Archive for dicembre 2011

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Il primo indice del Talmud grazie a un tennista dilettante

dicembre 31, 2011

Angelo Aquaro per “la Repubblica”

E’ il libro dei libri, la raccolta più misteriosa del mondo, sono le istruzioni per l’uso più antiche della Terra: eppure ci sono voluti 1500 anni per trovare un indice al Talmud. E quest’opera letteralmente biblica è stata compiuta non da chissà quale straordinario consesso di studiosi ma da un avvocato del Bronx con la passione del tennis. Che ha speso sette anni della sua vita per realizzare quello che sembrava irrealizzabile: mettere ordine in una raccolta così caotica – 63 volumi di ingarbugliatissime disquisizioni rabbiniche – che nessuno si sarebbe mai sognato di indicizzare. Sembra incredibile nell’era in cui basta un clic e tutto il sapere ci si presenta a portata di Google. E la storia di Daniel Retter, l’avvocato che si mise in testa di riordinare il Talmud, sembra davvero la traduzione contemporanea di un racconto incantato di Isaac B. Singer: o la trama disincantata di un film di Woody Allen. Ma in fondo anche questo è Talmud: perché l’intera tradizione culturale ebraica discende appunto dalla raccolta con cui nei primi secoli della diaspora gli antichi rabbini cercarono di offrire al popolo eletto e disperso il conforto della Legge. Talmud in ebraico vuol dire letteralmente studio, istruzioni. E se la Bibbia, l’Antico Testamento è la parola di Dio, le “istruzioni” sono quella dell’uomo che si confronta appunto con il messaggio: interpretandolo. Se la Bibbia è il libro sacro, insomma, il Talmud è il libro che – insieme alla Sinagoga, la casa di preghiera in cui si suggella l’alleanza tra Dio e Israele – definisce il sistema religioso e la stessa identità ebraica. «Il Talmud fu creato perché un’intera nazione, e non solo pochi santi», scrive il grande filosofo ebreo Eliezer Berkovits «prendessero la Bibbia sul serio, cercandone di farne il fondamento della loro vita quotidiana». Un lavoro immenso, cominciato nel secondo secolo dopo Cristo e concluso solo nel sesto. Un testo su cui da due millenni studiano e soffrono generazioni di giovani ebrei: finalmente graziati dal lavoro dell’avvocato-tennista. Ma possibile che finora nessuno ci avesse mai pensato? La verità è che per secoli sono stati gli stessi rabbini a mantenere l’oscurità sul testo. Dapprima tramandato solo oralmente, messo per iscritto solo dopo l’invenzione della stampa, il Talmud è stato spesso pensato come un libro misterioso, prima da trasmettere di generazione in generazione e poi da studiare sudandoci sopra. L’opera dell’avvocato Retter ha ridotto adesso questo immenso patrimonio di saggezza in 6600 voci e 27mila sottovoci. L’indice si chiama HaMafteach, cioè La Chiave, è disponibile sia in inglese che in ebraico e permette così – spiega il New York Times di districarsi nei temi anche più curiosi che possono turbare i fedeli. Si può risposare l’ex moglie che ha convissuto con un altro? Che cosa fare di un oggetto trovato nella spazzatura? Per un osservante non sono minuzie. L’unico precedente finora tentato di indicizzare il Talmud era attraverso un cd-rom: il colmo per uno studioso che non avrebbe potuto usarlo per esempio il sabato, visto che nel giorno del riposo non si può far uso di nessuna tecnologia-neppure, e qui davvero ci incartiamo in una discussione talmudica, per consultare il Talmud e scoprire se proprio nel caso questa tecnologia si può usare. Retter racconta che l’ossessione per il libro gli era stata inculcata dal padre, costretto da bambino a fuggire dalla Germania delle persecuzioni naziste negli Usa: «Ancora adesso non posso stare un minuto senza consultarlo» racconta. «Se sono in fila da qualche parte, in attesa di essere chiamato, studio il Talmud». Ma la discussione delle minuzie quotidiane per cui è universalmente conosciuto sono naturalmente soltanto la parte più curiosa. Proprio la sua struttura aperta – spiegano gli esperti – ha determinato la costruzione dell’identità ebraica, dove le domande sono sempre più delle risposte e la ricerca della perfezione è continua. Jonatan Rosen ha scritto un libro, Il Talmud eInternet, proprio per sottolineare la similarità tra il libro aperto e il web. E a proposito dell’effetto-Talmud sulla cinematografia di Woody Allen o sulla letteratura di Philip Roth sono state scritte pagine memorabili. Per non parlare dell’infatuazione di “gentili” come Madonna: che frasi del libro ha nascosto perfino nelle sue canzoni. Chissà che adesso l’indice dell’avvocato-tennista non riaccenda, dopo 1500 anni, la voglia di cercare: anche ai semplici curiosi. Sempre tenendo a mente, ci mancherebbe, proprio quella massima talmudica: «Chi vuole capire troppo non capisce nulla: chi cerca di capire meno riuscirà a capire qualcosa».

Informazione Corretta

La tragedia greca? Ha radici misteriche. Parola di Tonelli, il poeta-sciamano

dicembre 31, 2011

Giuseppe Conte per “il Giornale”

Chi per le vie di Lerici incontra Angelo Tonelli, tutto può pensare di quell’uomo alto, imponente e atletico, dalla barba folta e dai capelli lunghissimi, gli stivali indossati anche d’estate, il cinturone da pirata, la camicia bianca svolazzante e tutta pizzi, eccetto che sia uno dei massimi grecisti italiani, cui è dovuta l’impresa unica di aver tradotto tutto il teatro greco, ora raccolto per le sue cure in un grandioso volume: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutte le tragedie (Bompiani). In effetti, Tonelli non è solo quello. Grecista per lui, uomo dottissimo ma decisamente antiaccademico, è termine limitativo. Tonelli è un poeta-sciamano. Uno che ha avuto sempre il coraggio di presentarsi come tale, enfatizzando sin dall’aspetto la sua incompatibilità con la poesia e la cultura italiana, affetta da minimalismo materialista, da prudenza, da riluttanza a mettere in gioco le idee estreme. Vive nella Baia di Lerici, che già Shelley chiamava «divina». Lì traduce, scrive poesie, dirige un teatro iniziatico, pratica il suo sciamanesimo, lotta contro la cementificazione della costa, e da lì invia ai potenti lettere accorate in cui chiede di abbandonare la logica del dio Denaro e di accedere a una nuova visione mistica e sapienziale. Le radici della tragedia greca, secondo Tonelli, affondano nello sciamanesimo, questa condizione spirituale che fa da collante tra Oriente e Occidente. E la chiave migliore per leggere Eschilo, Sofocle e Euripide è quella che inscrive la loro opera nella combinazione di arte, sapienza e catarsi, in un lungo e diverso viaggio iniziatico verso la luce passando per il buio cavernoso del male del mondo e delle nostre anime.
Per ognuno dei tre autori che traduce, Tonelli ci offre una chiave di lettura che è di straordinaria dottrina e novità. Eschilo è il più radicale nell’accompagnarci in un viaggio verso l’abisso, il caos, lo spazio sotterraneo che si apre nelle apparenze solari della vita. Dioniso è eccesso: passioni estreme e incontrollabili. In Eschilo il contrasto è anche nel regno del divino: nell’Orestea, Clitemestra (così preferisce chiamare Tonelli la terribile moglie di Agamennone) agisce in nome di divinità arcaiche, pre-elleniche, Oreste invece in nome di Apollo delfico. Ma alla fine la tragedia è per i Greci un rito di iniziazione collettiva, che tende a una catarsi in cui la luce apollinea e la saggezza di Atena possano aver ragione dell’oscurità mai rinnegata dell’essere. Con Sofocle, compare la compassione per la fragilità umana. Per lui, antico sacerdote di Asclepio, dio della medicina, la tragedia è una terapia dell’anima. Saggezza e devozione curano il travaglio dell’esistere. La sua eroina è Antigone, che si sacrifica lottando contro il potere insensibile in nome di leggi non scritte degli dèi e del sentire umano. Il suo eroe Edipo, che Tonelli scrosta da ogni sedimento di interpretazione psicanalitica. Euripide introduce nel rapporto tra gli dei e gli umani il dubbio. L’uomo trova intollerabile il mistero del dolore e della morte. La saggezza diventa il saper gioire della stessa fuggevolezza dell’esistenza: «Chi ha vita felice giorno per giorno/ costui io ritengo beato», si legge nelle Baccanti. Impressionante è la galleria dei personaggi femminili messi in scena, da Medea a Fedra, da Ecuba a Ifigenia, archetipi di diverse dimensioni dell’anima. Ma la vocazione euripidea a cogliere una nuova sensibilità individuale non si disgiunge mai, per Tonelli, da quell’indole sacra e sapienziale senza la quale non ci sarebbe la tragedia greca. E senza la quale forse lui non si sarebbe messo a tradurla.

