T’AMO PIO BOWIE

Giuseppe Videtti per “la Repubblica“, da “Dagospia

Il giorno in cui nacque, a Londra, l´8 gennaio del 1947, Elvis Presley festeggiava il dodicesimo compleanno e il pittore americano Jackson Pollock iniziava la sua rivoluzionaria action painting. Per David Bowie non furono solo coincidenze. Più tardi avrebbe rivelato che aveva scritto Golden Years (uno dei brani dell´album Station to Station) con la segreta speranza che il re del rock & roll la cantasse. Quanto a Pollock, avrebbe confidato: «Realizzò il suo primo quadro con la tecnica del dripping il giorno in cui nacqui, quindi so distinguere da un chilometro se una cosa è stata dipinta prima o dopo».

A scrutare giorno per giorno infanzia, adolescenza ed esordi di David Bowie, che a gennaio compie sessantacinque anni, si scoprono talmente tanti segnali, coincidenze, arcani, premonizioni, illuminazioni, intuizioni e iniziazioni da mettere in crisi anche il più cavilloso dei biografi.

Non Kevin Cann, per oltre due decenni suo personale archivista, che è riuscito a compilare una meticolosa, maniacale cronologia dei primi ventisette anni, dalla nascita come David Robert Jones nel quartiere londinese di Brixton alle prime sortite come sassofonista dei Kon-Rads, quando quindicenne incrociò per la prima volta Mick Jagger; dagli stage con Lindsay Kemp, che gli trasmise l´arte di Marcel Marceau, all´invenzione di una primitiva incarnazione androgina di pop singer con il brano Velvet Goldmine; dalla pubblicazione in sordina di Space Oddity – stellare capolavoro che impiegò tre anni a esser compreso e proprio in questi giorni è diventato un libro per bambini per mano dell´illustratore canadese Andrew Kolb – alla trionfale ascesa di Ziggy Stardust, una delle più seducenti, ambigue e contagiose maschere della storia del rock; dall´incisione dell´inquietante Diamond Dogs alla partenza per gli Usa in cerca di una definitiva dimensione d´artista – finalmente vate del pop contemporaneo.

«Come si raggiunge un successo di queste dimensioni?», scrive l´autore nell´introduzione a Any Day Now. Gli anni londinesi: 1947-1974 pubblicato da Arcana. «Qui trovate tutto, ma poi tocca a voi aggiungere l´unicità del fattore genio e di un certo esoterismo che regola la sua ispirazione. Il regista Stanley Kubrick, che ha esercitato un´influenza profonda sulla carriera di David, parlando dei suoi film commentò: “Sta al pubblico scoprire le idee, il brivido della scoperta le rende ancora più potenti”».

Fu certamente 2001: Odissea nello spazio il film che gli fece scattare la scintilla di Space Oddity, Starman e Life on Mars, i capolavori del primo periodo, insieme alla vocalità tipicamente cockney dell´Anthony Newley di Feeling Good e il timbro oscuro di Scott Walker, tormentato cantante dei Walker Brothers innamorato di Jacques Brel, il segreto trait-d´union tra Sinatra e il Duca Bianco.

A guardare le foto del sassofonista adolescente già s´intuisce che il ragazzo era avanti. Un intrigante mod ingentilito dal perfetto grooming dandy; biondo, elegante, carismatico già a quell´età. Avrebbe potuto fermarsi lì, era già un personaggio. Ma nella testa aveva un frullato di Kubrick e Nietzsche, Elvis e Dylan, Andy Warhol e Carnaby Street, psichedelia e avanguardia.

Avesse esordito oggi, lo avrebbero eliminato al primo insuccesso; nessun discografico pazienterebbe sei anni prima del trionfo. Nonostante Morrissey (Smiths) a posteriori abbia sentenziato «The Man Who Sold the World è il miglior disco di David Bowie», il mondo poco o niente sapeva di lui prima di Ziggy Stardust. Paradossale che vent´anni dopo proprio Morrissey abbia spacciato per sua una frase che Bowie aveva pronunciato ancor prima di diventare star: «Da piccolo desideravo tutto tranne la normalità. Essere corrotto mi sembrava fantastico».

Nel destino di David era scritto che avrebbe fatto e detto tutto prima di tutti. Bisex? Transgender? Intersex? Trasgressivo? Lo era ancor prima che i termini entrassero nel linguaggio comune; per la copertina di Hunky Dory scelse una foto in cui era sessualmente indefinibile; leggendarie le sue fellatio on stage inginocchiato davanti alla chitarra del fido Mick Ronson.

