I Mujaheddin del popolo, dissidenti iraniani in pericolo

Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2010

I Mujaheddin del popolo sono ospitati in Iraq, nel campo di Ashraf. Dal 2009 il clima è cambiato e il premier al Maliki pretende che se ne vadano entro il 31 dicembre. I dissidenti vogliono lo status di rifugiato politico per poi andare in Occidente. L’impegno degli Usa

Luca Attanasio per “Limes

Nel 1985, i vari leader della resistenza antikhomeinista ospitati in Europa furono invitati a lasciare al più presto le capitali che fino a quel momento avevano garantito loro asilo.

La Guida Suprema aveva emesso una sorta di fatwa minacciando di scatenare attentati contro i paesi che avessero continuato ad accogliere Massoud Rajavi, presidente dei Mujaheddin del popolo, Bani Sadr, primo presidente della Repubblica islamica dell’Iran deposto dopo poco più di un anno dal regime, e i loro seguaci.

Rajavi e Sadr, all’epoca a Parigi, assieme a molti altri alloggiati in altre città d’Europa furono quindi costretti a fuggire. Trovare paesi disposti a ricevere nei propri confini dissidenti così “scomodi” non fu impresa semplice. Per quello che potrebbe apparire uno scherzo della geopolitica, l’unico Stato che dichiarò la sua disponibilità a offrire rifugio a Rajavi e un migliaio di Mujaheddin fu quello con cui l’Iran era in guerra da ormai cinque anni: l’Iraq.

A 90 chilometri a nord di Baghdad, e non lontano dal confine iraniano, sorse il Campo Ashraf, una sorta di cittadella destinata a ricevere dissidenti iraniani da tutto il mondo. I 36 chilometri quadrati in pieno deserto in breve si trasformarono in un prodigio dell’architettura, dell’ingegneria e della tecnologia divenendo punto di riferimento per molti oppositori del regime degli ayatollah.

Nel momento di maggior splendore, prima della seconda guerra del Golfo, il campo, perfettamente autonomo dal punto di vista economico, con un territorio intensamente coltivato e micro imprese che permettono commercio con i villaggi vicini, è arrivato a contare fino a seimila abitanti. Per anni ha fornito acqua, elettricità e tecnologia a tutta l’area circostante.

Retto da un originale esperimento di democrazia partecipativa, con un consiglio direttivo eletto ogni due anni attualmente formato interamente da donne, Ashraf vive di leggi scritte e di regole tramandate. Nel periodo di permanenza, che può durare decenni, non ci si sposa, non si fanno figli, si svolgono principalmente attività di opposizione politica e, fino al 2004, militare. Con l’entrata degli americani, infatti, in cambio di un’assicurata protezione gli abitanti furono invitati a consegnare tutte le armi.

Da quando si è cominciato a parlare di “exit strategy”, però, gli ashrafiani hanno cominciato a essere fortemente preoccupati. “Da quel momento in poi” spiega Mahmoud Hakamian, rappresentante della resistenza iraniana in Italia “ci siamo trovati tra due fuochi. Da una parte il nemico di sempre, il governo iraniano, dall’altra il nuovo avversario, Al Maliki, salito al potere anche grazie all’appoggio di Teheran che non vede l’ora di liberarsi di noi”.

Nel luglio del 2009 sono cominciati i raid dell’esercito iracheno all’interno del campo. L’ultimo, l’8 aprile 2011, ha fatto 37 morti e 350 feriti. “I soldati delle forze di sicurezza irachene, circa 2.500, alcuni dei quali – riprende Hakamian – parlavano in farsi, sono entrati incontrastati con carri armati e ruspe. Le ultime armi le abbiamo consegnate agli americani nel 2004. Abbiamo capito che l’esperienza di Ashraf sta per finire, ma chiediamo almeno che i 3.800 abitanti non vengano gettati in pasto al regime”.

Per evitare di essere rimandati in Iran o in luoghi dove la vulnerabilità sarebbe massima, i residenti hanno elaborato una proposta: chiedono di venire riconosciuti rifugiati politici dall’Onu e di ottenere il permesso di raggiungere l’Europa o l’America. Le Nazioni unite sono pronte ad accogliere le istanze degli abitanti di Ashraf ma il governo iracheno, che considera il campo un’occupazione abusiva di suolo e non ne riconosce la legittimità, vuole che le operazioni di riconoscimento si svolgano a Baghdad.

“Per noi è una trappola” dichiara ancora Hakamian. “Una volta fuori dal campo, le garanzie cesserebbero. La soluzione migliore sarebbe istituire una zona extraterritoriale a ridosso del campo dove i funzionari dell’Onu possano venire a svolgere le pratiche di asilo per i residenti”.

Il tempo stringe. Al Maliki pretende lo sgombero del campo entro il 31 dicembre prossimo. “Per trovare una soluzione ci resta poco più di un mese. Se non vorranno accettare le nostre proposte, sappiano che piuttosto che farci ammazzare in Iran resisteremo fino all’ultimo residente”. È il grido di Hassan, un giovane gravemente ferito durante il raid dell’8 aprile, ora in Italia per la riabilitazione.

La speranza degli abitanti di Ashraf risiede tutta nelle parole del segretario di Stato americano Hillary Clinton, pronunciate nel corso di un’audizione al Congresso lo scorso 27 ottobre: “Siamo estremamente preoccupati per gli sviluppi della situazione del Campo Ashraf. Stiamo facendo ogni sforzo affinché nessuno dei residenti venga trasferito in luoghi dove la propria vita sarebbe in pericolo e per permettere all’Onu di svolgere il proprio lavoro”.

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