VOLETE SPIEGARE A UN ALIENO IL NOSTRO FOLLE MONDO? METTETEGLI IN MANO “LA BABY AERODINAMICA KOLOR KARAMELLA” DI TOM WOLFE (FRESCO DI RISTAMPA BY CASTELVECCHI). SCRITTO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1965, MA C’È GIÀ TUTTO: L’INVENZIONE DELLA GIOVINEZZA, LA MUSICA DEI BEATLES, L’ARTE POP, L’AMERICA DEI MAGNATI, UN MANUALE PER COMPORTARSI IN PUBBLICO E CONVERSARE FELICI E CONTENTI, LE ISTRUZIONI PER IL PARTY PERFETTO, PLAYBOY E LA PORNOGRAFIA DI MASSA, I MASS MEDIA – FINCHÉ I NUOVI PADRONI DEL MONDO, LÀ IN ORIENTE, NON AVRANNO PRODOTTO IL LORO T. W. CON GLI OCCHI A MANDORLA, LUI SARÀ SEMPRE UN FARO…

dicembre 31, 2011

Marco Belpoliti per La Stampa, da “Dagospia

Mettiamo il caso che il primo di gennaio, poco dopo essere tornato dal veglione di Capodanno, pieno di alcol e bollicine, mentre cerco faticosamente di infilare la chiave nella toppa della porta, mi si pari davanti un ometto verde che mi chiede nella nostra lingua: chi è il terrestre che bisogna interrogare per capire questo vostro stranissimo mondo? Interrompendomi un attimo dall’immane sforzo di centrare il buco, non avrei il minimo dubbio e gli direi: Tom Wolfe!

Gli metterei in mano facendolo entrare in casa – il volume: “La baby aerodinamica kolor karamella”, anno 1965. Lì c’è tutto: l’invenzione della giovinezza, la musica dei Beatles, l’arte pop, l’America dei magnati, un manuale per comportarsi in pubblico e conversare felici e contenti, le istruzioni per il party perfetto, Playboy e la pornografia di massa, i mass media e Mister «ilmedium-è-il-messaggio», e altro ancora. Certo, è il mondo occidentale; ma fino a che i nuovi padroni del mondo, là in Oriente, non avranno prodotto il loro T. W. con gli occhi a mandorla, beh, fino ad allora lui è ancora un faro.

Tom Wolfe è un signore non troppo alto, viso affilato, sguardo luciferino, che si veste di bianco da capo a piedi: cappello, giacca, cravatta, calzoni e scarpe. Insomma, uno snob in versione Camp. Non uno attraente, anzi, al contrario, decisamente antipatico, però senza dubbio ficcante. I suoi scritti sono fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee.

Lo stile più le idee. Meglio: lo stile come idea. Forse anche su Marte è arrivata l’espressione «radical chic», ammesso che là ne esistano, mentre qui da noi, da quando Tom Wolfe ha raccontato il party allestito dal maestro Leonard Bernstein nel suo appartamento di New York in onore delle Black Panters, hanno cominciato a esistere e a essere riconosciuti come tali.

E poiché ho giusto a portata di mano la recente ristampa di “La baby aerodinamica kolor karamella” (traduzione di Attilio Veraldi, Castelvecchi, pp. 252, 16,50), gli spiegherei di che tipo di libro si tratta, ma intanto gli mostrerei altri due volumi del Nostro riapparsi da poco: La stoffa giusta (Oscar Mondadori), storia degli astronauti americani e della loro impreparazione, e Il falò delle vanità (Oscar Mondadori), libro chiave degli anni Ottanta.

Tom Wolfe, attaccherei, è uno scrittore, non un sociologo o un antropologo del quotidiano, uno che ti racconta la realtà come se fosse un romanzo e i romanzi come se fossero realtà. Troppo difficile? Beh, terra terra, diciamo così: ti fa vedere la società contemporanea nel suo farsi e disfarsi. Ha cominciato presto, all’inizio degli anni Sessanta, scrivendo per riviste americane come Esquire eHarper’s Bazar .

Tra i primi ha avvistato l’essenza dionisiaca del Nuovo Mondo; l’ha fatto descrivendo i ragazzotti che «customizzano» le automobili appiccicando alettoni, togliendo il tetto, colorando con colori fosforescenti. Ha visto il sorgere del barocco moderno che dalle sponde del Pacifico è trasmigrato, nei sessant’anni seguenti, fino alla soglia della Città Proibita a Pechino, a Shanghai, a Hong Kong, e a Dubai. Tutto comincia lì, anche quello che poi abbiamo chiamato, due decenni dopo, postmoderno, società liquida e culto della giovinezza; tutto ha inizio con la torcia della dionisiaca Linea Aereodinamica e gli autentici Geni dell’Adolescenza, l’ultimo dei quali, mago del barocchismo razionalista, Steve Jobs, ci ha appena lasciati.

Al mio venusiano, o marziano che sia, darei subito da leggere il più strabiliante libro degli anni Sessanta, pubblicato nel 1968: The Electric Kool-Aid Acid Test , reportage sulla vita di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo , profeta dell’Lsd e dei rinfreschi elettrici (libro che sarebbe bene ristampare al più presto). Apple con le sue diavolerie sono già lì, almeno in potenza. Gli anni Ottanta e Novanta sono contenuti nei Sessanta. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato (quanto gli deve Arbasino? Molto, credo). Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso.

Per quanto difficile da far capire a un venusiano, o marziano, proverei a spiegargli che cos’è il New Journalism, formula vincente degli ultimi trent’anni, per cui sui giornali, e non solo lì, la parola d’ordine è: raccontare raccontare raccontare. La cosa più difficile da illustrare al mio ospite è il fondamentale conservatorismo di Tom Wolfe. Di più: il suo essere un profondo e totale reazionario. Reazionario ovvero uno che reagisce.

A cosa? Al conformismo dilagante. Solo un anticonformista poteva scoprire in anticipo la comicità orgiastica delle nuove generazioni americane, il loro postmodernismo. Uno dei suoi libretti più pungenti, piccolo capolavoro reazionario, è la messa sotto accusa dell’architettura modernista: From Bauhaus to Our House . L’avessero letto coloro che hanno distrutto il profilo delle nostre città con le loro pestilenziali architetture… Ma forse no, forse non serve. Gli architetti che distruggono non leggono. Regalerò dunque la mia copia al marziano. Buon Capodanno con l’Omino in bianco!

“Così ho visto piangere Einaudi, vi svelo i segreti del grande editore”

dicembre 31, 2011

Cerati: “Timidezza e lacrime ecco il volto segreto di Giulio”.   Il 2 gennaio 2012 si celebra l´anniversario della nascita dell´editore. Così lo ricorda il suo grande collaboratore: “Ci teneva alle vendite altro che ideologia. E l´ho visto piangere quando le cose non andavano bene”. “Vittorini, Carlo Levi e Calvino erano magnifici ‘promotori di libri´. C´era pure Monica Vitti bellissima e spiritosa”. “Come un patriarca voleva che nessuno mai abbandonasse la ‘famiglia´ che lui aveva creato”

Simonetta Fiori per “la Repubblica”

