Partite a scacchi

Mauro Covacich per “Il Corriere della Sera

La scacchiera è un’arma carica in salotto. Di solito chi non gioca la ritiene un soprammobile elegante in grado di offrire un passatempo a chi è così barboso da preferire il silenzio alla festa che folleggia intorno a lui. Succede anche che una signora si avvicini ai due giocatori per offrire un altro whisky o accarezzare una spalla in attesa di incrociare un sorriso, uno sguardo rilassato. Nessuno sente l’odore del napalm, l’inferno scatenatosi nei cervelli di quei due buontemponi. Solo i bambini, grazie alla loro genuina propensione alla crudeltà, intuiscono lo spirito guerresco di tutti quei pezzi schierati – cavalieri, arcieri, fanti, regine e re arroccati in un castello – e se ne appassionano rapidamente.

Accanto a questa indiscutibile natura violenta, ancora più temibile proprio per la parvenza civile e pacata dietro cui si nasconde, il gioco degli scacchi vanta anche un altrettanto immediata suggestione metafisica: un reticolo quadrato di sessantaquattro posizioni che sembra sovrintendere «more geometrico» agli infiniti destini dell’uomo. Il cosmo retto dal sistema matematico di una ragione impersonale, priva di scopi che non siano il semplice rispetto delle sue regole procedurali. Una struttura formale che a ogni partita genera nuovimondi possibili, come Le città invisibili di Italo Calvino, come le molteplici varianti della vita esemplificate nel dramma Biografia di Max Frisch. Sono questi i due caratteri prevalenti nel codice genetico degli scacchi – violenza e metafisica, guerra e cosmogonia – ed è sempre sull’uno o sull’altro, alternativamente, che la letteratura ha puntato il suo microscopio.

Carroll, Attraverso lo specchio
A monte di Calvino e Frisch, e di ogni altra visione deduttivo-combinatoria, si colloca questo racconto di Lewis Carroll, il prete matematico sinistramente attratto dalle bambine che inventò il personaggio di Alice e il suo universo parallelo. Anche in Attraverso lo specchio viene sfondata la parete che separa la realtà dalla fantasia, ma ciò accade giocando a scacchi. Nella noia di un pomeriggio nevoso Alice cerca di insegnare il gioco alla sua gatta Kitty. In breve le due si infilano nel mondo riflesso nello specchio, uno specchio diventato garza sottile e poi pura e semplice foschia nella febbrile autosuggestione della bambina. Il racconto si sviluppa nella sequenza mirabolante di filastrocche e giochi linguistici che ne hanno fatto la sfida di ogni traduttore, nonché il modello degli sperimentalismi più arditi (su tutti, ilFinnegans wake di Joyce), ma qui interessa la struttura che lo sostiene: i singoli avvenimenti della storia seguono le mosse di una partita illustrata sul frontespizio. Come nei testi teatrali, i personaggi vengono presentati in colonna, in relazione al ruolo che ricoprono: l’ostrica, il ventaglio, la margherita sono pedoni; l’unicorno, la pecora e il vecchio sono pezzi. La trama è di fatto svelata in anticipo attraverso l’anomala sinossi del diagramma delle mosse, al punto che è possibile leggere il racconto limitandosi alla prima pagina, ovvero cogliendo da lì l’intero sviluppo fino al gran finale: «La regina bianca va in A6 (zuppa). Alice mangia la regina e vince».

Zweig, Novella degli scacchi
«Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco»? Si domanda l’alter ego dell’autore, mentre assiste a uno scontro che rivelerà tutta la forza ammaliatrice e il potenziale distruttivo della scacchiera, riverberando note drammaticamente autobiografiche (Stefan Zweig scrive questo racconto pochi giorni prima di suicidarsi, dopo essersi rifugiato in Brasile per evitare la persecuzione del Terzo Reich). Qui la concezione matematica di Carroll cede il passo a quella storia del duello, della sfida finale. Il Dottor B spiega al testimone-narratore perché è così terrorizzato all’idea di concedere la rivincita al campione Czentovic: ha imparato a giocare da un manuale, resistendo così alla tortura dell’isolamento a cui lo avevano sottoposto i nazisti. Negli scacchi ha trovato conforto, ma anche il ciglio più esposto sul baratro della follia. «Giocare da soli, a memoria, è come tentare di saltare la propria ombra», dice il Dottor B, il quale teme ora che cimentarsi con una persona in carne e ossa possa risucchiarlo nelle spirali autistiche da cui il rapporto con l’altro, secondo le aspettative degli astanti, dovrebbe al contrario allontanarlo. Il rischio di andare nel pallone è alto. L’errore è lì dietro l’angolo, pronto a far crollare il dilettante come il più ferrato dei giocatori.

