmata di una bottiglia di latte trapassata da grandi chiodi lasciando Versace deliziato — tra iconoclasti ci si capisce al volo. Gianni aveva inventato «l’uomo senza cravatta»: «Io non credo nel buon gusto, è qualcosa di troppo datato». Poi scappava di nascosto al Louvre e restava per mezz’ora davanti alla Morte di Sardanapalo di Delacroix, in silenzio, come in chiesa.

Gli anni della rivalità con Armani che diventa nella moda un fenomeno simile a quella tra Callas e Tebaldi trent’anni prima nella lirica: l’uomo del Sud e quello del Nord, uno con gli occhi scurissimi e l’altro che li ha tanto azzurri da sembrare quasi trasparenti, il dionisiaco e l’apollineo, l’eccesso e il rigore. Fatti per non capirsi, tra occasionali battute sferzanti e due sfilate programmate nello stesso giorno, stessa ora, duello all’Ok Corral modaiolo per vedere chi cede per primo. Nel 1992 l’acquisto di Casa Casuarina a Miami Beach trasformata in reggia sull’oceano con Madonna e Naomi a bordo piscina, nel 1995 quella nell’Upper East Side a New York — a pochi passi dal museo Metropolitan che l’avrebbe onorato di una grande mostra personale — con le opere di Basquiat a fianco dei quadri rinascimentali e una frase meravigliosa rilasciata ai posteri, «Ho chiesto a Schnabel di dipingere la camera da letto», l’artista più quotato utilizzato come si fa con l’imbianchino. E poi via a trascinare l’amico Elton John da James Robinson a Park Avenue facendogli spendere 100 mila dollari in tovaglie di pizzo. Quando nel ’94 fece della sconosciuta Liz Hurley una diva vestendola col famoso abito delle spille da balia era già malato di una rara forma di tumore all’orecchio che svelerà l’anno dopo, terminate con successo le terapie, quando parlò apertamente anche della sua omosessualità e del rapporto cominciato nel 1982 con il compagno della vita, Antonio D’Amico. Nei mesi delle terapie aveva pensato al suo epitaffio scegliendo le parole del curatore del Metropolitan: «L’uomo che trae gioia nel rompere gli schemi e mischiando epoche, generi e classi sociali diversi». Poi, ristabilito, i famosi ricci diventati bianchi, presentò una delle sue collezioni più belle a Parigi, luglio 1997, omaggio dello stilista sulla vetta del mondo a Charles James primo couturier americano che era finito dimenticato e in povertà e morto in solitudine al Chelsea Hotel, la collezione con le croci bizantine che era andato ad ammirare a Ravenna con la sorella inseparabile. Donatella e Santo sono a Roma il 15 luglio 1997 a preparare una sfilata e Gianni è a riposare qualche giorno a Miami con Antonio. La sera prima hanno visto al cinema Contactcon Jodie Foster, film di fantascienza che racconta come il viaggio spaziale più profondo, l’unico che importa davvero, è quello dentro noi stessi.

Alle 8.45 Versace va a comprare i giornali e, al ritorno, sul cancello di casa, a poche decine di metri dall’oceano, trova un uomo, in fuga attraverso l’America dopo aver ucciso quattro persone, che gli spara due colpi di pistola a bruciapelo. E tutto finisce in un istante nella luce abbagliante del mare, dov’era cominciato.

sequenza

novembre 27, 2011

qui

sequenza

novembre 27, 2011

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Morto Gerald Laing, icona Pop Art

novembre 27, 2011

"The kiss", dedicato a Ami Winehouse

da “La Stampa

L’artista britannico Gerald Laing, esponente della Pop Art autore di famosi dipinti dedicati alle attrici Brigitte Bardot e Anna Karina e più recentemente alla
cantante Amy Winehouse, è morto all’età di 75 anni in un castello sulla Black Isle, vicino a Inverness, in Scozia. Il pittore era da tempo malato di un tumore, ha precisato la famiglia alla stampa inglese. Laing ha vissuto gran parte degli anni Sessanta a New York, frequentando gli ambienti della Pop Art e diventando amico di famosi artisti come Andy Warhol e Roy Lichtenstein.

Laing era conosciuto per i suoi quadri creati utilizzando montaggi con fotografie di giornali che ritraggono star del mondo dello spettacolo. Nello scorso mese di ottobre Laing ha allestito una
mostra di dipinti e disegni dedicati a Winehouse, morta nel luglio precedente, dove spiccava il quadro «The Kiss», dove la cantante è ritratta con l’allora marito Blake Fielder-Civil, in un’immagine ispirata e ben riuscita definita ormai «icona» della Pop Art. Laing è stato anche uno scultore e in quest’ambito è particolarmente famoso per aver realizzato la statua di Sherlock Holmes a Edimburgo. Ha realizzato anche la monumentale staua Four Rugby Players al Twickenham Stadium.

L’inverno di Poggioreale

novembre 27, 2011

Eleonora Martini per “il Manifesto”

C’è un luogo dove la splendida idea del capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, di aprire le celle dei carceri e trasformarle in pure «camere di pernottamento», si infrange come una bolla di sapone. Il detenuto Alfonso Papa, già deputato e magistrato, lo chiama «l’inferno di Poggioreale». Per il cronista, impossibilitato a scorgere la dimensione reale del carcere, l’unica cosa certa è che il prossimo inverno sarà molto, molto duro, nella casa circondariale di Napoli. Con 2634 detenuti che vivono chiusi 22 ore al giorno con i blindo sbarrati in celle che potrebbero ospitare complessivamente 1400 reclusi, o al massimo del tollerabile 1743 persone; con 2362 detenuti comuni e solo 699 con condanna definitiva, 671 tossicodipendenti, e solo 169 lavoranti, con un «turn over» medio – si fa per dire – di 16 ingressi e 9 uscite al giorno, con 730 agenti di custodia effettivamente in servizio (che poi in pratica si traduce a uno per piano ad ogni turno), sarà davvero interessante vedere come farà il direttore Cosimo Giordano ad applicare la circolare appena emanata da Ionta e dal direttore dell’ufficio detenuti, Sebastiano Ardita.
La circolare, intitolata «Modalità di esecuzione delle pena – Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione», da applicare entro tre mesi, prevede di “liberare” i detenuti di «media sicurezza» all’interno delle sezioni, ossia di aprire i blindo delle celle almeno per tutto il giorno lasciando ai reclusi – a seconda dell’affidabilità – maggiore possibilità di movimento almeno all’interno della sezione, spazi aperti inclusi.
Altro che «rieducazione»
«Aprire le celle? Ma come faccio in un carcere di queste dimensioni?», spiegava solo qualche giorno fa il direttore Giordano, davanti all’orrore di vedere tante persone assiepate in spazi così angusti, accompagnandoci nella visita al padiglione Napoli, dove i letti a castello arrivano attualmente al terzo piano (ma in alcuni momenti anche al quarto), con stanze di venti metri quadri in cui vivono dalle sei persone in su. «Io sono un trattamentalista – continua Giordano – ma senza soldi, senza uomini e mezzi, hai voglia a parlare di reinserimento sociale del detenuto». La parola «rieducazione», poi, è davvero fuoriluogo in un posto dove «a metà degli anni ’80 lavoravano 350 detenuti mentre oggi ne lavorano solo 169», come racconta il comandante degli agenti, il commissario Salvatore D’Avanzo, da 18 anni a Poggioreale e dal ’77 al Dap. Che spiega: «Negli ultimi anni è cambiato tutto, sono aumentati i malati psichici, i drogati, gli emarginati. A cosa è dovuto? Io credo al fallimento del mondo “fuori”». Educatori: 13, in servizio per due giorni la settimana (207 detenuti da seguire a testa). Psicologi: uno distaccato dall’Asl che affianca i quattro psicologi del carcere in servizio al reparto “Nuovi giunti” (dove attualmente ci sono 320 persone), più altri quattro psicologi per poche ore settimanali a disposizione di tutti gli altri. Inutile dire che gli psicofarmaci sono le medicine più richieste e più utilizzate.
«I tentativi di suicidio sono molti, sapesse quanti ne riusciamo a salvare», spiega ancora Giordano. Sabato 12 novembre però non ci sono riusciti e un uomo sulla cinquantina, un «ottimo falegname» entrato in carcere il giorno prima per aver accoltellato moglie e parte della famiglia, si è suicidato malgrado fosse stato inserito nel «Reparto osservazione» e sorvegliato «da un agente ogni 15-20 minuti», racconta il direttore. «In quel frangente si è tolto la vita – continua Giordano – e, malgrado sia il primo caso nel 2010, per noi è sempre un fallimento, anche se nella nostra esperienza sappiamo che se un detenuto vuole suicidarsi lo fa anche se guardato a vista».
Comunque, gli agenti sono troppo pochi e accumulano ore di straordinari pur sapendo che non c’è la copertura finanziaria per tutti: degli 828 poliziotti assegnati, almeno un centinaio sono distaccati al tribunale, dove sono utilizzati per presidiare i passaggi, o nelle corsie di ospedale, o sono addetti alle traduzioni dei detenuti e alle scorte, o sono in permesso (il 15% del totale) per assistere familiari malati usufruendo della legge 104 (requisito richiesto per ottenere il trasferimento di città, e dunque usato maggiormente dagli agenti originari del Mezzogiorno).
Ordine, contro il sovraffollamento
In questo contesto, la disciplina, a Poggioreale, è un’arma importante. Lo si capisce da come i detenuti camminano in fila e con le mani incrociate dietro la schiena, quando si muovono all’interno del carcere, accompagnati dai (pochi) agenti in servizio. «Qui da noi comanda solo lo Stato», si inorgoglisce Giordano, al sevizio del Dap da quarant’anni, quando gli si chiede del potere interno dei camorristi. «La cosa più dura da sopportare, quando sei dentro – spiega un ex detenuto a Poggioreale per sei mesi e poi scagionato – è la doppia legge: le regole imposte dai secondini e il “codice” interno dei carcerati». Ovvio che i capoclan «sono quelli che danno meno problemi» al personale (parola di Giordano), mentre ci vuole polso duro con la criminalità comune, con i tanti spacciatori, taglieggiatori, rapinatori, scippatori, spesso giovanissimi, che entrano e escono dal carcere in continuazione, ammassati in celle dove tocca fare i turni per stare in piedi, con water e cucina tutt’uno in un angolo, e docce sul corridoio – «schifosissime», ci racconta ancora il “nostro” ex detenuto (non avendole potute visitare) – «a disposizione due volte a settimana, e non sempre calde». Non è così dappertutto: l’inverno a Poggioreale sarà un po’ meno rigido in reparti come il Genova, che Giordano è riuscito finalmente a far ristrutturare di recente, con le docce in cella e le pareti ancora immacolate. «Da trent’anni – dice – chiediamo di sfollare Poggioreale perché senza spazio fallisce lo scopo del carcere, che comunque deve essere l’extrema ratio». Il direttore racconta che solo un anno fa ha ottenuto i soldi per ristrutturare la sala colloqui che non era a norma. E ora, per esempio, «abbiamo problemi enormi perfino con il censimento: non ci sono i moduli né tantomeno i computer con cui inserire i dati». «Cosa cambierei? Alcune leggi come quella sulle tossicodipendenze e sulle recidive. Il problema non è dentro il carcere, è fuori».

Diritti Globali

Jennifer Egan, come scrivere fra Proust e l’Sms

novembre 27, 2011

Stefania Vitulli per “il Giornale

Polifonia. Flusso di sensazioni laterali. Viaggi nel tempo. Musica. E poi Proust, come ha dichiarato a una rivista letteraria: «Ha cercato di catturare il senso del tempo che passa, la qualità della coscienza e di aggirare la linearità, bizzarro flagello della scrittura narrativa». Sono le parole chiave che Jennifer Egan ha usato per descrivere i meccanismi narrativi usati per il suo ultimo romanzo. Ecco, magari non sarà il primo complimento ricevuto da Proust. E magari ad alcuni non farà piacere sapere che arriva da una 49enne scrittrice molto glamour negli Stati Uniti – quando il Wall Street Journal ha scritto quest’anno l’articolo di rigore sull’anniversario dell’11 settembre, la Egan era uno dei quattro newyorchesi più influenti a cui chiedere come quel giorno le avesse cambiato la vita e quando Time ha stilato l’usuale classifica primaverile delle 100 persone più influenti del mondo, non ha proprio potuto fare a meno di inserire il suo nome – che ha vinto il Pulitzer e il National Book Critics Circle Award 2011 per un romanzo in cui 75 pagine sono redatte in Powerpoint, uno dei più acclamati programmi di videoscrittura per presentazioni del mondo, abusato da professori universitari, agenti di vendita e marketing manager.
La Egan però, il cui romanzo Pulitzer in questione, Il tempo è un bastardo, è appena uscito in Italia (minimum fax, traduzione di Matteo Colombo, pagg. 350, euro 18) può permettersi di passarci sopra: ha ricevuto crediti e recensioni entusiastici di New York Review of Books, Guardian, Telegraph, BBC, NYT, People, Time e via elencando e per molti di loro è una ex firma illustre. Lodi meritate: il romanzo in questione è forse il primo in anni di narrativa importata da oltreoceano a unire lo stream of consciousness woolfiano allo humour woodyalleniano, in un tourbillon di punti di vista che finalmente non fa sembrare un romanzo lo sviluppo ipertrofico di un racconto geniale, ma l’assemblaggio originale in tredici capitoli di vere e sane Storie, che quindi sono in grado di farci ridere, piangere e imbestialire. Insomma, un genere in via di estinzione.
I personaggi viaggiano dal 1979 – nella San Francisco undergroud dell’epoca dei Dead Kennedys, in cui si muove un nucleo di punk – al futuro ravvicinato del 2020, passando dalla prima alla seconda, alla terza persona, dal sesso brutale alle droghe alla cleptomania come modalità di aggressione verso il mondo. È vero, le 75 pagine in Powerpoint ci sono, e non hanno nulla di proustiano. Ma se è per questo ci sono anche sms e social network a strutturare le emozioni, come scatoloni che tengono verticali le merci al supermercato. Anche se pare incredibile, però, pure la frammentaria comunicazione digitale nel romanzo della Egan ha uno stile. Tanto che verso le ultime pagine non capiamo proprio come si possa aver pensato, finora, di non comprendere le pagine facebook tra le categorie cui assegnare un premio letterario.

Da Warhol a Nureyev. Ecco la Grande Mela secondo la musa rock

novembre 27, 2011

Cherry Vanilla ha ispirato artisti, rockstar e scrittori. E oggi l’ex ragazzina che dominò la New York degli anni Settanta si confessa

Matteo Sacchi per “il Giornale

Un lunghissimo trip, un viaggio molto acido, con un retrogusto di Lsd e marijuana, durato dal 1968 ai primi anni Ottanta. Un viaggio non sempre allegro però, fatto in compagnia di tutti quelli che abbiano davvero contato qualcosa nella New York che culturalmente conta.

Un gran morso, dato con gusto rabbioso, a tutto quello che di trasgressivo –  quando la parola faceva ancora rima con creativo – era contenuto nella Grande Mela allucinogena, quella che Andy Warhol dipingeva e Helmut Newton fotografava e Patti Smith cantava.
La vita di Cherry Vanilla, al secolo Kathleen Anne Dorritie, potrebbe essere riassunta così. Un percorso tortuoso e che ha dell’incredibile che ha portato questa ragazzina, nata il 16 ottobre 1943, figlia di un netturbino, a intercettare e immancabilmente a cavalcare (ogni doppio senso è voluto e a Cherry Vanilla graditissimo) tutti i mutamenti che con l’esplosione del Flower Power hanno contribuito a trascinarci verso il postmoderno. E visto che, come scrive Zygmunt Bauman, il postmoderno è liquido, definire Cherry Vanilla – della quale esce l’autobiografia Lick Me. Come sono diventata Cherry Vanilla (Odoya, pagg. 316, euro 20) – è davvero complicato. Ecco un elenco sommario delle sue attività: groupie, musa, cantante, attrice, amante, pubblicitaria, dj sperimentale, «fattona»…
Ma in realtà questa signorina che ha usato il suo corpo in tutte le maniere possibili, ha avuto soprattutto un talento: quello di finire inevitabilmente vicino a tutti i grandi del “rinascimento” newyorkese. C’è un reading di Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg? Lei è lì e poi fa poesie che finiscono sulla rivista Circus. Andy Warhol si dedica al teatro e con Tony Ingrassia mette in scena il ferocissimo Pork? Cherry che non ha mai recitato finisce a fare la protagonista perché a Andy piace come canta inni sacri. E quando la pièce va in trasferta a Londra Cherry diventa uno dei “ponti” che condurranno l’astro nascente del pop britannico David Bowie verso gli States. E nel frattempo a Londra conosce Jim Haynes, vero guru degli scrittori underground e affascina anche lui…
Certo di mezzo c’erano spesso questioni di letto – Cherry che nel suo libro si definisce «puttanella pop» non fa mistero del fatto che «a seconda della droga e dell’occasione, ho utilizzato ogni orifizio e ogni strumento di piacere che Dio mi ha dato» – ma è indubbio che è stata davvero una musa, a volte fugace a volte duratura, per moltissimi artisti: tipo Johnny Winter, Kris Kristofferson accalappiato con una poesia e strappato a Patti Smith, altra grande poetessa del Rock… E se la sua partenza è stata quella di una qualunque groupie, la sua intelligenza è stata diversa: «Ero già una sorta di donna d’affari di 26 anni, mentre quelle ragazze erano per la maggior parte adolescenti».
Ecco perché la sua biografia è davvero uno spaccato di storia in cui a ogni angolo spunta un pettegolezzo divertente – come quando il povero Rudolf Nureyev si presentò a una festa al Plaza Hotel dove c’erano anche Bowie, Mick Jagger e Bette Midler ma quelli si chiusero in uno stanzino snobbandolo e lui si offese moltissimo – oppure un dettaglio, un retroscena che svela il clima di una città che è stata per il Novecento quello che Firenze fu per l’Umanesimo. E nel raccontare, Cherry ha anche una sua capacità affabulatoria, il libro scorre via come una canzone molto orecchiabile. Anzi il gusto dell’accumulazione, della narrazione per eccesso, ricorda un po’ quello dei grandi della Beat Generation. E se la prosa non è sempre eccezionale, supplisce la vita vissuta o sognata (con tutte quelle gelatine alla mescalina…).
E nel libro non manca nemmeno la presa di distanza, il senso del tempo.

L’esplosione colorata della fine degli anni Sessanta è descritta come il sogno effimero che fu, già morto e sepolto sotto una coltre commerciale nel 1970: «La puzza di popper appestava le piste da ballo. I gay adesso cominciavano ad assomigliare più a biker o a operai edili che non a dandy…». Ma Cherry, che oggi ha 68 anni, non si è mai persa d’animo. Gioca ancora a fare «la fata madrina rock, ruolo e definizione che mi piacciono più di ogni altra». E non è poco.

C’é libertà solo nei romanzi

novembre 27, 2011

Gao Xingjian

Gao Xingjian, da “Il Corriere della Sera

La libertà, che magnifica parola. Per l’uomo costituisce una ricerca estrema, se non l’unica. Ma dove si trova la libertà? La libertà di cui voglio parlare non è un concetto filosofico, piuttosto la possibilità dell’uomo di agire sotto la costrizione delle condizioni reali dell’esistenza. L’uomo di cui parlo non è un concetto astratto: è l’individuo reale nella vita reale. Le possibilità di scelta di ogni persona costituiscono proprio i principali argomenti della letteratura nel corso dei secoli. Da questa deriva un’altra questione – ciò che chiamiamo destino, e se questo destino possa essere oggetto di previsioni. La questione filosofica della libertà e della necessità nel campo della letteratura si trasforma inevitabilmente in una questione di libertà e limite.

L’individuo che vive in una società subisce costrizioni di ogni tipo: da parte della politica, dell’etica, dei costumi, della religione e persino della famiglia; anche il matrimonio crea ostacoli alle azioni dell’individuo. Nella società del XX secolo, il totalitarismo e l’ideologia hanno non solo ostacolato le azioni degli uomini, ma anche il loro pensiero. Oltre alla soppressione della libertà di parola, il pensiero di ogni individuo è stato controllato dal politicamente corretto creato da ogni specie di potere politico e di ideologia. Ma nei Paesi democratici, gli individui godono davvero della libertà di parola e di pensiero? La democrazia garantisce la libertà individuale?

L’economia di mercato, a confronto con la globalizzazione, e la democrazia attuale non hanno trasformato radicalmente le difficoltà di vita degli uomini, né dato più libertà agli individui. Dunque la domanda è: dove si trova la libertà quando il peso degli interessi politici e le leggi del profitto agiscono ovunque e penetrano ogni aspetto della vita? Tale questione continua a suscitare imbarazzo. È ad essa che le mie opere pretendono di rispondere.

Uno scrittore censurato in una dittatura comunista, che arriva nell’Occidente democratico, otterrà a colpo sicuro la libertà di pensiero oppure diventerà un dissidente? Spingiamoci oltre: quando un individuo è fuggito da un’oppressione politica, deve conformarsi a un’altra politica, per quanto democratica? Ecco un argomento ancora più interessante: nel mondo attuale esiste una politica in grado di superare la politica dei partiti e di essere controllata dalla libertà dell’individuo? E l’individuo che non aderisce ad alcuna politica di partito ha la possibilità di superare tale politica? Ciò che si chiama libertà risiede in una scelta che non si limita alle posizioni dei vari partiti: gatto bianco o gatto nero; ma esiste una scelta non limitata al gatto bianco o gatto nero? E anche senza badare al colore dei gatti, è possibile pensare inmaniera indipendente aprendo nuove strade? In altri termini: si può pensare liberamente superando la politica attuale?

Né l’ideologia né il potere politico hanno garantito libertà all’uomo. I loro divieti nei confronti del pensiero non sono minori di quelli esercitati dai tribunali religiosi del Medioevo. Nel XX secolo appena concluso, dal marxismo al leninismo al maoismo, dal socialismo di Stato fino al nazionalismo, tutti hanno coniato in varie forme un politicamente corretto per sostituire gli insegnamenti religiosi e le strutture morali tradizionali. Le superstizioni della rivoluzione comunista, come il fascismo, sono state capaci di far nascere la follia in popoli interi; poi si sono diffuse dall’Europa all’Asia, e non sono ancora tutte scomparse.

Come può resistere un individuo a questa ondata ideologica che si infrange su un Paese intero, e riflettere in modo indipendente? Questa è una prova con cui l’uomo moderno deve confrontarsi e costituisce un tema che la letteratura oggi non può evitare. La mia risposta è il non-ismo, prerequisito per ogni pensiero libero, poiché ritengo che non si tratti di scegliere un qualunque ismo, ma al contrario che ci si debba sbarazzare delle pastoie ideologiche.

Nella vita moderna la libertà dell’individuo subisce ogni tipo di restrizione: oltre alle pressioni politiche e sociali, esistono limiti sul piano economico ed etico e anche disturbi di ordine psicologico. La libertà non è mai stata un diritto accordato alla nascita e sicuramente nessuno può regalarla ad altri. L’umanesimo dell’epoca dei Lumi considera la libertà come un diritto naturale innato,ma è una sorta di richiamo a un ideale. Il liberalismo moderno ha assunto come vessillo libertà e diritti dell’uomo, ma anch’esso è una sorta di ideologia, non corrisponde affatto a una condizione reale dell’esistenza. Di fronte alle attuali leggi del mercato e del profitto, la libertà e i diritti dell’uomo sono parole vuote.

Il conflitto tra le difficoltà dell’esistenza e il desiderio di libertà costituisce un eterno tema della letteratura. Dal teatro dell’antica Grecia al precursore del romanzo moderno, Kafka, tutto ciò che può fare lo scrittore è ricorrere all’estetica. Ci sono cose che l’uomo può fare e cose che non può fare, e se l’uomo non può andare contro il destino, può nondimeno, grazie all’estetica, trasformare la sua esperienza e i suoi sentimenti in un’opera artistica o letteraria per tramandarli alle generazioni future. Pertanto, solo nel campo dello spirito puro l’uomo può conoscere una libertà assoluta. La letteratura può ottenere la sua totale indipendenza solo sbarazzandosi dell’aspetto utilitario. La letteratura che si è liberata dell’utilitarismo politico e delle leggi di mercato è la sola che ritrova i suoi primi intenti.

In origine, la letteratura era l’espressione dell’uomo di fronte alle difficoltà e ai problemi dell’esistenza. Ritornare all’individuo reale e concreto, e non a dei concetti astratti a proposito dell’uomo: consiste anche in questo la differenza tra letteratura e filosofia. Mentre i filosofi cercano di esprimere una verità ultima, gli scrittori esprimono solo la realtà della vita. Le difficoltà dell’esistenza concrete ed evidenti sono indissociabili dai tormenti che conoscono gli individui; ecco le questioni proprie di una letteratura che si è sbarazzata della filosofia e della sociologia. La libera volontà deriva in primo luogo dalla conoscenza dell’Io. Quando la letteratura supera la critica sociale e passa all’esame dell’Io – sempre così caotico – dell’uomo, nel momento in cui essa tenta di vederci chiaro, è allora che inizia la conoscenza. La conoscenza può essere imperniata anche sulla morale o sulla religione; quando è imperniata sull’estetica, conduce alla letteratura e alla creazione artistica.