I suoi silenzi sono leggendari, come la divisa che indossa da decenni, pantaloni antracite e polo nera. Conventuale nei modi e nella concezione del lavoro, Roberto Cerati è l´inventore del “pubblico Einaudi”. Un mito per i librai e per le persone che sanno. Cominciò a Milano, nel 1945, per caso. «Accompagnavo Ajmone che doveva mostrare a Einaudi dei lavori di incisione per Lavorare stanca di Pavese. In corridoio Giulio mi disse “Lei che fa?”. “Niente”. “Allora venga qui”». Prima strillone del Politecnico, poi venditore di libri, infine direttore commerciale al fianco del principe Giulio. Un´eminenza grigia, custode dei segreti di via Biancamano, annotati con la sua antica grafia minuta e ordinata. Per più di trent´anni, ogni settimana, ha mandato all´editore le sue note di lavoro, ricevendone indietro appunti scritti a mano. «Conosco così bene Cerati», disse una volta Einaudi, «che anche se sta zitto indovino qual è il suo pensiero». Un matrimonio lungo mezzo secolo, che ora Cerati – attuale presidente dello Struzzo – ci racconta alla sua maniera.
Cent´anni fa nasceva Giulio Einaudi. Con quale stato d´animo s´appresta a festeggiare l´anniversario?
«Spero solo che non abbia toni retorici, Einaudi li detestava. Era una persona di naturale fascino, ma ha offerto di sé troppe immagini che sono diventate stereotipi. Eccentricità, screzi, umori, piccola cronaca. Quello non è Giulio Einaudi, ma solo come appariva a chi gli stava intorno. O meglio una difesa che lui opponeva perché gli altri non entrassero nel suo privato».
Sta dicendo che era un timido?
«Sì, era come mosso da un istinto cautelativo. Non amava manifestare i propri sentimenti, né che alcuno li provocasse. Credo di essere stato tra i pochi che l´ha visto piangere, e non capitava di rado».
In quale occasione?
«Ai funerali di Arnoldo Mondadori, ma finsi di non accorgermene. Così come quando – al principio della crisi della casa editrice – ci trovammo a passeggiare in collina prima di colazione. Si fermò e mi disse: più vendiamo e più perdiamo, non so fino a quando resisteremo. Piangeva, ma era come se mi chiedesse di non vedere».
C´era intimità tra voi.
«Con me si lasciava andare alle emozioni, forse perché mi sforzavo di capire cosa c´era sotto. Einaudi era per la conoscenza indiretta: tu capisci, io capisco, basta così. Entrambi molto schivi».
Fruttero e Lucentini scrissero che gli stavano sinceramente a cuore le sventure degli altri, “sempre che fossero collettive e lontane”. Un ritratto feroce.
«Voleva la distanza tra sé e le cose che più lo toccavano. E come avvertiva venir meno la distanza si turbava».
Era distante anche nei modi?
«Non ti metteva mai una mano sulla spalla, ma se doveva attraversare la strada ti prendeva per il braccio».
Per rassicurare o sentirsi rassicurato?
«Per sentirsi sicuro. Però nell´interlocutore non cercava la sicurezza ma la coscienza del fare. “Provo” è la sola parola che Einaudi amava sentirsi dire. Se esposto un problema, ti avventuravi a dirgli “E adesso cosa devo fare?”, la sua risposta era “Arrangiati”. Ma era un “arrangiarsi” relativo, perché poi lui verificava costantemente quel che facevi. Mi fido, ma controllo».
Concreto.
«Sì, fondamentalmente un contadino. Ma questa dimensione è stata spesso sottovalutata».
Era un borghese, figlio del presidente della Repubblica e d´una aristocratica.
«Era il figlio di suo padre, ma con l´eleganza della madre. Erano persone con un forte senso della concretezza. Anche la libertà vigilata che ci concedeva rientra in questa filosofia. Quando si parlava di un libro, durante le riunioni del mercoledì, lui lasciava che la discussione fosse libera. Io ero stato ammesso, ma a una condizione».
Quale?
«Che rimanessi zitto. “Tu vieni e stai là, ma se ti fanno domande su quanto venderà un libro guardati dal rispondere”. Poi però veniva il seguito».
Il seguito del mitico mercoledì?
«Sì, il più prosaico lunedì. I titoli scelti la settimana precedente venivano sottoposti a un secondo esame a cui erano ammessi Giulio Bollati, Guido Davico Bonino, Daniele Ponchiroli, Oreste Molina e io. Era lì che ogni libro veniva pesato: in quale collana collocarlo, a che prezzo, con quale tiratura. Era un lavoro a cui teneva immensamente, che testimonia la sua natura double-face. Grande liberalità il mercoledì e grande concretezza il lunedì».
Come nasceva il piano editoriale?
«I mesi erano considerati alla stregua di canne d´organo. “Come suonano?”, chiedeva Einaudi. Non aveva il demone della novità a tutti i costi. I suoi libri dovevano “nascere vecchi”, fatti per durare».
È stato accusato di megalomania. Anche di recente Gianarturo Ferrari l´ha definito il “Fitzcarraldo del libro”.
«Non sanno cosa dicono. Il megalomane è ignaro delle conseguenze dei propri gesti, Einaudi dovette rinunciare a libri a cui teneva molto. Rifiutò Nietzsche non per ragioni ideologiche ma perché costava troppo. Lo stesso per l´Epistolario di Saba. Così lo vidi soffrire quando dovette congedarsi dalle Edizioni Scientifiche Einaudi passate a Boringhieri».
Però negli anni Ottanta la casa editrice è andata incontro a un fallimento.
«Le difficoltà sono nate quando il denaro ha cominciato a subire un´impennata. Il costo era arrivato al 18-20 % di interesse. In quei passaggi lo ricordo scostante, ma ne aveva ben motivo».
Molti attribuiscono la crisi alle grandi opere.
«No, non furono quelle. La crisi fu dovuta agli interessi bancari».
Giulio Bollati – lo riferisce Luisa Mangoni – attribuì la crisi non tanto alle grandi opere ma al modo in cui furono attuate e, nel caso dell´Enciclopedia, all´autonomia eccessiva di Ruggiero Romano.
«Ognuno che entrava qui dentro aveva l´ambizione di essere il primo nel cuore dell´editore. Bollati si vide arrivare Romano con l´aura dell´Ècole Normale, di Braudel e tutto il resto. Inevitabile un po´ di gelosia».
Anche tra lei e Bollati ci fu un po´ di maretta.
«Io non ero uno stinco di santo. Volevo vedere le copertine, insomma dire la mia. E come dissi a Einaudi che quella di Ferdydurke, il romanzo di Gombrowicz, era sbagliata, lui che forse la pensava come me trovò il modo di creare uno screzio».
Lo faceva spesso?
«Sì, era una specie di Giamburrasca, gli piaceva farci litigare. Poi chiudeva il teatrino con esibita magnanimità: ma ora basta, andiamo a colazione. E anche a tavola si facevano discorsi di grande importanza».
Con Bollati il rapporto fu molto burrascoso.
«Ebbe sempre un´alta stima della sua direzione editoriale. Il giorno in cui corsero tensioni di dimissioni, Einaudi mi disse: Giulio è fatto come è fatto, ma qui dentro è l´unico che può fare l´editore. Diglielo».
E infatti lui lo fece per conto proprio.
«Sì. Bollati se ne andò, acquisendo il marchio Boringhieri grazie alla sorella Romilda. E Giulio non gliel´ha perdonato. Non voleva perdere quello che aveva creato di buono. Aveva una concezione familista della casa editrice, da grande patriarca. E i patriarchi possono diventare feroci».
Con lei lo è mai stato?
«No, io ho sempre cercato di capire da cosa venivano le sue sferzanti ironie. Certo, non sono mancati momenti di disagio. A cena da “Simone” mi chiese una volta di parlargli di un libro appena uscito, il Capitano Smith di Henriquez. Farfugliai. “Non l´hai letto”, mi liquidò. Mi sarei sprofondato. Era presente Pavese che l´aveva tradotto. Mi alzai ed uscii. Però tempo dopo mi sarei preso una piccola rivincita».
Quale?
«Avevamo pubblicato Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Tiratura 1.500 copie, confidando più negli iscritti all´Anpi che nei librai. Avuta la copia pilota, la lessi nella notte. Il giorno dopo chiesi un´immediata ristampa di 2.000 copie. Mi disse di sì».
Quelli erano gli anni della maggiore vicinanza al Pci. Nel 1953, in morte di Stalin, uscì sul Notiziario Einaudi un articolo celebrativo a firma di Antonio Giolitti. Lei cosa ricorda?
«In casa editrice c´erano molte divisioni. E tra i mugugni di Franco Venturi e l´ortodossia di Giolitti, io ero più vicino a Giolitti, anche se dopo i fatti d´Ungheria il clima cambiò. Einaudi era fondamentalmente un laico liberale, che teneva insieme spezzoni di culture differenti. Non è un caso che, ricevendo a Torino la seconda laurea honoris causa, volle dedicare la prolusione a Gobetti editore».
Ma lei come interpreta il filosovietismo di quegli anni?
«È difficile giudicare quel che accadeva allora. Stalin era quella roba lì, il laudatore dell´uomo semplice (ndr Cerati indica uno scritto di Stalin appeso alla parete della sua stanza, mezzo nascosto da un grande ficus). Certo, poi ci sono state cattiverie grandissime… Però inviterei a cautela chi vuole identificare il crocevia delle idee portate avanti da Einaudi con una dipendenza o un dipartimento di Botteghe Oscure. Posso solo dire che i C. D. S (Centro Diffusione Stampa) delle federazioni del Pci furono negli anni Cinquanta altrettante librerie che visitavo. Era un filone di mercato sensibile ai nostri libri».
Sta dicendo che nel rapporto con il Pci interveniva un elemento mercantile oltre che di condivisione politico-culturale?
«I nostri lettori e gli elettori del Pci spesso coincidevano. E allora le librerie – non diversamente da oggi – erano aperte prevalentemente al libro che si vendeva di più. La nostra penetrazione in libreria fu lunga e possibile solo identificando ovunque il libraio che ti era più congeniale».
Mai avuto problemi?
«”Lei che vuole?”, mi chiese nel ‘47 un libraio di Bergamo. “Vorrei parlare delle novità Einaudi”. “Comunisti, fuori di qui!”. Col tempo arrivò ben altra accoglienza».
Le “settimane Einaudi” erano anche manifestazioni politiche di rilievo. Racconta Einaudi a Severino Cesari che fu lei, Cerati, a ricondurle a una dimensione commerciale.
«Era un momento di grande promozione, generalmente a luglio, per una decina di giorni. Gli autori della Casa facevano visita ai librai delle città. Elio Vittorini al Nord, Carlo Levi al centro, Italo Calvino a Sud fino alla Puglia».
E come se la cavavano da “venditori”?
«Elio solare e potente, Levi un pontefice e Calvino molto conviviale, tanto da superare la sua balbuzie. Qualche volta veniva con noi Monica Vitti, bella e spiritosa».
In casa editrice le donne erano pochissime.
«Natalia, certo. Non dico che fossimo maschilisti, ma forse un po´ sì. Giulio con loro era tra il timido e il provocatorio. Comunque le teneva a distanza».
Si dice che Einaudi fosse di scarsa cultura.
«La cultura di Einaudi era certamente fragile. Iscritto a medicina non arrivò alla laurea, ma il fiuto era grande, e il sapere di ascolto finissimo. Quando l´Università di Trento gli conferì nel 1997 la laurea, ricordo la battuta: oggi mi laureano. Attenzione, non disse: oggi mi laureo. C´era qualcosa di subliminale nella battuta».
Cosa vorrebbe dirgli oggi?
«Mi ha aiutato a crescere, ma lasciando che rimanessi me stesso. La grande difficoltà nei rapporti è la tendenza a divorare l´altro. Tra noi non è accaduto. E non smetto di essergliene grato».

Diritti Globali

Malvagità col mantello della virtù

dicembre 31, 2011

Oddone Camerana per “L’Osservatore Romano

La notorietà di alcuni concetti di Pascal, impressi nella memoria anche dei non studiosi dell’autore dei Pensées, è dovuta alla semplicità e provocatorietà del loro contenuto. Indimenticabile quello relativo alla verità cristiana a favore della quale non si può non scommettere, decisione da cui non si può che trarre vantaggio. Altrettanto memorabile è l’affermazione dell’origine delle disgrazie umane dovute all’incapacità dell’uomo di stare tranquillo nella sua stanza e il detto secondo il quale il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Pensieri tramandati autonomamente per virtù propria, in realtà al centro della grandiosa opera di apologetica del cristianesimo rimasta incompiuta o sopravvissuta nella forma dei frammenti con cui è giunta a noi.

Meno diffuse sono le riflessioni che Pascal dedica al tema dei rapporti tra legge, diritto, giustizia e apparato repressivo necessario a imporre le sentenze dei tribunali. Una minore attenzione a cui rimedia la recente pubblicazione di Pascal, Pensées sur la justice (Paris, Flammarion, 2011, pagine 407, euro 5,50) un dossier sul pensiero politico dell’autore francese.

Ospite di Port Royal, Pascal era stato coinvolto nel giansenismo. Rifacendosi ad Agostino e alla negazione del libero arbitrio, tale corrente aveva dato vita a derive riformiste in virtù delle quali predestinazione e grazia erano viste come interventi divini diretti alla salvezza dell’uomo la cui natura veniva considerata corrotta a causa del peccato originale. Derive risalenti alle tensioni nate intorno alle guerre civili di religione che avevano sconvolto la Francia nel secolo precedente (1562-1598), e riemerse poi nei moti della Fronda che aveva opposto la nobiltà francese guidata dal cardinale de Retz all’autorità centrale rappresentata in quel momento dal Mazzarino.

Per quanto estraneo ai moti suddetti che coinvolsero l’abbazia di Port Royal fino a farne decretare nel 1710 la soppressione fisica, Pascal non aveva rinunciato ad approfondire il tema dell’assolutismo e della legittimazione del potere monarchico. Optando per la necessità pratica di sottomissione, egli era entrato nell’agone del pensiero politico del tempo. Perciò la pubblicazione del libro sul suo pensiero politico si presenta oggi come una buona occasione di rilettura dei Pensées stessi, specialmente in tema di giustizia. La cui istituzione, stante la centralità della corruzione dell’uomo, si riteneva non potesse prescindere dal bisogno di essere anch’essa redenta, in particolare dalla violenza dalla quale dipende l’efficacia della legge. È vero che la giustizia mirava a non essere sommaria come in passato. Ciò detto la sua forza dipendeva ancora dalla violenza. Definita «l’ultima parola sulla vendetta privata», la sanzione giudiziaria restava l’espressione di un sistema che, girando su se stesso, si era reso incapace di espellere la violenza su cui si fondava. Sordo al messaggio di Cristo di cambiare strada e restando fedele al modello rivalitario pena/ricompensa, detto sistema appariva esausto e usciva sconfitto. «Trascendenza giudiziaria», «delega e legittimazione della violenza», erano, e sono in parte ancora oggi, formule che non riescono più a nascondere l’impurità ontologica della loro origine. In proposito Pascal è molto netto. Sarebbe bello, dice, che giustizia e forza stessero insieme in modo che ciò che è giusto sia anche forte e ciò che è forte sia anche giusto. Il fatto è che non potendo fare sì che ciò che è giusto sia forte, succede che ciò che è forte sia giusto. Echi del Summum jus, summum injuria di Cicerone che ribadiscono il concetto per cui là dove la forza della ragione non basta suppliscono le ragioni della forza. In tema di abusi dei tribunali valgano anche le parole di Montaigne, a cui Pascal spesso si rifà: «L’ambizione, la cupidigia, la crudeltà non hanno sufficiente violenza propria e naturale: accendiamole e attizziamole dunque col glorioso pretesto della giustizia e della devozione. Non si può immaginare uno stato di cose peggiore di quello in cui la malvagità diventa legittima e prende con il consenso del magistrato, il mantello della virtù».

In aggiunta alle meditazioni pascaliane di E. Auerbach, L. Goldman, L. Marin, J. Derrida e P.Bourdieu e ai Trois discours sur la conditions des Grands che contengono riflessioni sulle misure mentali da prendersi nei riguardi dell’autorità, verso cui è richiesta se non la stima almeno il rispetto, il dossier di cui si è detto sopra riprende il pensiero di alcuni moralisti classici in materia di giustizia, tra cui quello del già citato Montaigne. La Rochefoucauld, La Fontaine e J.Esprit oltre a essere concordi nel considerare le leggi come rimedi dettati dall’interesse, smascherano l’amore della giustizia facendolo risalire al timore dell’ingiustizia.

Premesso che se la rilettura di Pascal in chiave politica può favorire una visione relativistica là dove egli pone l’origine delle leggi negli usi e costumi, nelle tradizioni, fin anche nel clima — debito che Pascal ha verso Montaigne — è pur vero che egli non viene meno alla convinzione che la grandezza dell’uomo va sempre temperata dalla conoscenza che egli deve avere della sua bassezza. Convinzione riguardante anche la grandezza della giustizia che va temperata dalla consapevolezza del compromesso che la lega alla violenza. Il Giusto non è chi amministra la giustizia ma chi vive in essa. Justus ex fide vivit (Romani,1,17).

Lo scienziato che non brillò per chiarezza

dicembre 31, 2011

Giovanni Cerro per “L’Osservatore Romano”

«Cesare Lombroso non è più tra i viventi, da soli pochi giorni ci ha lasciati il nostro grande amico, ma il movimento da lui impresso al pensiero moderno non cesserà; egli rivivrà in esso e lungamente». Così scriveva, nel 1909, l’antropologo Giuseppe Sergi, in ricordo del maestro scomparso. Non aveva tutti i torti se, a distanza di più di un secolo dalla morte del medico veronese, è ancora viva l’esigenza di confrontarsi con questa eclettica figura di studioso, la cui opera ha dato spesso luogo a controverse interpretazioni, anche da parte dei suoi stessi allievi.

Una conferma del persistente interesse arriva dalla recente pubblicazione del volume che raccoglie gli interventi del convegno a lui dedicato nel 2009 a Torino, Cesare Lombroso. Gli scienziati e la nuova Italia, a cura di Silvano Montaldo (Bologna, il Mulino, 2011, pagine 296, euro 24). Il libro parte dall’analisi della fortuna della criminologia di Lombroso, prosegue con un inquadramento europeo della sua opera, concentrandosi infine sul rapporto tra scienza e politica in Italia.

Nel saggio iniziale, Mary Gibson sostiene che tra le cause del successo del criminologo vi sia anzitutto la determinazione con cui propose nuovi strumenti di difesa sociale (come la categoria del criminale nato) cui ricorsero alla fine dell’Ottocento gli Stati, e in particolare quello italiano, «per identificare i loro nemici», soprattutto briganti, anarchici e «classi pericolose». Fattori decisivi per la fortuna di Lombroso furono, inoltre, la complessità del suo pensiero (ma si tratta di una complessità che spesso sfiora l’incoerenza), nonché il ruolo di maestro che gli fu riconosciuto da diverse generazioni di studiosi, i quali con «zelo missionario» ne diffusero le idee. Alla divulgazione di queste contribuì senza dubbio la sua intensa attività pubblicistica, talvolta criticata per la mancanza di rigore, come dimostra Mauro Forno: la costante presenza su giornali e riviste dell’epoca rivela non solo la «missione civile» di cui Lombroso si sentiva investito al pari di molti altri positivisti, ma anche una tendenza alla spettacolarizzazione, unita alla capacità di saper sfruttare la sensibilità dell’opinione pubblica verso temi allora ritenuti di grande interesse (follia, spiritismo e criminalità, solo per citarne alcuni).

Un particolare caso di ricezione delle dottrine lombrosiane a livello europeo è rappresentato dall’opera di Oskar Panizza, su cui si sofferma Federico La Manna. Il visionario scrittore tedesco, irriverente fustigatore del cattolicesimo, dedicò nel 1891 una conferenza, poi pubblicata, a un tema molto caro a Lombroso, il rapporto tra genialità e pazzia: pur negando l’identità fra i due fenomeni, Panizza individuava alcuni elementi comuni al genio e all’alienato, quali le allucinazioni e i deliri visionari.

Dopo aver conosciuto alterne fortune nel corso del Novecento, i lavori di Lombroso sembrano essere tornati, in modo piuttosto discutibile, al centro della scena se è vero — come afferma Peter Becker — che gli attuali sostenitori delle teorie biologiche sul crimine e la devianza ricorrono strumentalmente alle sue ricerche per conferire maggiore credibilità ai propri studi e legittimare le concrete applicazioni di spiegazioni biologiche del comportamento umano.

Nonostante l’interesse che hanno suscitato e continuano a suscitare, le teorie di Lombroso non brillano certo per chiarezza. Antonello La Vergata si concentra sul complesso concetto di degenerazione, a cui l’antropologo fece ricorso nello studio sia della criminalità sia del fenomeno geniale: anche a causa di una spiccata propensione ad accumulare in modo indiscriminato fatti e prove a sostegno delle proprie tesi, eludendo qualsiasi definizione, l’autore dell’Uomo delinquente contribuì ad aumentare la confusione su questo argomento già di per sé «proteiforme». Tuttavia un dato, secondo La Vergata, sembra emergere: Lombroso non condivide né la condanna della modernità né «le diagnosi pessimistiche» tipiche dei teorici della degenerazione. Benché nei suoi testi non si sia mai espresso a favore dell’eugenetica, è innegabile, come sostiene lo stesso La Vergata, che ci sia serviti della sua opera per sostenere pratiche selettive.

Completano il volume tre interventi dedicati più in generale al panorama scientifico e politico: Paola Govoni esamina il processo di professionalizzazione della figura dello scienziato in Italia e in Gran Bretagna e la diversa considerazione riservata nei due Paesi all’accesso delle donne all’istruzione e alle professioni scientifiche. Il ritardo italiano nella costituzione di una comunità scientifica coesa fu in parte responsabile, secondo Govoni, del mancato ricorso in età liberale a provvedimenti discriminanti verso le donne; nonostante ciò, il pregiudizio sull’inferiorità femminile era molto radicato (non solo Lombroso, ma anche Mantegazza e Sergi lo condivisero). Silvano Montaldo ricostruisce le esperienze politiche di Carlo Cattaneo, Quintino Sella e Paolo Mantegazza, accumunate dall’importanza accordata alla scienza nella costruzione della nazione. Alessandra Ferraresi, infine, studia i rapporti, talvolta di collaborazione talaltra conflittuali, tra il mondo scientifico universitario e quello dell’amministrazione dello Stato.

Chiude la raccolta una tavola rotonda animata, tra gli altri, da Daniel Pick e Patrizia Guarnieri: i partecipanti si concentrano sull’attenzione riservata dal medico veronese e dalla scienza ottocentesca ai diritti degli individui e fanno il punto sugli studi dedicati a Lombroso. Un personaggio che, nel bene o nel male, continuerà ancora a far parlare di sé.

Volponi corsaro e i tiranni del Palazzo

dicembre 31, 2011

Nel suo romanzo incompiuto l’ombra del potere deviato. Da Bava Beccaris alla P2

Corrado Stajano per “Il Corriere della Sera

Si sapeva che Paolo Volponi aveva scritto, nei suoi anni di senatore della Repubblica, un abbozzo di romanzo rimasto incompiuto, Il Senatore Segreto, ritrovato in una cassapanca della sua casa di Urbino: vede ora la luce in un libro con la sua firma, Parlamenti (Ediesse edizioni), a cura di Emanuele Zinato, il maggior studioso dello scrittore. Ha la forma di un romanzo epistolare, cinque lunghe lettere scritte al senatore Edoardo Perna, un politico professionale dell’area riformista del Pci, più volte parlamentare, con importanti incarichi di partito, che Volponi scelse probabilmente come interlocutore per la legge degli opposti. Perna (1918-1988), prudente, cortese, senza mai una parola di troppo, moderato; lui eternamente ribelle, inquieto, il cuore infuocato, come i suoi scritti, spesso esplodenti, come quel che diceva lasciando sempre il segno con la sua voce baritonale.

Le lettere diParlamenti, scritte tra il 1985 e il 1986, sembrano una sorta di prova generale, nel contenuto e nello stile, del gran romanzo Le mosche del capitale, che uscì da Einaudi nel 1989. In quel libro le vittime sacrificali sono gli industriali che hanno tradito la fabbrica diventando finanzieri, preoccupati soltanto dei profitti, dimentichi della grande lezione civile e culturale di Adriano Olivetti, «maestro dell’industria mondiale» come Volponi ha scritto dedicandogli quel libro; in Parlamenti le vittime sono i non pochi senatori che dall’Unità a oggi sono stati il simbolo di quanto è stato fatto, non fatto o malfatto umiliando i molti italiani poveri e intelligenti, con una cultura naturale, perennemente esclusi, quelli che hanno sofferto le guerre, il malgoverno, le decisioni dissennate, l’ingiustizia.

Parlamenti contiene, in coda a Il Senatore Segreto, anche un’antologia dei discorsi parlamentari di Volponi, di grande forza civile, di suggestione profonda, pronunciati spesso a braccio, con un uso sapiente delle parole e della lingua italiana. Anch’essi brandelli di alta letteratura. In nulla simili, nella forma e nella sostanza, ai discorsi di non pochi senatori che ritengono la lungaggine sinonimo di autorevolezza. Secondo il costume del Politburo sovietico di una volta.

Tra gli interventi di Volponi: il discorso del 17 marzo 1984 contro il decreto di «San Valentino» con cui il governo presieduto da Bettino Craxi cancellava la scala mobile e dava l’avvio a una politica che aveva perduto ogni segno delle radici socialiste, «un decreto autoritario»; il discorso sull’intervento straordinario del Mezzogiorno del 6 novembre 1984: «Ho sentito qui un uomo intelligente e colto come il senatore Malagodi rifarsi a padri quali Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II. Ora quei padri dobbiamo dimenticarli, dobbiamo smentirli. Quelli non furono i nostri padri: furono i seduttori di nostra madre e l’abbandonarono malamente e povera al margine delle loro strade, la buttarono fuori dalle loro carrozze e dai loro letti».

Volponi era un impasto di furia, di dolcezza, di fantasia, di realismo, di fede nella democrazia e nelle cose possibili. Massimo Raffaeli, che ha curato la silloge dei discorsi, ha scritto come tocca il cuore il gesto estremo d’amore di Volponi: la «Proposta di legge per Urbino», utopia della Polis umanistica e del lavoro liberato dalla sua soggezione atavica.

Al Senato dal 1983 al 1992, eletto come indipendente nelle liste del Pci, alla Camera come deputato di Rifondazione comunista, dall’aprile 1992 al febbraio 1993 quando si dimise (morirà il 23 agosto 1994), Volponi ha vissuto a Palazzo Madama anni non sereni.

Il suo Il Senatore Segreto, senatore invisibile, non è soltanto il gioco visionario di uno dei più grandi scrittori del Novecento; una satira nutrita di disincanto, di passione tradita e di fede non consunta. Non è di certo un avallo a quell’antipolitica su cui oggi soffiano i partiti dell’eversione. È il contrario, piuttosto, il sogno di una politica seria da fare nel nome della comunità, diversa dai comportamenti di quei senatori che Volponi vede manovrare cincischiando in aula, nella sala Garibaldi, nella sala con gli affreschi ottocenteschi di Cicerone, Catilina e Attilio Regolo, nei corridoi con le passatoie rosse e i busti dei padri della patria e, raramente, nella splendida biblioteca.

Chi è e che cosa rappresenta il senatore segreto? Dove si nasconde a Palazzo Madama? Negli anditi bui, dove, alla fine del Cinquecento, viveva il Caravaggio, altro sovversivo d’epoca, ospite del cardinal del Monte; nello stanzone dei «cassettini», dove i commessi distribuiscono la posta ai senatori; nella torretta; nella sala delle firme; nella sala rossa? Il cacciatore (Volponi) indaga, raccoglie prove e indizi, medita vendette, ma la sua ricerca non è, come può sembrare, una detective story.

«Chissà quanti malvagi senatori – scrive – hanno condotto giù per questi scalini (dell’aula del Senato, ndr i loro cattivi pensieri e le loro scorregge infettive. Davvero, uno di quelli può essere rimasto nascosto qui dentro. Viene fuori solo nei giorni dei voti decisivi, quando può mischiarsi tra i folti gruppi di quelli che stanno comunque dalla parte del potere».

Il senatore segreto è l’uomo delle eterne maggioranze, ha l’età dell’Italia unita, da Bava Beccaris alla P2, ne ha fatte, sempre impunito, di cotte e di crude, è un simbolo delle iniquità che hanno ferito il Paese. Era nell’aula, scrive Volponi, a ciarlare sulla sanità delle cannonate, era presente, vestito in modo assai stravagante, a giurare fedeltà al fascismo. Dove si sarà nascosto, invece, ai tempi alti della Costituzione? Sarà stato ben presente, al contrario, negli anni più foschi della prima Repubblica, quelli delle stragi di Stato, degli assassinii di tanti uomini degni. «Questo erede di Leopardi trapiantato nell’Italia del Caf», (Craxi, Andreotti, Forlani), commenta Emanuele Zinato nella prefazione del libro.

Da queste pagine saltano fuori tutte le predilezioni, gli amori e gli umori dello scrittore, la pittura – ha donato la sua importante collezione di fondi oro trecenteschi e di tele secentesche al museo del Palazzo Ducale di Urbino, la città natale -; il gioco del calcio – era un tifoso del Bologna -; le belle donne.

Il Senatore Segreto si inserisce a buon diritto tra le opere di Paolo Volponi. La sua vita è parallela ai suoi libri. Dai tempi dell’amata Olivetti di Adriano a cui fu sempre fedele, dopo aver lavorato anni nell’azienda di Ivrea come direttore dei Servizi sociali e poi capo del personale, alla Fiat dove fu consulente e poi segretario generale della Fondazione Agnelli, costretto a dimettersi nel 1975 a causa della sua dichiarazione di voto per il Pci alle elezioni di quell’anno. Lo scrittore credeva nel profondo in una nuova cultura industriale di cui aveva competenza. Ma non fu solo il romanziere dell’industria di cui aveva scritto nel suo Memoriale, la storia di un operaio psicotico, Albino Saluggia. È stato uno scrittore appassionato dell’intero mondo, dei drammi, delle speranze fallite dell’uomo: La macchina mondialeCorporaleIl sipario ducaleLa strada per Roma. Quando uscì Le mosche del capitale, che raffigurava con uno stile grottesco, ma anche profetico, i mondi padronali – Donna Fulgenzia era l’immagine di Gianni Agnelli, Nasàpeti era Bruno Visentini, il dottor Astolfo, Umberto Agnelli – Volponi fu aggredito – «Un velleitario censore del potere», «Alta finanza basse speculazioni» – da certi critici di famiglia, attacchi personali, non letterari, contro chi, era l’accusa, aveva tradito i principi e i principii del gran capitale.

Il mio è un romanzo, rispose soltanto. Libertà di critica, ma anche libertà di espressione. «Povero me – scrisse allora dedicando il libro a un amico – che ancora credo nell’onestà della letteratura».