Artista di culto adorato come un semidio? Anche Michael Jackson ammise di dovere molto alle arti mimiche di Bowie. Glam rock? Tutti suoi discepoli. New romantic anni Ottanta? Pallide imitazioni. Punk rock e grunge? Kurt Cobain s´inchinò a sua maestà cantando un´ossequiosa versione di The Man Who Sold the World. Senza Bowie non avremmo avuto l´Elton John di Rocket Man, e neppure lo slandro teatrino pop di Lady GaGa. Difficile trovare nella storia del rock una star che abbia sostenuto ogni scelta/svolta della sua carriera con tanto stile ed erudizione.

Novembre 1971, quarant´anni fa: dopo quattro capolavori underground, Bowie entra in studio determinato a trascinare il rock fuori dalla comfort zone in cui Beatles e Rolling Stones l´avevano accomodato. Il suo nuovo manager, Tony Defries, sa quanto vale quel che bolle in pentola. Incontra a New York il boss della Rca, l´etichetta di Elvis. «Non avete niente di grosso dagli anni Cinquanta», lo aggredisce, «con David Bowie potete prendere in mano le sorti degli anni Settanta, come i Beatles hanno fatto con i Sessanta».

Furono i dischi di Norman Carl Odam, un bizzarro artista texano che si era battezzato The Legendary Stardust Cowboy e pretendeva di produrre psychobilly music, a ispirare il personaggio di Ziggy Stardust. Racconta l´artista: «All´inizio del 1971 incontrai un dirigente della Mercury che mi mise furtivamente in mano un paio di singoli. “Ascoltali”, mi disse, “non sarai più lo stesso dopo”. A casa quasi soffocai quando misi sul piatto Paralyzed e I Took a Trip on a Gemini Spaceship. L´integrità, l´onestà e il guizzo brutale e innocente di quell´artista semisconosciuto mi rapirono. Ero diventato suo fan a vita, e Ziggy aveva trovato il suo cognome».

Il potente concept album – The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars – esce il 6 giugno 1972: Bowie si cala nei panni di una rockstar aliena venuta a portare messaggi di speranza sulla Terra nei suoi ultimi cinque anni di vita: finirà divorato dall´adorazione dei fan, dal sesso promiscuo e dalla droga. Bowie viene risucchiato dal personaggio fin dal concerto di apertura del tour, al Rainbow Theatre di Londra, agosto 1972; gruppo di spalla i Roxy Music con Brian Eno, costumi di Kansai Yamamoto.

Una notte che ancora a ripensarci vengono in brividi. Con l´aiuto della troupe di mimi di Lindsay Kemp, Bowie mette in scena l´odissea del suo eroe fino allo straziante finale in cui, come un´asessuata, esangue Garland, Ziggy esegue il suo canto funebre (Rock´n´Roll Suicide) accasciandosi sul palcoscenico. Nel giro di una settimana mezza Londra ha i capelli color carota e il taglio alla… David Bowie. La Ziggymania aggredisce il mercato rock con una tale prepotenza e morbosità che alla fine del tour – dopo molti trionfi americani – lo stesso Bowie è devastato dal bipolarismo e dagli eccessi che condivide col suo alter ego.

Luglio 1973, concerto finale all´Hammersmith Odeon di Londra (in sala c´è anche D. A. Pennebaker, il documentarista che aveva filmato Dylan in Don´t Look Back). Dopo aver cantato Love Me Do dei Beatles a un pubblico in delirio, il divo annuncia: «Non è solo l´ultima data del tour, questo è l´ultimo concerto che faremo». Panico. Delirio. Lacrime da beatlesmania. Ma non è Bowie che parla, è Ziggy. Una trovata geniale. Uccidendo la sua formidabile invenzione scenica, Bowie sta salvando la sua carriera. Una frenesia di quelle dimensioni lo avrebbe divorato. O condannato alla routine che aveva ridotto Elvis a una caricatura.

L´ultima volta che lo abbiamo incontrato, nel 2002 – due anni dopo si è sottoposto a un intervento di angioplastica e a causa dei problemi cardiaci le sue apparizioni sono diventate assai sporadiche (è di questo giorni la notizia che lascerà la Emi e sta negoziando un nuovo contratto discografico) – ancora parlava con entusiasmo della sua creatura. «La saga per me non è mai finita», ci disse. «Il mio sogno è di produrre contemporaneamente un film, uno spettacolo teatrale e un evento multimediale legato a Ziggy Stardust. E lo farò».

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