Un individuo che vive in mezzo ai dubbi dell’esistenza può prendere in mano il proprio destino? E si possono fare previsioni circa il destino o il futuro? Queste antiche domande possono avere nuove risposte? Ogni scrittore può rispondere a modo suo e nessuno riuscirà a trovare l’unica risposta giusta. Da parte mia penso che nessuno abbia la possibilità di trasformare questomondo e la natura umana, in compenso può provare a conoscerli, ed è proprio la funzione della letteratura.

L’individuo si trova di fronte a un vento di follia che spazza via ogni cosa sul suo passaggio, sia esso la rivoluzione violenta comunista o le guerre scatenate dal fascismo, e l’unica scappatoia sembra essere la fuga, ma – come se ciò non bastasse – è necessario rendersene conto in modo lucido prima che tali catastrofi arrivino. Fuggire è salvare se stessi. Tuttavia, probabilmente, la cosa più difficile è fuggire le ombre che abbiamo dentro di noi. Se non si ha una conoscenza chiara di se stessi, si rischia di perdersi dentro il proprio inferno.

Quanto alla letteratura, è una sorta di sprone, che risveglia la coscienza degli uomini, li spinge a riflettere in profondità e li incita a esaminare l’oscurità che hanno in fondo a se stessi. Sebbene la letteratura sia basata sull’esperienza acquisita dagli uomini, la forza di discernimento che essa raggiunge supera ogni aspettativa.

(traduzione di Simona Polvani)

Questo scrittore ha i numeri

novembre 27, 2011

Luca Crovi per “il Giornale

C’è qualcosa di misterioso che collega il mondo dei numeri alla produzione letteraria di Glenn Cooper. Ci sono voluti ben 66 rifiuti prima che un editore decidesse di scommettere su un suo libro. Non solo: La biblioteca dei morti è ambientato in parte sull’isola di Wight nell’anno 777 e in parte nell’Area 51 dei giorni nostri, e molti dei segreti che vi sono svelati sono legati all’esistenza del Settimo figlio di un Settimo Figlio. Se ciò non bastasse, in quel romanzo ma anche nel successivo Il libro delle anime ci viene detto che la fine del mondo è fissata per il 2027.
Possiamo inoltre svelarvi che persino l’ultima fatica di Glenn Cooper (che uscirà fatidicamente il 7 dicembre in Italia) ha più di un mistero numerologico criptato fra le sue pagine. Il marchio del diavolo (Editrice Nord, come i due precedenti libri citati, pagg. 420, euro 19,60) inizia nel 1139 quando, a causa di una terribile eclisse solare, venne stesa la Profezia di Malachia. Una visione che aveva preannunciato a San Malachia le gesta dei futuri 112 papi. I 112 pontefici avrebbero preceduto l’avvento di Petrus Romanus, il quale avrebbe visto distruggere sia la sua Chiesa sia Roma stessa. Quale mistero è celato fra quei «motti» e in che modo sono collegati con le catacombe di San Callisto dove nel 54 cercano rifugio i cristiani per sfuggire all’incendio scatenato da Nerone? Cosa si nasconde laggiù nelle profondità, che potrebbe sconvolgere per sempre l’esistenza del mondo? A far luce sulle vicende sarà la giovane suor Elisabetta che, abbandonata la carriera di archeologa, ha preso i voti e già in precedenza ha rischiato di essere uccisa dalle misteriose creature che sembrerebbero aggirarsi fra le catacombe di San Callisto. A chiarirle le idee su cosa possa racchiudere quell’angusto colombario del primo secolo dopo Cristo sarà una copia del Doctor Faust di Christopher Marlowe, dov’è stato criptato l’accesso al terribile segreto.
Glenn Cooper si dimostra ancora una volta abilissimo nel giocare con i continui passaggi fra il passato e il presente e dimostra di aver battuto anche stavolta sul campo Dan Brown e i suoi thriller esoterici, riuscendo a ricostruire attraverso una storia densa di suspense periodi bui come il Medioevo e quello delle prime comunità di martiri cristiani. E mentre Evan Katz, il produttore dei serial 24 e The Event, si è già aggiudicato i diritti dell’adattamento per il piccolo schermo de La biblioteca dei morti e Il libro delle anime, Glenn Cooper ha annunciato ai suoi fan che per il terzo e ultimo capitolo della saga delle avventure del suo cocciuto detective dell’Fbi Will Piper dovranno semplicemente aspettare gli inizi del 2012.

Cristiani da martiri a persecutori

novembre 27, 2011

Massimo Firpo per “Il Sole 24 Ore”

«Chi di spada ferisce di spada perisce», si legge nel vangelo (Matteo 26, 52), e così anche che nessuno ardisca sradicare la zizzania fino al tempo del raccolto (Matteo 13, 30). Ma nel vangelo di Luca (14, 23) si legge anche «costringili a entrare», san Paolo ordina di scacciare «di mezzo a voi quel malvagio» (I Corinzi 5, 13) e lo stesso Gesù proclama di non essere venuto «a portare la pace, ma una spada» (Matteo 10, 34). Si potrebbero elencare altri luoghi evangelici che nel corso della storia hanno offerto contrastanti argomenti ai (pochi) fautori del rifiuto di ogni violenza in materia religiosa, così come ai sostenitori del contrario, e cioè del diritto-dovere di imporre agli altri la vera fede – qualunque essa sia – di cui ci si erge a interpreti e tutori. Del che offre conferma la spettacolare disinvoltura con cui i teologi di tutte le confessioni hanno usato la Bibbia per far dire al Padre eterno ciò che le contingenze politiche rendevano opportuno che egli dicesse, ora per rivendicare ora per negare la tolleranza religiosa a seconda del carattere minoritario o maggioritario della propria Chiesa, cattolica o protestante che fosse. Dai pogrom antiebraici alle persecuzioni degli eretici fino alla torri di New York non si contano le schiere di fanatici convinti di agire in nome del loro Dio e legittimati in tal senso da qualche autorità religiosa.

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Uomini e zoo. La fabbrica del razzismo

novembre 27, 2011

Siegmund Ginzberg per “la Repubblica”

Si è cominciato molto presto a “inventare” il selvaggio, e a esibirlo, farne spettacolo. A farne oggetto di curiosità morbosa, di sfogo alle fantasie più inconfessabili, specie quelle sessuali. Ad ingigantire il “diverso”, lo “strano”, il “mostruoso”. A farne il ricettacolo delle convenienze propagandistiche del momento, delle paure e, insieme, dei desideri proibiti. Da quando gli antichi egiziani esibivano i “nani neri” provenienti dal Basso Nilo, il Medioevo esibì i propri “mostri”, “esseri difformi” nelle fiere, Juan Bosch i suoi incubi impareggiabili nei dipinti, Cristoforo Colombo e poi conquistadores e pirati riempirono le corti europee con gli strani campioni di umanità strappati al Nuovo mondo, filosofi e scrittori di viaggi suscitavano brividi nei loro lettori con i racconti sui “cannibali”. Ma solo nell´Ottocento e nel primo Novecento l´esibizione del selvaggio e del diverso avrebbero assunto dimensioni industriali.
Ne dà conto, in modo enciclopedico, l´esposizione parigina L´invention du sauvage, accompagnata da un catalogo imponente, ricchissimo di documentazione iconografica, cui hanno collaborato oltre settanta specialisti. «Zoo umani», il sottotitolo, è un termine coniato da Desmond Morris negli anni Sessanta per descrivere la condizione dell´uomo moderno che, costretto a vivere nella «giungla di cemento» della città come un animale in gabbia, svilupperebbe comportamenti animaleschi legati a questa sua condizione di cattività. Nel contesto dell´esposizione parigina il riferimento è invece agli oltre 35mila esseri umani “esotici” o “anomali” che dal 1800 a metà 1900 furono esibiti come animali allo zoo, talvolta letteralmente in gabbia.
Erano spettacoli da circo o da baraccone, sapientemente messi in scena e coreografati da impresari specializzati nello stupire ed eccitare il pubblico, sollecitarne il voyeurismo. Pioniere in America era stato P. T. Barnum, quello del famigerato Circo. Pioniere in Europa fu invece il pescivendolo amburghese Carl Hagenbeck, che dopo aver rifornito gli zoo di animali si mise ad esibire indigeni samoiedi o samoani. Il freak show, l´esibizione del mostro, dello scherzo di natura, e la performance con brivido dei “selvaggi autentici” erano le due facce della stessa medaglia. Si misero in scena gemelli siamesi, donne e bambini pelosi, uomini-leone e uomini-elefante. Tra 1800 e 1815 grandi folle accorsero a Londra e a Parigi ad ammirare, sbirciare, misurare, persino toccare eccitati le forme ipertrofiche della povera “Venere ottentotta”. Così come la gente correva a vedere gli Indiani di Buffalo Bill (che almeno erano pagati). L´imbroglio degli imbonitori faceva parte del gioco. Andarono in scena anche uno “spaventoso guerriero del Dahomey”, che invece veniva dal North Carolina, dei “cacciatori di teste del Borneo”, cresciuti però in una fattoria dell´Ohio, persino bianchi trasformati in cannibali del continente nero con una mano di vernice.
La messa in mostra del selvaggio si ammantò presto di razzismo scientifico, prima ancora di dar man forte al razzismo popolare. Poi si trasformò in esibizione della prodezza civilizzatrice coloniale. Tutte le grandi Esposizioni internazionali avevano il loro villaggio indigeno fasullo, con centinaia di “selvaggi” in carne e ossa in mostra. L´Esposizione universale di Parigi del 1889 fu visitata da 32 milioni di persone, quella del 1900 da oltre cinquanta milioni. A Chicago accorsero nel 1893 in 27 milioni a vedere eschimesi impellicciati, “amazzoni” a seno nudo e il “villaggio algerino” con tanto di danza del ventre. A Glasgow nel 1888 erano stati quasi in 6 milioni ad accorrere per guardare bayadere e fakiri. Sono già cifre da audience tv, prima ancora che si potessero immaginare la televisione, le veline, le abbondanze anatomiche in prime time e il Grande fratello o L´isola dei famosi. Ma il selvaggio di massa che si crede civilizzato cominciava già a rispecchiarsi in quello esotico e immaginato.
Anche l´Italia fece la sua parte. Si era cominciato a Torino a esibire, nel quadro dell´Esposizione generale del 1884, i cosiddetti “assabesi” dell´Eritrea, dancali provenienti dal retroterra della Baia di Assab. Seguirono ricostruzioni con selvaggi “autentici” a Palermo nel 1892 e di una “Cairo”, ovviamente fasulla, a Milano nel 1906. Furono portati per divertimento “selvaggi” persino al Quirinale, ma qualcuno di loro morì prima di allietare la famiglia reale. Seguirono i tempi di Faccetta nera.
Poi questo tipo di esposizione “etnica” cadde in disuso. Fino all´atroce replica del 23 giugno 1944 nel campo di concentramento di Theresienstadt (Terezin), a nord di Praga, quando rappresentanti della Croce rossa svizzera e danese furono invitati a visitare il “villaggio ebraico” gestito dalle SS, con tanto di aiuole fiorite, squadre di football, cori di bambini e orchestrine di musica classica e jazz. Per evitare una cattiva impressione di sovraffollamento, giusto alla vigilia dello spettacolo 17mila “ospiti” erano stati trasferiti ad Auschwitz.

Diritti Globali

sequenza

novembre 26, 2011

qui

sequenza

novembre 26, 2011

qui

Mosè il partigiano

novembre 26, 2011

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Il manoscritto che viene alla luce — nel libro Mosè Di Segni medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944), a cura di Luca Maria Cristini (San Severino Marche, Edizioni della Riserva naturale regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, 2011 ) — accompagnato dai contributi di studiosi e famigliari, dopo essere rimasto sepolto per decenni negli archivi di famiglia, è il diario di dieci mesi di guerra partigiana condotta dal Battaglione Mario, appartenente alle Brigate Garibaldi, nella zona di San Severino Marche. Il suo autore, Mosè Di Segni, è un medico ebreo romano, rifugiatosi con la famiglia a Serripola, una frazione di San Severino Marche, in una casa del farmacista del posto, Giulio Strampelli, e subito arruolatosi nella brigata partigiana che operava nella zona, una brigata garibaldina guidata da Mario Depangher.

Il testo è quindi un documento importante non solo per ricostruire le vicende di quel frammento di guerra partigiana, ma anche per ricostruire la storia della partecipazione ebraica alla Resistenza, una storia ancora poco conosciuta e che solo recentemente comincia a diventare oggetto di ricerche e riflessioni da parte degli storici. Mosè Di Segni aveva all’epoca due figli bambini, Frida ed Elio. Un terzo nascerà dopo la guerra, Riccardo, l’attuale rabbino capo di Roma. Ai tre figli di Mosè, Elio, che fa il cardiologo in Israele, Frida, scrittrice, e appunto Riccardo, il Comune di San Severino Marche ha voluto recentemente conferire la cittadinanza onoraria.

Perché la storia di Mosè Di Segni, che ha trovato protezione e salvezza a San Severino ma ha anche dato in cambio la sua preziosa opera di medico e quella di combattente per la libertà, è in realtà quella di un intenso scambio reciproco fra i rifugiati ebrei e gli abitanti di Serripola.

Mosè Di Segni, nato a Roma nel 1903 e morto precocemente nel 1969, era una figura certo non banale. Durante i suoi studi di medicina a Roma, per mantenersi lavorò come cronista giudiziario per «Il Giornale d’Italia». Frequentò da giovane a Roma il circolo sionista Avodà, creato da Enzo Sereni. A Firenze, dove si specializzò in pediatria, frequentò i gruppi sionisti fiorentini, fondati dal rabbino Margulies all’insegna della rinascita di un ebraismo integrale. Qui conobbe colei che sarebbe divenuta sua moglie, e che vi studiava farmacia, Pina Dascali Roth, figlia del rabbino capo ashkenazita di Russe, in Bulgaria, un centro importante della cultura ebraica orientale, città di nascita di Elias Canetti.

Mosè Di Segni fu anche molto legato a David Prato, rabbino capo di Roma dal 1936 al 1938, poi cacciato come sionista e antifascista. Sionista e antifascista egli stesso, era quindi visto con sospetto dal regime, tanto che fu messo sotto sorveglianza dalla polizia segreta fascista. Nel 1936, da coscritto e non da volontario, fu inviato in Spagna come medico militare, ma nel 1938 in seguito alle leggi razziste fu radiato dall’esercito, oltre ad essere licenziato dall’Ospedale Spallanzani dove prestava la sua opera. Consigliere della Comunità romana, fu nel settembre 1943 fra quanti si adoperarono a convincere la Comunità della necessità di spingere gli ebrei romani a nascondersi.

Alla fine di settembre, avvisato da un amico che il suo nome era nella lista degli ostaggi destinati alla deportazione, si rifugiò con la famiglia a Serripola. Erano partiti precipitosamente, senza nulla, tanto che sua moglie tornò il 15 ottobre a Roma a prendere qualcosa dalla loro casa. «Capì — scrive il figlio Elio nel volume — il pericolo incombente», e non si fermò quindi a dormire a casa in quella notte tra il 15 e il 16 ottobre in cui si sarebbe svolta la razzia nazista.

A Serripola, il capofamiglia entrò subito nella colonna partigiana appena formata a svolgervi la sua attività di medico ma anche, in alcune emergenze, di combattente (e per una di queste occasioni sarà insignito nel 1948 di medaglia d’argento al valor militare). Una scelta anomala, direi, da parte di un uomo già maturo, con una famiglia da proteggere in una situazione di grande precarietà e rischio.

A Serripola, la famiglia Di Segni fu protetta e aiutata. Una rete di complicità consentì loro di sfuggire ai rastrellamenti fascisti e nazisti, nascondendosi ora dall’uno ora dall’altro quando il pericolo si faceva imminente. Fin dall’inizio, la loro accoglienza era stata facilitata dall’opera del parroco del luogo, che dal pulpito aveva esortato i fedeli ad accogliere questi rifugiati senza far domande, senza chieder loro perché non frequentavano la chiesa. A sua volta, Di Segni si impegnò intensamente a curare, oltre ai partigiani, anche gli abitanti di Serripola, che lo ripagarono di affetto e riconoscenza, sentimenti di cui resta tuttora memoria. Lo ricorda l’attuale arcivescovo di Ancona e Osimo, Edoardo Menichelli, allora uno dei bambini con cui i piccoli Di Segni giocavano.

Leggendo il memoriale scritto da Mosè Di Segni, si resta colpiti dalla sua forte identificazione con la Patria italiana, per cui il battaglione combatte. È un diario di guerra, in cui non c’è nulla che possa far comprendere che a scriverlo era un perseguitato razziale, un ebreo. Nulla nemmeno sulle motivazioni che lo hanno spinto a entrare nella Resistenza armata, quasi si trattasse di una scelta naturale, inevitabile. Sionista, perseguitato come ebreo, Di Segni non ha alcun dubbio sul fatto di essere sempre e comunque un italiano che si batte per liberare la sua patria, l’Italia, dall’occupazione nazista. Ed è anche questo un tassello significativo di questa storia della partecipazione ebraica alla Resistenza, ancora in gran parte da scrivere.

Pistoletto: “Basta libertà, per gli artisti è tempo di assumersi responsabilità”

novembre 26, 2011

Michelangelo Pistoletto

Lo scultore piemontese vince il Premio Koinè al Med Film Festival

Flavio Alivernini per “La Stampa

Il prestigioso riconoscimento incassato al Med Film Festival in corso a Roma (Premio Koinè 2011) non ha contribuito a diradare le nubi che Michelangelo Pistoletto intravede all’orizzonte della storia “l’umanità – dice lo scultore piemontese – cresce sia dal punto di vista demografico che tecnologico, sta assumendo una dimensione che fa tremare la terra, mentre l’artificio consuma la natura e la esaurisce divorando anche la cultura di ciò che è stato. La crisi economica incombe minacciosa, popoli interi di emarginati e oppressi si stanno rivoltando, siamo al giudizio universale. Precipitiamo perché abbiamo consumato il nostro passato senza responsabilità”. Non bisogna farsi intimorire però, nonostante i toni apocalittici tutto è perduto fuorchè la speranza, non in un dio, sia chiaro, perché “le religioni monoteistiche ci hanno portato alle dittature”, bensì nell’ “idea di riuscire a mettere in rapporto la spiritualità con la fisicità delle cose”. E questo significa “fare i conti con le nostre coscienze e assumerci le responsabilità del caso”.

In che modo? Attraverso le proprietà conoscitive e taumaturgiche dello specchio. Eccoci di fronte al leitmotiv che ha segnato tutta la fortunata carriera di Pistoletto ma che ora estende le sue potenzialità riflessive allargando la (retro)visione dall’individuo alla società e ai fenomeni materiali e spirituali che la regolano “attraverso lo specchio si può vedere il mondo e prenderne coscienza. Si è appena conclusa una mia mostra alla Serpentine Gallery di Londra che ho chiamato The Mirror of Judgement. Ho messo i simboli di quattro religioni davanti a uno specchio, per giudicarsi ora non nell’aldilà.” L’arte intesa non solo come libera espressione dunque, ma necessità di impegno e responsabilità politica e culturale, perché proprio con la volontà e l’artificio si è arrivati sull’orlo del precipizio “è stata l’arte, intesa come artificio, che ci ha portato fin qui e adesso si assuma la responsabilità di tirarci fuori dai guai collaborando e interagendo con tutti i settori della società. Crei un nuovo mondo!” Un laboratorio dove queste idee di rinnovamento prendono forma, d’altro canto, esiste già da diverso tempo: nel 1998 è nata Cittadellarte, in un ex lanificio del secolo scorso, fondata dall’autore della Venere degli stracci nella sua città natale, Biella. “Gli Uffizi attualmente attivi – si legge nel sito internet – si occupano di Arte, Educazione, Ecologia, Economia, Politica, Spiritualità, Produzione, Lavoro, Comunicazione, Architettura, Moda e Nutrimento”. Una ricerca di ampio respiro che certamente affonda le radici nell’originaria produzione artistica e intellettuale e che va progressivamente assumendo forti connotati programmatici e ideologici a partire dal nucleo di base della “spiritualità laica”. Pistoletto riconosce il debito intellettuale nei confronti del movimento nato da un articolo di Germano Celant apparso sulla rivista Flash Art col titolo Appunti per una guerriglia (1967) “l’esperienza dell’Arte Povera – afferma – ha insegnato a rifiutare il pensiero di lidi lontani e a non credere nell’ interminabilità del progresso. Non solo, con le sue capacità retrospettive è stato un momento di analisi profonda sulla condizione umana e di puntualizzazione critica tuttora non superato da altri fenomeni artistici. Dobbiamo prenderlo come punto di partenza per qualsiasi riflessione sull’arte, è come un pozzo da cui attingere sempre nuova acqua”.

L’incarico di direttore artistico della Biennale di Bordeaux gli sta permettendo rendere operativi i suoi concetti, ancora più radicali quando si riferiscono agli artisti “Personalmente non sono interessato a chi dice io sono un artista e faccio quello che voglio. Il mio obiettivo è forgiare pittori e scultori che siano capaci di intraprendere una responsabilità attraverso la libertà dell’arte, questa è la nuova avanguardia. Fino a qualche anno fa non esistevano, ora siamo sulla buona strada, si comincia a interagire col tessuto connettivo della comunità”. Un progetto di palingesi culturale attraverso l’arte condensato nel suo saggio Terzo Paradiso, una terza via sulla quale viaggiare al sicuro dal rischio di collisione fra natura e artificio evitando così lo scontro sotto la cui forza il pianeta può soccombere. Ai posteri la facoltà di osservare i cambiamenti che verranno. Rigorosamente allo specchio.

Il vero Adriano pubblico e privato

novembre 26, 2011

Una biografia che smentisce il romanzo della Yourcenar

Luciano Canfora per “Il Corriere della Sera

«La ancor sempre monaca di Monza con pimento documentario-psichiatrico» scrisse con sarcasmo Delio Cantimori di fronte al ricorrente ritornello secondo cui in Italia gli studiosi di storia non sanno scrivere opere di successo, di felice scrittura e di buon livello. (Conversando di storia, 1967, p. 176). E stigmatizzava le biografie alla Fülop-Müller (Rasputin e l’ultimo zar). L’asprezza polemica non deve far velo. È evidente che il discrimine tra cattiva e buona divulgazione non è facile da salvaguardare.

Ma indubbiamente la biografia è il genere letterario che da sempre (dai tempi della Vita di Euripide di Satiro!) si è trovato esposto al rischio dell’aneddotico e del «bellettristico». Né mancano i disistimatori per principio del genere biografico, i quali si baloccano con l’antinomia apparentemente insolubile tra «XY e il suo tempo» versus «i tempi in cui visse XY». Per fortuna disponiamo di Plutarco, che la tradizione ci ha serbato quasi per intero, e dunque possiamo evitare di limitarci a deplorare Fülop-Müller: Plutarco riflette a lungo, e nel consueto tono sommesso (ma non per questo meno profondo), intorno alla peculiarità del genere biografico, di cui ravvisa la funzione per così dire complementare rispetto alla storiografia «alta».

Se si volesse ricorrere ad una formula schematica, si potrebbe dire che la narrazione storica incentrata su di una personalità significativa porta in primo piano, com’è giusto, la questione sempre viva del «ruolo della personalità nella storia» (Plechanov). Questione che tanto più si impone quando si tratti di figure decisive per il ruolo stesso che hanno ricoperto, com’è il caso delle «vite dei cesari». Qui diremo di una recente biografia, opera di uno studioso francese, Yves Roman, il quale si è cimentato con la biografia dell’imperatore Adriano (Adriano, Salerno editore). Il titolo dell’originale francese, apparso presso Payot nel 2008, è Hadrien. L’empereur virtuose, dove l’epiteto vuol già sintetizzare il carattere complessivo del personaggio. Virtuose infatti indica persona al tempo stesso molto dotata, molto abile, e anche brillante. Il che, in riferimento alle pretese letterarie di Adriano, comporta anche una sfumatura ironica. In prefazione l’autore si effonde intorno alla figura, e al libro adrianeo della Yourcenar, quasi a ribadire che quel romanzo non poteva non essergli onnipresente alla mente durante la redazione del suo lavoro. Anche Roman indulge, per parte sua, all’estro letterario, nel ritratto psicofisico della Yourcenar medesima. Indulge anche a squadernare davanti al lettore questioni «teoriche» sullo scrivere storia.

Adriano, forse soprattutto per quel che si legge nella biografia che gli dedica uno dei meno sprovveduti scriptoresHistoriae Augustae, non gode di buona fama. E ovviamente gli nuoce l’inevitabile raffronto con il monumentale predecessore, Traiano. Certo, non è Nerone, ma è pur sempre troppo filogreco e troppo incline ad ostentare le sue passioni private. La ricchezza di dati «privati» a noi noti che lo riguardano induce il biografo ad addentrarsi nel terreno che Cantimori bollava come l’«ancor sempre monaca di Monza». Ma ciò è inevitabile, quando già le non molte fonti di cui disponiamo si orientano in tal senso.