Maurensig, La variante di Lüneburg
Sulla falsariga del racconto di Zweig si snoda anche il romanzo di Paolo Maurensig, con una «variante» che accentuerà il pathos della vicenda, arricchendola inoltre di un risvolto morale. Anche Tabori, come il Dottor B, è stato prigioniero in un Lager, ma il suo equilibrio mentale non era minacciato dalle partite di solitario quanto dalle sfide a cui lo costringeva il più perverso degli aguzzini, sfide la cui posta in gioco era la vita di altri prigionieri. Ecco allora quanto risulti sibillina la spiegazione della variante inserita in un dialogo all’inizio del romanzo: «Questa deve potersi mantenere il più possibile dinamica e non deve ridursi a quella staticità che le ha imposto lei. Mira essenzialmente alla promozione del pedone – è quella in sostanza la minaccia che comporta -, e l’iniziale sacrificio di cavallo non può restare infruttuoso, altrimenti si entra in un finale perduto». Tabori ha fatto morire molti suoi compagni prima che gli venisse svelata la posta in gioco, ora deve impedire che quei sacrifici siano infruttuosi.

Nabokov, La difesa di Luzin
È la lettura obbligata di chi ama gli scacchi, o amerebbe amarli. Vita e opere di un giocatore geniale. Il funzionamento diabolico della sua mente, la forza di astrazione di questo gioco. Luzin viene invitato a cena da un profugo russo come lui, ma completamente a digiuno di scacchi. «”Il bianco: re C3, torre A1, cavallo D5, pedoni B3 e C4. Il nero…”. “Roba complicata, gli scacchi” intervenne il signore balzando in piedi a molla e cercando di arginare il torrente di numeri e lettere che avevano in qualche modo a che vedere col nero”. “Supponiamo ora – disse Luzin serio – che il nero decida la miglior mossa possibile in questa posizione: da E6 a G5. A questo rispondo con la seguente mossa tranquilla…”. Luzin socchiuse gli occhi e quasi in un sussurro, increspando le labbra come per un bacio guardingo, emise non verbo, non il semplice accenno a una mossa, ma qualcosa di tenerissimo e infinitamente fragile. E sul suo volto era la stessa espressione, l’espressione di chi con un soffio faccia volare via una piuma dal volto di un bebè, quando il giorno seguente diede corpo alla mossa sulla scacchiera. L’ungherese, giallo dopo una notte insonne durante la quale era riuscito a passare in rassegna tutte le varianti (che si risolvevano comunque in pareggio), ma gli era sfuggita proprio quell’unica combinazione celata, cadde in profonda meditazione sopra la scacchiera, mentre lui, con uno schizzinoso colpetto di tosse, annotava amorevolmente la propria mossa su un foglio di carta».

Boito, L’alfier nero
Guerra e cosmogonia convergono forse una sola volta, e lo fanno nella straripante facondia di Arrigo Boito. Qui l’inferno personale del giocatore – la psicologia che sottende ogni mossa del bianco Anderssen e del «negro» Tom – trascende nella rappresentazione di un gioco che è prima di tutto allegoria dell’eterno conflitto tra Bene e Male, ovvero dell’equilibrio precario dentro il quale gravita il nostro povero mondo sublunare. «La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così quei pezzi d’avorio, non giuocava ad un giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile in ciò che circoscriveva l’inimico ad un ristrettissimo campo d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che s’avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile». Eppure, indovinate un po’ chi vinse? Una volta che le frecce degli arcieri superano la difesa nemica è difficile evitare lo spargimento di sangue.

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: