Addio a Saverio Tutino, tra vittorini e fidel

Saverio Tutino

Aveva 88 anni, ex partigiano, cominciò al “Politecnico” e seguì la rivoluzione cubana.  A “Repubblica” dalla fondazione si occupò di Spagna e America Latina. Oltre all´attività giornalistica ha scritto saggi ed è stato il padre dell´Archivio diaristico nazionale

Stefano Malatesta per “la Repubblica”

E’ morto ieri a Roma Saverio Tutino. Aveva 88 anni ed era stato ricoverato alla clinica San Raffaele per un ictus. Tutino era stato a Repubblica dalla fondazione nel 1976 fino alla metà degli anni 80 quando aveva cominciato ad occuparsi dell´impresa che lo ha impegnato fino alla fine: l´Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove sono raccolti quasi diecimila scritti autobiografici di persone che raccontano le loro storie comuni e straordinarie. Nato a Milano, era stato partigiano, aveva lavorato al Politecnico di Vittorini e poi all´Unità, dove aveva seguito con grande partecipazione la rivoluzione cubana.
Saverio aveva un curriculum da eroe nazional-popolare: commissario della brigata Garibaldi durante la Resistenza nelle montagne che conosceva benissimo, perché le aveva scalate da ragazzo. Vivo per miracolo, dopo una retata dei tedeschi, si era salvato perché quella notte aveva dormito nella parte bassa del paese, riuscendo a fuggire mentre quasi tutti i suoi uomini venivano presi e uccisi. Esotico giornalista in una Cuba che aveva ancora ideali rivoluzionari: molti anni più tardi raccontava di quando Allende era suo ospite e delle sue partite di pesca subacquea con il “Che”, prima che Castro lo mandasse a perdersi nella giungla sudamericana. Giornalista dell´Unità aveva sempre mantenuto una sana indipendenza dal partito, che non significava troppa fronda. Aveva molta pena per la sofferenza vera e in questo senso era un uomo religioso, perché che cos´è la religione se non interessarsi amorevolmente degli altri? Manteneva naturalmente alti livelli di probità, una indifferenza alla ricchezza e agli agi insieme con uno straordinaria propensione a tirarla lunga nei caffè e nei salotti lombardi subito dopo la guerra. E così, immortalato con il fazzoletto rosso al collo, è apparso sul libro I peggiori anni della nostra vita di Oreste del Buono che era suo cognato. Lo sfottevamo molto nel suo periodo di forsennato “dietrista”, quando vedeva per ogni dove un complotto o una messinscena di imperialismi assassini e trilaterali e gladii assortiti, perché diceva che nulla nella politica internazionale era come appariva. A quel tempo le tesi di Tutino ci sembravano delle ossessioni banali, esagerate dalla passione che metteva in tutte le cose. E lui mi rispondeva che quando una cosa complicata ti sembrava semplice voleva dire che non avevi capito. Poi si è visto che aveva ragione lui e non aveva esagerato affatto.
Di tanto in tanto, quasi di colpo, spariva rintanandosi nella casetta ex scuola in Toscana o nelle due camere e cucina a Trastevere con le librerie tagliate a mano, così essenziali e linde che avevano più dignità di saloni principeschi. E si metteva a scrivere delicati ricordi in una prosa sostenuta e come mossa da un´ansia intellettuale così fine a volte, così angosciata che non presentava mai certezze, sospettate di volgarità, ma dubbi. I suoi problemi esistenziali erano più inventati che reali e facevano da contrasto con amori bollenti che davano al suo impegno politico tutto il fuego che gli ardeva dentro. Insomma se fosse stato in vita Togliatti nelle vesti di Roderigo Di Castiglia, Saverio sarebbe stato bollato come decadente, che a quei tempi nel mondo comunista equivaleva a una lapidazione nella Bibbia. Ma per lui essere di sinistra aveva lo stesso significato che essere cattolici nei romanzi di Graham Greene, e andava a cogliere la politica non nei palazzi, ma nelle piazze, nei caffè, nelle librerie. Una politica che si confondeva con gli amori e che andava condivisa con una donna. Una volta Eugenio Scalfari gli aveva proposto di andare nel Medio Oriente. E lui aveva risposto meravigliato: «Ma che ci vado a fare? Le donne sono velate e il vino è proibito!». Mentre nelle Americhe la politica andava al passo di tango e si confondeva con i balli di piazza e la rivoluzione era a portata di mano. Bastava suonare “La cucaracha”.
Negli ultimi anni a Pieve Santo Stefano aveva inventato e diretto uno dei pochi premi letterari che mantenevano quello che c´era nel titolo. Andavo spesso da lui trovandomi immerso in quei fantastici diari che raccontavano la storia vera non ufficiale dell´Italia. Saverio era dolcisissimo con gli amici che conosceva da tanto tempo e che stimava per le loro qualità, Ed era bello sentire come parlava di Gloria Argeles, la scultrice argentina, una donna così intelligente e umana che Saverio adorava. Diceva delle cose su di lei come uno che ha letto il Cyrano de Bergerac e vorrebbe imitarlo ma sente i suoi limiti. Adios compañero Saverio. Hasta la victoria che stiamo aspettando da sempre e che non arriverà mai.

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