Un problema delicato, con cui Roman si deve cimentare già al principio del lavoro, è il rapporto di Adriano con Plotina, moglie, assai più giovane, di Traiano e grande regista della successione di Adriano a Traiano nell’anno 117 d.C. Fu una successione da Plotina torbidamente pilotata e forse truccata. Su questo Roman ha pubblicato un bel saggio nella «Revue des Études Anciennes» del 2009, dove mette a frutto anche documentazione numismatica e conclude che, in realtà, l’«adozione» di Adriano da parte di Traiano non aveva mai avuto luogo. Ronald Syme (a torto indicato come Robert nell’indice dei nomi del volume) mise in luce, nel grande suo libro su Tacito, come la vicenda della successione di Tiberio ad Augusto, pilotata dalla intrigante e politicissima Livia, costituisca non solo un antecedente ma forse anche, nel testo tacitiano, un’allusione alla vicenda del 117. Ovviamente cercare di scandagliare nell’ambito dei rapporti privati, eventualmente intimi, tra Adriano e Plotina è un po’ «monaca di Monza», ma può avere un senso quando si tratti di una potente élite ristrettissima, all’interno della quale il fattore personale conta molto. Il rapporto tra i due aveva senza dubbio più lati, uno dei quali deve considerarsi la sintonia intellettuale. Si può ricordare a tale proposito un grande documento epigrafico che ci conserva il testo dell’intervento con cui Plotina nell’anno 121 d.C. interviene presso Adriano a sostegno della scuola epicurea di Atene.

Adriano fu un grande sistematore, ma la sua opera di riordino dell’amministrazione centrale e – al tempo stesso – di attenta presenza ai quattro angoli dell’impero presuppone i risultati conseguiti dal predecessore. Davvero Traiano fu il secondo costruttore dell’impero: non solo sul piano militare ma anche in quanto restauratore dell’economia romana grazie alla conquista dell’oro dacico e alla cattura di immense masse di schiavi. Sul fronte orientale Adriano operò un ripiegamento: rinunciò alla conquista traianea della Mesopotamia. Ma consolidò il limes . Con lui l’impero assume l’estensione oltre la quale non era saggio avventurarsi. Si può dire anzi che, sul piano militare, la sola evidente continuità rispetto a Traiano sia stata la repressione spietata della ribellione ebraica (132-137 d.C.) guidata da Bar-Kochba: una vicenda alla quale si sarebbe dovuto riservare maggiore spazio (Roman ne parla alle pp. 150-152).

Il più riuscito ritratto di questo singolare imperatore lo tracciò Edward Gibbon nel terzo capitolo della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano. «Adriano – scrive Gibbon – si mostrò volta a volta principe eccellente, sofista ridicolo e geloso tiranno. In generale la sua condotta meritava lode per la giustizia e la moderazione; ma nei primi giorni del suo regno fece morire quattro senatori consolari, suoi nemici personali, uomini che erano stati giudicati degni dell’impero, e una dolorosa malattia lo rese alla fine irritabile e crudele. Il Senato dubitò se lo dovesse giudicare un dio o un tiranno; e gli onori decretati alla sua memoria furono concessi per le preghiere di Antonino Pio».

Il libro

• Nel saggio «Adriano» (Salerno, pp. 466, e 26) lo storico francese Yves Roman fornisce un’immagine dell’imperatore romano assai differente da quella contenuta nel romanzo «Le memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenar (nella foto)
• Nato in Spagna nel 76 d.C., Adriano divenne imperatore nel 117. Non era stato adottato ufficialmente dal suo predecessore Traiano e la sua designazione da parte dello stesso Traiano morente fu probabilmente una frode della vedova del defunto monarca, Plotina
• Adriano mirò soprattutto a consolidare i confini dell’impero. Costruì ad esempio il Vallo che porta il suo nome in Gran Bretagna. Attuò inoltre importanti riforme amministrative
• Sotto il suo regno si verificò una ribellione ebraica in Giudea, duramente repressa (132-137 d.C.). Adriano morì poco dopo, il 10 luglio 138

L’alleanza Stalin-Hitler nella corsa alla strage

novembre 26, 2011

Mario Cervi per “il Giornale

Crediamo di sapere tutto, o almeno molto, sulle atrocità avvenute in Europa negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Ma ogni volta che leggiamo un saggio sul tema ci sembra impossibile che quei fatti siano veramente accaduti, che a esempio nelle carestie volute da Stalin le famiglie uccidessero i più deboli, di solito i bambini, per mangiare la loro carne.

In un libro di quasi 600 pagine, Terre di Sangue (Rizzoli), lo storico americano Timothy Snyder ricostruisce le stragi comuniste e naziste che avvennero nel territorio europeo compreso tra la Polonia centrale e la Russia occidentale, e includente l’Ucraina, la Bielorussa e gli stati baltici. Quattordici milioni i morti. Il saggio, a volte un po’ ripetitivo e ridondante, ma straordinariamente accurato nella narrazione e nelle citazioni, spiega che i quattordici milioni furono vittime di assassinî politici di massa, non di eventi bellici. Un quarto di essi – addebitabile quasi totalmente ai sovietici – fu ucciso addirittura prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.
I maggiori colpevoli di quei macelli hanno un nome, e infatti il sottotitolo del libro è L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin. Loro presero le decisioni più funeste, loro sguinzagliarono i carnefci. «Nel 1933 Stalin sapeva cosa sarebbe successo se si fosse impossessato del cibo dei contadini affamati dell’Ucraina, esattamente come Hitler sapeva che cosa aspettarsi quando, otto anni più tardi, privò del cibo i prigionieri di guerra sovietici. In entrambi i frangenti persero la vita più di tre milioni di persone».
Snyder non s’impegna, e fa bene, nel futile esercizio di stabilire quale tra le due tirannie sia stata più feroce. Al di là d’un certo limite le crudeltà sono uguali. Se proprio si vuole operare una distinzione tra i due stermini va detto che quello nazista culminò negli anni di guerra, quello sovietico cominciò e accumulò montagne di cadaveri già in tempo di pace. Nelle pagine che si occupano degli abominî tedeschi Tyler ripropone episodi spaventosi, la lucida e paranoica volontà dei capi di eliminare un popolo associata alla bieca efficienza di docili esecutori. Un poliziotto tedesco (per la precisione, austriaco) descrisse alla moglie le sue esperienze di fucilatore d’ebrei: «Al primo tentativo le mani mi tremavano un po’ mentre sparavo, ma poi ci si abitua. Entro il decimo tentativo prendevo la mira con calma e sparavo con sicurezza alle molte donne, bambini e neonati. \ I neonati \ descrivevano grandi cerchi in aria, e li colpivamo al volo, facendoli a pezzi, prima che i corpi cadessero». Da far accapponare la pelle. Ma nelle rievocazioni dell’Olocausto questa bestialità dei giustizieri, dovunque fosse esercitata, ha trovato menzione ed ha avuto un’ampia documentazione, trovata oltretutto nei campi di concentramento e di strage, come Auschwitz, caduti a fine guerra nelle mani dei vincitori.
Meno noti mi sembrano gli orrori staliniani della lotta ai kulaki e delle carestie che, con i suoi ordini insensati in una lucida paranoia stragista, Baffone provocò. La collettivizzazione delle terre fu un disastro, e la dirigenza sovietica, anziché imputarla alla sua incapacità e alla sua anchilosi ideologica, l’imputò al sabotaggio dei contadini abbienti. Che divennero l’oggetto d’una persecuzione organizzata e implacabile, fondata essenzialmente sui campi di concentramento. L’arcipelago gulag, ossia un’immane catena di campi, coincise con le deportazioni di contadini, avviati al lavoro forzato. «Alla fine \ avrebbe incluso 476 complessi di campi a cui erano stati condannati circa 18 milioni di persone, delle quali tra un milione e mezzo e tre milioni sarebbero morte durante i periodi di carcerazione». La polizia politica infieriva. Erano state istituite troike di giustizieri che provvedevano a rispettare le quote di morte stabilite dall’alto. A Leningrado una presunta indagine portò alla fucilazione di 35 sordomuti. In Ucraina il capo del Nkvd (l’esecrata polizia), Izrail Leplevskij, ritenne che fosse inutile deportare gli anziani, meglio metterli spicciativamente al muro.

Sì, nelle terre di sangue parve che ogni bagliore di umanità andasse perduto. Dopo aver subito le efferatezze naziste, polacchi e sovietici si presero una rivincita quando ci fu l’esodo delle popolazioni tedesche dai territori perduti per la follia criminale di Hitler. Lo stupro delle donne era per l’Armata Rossa una regola, una sorta di legittimo bottino. La povera gente che dovette lasciare la propria terra, la casa, i beni fu sottoposta a vessazioni di ogni genere. Furono 7,6 milioni i tedeschi che dovettero abbandonare le aree passate alla Polonia.
Davvero terre di sangue, quelle di un’Europa che subì nello stesso periodo di tempo il tallone di ferro staliniano e il tallone di ferro hitleriano. Il terrore staliniano – diversamente da quello hitleriano, troncato dalla disfatta – continuò a imperversare anche quando in Europa le armi tacquero. Tranne quelle dei plotoni d’esecuzione.

Per ricordare Victor Zaslavsky, contro tutti i totalitarismi

novembre 26, 2011

Victor Zaslavsky

Giovanni Orsina per “il Giornale

La persistenza dell’ottimismo progressista nel liberalismo del secondo dopoguerra, evidenziata dai documenti dell’Internazionale Liberale e della Federazione europea dei liberali e democratici, mostra con chiarezza fino a che punto questa peculiare filosofia della storia sia strutturalmente necessaria al progetto liberale, e quanto perciò – mi si perdoni la formulazione, ma la tautologia è nelle cose – il successo storico di quel progetto sia dipendente dal suo successo storico. Se così è, e se al contempo lo scoppio della Grande Guerra e poi gli eventi degli anni Venti e Trenta hanno gettato sull’ottimismo progressista ottocentesco una pietra tombale definitiva, allora si spiega per quale motivo – come lamentava Roger Motz nel 1946 – dopo la Seconda guerra mondiale il liberalismo che si riafferma nel Vecchio Continente sia non soltanto embedded, ma pure without liberals. O, detto altrimenti, per quale ragione nella seconda metà del XX secolo nessuno dei partiti liberali europei riesca mai – se non in occasioni del tutto particolari e per ragioni congiunturali che poco o nulla hanno a che fare con la loro connotazione ideologica – a raccogliere alle elezioni più che un pugno di voti. La debolezza del liberalismo partitico europeo è stata spiegata prevalentemente sulla base di due fenomeni: l’affermarsi dei princìpi liberali per un verso, che avrebbe reso superflui i partiti specificamente connotati da quell’etichetta; e per un altro l’incapacità del liberalismo di trovare una collocazione lungo un continuum destra-sinistra fondato sulla politica di classe.
Come ho cercato di dimostrare altrove nessuna di queste due spiegazioni mi convince. O meglio: ritengo fondati entrambi i ragionamenti, ma credo pure che i due difetti del liberalismo partitico che essi evidenziano non siano strutturali e necessari, ma rappresentino essi stessi una conseguenza della precedente – in termini sia cronologici sia di causazione – opera di “falsificazione storica” che il trentennio 1914-1945 ha condotto sul progetto liberale, in particolare devastando quell’ottimismo progressista che ne costituiva una componente insostituibile. Sono questa fragilità e al contempo coscienza della fragilità a rendere i liberali vittime, e non protagonisti, dei processi di riallineamento politico dai quali sono caratterizzati i decenni successivi al 1945. E a lasciare loro due sole opzioni: o accettare il quadro politico che li costringe e penalizza, ritagliandosi all’interno di esso uno spazio residuale – quello di una terza forza centrista, ragionevole e preoccupata del bene comune. \ Oppure tentare disperatamente di rompere le righe e ridisegnarle in una forma – come quella fondata sulla dicotomia fra libertà e non-libertà – che restituisca loro una posizione egemonica. Sono due opzioni entrambe insoddisfacenti: la prima perché passa per l’accettazione di una posizione elettoralmente marginale; la seconda perché ha già in partenza scarsissime possibilità di riuscita, e nei fatti fra il 1945 e il 1989 non si concretizza mai. Generando quella frustrazione che nei circoli politici liberali del secondo dopoguerra non di rado troviamo commista con orgoglio e senso di superiorità: da un lato la consapevolezza di aver capito prima e meglio degli altri, di essere i veri trionfatori del XX secolo, di possedere l’avvenire – o, per dirla con Croce, l’eterno –; dall’altro la constatazione di non riuscire più a raccogliere il consenso altro che di sparute minoranze.
Mi dicono che il liberalismo è debole ovunque. La sua voce è la voce della ragione, ma gli uomini non vogliono ascoltarla. Invita a trarre insegnamento dall’esperienza, ma l’umanità non vuole imparare dall’esperienza.