Torna di Moda l’Alveare di Mandeville. La Crisi si Supera solo con le Passioni

dicembre 31, 2011

Giuseppe Bedeschi per “Il Corriere della Sera”

Torna di moda la grande metafora delineata da Bernard de Mandeville nella Favola delle api (1714) a proposito del funzionamento della società, che fece inorridire filosofi e moralisti (Hutcheson, Berkeley, Rousseau, ecc.). Infatti il medico olandese aveva sostenuto nel suo poemetto che le grandi società non si fondano sulla probità e sulla virtù, bensì sulle passioni e sui vizi degli uomini. Così avveniva nel grande alveare da lui rappresentato, in cui l’industria e il commercio prosperavano perché alimentati dall’egoismo, dalla superbia, dalla ricerca del lusso, e in generale dalle passioni delle innumerevoli api. Le quali, del tutto ignare dei veri motivi della loro prosperità, a un certo punto pregarono gli dei di liberarle dai loro vizi. Gli dei le accontentarono, ma, insieme ai vizi delle api, scomparve anche il loro benessere, e il grande alveare divenne un piccolo alveare, in cui si viveva una vita virtuosa sì, ma assai povera, di pura sussistenza. La morale della favola, ricordata ieri da Samuel Brittan sul Financial Times, era che bisognava essere consapevoli che i public benefits derivano sempre dai private vices. Scriveva infatti Mandeville: «Cessate dunque di lamentarvi: soltanto i pazzi si sforzano di far diventare onesto un grande alveare».
La grande metafora di Mandeville appariva provocatoria e cinica. Ma Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, esprimerà concetti non troppo dissimili quando scriverà che «l’uomo ha un bisogno quasi costante dell’aiuto dei suoi simili, ma non può aspettarselo soltanto dalla loro benevolenza», e che potrà conseguirlo più probabilmente se riuscirà a volgere il loro egoismo a suo favore, e se riuscirà a mostrare che per loro è vantaggioso ciò che egli richiede. «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio — dirà Smith — che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità».
In tempi a noi più vicini il grande pensatore liberale Friedrich von Hayek riprenderà l’ispirazione di Mandeville (e di Smith) per ribadire la propria idea centrale: che nessun individuo e nessun gruppo di individui può pianificare la società, la quale risulta dalle infinite azioni di un numero elevatissimo di persone. Il risultato di tutto ciò sarà soddisfacente (e anche molto soddisfacente) solo se ognuno potrà perseguire, nel modo che ritiene migliore (cioè secondo le proprie idee ma anche secondo le proprie passioni) il proprio vantaggio.

Diritti Globali

Superstizioni dell’età moderna

dicembre 31, 2011

Legati per lo più ai conflitti di religione e alla frammentazione del potere politico, i processi per stregoneria, rari nel Medioevo, si moltiplicarono tra XVI e XVII secolo. «Prima di Dracula» di Tommaso Braccini e «L’ultima strega» di Thomas Robisheaux

Marina Montesano per “Il Manifesto”

La storia della stregoneria e della caccia alle streghe affascina e attrae numerosi lettori in Italia, pur non essendo molto praticata a livello scientifico nel nostro paese: nel mondo tedesco come in quello anglosassone le cose vanno diversamente e l’aggiornamento storiografico appare più avanzato. Da noi, per esempio, continua a circolare l’idea che la stregoneria sia un fenomeno scaturito dall’ignoranza dell’oscuro medioevo e non, com’è più corretto, dalla piena età moderna. Lo si evince anche dalla presentazione proposta per due opere recenti che pure presentano spunti di notevole interesse.
«Mentre in Occidente fiorivano Umanesimo e Rinascimento, nei Balcani e nei territori dell’Impero bizantino ormai al tramonto si diffondeva il timore dei morti che uscivano dai sepolcri per perseguitare i vivi»: così comincia la quarta di copertina di Prima di Dracula. Archeologia del vampiro di Tommaso Braccini (Il Mulino 2011, pp. 270, euro 18). «Un ricco affresco di microstoria, che illustra le contraddizioni tra il sorgere del pensiero moderno e le superstizioni medievali», commenta invece il «New Yorker» a proposito del libro dello statunitense Thomas Willard Robisheaux, ora tradotto in italiano con il titolo L’ultima strega (Bruno Mondadori 2011, pp. 346, euro 28).
Difficile pensare ad affermazioni più fuorvianti: proprio durante il fiorire del Rinascimento si elaborarono idee e strumenti atti a perseguire le streghe, e fu in piena età moderna che si registrarono in Europa le condanne più gravi e numerose; mentre intellettuali di prestigio, come il teorico dello stato assoluto Jean Bodin, scrivevano opere a sostegno della teologia «moderna» in tema di stregoneria: quella cioè nella quale si affermava la realtà del volo magico e del Sabba, dove invece la teologia medievale si era sempre mostrata estremamente scettica e prudente.
Uno sviluppo in tre fasi
In linea generale, per la caccia alle streghe si può schematicamente delineare uno sviluppo in tre fasi differenti: un diffondersi sporadico di processi e condanne capitali che terminò intorno al 1550-1560; un incremento notevole tra quest’epoca e il 1660, fase che costituì l’apice della caccia in Europa; dopo questa data e fino alla metà del XVIII secolo si ebbe una diminuzione generalizzata dei processi, ma anche il loro arrivo in aree precedentemente risparmiate. Se è ovviamente impossibile una stima precisa del numero di vittime in Europa, ormai la storiografia è in grado di proporre dati probabili: nell’intero periodo tra metà Quattrocento e metà Settecento le condanne alla pena capitale oscillano tra le 40mila e le 60mila, nonostante la pubblicistica in materia dia spesso cifre palesemente assurde, che arrivano addirittura a parlare di milioni di vittime.
Lo studio di Robisheaux prende in considerazione la regione del Langenburg e propone un’analisi dettagliata, condotta alla luce della ricca documentazione processuale, dell’ultimo processo celebratovi e terminato nel 1672 con due condanne al rogo. Siamo dunque all’inizio della fase calante, ma in un’area, quella tedesca del Sacro Romano Impero, comprendente territori cattolici quanto protestanti, in cui la caccia alle streghe mieté il numero maggiore di vittime. È una disparità che colpiva anche i contemporanei, se il gesuita Friedrich Spee poteva scrivere, nella serrata critica alle modalità dei processi tedeschi espressa nella Cautio criminalis del 1631, che la Germania sembrava essere «tot sagarum mater»: «madre di così tante streghe». Circa la metà delle condanne capitali europee furono comminate in Germania.
Sono soprattutto due i fattori che pesarono maggiormente sulla storia della stregoneria nella Germania del Sacro Romano Impero: la Riforma – con il conseguente conflitto tra cattolici e protestanti – e l’estrema frammentazione del potere politico. Entrambe queste situazioni, seppur in modo diverso, finirono per incrementare e aggravare il fenomeno. Lutero e Calvino non sembrano aver dato molto peso alla stregoneria e nessuno dei due riformatori elaborò una forma di demonologia innovativa, ma il Diavolo esercitava a loro avviso un potere reale nel mondo; i riformatori facevano dunque dell’impegno contro Satana quasi un’ossessione.
È indubbio che, essendo le streghe emissarie del diavolo e complici nei suoi misfatti, nel mondo riformato si ponevano le premesse per una «caccia» intensa e determinata. Inoltre la frequente compresenza in molte aree di gruppi cattolici e riformati creava gravi situazioni di tensione, e l’accusa di stregoneria poteva esser la conseguenza – cosciente o meno – di tali situazioni, spingendo membri di una comunità a scagliare accuse contro gli esponenti dell’altra.
L’influenza del clima
Tuttavia, non è il caso di stabilire un nesso troppo rigido tra l’affermarsi della Riforma, con i conseguenti conflitti, e l’incremento della caccia alle streghe. Per esempio, nella Germania meridionale cattolica il fenomeno fu più intenso rispetto all’area settentrionale protestante; bisogna quindi considerare il secondo fattore, e cioè l’estrema frammentazione politico-amministrativa, per l’appunto più presente a Sud che a Nord.
La scarsa concentrazione del potere ne causava la debolezza, e questo faceva sì che ogni città potesse comportarsi verso il problema con un certo grado di autonomia, e soprattutto con la quasi assoluta certezza di non dover poi render conto del proprio operato, dando luogo ad abusi e all’uso di procedure di coercizione e di tortura sovente smodate, tali da non consentire altro se non confessioni e denunce a catena. Inoltre, un incremento dei processi si avverte in occasione di peggioramenti climatici e cattivi raccolti o carestie come quelli della cosiddetta «piccola era glaciale» del Seicento: per esempio in molte aree in cui la viticultura era un elemento importante per l’economia, ma era allo stesso tempo praticata in condizioni di difficoltà climatica, grandinate e gelate improvvise portavano alla ricerca di capri espiatori, e streghe e stregoni accusati di magia tempestaria ne facevano le spese.
Il caso studiato da Robisheaux presenta molte di queste caratteristiche standard: la crisi economica che colpiva l’area, un uso della coercizione fisica molto pesante, la marginalità dell’imputata emergono quali fattori essenziali per comprendere come si potesse passare da un’accusa iniziale di avvelenamento alla costruzione di un’accusa di stregoneria con il suo corollario di patti con Satana e di volo magico.
Il paragone tra la Germania e la Spagna è istruttivo: nella penisola iberica, vittima di una secolare «leggenda nera», si ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale; i tribunali erano infatti restii a comminare la pena capitale, preferendo generalmente condanne più blande. Inoltre, le accuse erano più simili a quelle tradizionali di magia, piuttosto che di stregoneria per così dire «moderna», cioè corredata di patti e omaggi demoniaci, volo magico, infanticidi e via dicendo.
Nel 1526 un concilio svoltosi a Granada dichiarò impossibile il volo magico e affermò che secondo la maggior parte dei giuristi le streghe non esistono. Quando a Barcellona, nel 1549, l’inquisizione locale e le autorità civili condannarono al rogo alcune streghe, la Suprema (ossia il supremo concilio dell’Inquisizione, che dipendeva dalla Corona) reagì punendo i giudici. La Catalogna, tuttavia, in diversi periodi mostrò un’attitudine indipendente e pronunciò condanne alla pena capitale: una recrudescenza si ebbe tra 1618 e 1622, in concomitanza con una sequenza di cattivi raccolti. Quante furono le streghe condannate a morte in Spagna? Non è possibile una stima complessiva; più di cento in Catalogna nei soli anni 1610-1625, ma venti-trenta sotto l’Inquisizione negli oltre cento tra 1498 e 1610. In totale le condanne a morte dovrebbero aggirarsi intorno alle 300.
Linciaggi e ordalie
La presenza di un’autorità centralizzata e in grado di incidere sulle realtà locali sembra essere stata spesso, come si è detto, il deterrente al proliferare di persecuzioni antistregoniche. Tribunali e comunità locali chiedevano sovente a gran voce la messa a morte di streghe e stregoni, e quando l’autorità si mostrava tenera, succedeva che provvedessero da soli.
In Danimarca, dopo un periodo di tumulti politici e di guerre civili, a partire dal 1540 diversi testimoni danno notizia di violente persecuzioni organizzate dai contadini, impegnati a cacciare le streghe «come se fossero lupi», secondo le parole di un consigliere del sovrano; nello Jutland, nel solo anno 1543, i contadini linciarono 52 donne per la stessa ragione; tre anni dopo, in seguito ad altri casi, il sovrano decise di intervenire per porre fine alla mattanza. Quando il Parlamento di Parigi rifiutava di approvare le condanne a morte, capitava che nelle campagne i linciaggi ponessero fine al dibattito. Nell’Olanda che dal 1608 non celebrava più processi per stregoneria, linciaggi di streghe sono segnalati persino nelle città. Nell’Ungheria sotto il dominio ottomano, che non prevedeva processi per stregoneria, i linciaggi ovviavano al problema. Senza contare che alcune pratiche come l’ordalia, comune in diverse regioni europee, che consisteva nell’immergere le presunte streghe nell’acqua (se colpevoli, l’elemento le avrebbe rifiutate, se innocenti sarebbero rimaste sott’acqua), erano generalmente ritenute illegali dalle autorità, ma attestate a livello popolare.
Sete di sangue
Le credenze popolari hanno dunque avuto un ruolo importante, non solo per quanto concerne le persecuzioni, ma anche perché ad esse ci si deve volgere per comprendere alcune fra le tradizioni che tra tardo medioevo ed età moderna confluirono nell’elaborazione del fenomeno stregonico. È a queste che guarda Prima di Dracula di Tommaso Braccini: più che di una Archeologia del vampiro, però, si tratta di un ricco assemblaggio di notizie inerenti un tema molto più ampio, quello dei revenants, ossia dei non-morti, che si intreccia spesso con la questione stregonica.
C’è infatti un curioso errore di logica nel chiamare «vampiri» tutte queste creature, dal momento che, come lo stesso Braccini nota, a esse manca la caratteristica fondamentale del vampiro «letterario»: l’ematofagia, che deriva proprio da una commistione con le tradizioni stregoniche, nelle quali il dissanguamento delle vittime e in particolar modo dei bambini era invece tratto comune. Ulteriore conferma di quanto il tema della stregoneria sia stato importante nell’immaginario e nella storia europei.

Diritti Globali

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dicembre 29, 2011

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Le verità taciute dell’arte

dicembre 28, 2011

Sotto forma di racconto epistolare, all’ombra di Pascal, un teatro allegorico di conflitti e ferite

Stefano Colangelo per “Il Manifesto”

Uno prende un grappolo di domande fondamentali – la qualità dell’arte: che cosa sia, dove stia, e se ci sia, proprio, alla fine dei conti – e senza avvedersene è già un condannato. Perché: o liquida la questione, ammettendo che un’opera d’arte viva della propria forma, cioè di quella specificità, di quella prossimità che può renderla con-forme, appunto, a ciò che da essa ci si aspetta; oppure, guai a lui, riconosce nell’opera il salto, l’ammanco, il numero segreto, il conto che non torna, e si ritrova lui stesso – se ci si passa l’espressione – dall’altra parte del punto interrogativo: discusso, confutato punto dopo punto, giansenista, eretico.
L’arte è lo sbaglio, il seme dell’errore, il fuori-tempo raccattato per via dall’essere umano, senza che nessun’altra forma vivente se ne sia mai accorta. Tutto ciò raccontano Le piccole provinciali di M. de P. di Fabio Mauri (1926-2009), che la casa editrice genovese Il Canneto ha di recente mandato in libreria (pp. 108, euro 12). Cominciate a metà degli anni Cinquanta sotto forma di riflessione scientifica, sono poi diventate un piccolo romanzo epistolare che rifà il verso alle Lettere provinciali di Pascal: il cerimonioso, l’inattuale, già maître-à-penser, e forse à-survivre, di Leopardi, e poi di Ungaretti.
L’opera d’arte non dice nulla di sé, ma tutto di chi la osserva. Per molti anni Mauri ci ha giocato, muovendo e studiando le mosse, guardando l’avversaria e facendo in modo di non farsi decifrare. E queste Piccole provinciali – a mo’ di racconto epistolare, ma anche di esercizio platonico – parlano dello spazio che può ritagliarsi, tra le infinite ragioni di esistere, la necessità dell’arte. Narrano cioè la schermaglia, le ferite, gli intoppi di chi la fa e di chi la subisce, l’arte, come un insieme straordinariamente complesso di differenti qualità. Uno legge e si ritrova alla metà del Seicento, davanti a uno scrittoio, nelle stazioni di posta e nei parquets di biblioteca.
A un certo punto, poco prima della metà del libro, tutto comincia a muoversi convulsamente: i punti di vista rimbalzano e si assottigliano, e un meccanismo di narrazione si impadronisce della trama epistolare, finché Monsieur de P. – di fronte a un emiciclo di legno, pieno di tarme che rodono e di gesuiti che ringhiano, pronti a scagliarsi contro di lui – reagisce a colpi di dubbio e di anacronismo, guardando alle qualità dell’arte come si guarda a quelle della verità.
E proprio la verità, nel suo pensiero, non è altro che l’errore: errore di calcolo, imprevisto, risultato non postulabile. Verità e arte stanno dove non dovrebbero: fanno il salto, al contrario della storia, anche se è paradossalmente la storia – anzi la memoria, il termine più caro a Mauri – a ricomporle. Chi le cerca deve caricarsi mano a mano di un bagaglio di elementi sempre più incoerenti tra loro: gli serve il sapere di tutto un tempo ancora di là da venire.
Come aveva scritto Mauri nel 1988, citando Primo Conti, la memoria ricorda anche ciò che non sa. Di lì le sue installazioni, le forme visuali: proiezioni luminose sul proprio volto (ce n’è una, celebre, in cui si legge entartet, degenerato) o sul corpo altrui (Intellettuale, ad esempio, che proiettava sul torace di Pier Paolo Pasolini Il vangelo secondo Matteo). Di lì, insomma, il riproiettarsi della memoria per mezzo della luce, dove non potevano più essere distinguibili il processo del dare forma e quello del venire formati: la sovrapposizione, cioè, tra l’immagine dell’arte e quella del dover vivere, tra l’estetica e l’etica. Le piccole provinciali trascrivono in parole quella luce, così amorevolmente veicolata e proiettata. Non c’è un corpo a raccoglierla, ma una mente: anzi, un teatro allegorico di conflitto, di lotta per la sopravvivenza, di schermaglia, nel quale infine Monsieur de P. crolla, sotto i colpi di chi ha paura dell’arte come della verità.
Con Monsieur de P. finisce Port Royal, il giardino della felicità mentale. Appena una pagina dopo, forse, le sue ossessioni – l’arte e la verità – sarebbero diventate numeri, e una formula: per ora, invece, le si può ascoltare nel suono delle tarme, che rodono ingorde gli scranni dei gesuiti. Quelle stanno lì, nelle nervature della storia, e non le ferma nessuno.