Quando la critica fa onore alla letteratura

novembre 26, 2011

Giuseppe Conte per “il Giornale

Questo nuovo libro di Harold Bloom (Anatomia dell’influenza, Rizzoli, pagg. 438, euro 22), che si può considerare il suo testamento intellettuale e la summa del suo pensiero, ha avuto su di me un effetto antidepressivo.  Leggendolo mi ripetevo: «Ma allora la grande letteratura esiste ancora, non è come vogliono certi critici italiani, perduti nel loro culto di uno specialismo inerte, di un ideologismo ammuffito. Allora esistono ancora la memoria, la storia, la grandezza, l’individualità. E la critica letteraria, quando è personale e appassionata, si risolve davvero in qualcosa di sapienziale». Di fronte a un libro così ho ripreso respiro. Harold Bloom scrive queste pagine per rispondere ad alcune domande essenziali. Perché ha provato tanta preoccupazione ossessiva intorno al tema dell’«influenza», di cui già parlava uno dei suoi libri maggiori? Come le sue esperienze di lettura hanno modellato il suo pensiero? E infine, domanda delle domande: qual è lo scopo di una vita dedicata alla letteratura?
Gli autori intorno a cui ruota il libro sono Shakespeare e Whitman. Shakespeare metabolizzò ogni influenza subita e assunse la coscienza umana in sé come materia della sua poesia, e divenne sommo inventore di personaggi, di eroine così vive che i lettori adolescenti se ne innamoravano: successe a Bloom, io non fui immune dal fascino metamorfico di Rosalind, la protagonista di Come vi pare. Walt Whitman è influenzato da Ralph Waldo Emerson. Waldo, il filosofo trascendentalista, è la mente dell’America, Walt, con il suo Foglie d’erba, ne è il canto, l’anima e la carne. Nella ragnatela di influenze reciproche che è la struttura diramata e complessa di un libro come questo, scopriamo che D.H. Lawrence accantona la democrazia di Whitman, è vero, ma coglie perfettamente la sua poesia come quella del «momento istantaneo», quella di un «grande modificatore del sangue nelle vene degli uomini». Scopriamo che Percy Bysshe Shelley, creatore di miti che Bloom aveva messo al centro dei suoi interessi a inizio carriera, esercita la sua influenza su William Butler Yeats, l’arcipoeta reazionario irlandese. E che i due condividono con Lawrence stesso il grido profetico. In un libro dove le passioni, come quella dell’autore per il poeta Hart Crane, amato dall’infanzia, vengono così esaltate, non mancano le idiosincrasie. Eliot e Pound sono messi in seconda fila e visti come «monologhisti drammatici» e come fascisti antisemiti, Edgar Allan Poe è detto «pessimo». E non mancano momenti di leggerezza: al poeta Auden, l’autore dell’Età dell’ansia, è dedicato un pungente ritrattino extraletterario, che ce lo mostra mentre arriva a casa Bloom, posa una valigia con dentro soltanto una grossa bottiglia di gin, una piccola bottiglia di vermouth, un bicchiere di plastica e i fogli delle sue poesie, e comincia a lamentarsi e a mercanteggiare sul compenso di 1000 dollari per una sua conferenza. Il lettore italiano potrà soffermarsi su un esempio di influenza che Bloom riporta: la rivisitazione elegantissima che un contemporaneo come Mark Strand fa di una poesia di Leopardi. Si tratta del rifacimento attualizzante, con tanto di semafori e di auto in corsa, della Sera del dì di festa. All’autore dei Canti viene dedicato un capitolo intero, e le influenze più forti su di lui vengono identificate non in Petrarca e Dante, ma in Omero, Lucrezio e Rousseau.

E si elogia quell’eroismo morale che sprigiona dalla Ginestra. È bello che Leopardi ci sia in un simile libro-pantheon.

sequenza

novembre 25, 2011

qui

La chimera sovietica e l’intellighenzia

novembre 25, 2011

Iľja Grigorievič Erenburg

Marcello Flores per “Avvenire

Negli anni in cui lo stalinismo stava assumendo in pieno il suo carattere di “grande terrore”, in Europa ma anche negli Stati Uniti si assiste al momento forse più esteso di consenso e di fascinazione per l’Urss, in parte replicato proprio tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta senza però, come in quel caso, la presenza di una robusta e crescente schiera di intellettuali schierati apertamente contro il comunismo. Il più importante dei congressi degli intellettuali negli anni Trenta, quello che divenne il simbolo stesso del loro impegno politico, ebbe luogo a Parigi a fine giugno 1935.

Il I Congresso internazionale degli scrittori in difesa della libertà della cultura era nato su sollecitazione di Erenburg, lo scrittore sovietico che, benché avesse combattuto la guerra civile dalla parte dei bianchi contro i bolscevichi, era diventato in epoca staliniana l’uomo di fiducia per i rapporti con l’occidente e in particolar modo con il mondo della cultura. Il congresso era stato organizzato dai nomi più noti dell’intelligencija comunista, Aragon e Vaillant-Couturier, e da alcuni degli scrittori francesi più noti e rappresentativi, Gide e Malraux. Dal congresso venne escluso Breton, per un litigio avvenuto alla vigilia con Erenburg, e mancarono tanto scrittori conservatori come Henry de Montherlant e François Mauriac quanto coloro che simpatizzavano per il trockismo e le correnti rivoluzionarie antistaliniane. Tra i francesi vi erano anche Barbusse, Nizan, Benda, Tzara; tra gli stranieri Musil, Forster, Huxley, Toller, Brecht, Klaus e Heinrich Mann, Salvemini e Ernst Bloch; nella delegazione sovietica, tra altri, Pasternak e Babel’.

Il compito di inaugurare il congresso toccò a Gide, lo scrittore che si era “convertito” al comunismo qualche anno addietro. Nella sua relazione rivendicò il suo essere, insieme, francese e internazionalista, comunista e individualista, e attribuì alla letteratura la straordinaria capacità di intrecciare il particolare con il generale. «L’Urss – disse  – ci offre attualmente uno spettacolo senza precedenti, d’immensa importanza, insperata e, oso aggiungere, esemplare. Quello di un paese in cui lo scrittore entra in comunione diretta con i suoi lettori». La maggior parte degli intervenuti, pur con accenti tra loro molto diversi, si dichiararono coesi attorno al progetto antifascista guidato dall’Urss.

Voci discordi furono quella di Emmanuel Mounier, che parlò di un nuovo umanesimo e di valorizzazione della persona e poco dopo, in un commento al convegno, avrebbe stigmatizzato «il conformismo e la bassezza nei confronti del grande Stalin e dell’infallibile Urss». E anche di Musil che dovette apparire a molti una sorta di sopravvissuto e di anacronistico retaggio del passato. L’intervento dello scrittore austriaco, che le cronache coeve e successive passarono quasi sotto silenzio, partiva da una pacata richiesta di potersi sottrarre alle “pretese” della politica. Consapevole dell’accentuato collettivismo che caratterizzava l’intera storia dell’epoca, Musil si domandava se la cultura ne sarebbe stata fecondata o distrutta e invitava i suoi colleghi a imparare la nobile arte femminile «del non concedersi», visto che i politici erano «soliti considerare una splendida cultura come la preda naturale della loro politica, così come una volta le donne spettavano ai vincitori».

Ricordando l’assioma di Nietzsche secondo cui la vittoria di un ideale morale si otteneva con gli strumenti immorali di ogni vittoria – la violenza, l’inganno, la calunnia, l’ingiustizia – invitava a lasciare libertà allo scrittore nella scelta della forma politica con cui identificarsi. Intendendo per libertà non un concetto politico riduttivo ma un’idea psicologica, l’audacia, l’irrequietezza dello spirito, il piacere della ricerca, la schiettezza e il senso di responsabilità. «Deve essere anche presente l’amore per la verità – concluse –; vorrei ricordarlo perché al momento attuale non è troppo grande e ciò che definiamo cultura non usa direttamente come proprio criterio il concetto di verità, eppure nessuna cultura può fondarsi su un rapporto obliquo con la verità».

Il problema della verità venne fuori con una drammaticità che forse Musil non si aspettava nella serata di lunedì 24 giugno, il penultimo giorno del congresso. In mattinata la parte del leone era toccata a Boris Pasternak. Il poeta russo, che non si aspettava il clima acceso e pesante che cominciava ad aleggiare sui lavori del congresso, si limitò a un brevissimo intervento che inneggiava alla poesia.
Dopo aver atteso che terminasse la lunga e calorosa ovazione con cui lo salutarono i presenti, disse: «La poesia resta sempre qualcosa che si libra più in alto delle Alpi e giace al tempo stesso dovunque nell’erba, sotto i nostri piedi in modo che basta piegarsi per vederla e poterla afferrare. La poesia è qualcosa di troppo semplice per essere discussa in congressi e riunioni, è qualcosa che manifesta il destino felice dell’uomo, di colui che dispone dei doni benedetti del linguaggio.E dunque più felicità ci sarà sulla terra, più facile sarà essere poeti». Fu Gaetano Salvemini che sollevò quello che costituì un imbarazzante momento di verità per tutto il congresso, il “caso Serge”. Lo scrittore anarchico russobelga, che aveva soggiornato a lungo in Francia prima di recarsi in Russia a fianco della rivoluzione bolscevica, si trovava deportato all’interno dell’Urss da quasi tre anni.

L’ultimo giorno del congresso il “caso Serge” tornò alla ribalta, grazie alla determinazione di Magdeleine Marx cui si associò il romanziere belga Charles Plisnier. Erenburg difese l’operato del governo sovietico e parlò della necessità di ogni rivoluzione di difendersi dai suoi nemici, mentre Anna Seghers cercò di screditare gli amici di Serge sostenendo che chi non parlava delle vittime del nazismo si mostrava per ciò stesso ostile all’Unione Sovietica. Il congresso si concluse con un clima dominante di umanesimo generico e contraddittorio ma caratterizzato soprattutto dal patronage politico che aveva aleggiato in tutte le giornate e che era costituito dalla conquistata egemonia comunista sull’intelligencija e dal ruolo di faro, guida e difesa dal fascismo che si attribuiva all’Unione Sovietica.

Ricevo e volentieri pubblico

novembre 25, 2011

Siamo i gemelli Fabrizio e Nicola Valsecchi, autori del libro “Giorni di neve, giorni di sole”, casa editrice Marna.

Il nostro terzo romanzo narra una vicenda realmente accaduta: la storia di Alfonso Dell’Orto, che in pieno regime fascista, nel 1935, con la madre e la sorella, parte per l’Argentina dove suo padre Augusto era emigrato per motivi politici e lavorativi. Sullo sfondo l’Italia del duce, in cui la libertà era negata e c’era una tessera per tutto, anche per pensare. Quel paese lontano appare loro come la terra del sole e della speranza, così come per moltissimi nostri connazionali. In Argentina, tra sforzi, rinunce e sacrifici, Alfonso riesce a costruirsi un futuro e una posizione, sposa una connazionale e forma una famiglia con quattro figli. Purtroppo altre dittature si frappongono sul suo cammino. E’ il 1976 quando il regime militare dei generali e di Jorge Rafael Videla apre il periodo dell’obediencia debida e del terrorismo di stato, che ha provocato 30.000 desaparecidos, vittime su cui è sceso il silenzio complice di molti stati e anche della chiesa. La figlia maggiore di Alfonso, Patricia (21 anni), è tra i primi desaparecidos insieme al marito Ambrosio (23) con cui svolgeva un lavoro sociale tra i poveri del barrio. Lasciano sola al mondo una bimba di 25 giorni, Mariana, a cui Alfonso in età ormai matura fa da padre. Non erano militanti attivi.
Dell’Orto vive la sua tragedia senza mai perdere la speranza di ritrovare la figlia. Quando vengono riaperti i processi nel 1999, ecco la triste verità della morte di Patricia, grazie alla deposizione del testimone oculare Julio Lopez, desaparecido per la seconda volta il 18 settembre 2006 dopo aver fatto i nomi dei colpevoli.
Alfonso trova il modo per fare rivivere la memoria della figlia, riabbracciando dopo 70 anni il proprio paese natale, lasciando un quadro di Patricia ( la sola a non aver conosciuto Piazza Santo Stefano, frazione di Cernobbio), nella Cooperativa Sociale del paese costruita anche da suo nonno Giovanni, per legare idealmente i principi di libertà, verità, giustizia e democrazia in cui i suoi cari credevano.
Il libro vanta la prefazione di Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la Pace 1980 “per la sua attività a favore dei poveri e dei non violenti” e la postfazione di Gianni Tognoni, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

Fabrizio e Nicola Valsecchi

P.S.: alleghiamo recensione di Scanner Firenze http://www.scanner.it/libri/giornidineve-sole4676.php

«Don Giovanni», il seduttore drammatico e metafisico

novembre 25, 2011

Wolfgang Amadeus Mozart

Andrà in scena al Teatro alla Scala il 7 dicembre. A lungo creduta comica, l’opera di Mozart apre alla modernità

Paolo Isotta per “Il Corriere della Sera

Una diffusa corrente tende a fare di Don Giovanni una sorta di mito fondamentale come lo sono Ulisse e Faust. È da credere invece che la folgore del capolavoro di Mozart abbia irraggiato anche retroattivamente sussumendo in sé l’eteroclito contenuto leggendario. Chi non vede ciò dimentica la sostanza metafisica dell’opera di Mozart della quale i contenuti comici non sono negabili ma che opera comica non è a differenza di quella di Bertati e Gazzaniga onde Lorenzo Da Ponte ricaverà il libretto della propria, a tratti addirittura parafrasticamente.

Nel titolo del libretto Da Ponte definisce Don Giovanni dissoluto e tanto specifica nella celebre aria del «catalogo», ove il servo Leporello snocciola alla sua dama sinceramente innamorata e di lui creduta sposa abbandonata una sorta di ritratto alla stregua delle sue conquiste femminili. Non si tacerà il sadismo della circostanza che un «servo» possa umiliare una dama avendola in sua mercè e «giovane cavaliere» non è soltanto un dissoluto quanto l’espressione al massimo grado di una forza che non incontra ostacoli e tutti li infrange. Don Giovanni non ha ricordi, vive in un eterno presente e nell’ossessione di manifestare tale forza. Nella terribile introduzione lenta alla sinfonia ricavata da un’apparizione della statua del Commendatore alla fine dell’atto secondo Mozart mette il suo pubblico sull’avviso: in musica non si era mai ascoltato qualcosa di siffatto. Anche il Commendatore uomo nell’introduzione dell’atto primo divenuto statua è un principio metafisico opposto e più forte di quello di Don Giovanni.

Il Don Giovanni era commissionato per Praga ove Mozart era già il beniamino delle scene per il successo riportato dalle Nozze di Figaro : ma il librettista Da Ponte aveva già troppi impegni e non sarebbe venuto a capo dell’impresa se non ci fosse stato Il convitato di pietra di Giovanni Bertati con musica del Gazzaniga, datosi con enorme successo al San Moisè di Venezia nel gennaio 1787, e che Da Ponte come già detto sfrutta fino alla parafrasi il che ovviamente Mozart non fa.

Il Don Giovanni andò in scena il 29 ottobre 1787riportandovi un trionfo. Mozart ne affrontò anche una versione viennese che all’inizio non piacque con aggiunte variamente giudicate e delle quali solo una, il duetto tra Zerlina e Leporello, va a giudizio unanime espunta. L’aria di Don Ottavio, checché si dica della sua collocazione drammatica, è troppo bella perché la si tocchi.

L’opera si principia dopo la Sinfonia con la prima apparizione della figura di Leporello, il servo di Don Giovanni. Molti vuole che ne sia uno «specchio»: in realtà Leporello non ha la forza neanche del male, è un sordido personaggio sleale e mentitore per istinto. Di notte egli attende il padrone che si è insediato nelle camere di donna Anna per insidiarla. Lì un trambusto pazzesco dove Don Giovanni è fuggente di fronte a una furia d’inferno che tale Donna Anna è e tale resterà per tutta l’opera nei recitativi accompagnati, massima cura del direttore d’orchestra nelle arie e negli ensemble.

Qui si apre un caso: Donna Anna insegue il cavaliere non per fermarlo ma per conoscerne l’identità e dunque è stata violata? Ne è caduta innamorata come voleva con ingegno Hoffmann? L’Ottocento propendeva per questa interpretazione che oggi si tende per motivi contestuali a respingere.

Nel chiasso sopraggiunge il Commendatore, il padre di Donna Anna con i suoi. Inevitabile il duello non voluto da Don Giovanni. Il Commendatore giace nel suo sangue spegnendosi la scena sopra una musica arcana. Don Giovanni fugge e Donna Anna rientrata aggiunge un secondo motivo al suo essere una furia d’inferno: la necessità della vendetta sull’uccisore del padre morto.

Giunge in quel mentre da Burgos Donna Elvira. Sedotta da Don Giovanni s’è creduta e si crede sua sposa. Don Giovanni la abbandona nelle mani di Leporello che per metterla a giorno della vera situazione le snocciola e le canta l’aria del catalogo.

Si celebrano nozze villerecce. Facciamo la conoscenza con un altro personaggio femminile. La contadinella Zerlina, sensuale e astuta, va in sposa a un rozzo contadino, il bruto Masetto. Don Giovanni la concupisce. Ordina che per lo sposalizio sia aperto il castello, la dispensa, la cantina e si apparta con Zerlina strappando un consenso all’invito Masetto. Mette in opera le sue arti di seduzione che culminano con il celebre duetto «Là ci darem la mano», ove Zerlina finge con se stessa una riluttanza che non prova. Ma Donna Elvira sopraggiunge come un’altra furia per salvare Zerlina e mentre Don Giovanni tenta fingerla pazza canta un’Aria in uno stile haendeliano e inamidato «Ah fuggi il traditor» di un sottile sapore comico.

Giungono Donna Anna e il suo promesso sposo Don Ottavio. Non fanno a tempo a chiedere a Don Giovanni di porsi a loro disposizione all’opera della vendetta che torna Donna Elvira. Il suo aspetto nobile si impone, mentre Don Giovanni tenta invano di farla passare per pazza.

Donna Anna resta sola con Don Ottavio e qui viene uno dei recitativi accompagnati più grandi della storia del teatro musicale «Don Ottavio son morta!». Ella riconosce l’assassino del padre e narra allo sposo con incomparabili figuralismi («Di svincolarmi di torcermi e piegarmi») come andò quella notte. Il tutto che culmina con la maestosa aria «Or sai chi l’onore». Qui Ottavio ha finalmente voce con la squisita aria «Dalla la sua pace». Lungi dall’essere un personaggio privo di personalità, è un’anima nobile e sensibile di perfetta tessitura tenorile.

Don Giovanni dà ordine di scatenare la festa. Zerlina e Masetto han agio di ricomporre i loro dissidi («Batti batti bel Masetto» con delicate ornamentazioni di violoncello obliato). La festa incomincia accompagnata da tre orchestre due di carattere popolare; Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio si presentano in maschera e vengono galantemente invitati. Qui si ha una vera sospensione del tempo e i tre cantano un sublime Ensemble non privo di caratteri addirittura religiosi («Protegga il giusto ciel»).

Nella calca sempre più agitandosi la situazione Don Giovanni tenta di chiudere Zerlina in una camera ma stavolta ella chiama soccorso. Cessano le tre orchestre per il ballo e riprende le sue funzioni quella in buca. Tutti accorrono, tutti sono adesso minacciosi a Don Giovanni. Egli si fa strada armato e provvisoriamente si salva.

Con l’atto secondo siamo a una delle operazioni più infami tramate da Don Giovanni. Vuole possedere la cameriera di Elvira e a questo scopo muta d’abito con Leporello. Artatamente fa credere a Elvira in un ritorno di fiamma e la pone tra le braccia di Leporello, li fa allontanare e intona la canzonetta destinata alla cameriera accompagnata dal mandolino «Deh vieni alla finestra». Masetto ha radunato un gruppo dei suoi per far giustizia sommaria. Don Giovanni sempre fingendosi Leporello li disperde. «Metà di voi qua vadano». Si ritrova solo col villano e gli toglie il fiato con le battiture. Zerlina lo soccorre.

Leporello è sempre con Elvira. Vorrebbe liberarsene ma non può. Càpitano nell’atrio del palazzo di Donna Anna e qui incomincia il grandioso Sestetto. I personaggi tranne Don Giovanni son tutti riuniti al buio. Leporello non trova la porta. Quando viene riconosciuto lo prendono per il padrone e dapprima proprio Donna Elvira, che ben avrebbe avuto di che accorgersi dell’inganno, invoca pietà, «lo sposo suo» con sordidi accenti implora salva la vita trova la porta giusta e si dilegua.

Don Ottavio canta la sua (divenuta) seconda splendida aria «Il mio tesoro intanto», mentre Elvira sola non riesce a far sì che in cuor suo la pietà sia superata dal desiderio di vendetta «Mi tradì quell’alma ingrata». Ed eccoci alla scena chiave del cimitero. Nella notturna aria chiara Don Giovanni vi capita e mentre scherza con Leporello sente queste solenni parole pronunciate da una voce di basso con accompagnamento di fiati tra i quali tre tromboni: «di rider finirai pria dell’aurora». Don Giovanni crede a uno scherzo riconosce la statua equestre del Commendatore e per ancora schernirla ordina a Leporello di invitarla a cena per quella sera. La statua accetta.

Con funzione intercalare rispetto alla catastrofe Donna Anna canta a Don Ottavio l’unica sua aria lirica di tutta l’opera «Non mi dir bell’idol mio che io son crudel con te». Ed eccoci allo strepitoso finale ove l’essenza medesima di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Apparato solenne, orchestra privata che rallegra il banchetto, Leporello dissente, il tutto in pieno stile comico. Entra improvvisa Donna Elvira: vuol portare l’estrema preghiera a redimersi a Don Giovanni. Questi si prende gioco di lei. Mentre ella fugge caccia un grido disumano: è la statua del Commendatore che entra. Leporello non osa agire, lo fa Don Giovanni. Con accenti arcani la statua dice di aver accettato un invito, sarà Don Giovanni capace di accettarne un altrettale? Don Giovanni accetta. Qui è l’estrema manifestazione della sua forza, porge la mano in pegno alla terribile stretta, vien preso da un gelo inaudito ma rifiuta di pentirsi. Precipita all’inferno accolto da un coro diabolico. Per tutto il corso dell’Ottocento l’opera si terminava qui sull’accordo di Re maggiore indi: è stata ripristinata la mi accordale corrente per ciascun personaggio.

Istantanea di un mostro: spread

novembre 25, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Più vorticoso del gorgo di Lofoden di Edgar Poe, più schiacciante dell’Incubo di Füssli: SPREAD

Questa parola di una lingua che sta a poco a poco prepotentemente scacciando la nostra (e pagheremo caro il rifiuto di difenderla dallo stupro), nel suo idioma d’origine significa innocentemente diffusione , espansione e altre cose. A stravolgerla è stato il gergo della Borsa americana: e qui il mio rifiuto di tuffarmi in questo ignoto dalla brutta grinta mi impedisce di inseguirla nei suoi significati, che inquietano e spaventano la povera e pulita gente alla quale desidero fino all’ultimo appartenere. Non mi occupo di Spread, ma di destino umano.

La vecchiaia non è una meringa. È più indigesta dell’olio di merluzzo. Ma, come l’olio di merluzzo contiene una vitamina delle più preziose e rare: ti toglie una quantità di preoccupazioni del domani, ti fa sorgere spontanea l’adesione alla massima evangelica: «Basti a ogni giorno il suo male». Il male di ogni giorno ride di quel che sarà lo Spread del giorno dopo e di quel che sarà in un inesistente domani il futuro pensionistico di figli spesso ancora in mostra sul passeggino. Sciaguratamente, l’ossessione di una Economia che non ha il minimo aggancio col significato della sua origine greca («legge della casa»), che non entra nelle case, che è una mera astrazione, una ipotesi contraddittoria e sposta capitali enormi attraverso onde improbabili immaginate al di là dell’orbita – capitali che sono vuoto su vuoto, pur facendo impazzire gli Stati, le più potenti come le più franose nazioni. Ma i calcoli sono fatti da macchine onnipotenti, che danno vita a statistiche che pochi soltanto ritengono di saper interpretare. Ma le percentuali, che ci vengono presentate inoppugnabili, che oracoli sono? Non sono povere Pizie senza il Dio, Pizie da marciapiedi?

Mi capita di ascoltare, a tavola, tra mezzogiorno e l’una, la trasmissione dell’ottima Radio Ventiquattro Salvadanaio , che mentre annaspo in un convito di solitudine, mi procura la viva felicità di sperimentare come tutto, dico tutto, senza residui, di quella trasmissione, che tratta temi economici ravvicinati all’odierno modo di esistere, mi sia meravigliosamente indifferente. La conduttrice Debora Rosciani domina le materie astruse di cui si occupa con una fantastica disinvoltura di competente che non ne lascia fuori neppure una briciola. Non l’ho mai vista, ma la sua voce m’incanta, mi calma anche quando riflette violente perturbazioni al di là degli spiccioli. Per lei Spread non ha segreti, lo srotola come un tappeto davanti a chissà quanti ascolti, e io non ci leggo che lo Havèl havalìm del mio vecchio amico biblico Qohélet: «fumo di fumi, tutto non è che fumo e vento che ha fame».

Mi appassionano le voci ansiose del pubblico telefonante e mailizzante: «Devo investire in Australia o in Uzbekistan?» – «Ho una casa a Berlino: la scambio a Milano con un garage?». Il cuore delle ansie sono le banche, ma Debora distribuisce i suoi salvagenti da tutte le sponde: viaggi a basso costo, riscaldamenti, liti di condominio (il più tristo modo di abitare: l’inferno sono gli altri: fuggite il condominio e gli amministratori – nota mia), supermercati, saldi stagionali, rimborsi, tasse. Dalle domande assente cronico è la perplessità circa pezzi della terra che ci nutre, passaggi di poderi, uso e abuso dell’agro, dove chi ci sta ignora se il successore sarà un figlio o un costruttore-distruttore della vita. Anche questo è significativo: il denaro non ha altro fine che il denaro: le ricette Rosciani, o di ogni altro esperto, si fermano lì, dove l’infinito Nulla ti agguanta.

Immune dal comprendere Spread (meglio un etologo di un filologo) devo tuttavia confessare che un certo allarme mi serpeggia per l’euro. Incoraggerei chiunque lavori per il suo mantenimento, ma non ne ignoro l’intrinseca debolezza, l’esposizione ai raggiri, alle truffe mondiali, e la sinistra inclinazione a gonfiarsi. Ricordo la prima percezione di imbroglio rassodabile nell’Italia (1999? 2000?) appena entrata nella Zona Euro, ascoltando un imbonitore che il giorno prima svendeva tutto a mille lire, battere la sua merce a un euro soltanto uno! uno! uno! e la gente cascarci, felice di spendere uno invece di mille… Già, ma un euro non corrispondeva a mille – ma a quasi duemila. Il gioco era fatto.

Oggi l’euro è forte a Babilonia e a Samarcanda, e addirittura a Washington, a Wall Street: ma quanto vale a Roma, a Parigi? Quanti ne devi tirar fuori per un kg di cavolfiore o una tariffa medica non mutuata? Nell’esistenza minuta e sminuzzabile, l’euro è debole. Con un euro fai l’elemosina minima a un suonatore benemerito di strada, ma se vuoi vederlo sorriderti torci il collo alla tirchieria e con delicatezza deponi un cinque nel cappello.

L’euro è debole nel cavolfiore perché l’Europa unionista è partita dalla fine (la moneta) e non dal principio classico, l’urgenza strategica. Dall’ano e non dalla testa. Era il buon momento quando il progetto di una comunità di difesa andò in frantumi per refrattarietà idiote nazionali: la CED sarebbe stata una buona partenza. Cesare non romanizzò le Gallie con i sesterzi ma con le legioni; né gli Stati Uniti cominciano col dollaro, né i cantoni svizzeri furono tenuti a battesimo dai banchieri ginevrini.

Pugacev, l’eroe che sobillò i cosacchi ma venne giustiziato

novembre 25, 2011

Lo storico Marco Natalizi ricostruisce la dinamica, le cause e le conseguenze della rivolta avvenuta nel 1773 contro il regime di Caterina II da parte di un disertore dell’esercito che aveva combattuto fra le truppe russe nella guerra dei sette anni

Stefano Giani per “il Giornale

Quella degli ultimi quarant’anni del XVIII secolo in Russia è stata una storia turbolenta e violenta. Sono gli anni del regno della zarina Caterina II, donna di nerbo, di grande e raffinata cultura che subentrò al rozzo marito, Pietro III, spentosi in carcere dopo l’insediamento di Caterina al potere. Furono nondimeno gli anni di una ribellione che i cosacchi avevano architettato ai danni dello stato centrale. Agli ordini di Emeljan Ivanovic Pugacev, rivolsero le armi contro la zarina aprendosi la strada verso Mosca e San Pietroburgo.
Ora, su questo avvenimento storico che influenzò anche la letteratura russa (Puskin si riferì ad esso nel romanzo «La figlia del capitano») esce un volume dal titolo «La rivolta degli orfani» (Donzelli, pp. 250, euro 25) opera di Marco Natalizi, docente di Storia dell’Europa orientale all’università di Siena. Natalizi, sulla scorta di preziosi documenti d’archivio, ricostruisce la vera dinamica dell’insurrezione sgrondandola da tutte le leggende e le favole che, negli anni, sarebbero state costruite attorno ad essa. In primo luogo quella basata sulla rassomiglianza dello stesso Pugacev con il deposto Pietro III, niente affatto morto in carcere, ma evaso al punto da organizzare una sorta di golpe contro la moglie-zarina.
In realtà Pugacev altri non fu se non un disertore dell’esercito russo che aveva combattuto nella Guerra dei sette anni e che aveva sobillato il malcontento latente fra i cosacchi, al punto di mettersi a capo di questo manipolo per cercare di dare una speranza a chi si sentiva orfano di un potere paterno, ritornato ad abbandonare i propri sudditi in balia del ceto nobiliare. A ciò andava ad aggiungersi una sorta di insicurezza evidenziata dall’esecutivo di Caterina. Fu sostanzialmente questa la motivazione comune che spinse molti cosacchi a seguire Pugacev. L’avanzata, in primo luogo sottovalutata, cominciò a mettere paura dopo che i ribelli conquistarono ampie porzioni di terra conquistando la roccaforte di Kazan.
Solo allora Caterina decise di fronteggiare il problema e l’esercito della zarina riuscì a mettere in fuga le truppe di Pugacev, che si ritirò sulla riva sinistra del Volga. Qui tuttavia il capo dei ribelli fu tradito da alcuni cosacchi che riuscirono a consegnarlo ai generali di Caterina, i quali lo inviarono a Mosca dove fu condannato e giustiziato il 10 gennaio 1775 per squartamento.

L’arte di negoziare con il caso

novembre 25, 2011

Gaetano Vallini per “L’Osservatore Romano

«L’Isle-sur-la-Sourgue, fine luglio 1979. Mi piace questo negozio con la sua vecchia facciata di legno e la nobiltà tipografica dei caratteri dell’insegna. Rue de la République è strettissima in quel punto e mi rattrappisco nell’atrio di un ufficio per ampliare la visuale. Il viavai della folla è scoraggiante: troppa gente tutta insieme oppure mal distribuita. Aspetto, affranto, come sempre nelle situazioni di questo genere. All’improvviso tutto si organizza intorno alla bella ragazza vestita di bianco. Nella mia inquadratura ci sono cinque donne. Quella di sinistra e quella di destra guardano verso il centro, chiudendo bene l’immagine su se stessa; e la donna in primo piano, un po’ mossa (meglio così) contribuisce, spostandosi, ad animare la scena. Il provino testimonia che questa è stata l’ultima foto».

Come un maestro che spiega con passione un argomento importante a un alunno, Willy Ronis, uno dei grandi fotografi del secolo scorso, ci prende quasi per mano per illustrarci come nasce un’immagine memorabile, di quelle che finiscono sulle pareti di un museo o sulle pagine patinate di un libro. Una lezione preziosa per chi aspira a divenire fotografo, sia pure amatoriale, ma utile anche ai professionisti, sempre pronti a carpire i segreti di un artista dell’obiettivo. Una lezione che oggi può essere anche da semplici appassionati, grazie all’iniziativa editoriale di Contrasto che proprio con il libro di Ronis, Le regole del caso (Roma, 2011, pagine 175, euro 19,90) inaugura una nuova, interessante collana intitolata appunto «Lezioni di fotografia».

Attraverso volumi monografici, noti fotografi commenteranno in prima persona le loro foto, svelandone i trucchi, il lavoro che c’è dietro, prodighi di consigli. Il secondo libro, in uscita a gennaio 2012, sarà dedicato all’opera del franco-iraniano Reza, specialista in reportage. A seguire, pubblicazioni in collaborazione con la Fondazione Forma di Milano e con la celebre agenzia Magnum.

Nel primo volume vengono presentate circa duecento fotografie selezionate direttamente dall’autore. Celebri o meno conosciute, sono immagini che ne rappresentano il percorso e permettono al fotografo di consegnarci anche ricordi e riflessioni personali. Attraverso il racconto scopriamo che cosa succede dietro l’obiettivo, ovvero quell’alchimia che, grazie a un misto di presentimento e di imprevisto, di tecnica e di istinto, dà vita a belle immagini.

Nato a Parigi nel 1910, con Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau, Ronis ha avviato il movimento dei «fotografi umanisti» che hanno dato lustro alla fotografia francese del dopoguerra. Nel suo lavoro ha illustrato soprattutto la vita quotidiana: le scene di strada, soprattutto i quartieri della sua città, Parigi, il mondo del lavoro, cercando sempre di trasmettere un’emozione particolare e uno sguardo delicato e amichevole. Numerosi sono stati i riconoscimenti e le mostre che lo hanno celebrato. Tra queste, la grande esposizione retrospettiva che nel 2005 il comune di Parigi allestì all’Hotel de la Ville. Morto l’11 settembre del 2009, Ronis con il suo lavoro ha attraversato buona parte del Novecento, secolo che ha raccontato da un originale punto di vista.

Un punto di vista racchiuso in cinque parole chiave, trasformate in altrettanti capitoli del libro: pazienza, riflessione, caso, forma e tempo. Mostrandoci i provini da cui sono nate le sue opere migliori, il fotografo illustra il percorso creativo che porta all’immagine definitiva, quella che egli considera la più equilibrata: la foto da stampare. «Alla domanda che cos’è una foto riuscita?, mi accontento, in mancanza di meglio, di rispondere: quella con cui sono riuscito a comunicare l’emozione che l’ha fatta nascere. Una foto riuscita — spiega il fotografo — è anche un certo valore aggiunto, non previsto in anticipo, atteso con trepidazione, mai sicuro, ma senza il quale il lavoro della famiglia dei fotografi cui appartengo, non sarebbe che una pallida constatazione di una banalità senza rilievo».

Svelando la genesi delle immagini, il libro — che riprende una serie di conferenze tenute dal fotografo — permette di condividere un’esperienza unica. Ma a partire da una prima grande lezione: «La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito, con la macchina più a buon mercato».

Pur avendo esplorato vari ambiti — dalla moda alla pubblicità, dalla fotografia industriale all’illustrazione giornalistica — lo sguardo di Ronis è rimasto soprattutto quello di un fotografo della quotidianità. Le sue immagini spesso sono fatte di pochi elementi, che nell’obiettivo si ricompongono in un’imprevista armonia capace di restituire tutto il fascino di un’atmosfera particolare. È l’attimo che, staccato dallo scorrere del tempo, si materializza nell’inquadratura e diviene fatto in sé. Come, per esempio, nella foto «Nauplia» (Grecia, 1980): «Visitiamo il vecchio quartiere — spiega il fotografo — solcato da stradine strette, ai piedi della cittadella, la cui cima è segnalata dalla torretta. All’improvviso, a una cinquantina di metri, una giovane donna compare su un balcone. La sua sagoma, dalla distanza che mi separa da lei, si accorda per contrasto e scala a quella torretta sullo sfondo del cielo. Ho appena il tempo per cambiare obiettivo ed è il 150 millimetri a offrirmi la composizione migliore».

Qui è stato il caso a dettare lo scatto. Ma altre volte occorre pazienza, molta pazienza. «Più ci penso — annota Ronis — e più percepisco che c’è una fotografia da fare di quel posto, ma in modo diverso. Allora mi sento come un pescatore o un cacciatore, e aspetto». Altre ancora occorre riflessione, darsi il tempo di organizzare. «Io — spiega l’artista — adotto una modalità di lavoro impostata sulla previsione di quello che può avvenire. Tranne rare eccezioni, non metto in scena, cerco di negoziare con il caso».

A ogni modo, la forma è sempre importante: «L’artista che si interessa delle cose della realtà — precisa il fotografo — si preoccupa innanzitutto del significato di quello che dà a vedere. Tale significato sarà tanto più recepito se espresso nella forma che meglio ne rivela il contenuto». Ma ci vuole tanta pratica, la sola che «assicurerà il dominio (del tutto relativo) di quella visione globale senza la quale l’equilibrio formale dell’immagine è irrealizzabile nella brevità della decisione». E qui entra in gioco il tempo. Che per Ronis è soprattutto il tempo che passa. «I risultati dei miei settant’anni di scatti — spiega — sono segnati da una certa soggettività, influenzati da un contesto morale, intellettuale, estetico, e così via. Eppure, ogni volta, lì, davanti ai miei tre occhi, c’è quello che mi ha interessato, mi ha commosso e che, al di là di tutto, ho deciso di salvare dall’oblio».

E non è forse questo uno dei principali meriti della fotografia?

sequenza

novembre 24, 2011

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