Diritti Globali

Zweig, il nostalgico rivoluzionario

dicembre 28, 2011

Francesco Perfetti per “il Giornale

Era una festosa giornata di carnevale quella del 23 febbraio 1942, quando in una casa di Petropolis, la «città imperiale del Brasile», furono rinvenuti i corpi di Stefan Zweig e della sua seconda moglie, Lotte Altmann. Lo scrittore austriaco e la compagna si erano avvelenati la sera precedente e avevano probabilmente atteso la morte abbracciati nel letto, lui vestito di tutto punto come se dovesse uscire o andare a una festa e lei in vestaglia da camera. Così li avrebbero trovati i poliziotti. La stanza era pulita, ordinata meticolosamente. Sullo scrittoio c’era un foglio di carta, datato 22 febbraio. Zweig vi aveva scritto che, «prima di abbandonare la vita», desiderava ringraziare il «meraviglioso» Brasile che lo aveva accolto e gli aveva dato il gusto di ricostruirsi una nuova esistenza dopo la fine del suo «mondo» e mentre l’Europa, sua «patria spirituale», stava autodistruggendosi. Erano parole inequivocabili.
Zweig, allora uno degli intellettuali più famosi nel mondo, era giunto in Brasile, sessantenne (era nato il 28 ottobre 1881), pochi mesi prima, e lì aveva scritto un ultimo racconto, La novella degli scacchi, romanzo breve simbolicamente allusivo al dramma che stava travolgendo la società europea. Il suicidio fece scalpore. Circolarono voci sul fatto che, in realtà, Zweig sarebbe stato assassinato, forse dai servizi segreti del nazismo, che ne aveva fatto bruciare in piazza le opere e che lo considerava «l’intellettuale ebreo più pericoloso». A suffragarle c’erano alcuni elementi, che potevano dare adito a letture complottiste. Nei giorni precedenti il suicidio, per esempio, Zweig aveva ricevuto lettere anonime di minaccia. Poi, non era stata fatta nessuna autopsia dei cadaveri per esplicita richiesta delle autorità governative. Ancora, era stato diffuso l’ultimo foglio dello scrittore mutilo di una frase nella quale egli esplicitava la fede antinazista auspicando che tutti potessero vedere una nuova «alba dopo questa lunga notte». Infine, erano state pubblicate le foto dei corpi dei coniugi, all’apparenza manipolate. Dubbi e congetture, spesso fondati su labili indizi e coincidenze, che hanno fatto galoppare la fantasia soprattutto al di là dell’oceano. Il punto su tutto ciò è fatto in un bel libro, attento ed equilibrato, di Dominique Frischer, Stefan Zweig. Autopsie d’un suicide (Écriture, pagg. 338, euro 21), che analizza letteratura e testimonianze sul tema.
La verità è che, probabilmente, al suicidio, come testimonianza della disperazione per la fine di un mondo di certezze e solidità, Zweig aveva pensato almeno da quando si era messo a scrivere le memorie, quel delizioso affresco della finis Austriae intitolato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo. Ci sono frasi che, nostalgia a parte, danno il senso della drammaticità della sua esistenza, Eccone una: «Ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero». In un’altra pagina, poi, egli richiama il suo destino di «senzapatria» sempre alla ricerca di una «nuova libertà».
La vita di Zweig – ricostruita nella densa biografia di Serge Nemetz, Stefan Zweig. Le voyageur et ses mondes (Belfond, pagg. 600, euro 23) – si dipanò all’insegna di un’inquietudine esistenziale ritmata, per un verso, dai molti viaggi nell’amata e rimpianta Europa e, per altro verso, dal destino di esule, costretto a emigrare, dopo l’avvento dei nazisti al potere. Attraverso i contatti con le maggiori personalità della cultura del tempo, Zweig aveva interiorizzato quello «spirito europeo» che si traduceva in un cosmopolitismo «erasmiano». La struggente nostalgia per l’impero asburgico nasceva dal carattere multietnico, cosmopolita ed europeo della grande costruzione imperiale.
Scrittore versatile e popolarissimo, Zweig fu autore di saggi, biografie, racconti nei quali lo studio della psicologia dei protagonisti si sposa col gusto per una narrazione intimistica e per l’eleganza stilistica e formale.

La prolificità letteraria di Zweig e il nostalgico richiamo al «mondo di ieri» hanno spinto i critici à la page a cercare di liquidarlo, sotto il profilo artistico e umano, in nome del progressismo. Così, per esempio, Claudio Magris ne ha parlato come di «un umanista in ritardo», esponente del «vago cosmopolitismo umanitaristico sorto nella civiltà asburgica». Ma è un giudizio, oltre che ingeneroso, sbagliato. E i libri di Zweig, ancora godibili, sono lì a dimostrarlo.

E l’ateniese Isocrate plaudì al re macedone

dicembre 28, 2011

Paolo Mieli per “Il Corriere della Sera

Isocrate nacque ad Atene (436 a.C.) nell’epoca d’oro della città, il V secolo della democrazia, di Pericle, della costruzione del Partenone. Aveva cinque anni Isocrate quando, con l’invasione spartana dell’Attica (431), iniziò la guerra del Peloponneso; ne aveva 32 nel momento in cui la città fu sconfitta (404) e fu instaurato il cosiddetto governo dei Trenta Tiranni. Visse, Isocrate, 98 anni, fino al 338, allorché la sconfitta di Atene nella battaglia di Cheronea segnò la definitiva affermazione della dinastia macedone: dapprima Filippo II e, dopo il suo assassinio (336), Alessandro Magno, quell’Alessandro che diede alla Grecia il più grande impero che si sia visto nel mondo antico. È quasi incredibile che un uomo abbia vissuto per un periodo così esteso, lungo l’intero arco di quella che i manuali di storia liquidano più o meno sbrigativamente come la «transizione» dall’età di Pericle a quella di Alessandro. Ed è sicuramente per questo motivo che a Isocrate è dedicato il capitolo introduttivo del libro di Michael Scott, Dalla democrazia ai re. La caduta di Atene e il trionfo di Alessandro Magno, che l’editore Laterza si accinge a dare alle stampe.

Quando aveva cinquant’anni, Isocrate, che pure non occupò mai una posizione ufficiale, aprì ad Atene una scuola con cui influenzò il pensiero di un’intera generazione di uomini politici di primo piano. Ai quali indirizzò dei piccoli trattati che furono presi in grande considerazione. I primi di questi «opuscoli» riproponevano i modelli dell’Atene del V secolo. L’ultimo, una lettera aperta a Filippo il macedone scritta poco tempo prima di morire, auspicava che fosse quel re a realizzare le idee che Isocrate aveva «da giovane». Idee che, a suo avviso, in parte vedeva come già realizzate. Con il che, scrive Scott, venivano a congiungersi, lungo l’arco della vita di Isocrate, «i due estremi della politica, la democrazia e la monarchia assoluta, le società e i mondi diametralmente opposti definiti da quei due estremi». Ma furono davvero due estremi?

È su questo che si interroga Michael Scott. Gli studiosi del mondo antico «hanno rivolto con entusiasmo l’attenzione alla democrazia ateniese per poi saltare a piè pari ad Alessandro Magno, senza comprendere in qual modo si sia verificato il passaggio da una situazione all’altra». Anche quando «hanno preso in considerazione il periodo intermedio, lo hanno spesso bollato come una lunga stagione di decadenza e di declino, seguita ai giorni di gloria del secolo precedente». Ma, se la si studia a fondo, la storia del declino e della decadenza non sta in piedi. E questo ci induce a ritenere «che capire questo drammatico periodo di transizione potrebbe essere essenziale per una migliore comprensione del mondo antico nel suo complesso». Solo del mondo antico? No. Anche di quello attuale.

Secondo l’autore «ci troviamo oggi nel momento più adatto per portare all’attenzione universale questo periodo di turbolenta transizione» È una storia «di trasformazioni mondiali, di disordini politici ed economici (anche nell’antica Grecia vi fu un momento in cui furono sospesi i prestiti), di democrazie schiacciate e risorte, di antiche e nuove democrazie sull’orlo di ambizioni imperialiste, di imperi vacillanti e di Stati arretrati che balzano alla ribalta e diventano d’un tratto le più forti potenze del mondo antico». Si intravede, nell’arco di tempo vissuto da Isocrate, «la storia di una lotta disperata e sostanzialmente folle per conservare lo status quo; e del trionfo di nuove strategie rispetto a tattiche paralizzanti». «Credo», afferma Scott, «che ben pochi mancheranno di riconoscere in tutto questo qualcosa che li riguarda e investe il mondo in cui viviamo; se è vero che la storia può fornirci una mappa del nostro passato, uno specchio del presente e forse anche fungere da guida all’azione futura, la storia del passaggio “dalla democrazia ai re” è la più adatta a svolgere queste funzioni nel tempo attuale». In che senso? La ragione principale per la quale dovremmo interessarci di questo particolare periodo della storia greca è che, «ci piaccia o no, gran parte del mondo attuale è strettamente legato alle storie, ai valori e ai modelli della Grecia antica».

Certo, dobbiamo essere consapevoli dell’abissale differenza che divide il mondo antico da quello di oggi. Allo stesso tempo, tuttavia, «non possiamo ignorare quanto poco le cose siano mutate, come gli antichi si siano trovati davanti a battaglie e sfide che sono le stesse che noi ci troviamo ad affrontare, e quanto ancora possiamo imparare da loro». Se il mondo contemporaneo volesse avere un atteggiamento più consapevole nei confronti dell’antica Grecia e, «senza snaturare la storia antica con adattamenti distorti», ne volesse trarre «un insegnamento utile per il presente e per il futuro», mai come adesso dovrebbe interrogarsi su come fu possibile passare «dalla democrazia ai re» lungo un itinerario che a uno dei principali intellettuali dell’epoca, Isocrate appunto, apparve in tutto e per tutto coerente.

Ma torniamo al V secolo, al 480 a.C. quando con la vittoria di Salamina iniziò la stagione di grande fioritura di Atene. Nel capitolo conclusivo del bellissimo Il mondo di Atene(Laterza), Luciano Canfora osserva che «la democrazia e l’impero erano nati insieme». Proprio la vittoria di Temistocle a Salamina aveva generato l’una e l’altro, «e la sua intuizione di munire immediatamente la città di un imponente sistema di mura, superando con l’inganno le resistenze e l’opposizione spartana, suggella, col necessario strumento difensivo, il successo conseguito e pone le premesse per il futuro conflitto con Sparta». Quelle mura costituiscono il «palladio» tanto della democrazia quanto dell’impero «e formalizzano la rottura degli equilibri fino ad allora incentrati sulla indiscussa egemonia spartana sull’intero mondo greco».

La stessa pretesa spartana di impedire ad un’altra città di munirsi di mura denota di per sé che di fatto la prevalenza di Sparta «interferiva fin nella vita interna delle altre comunità». Sicché a Canfora appare «formalistico» delimitare il periodo di guerra tra Atene e Sparta agli ultimi trent’anni del V secolo: «In un crescendo», scrive, «quel conflitto ha inizio con la nascita stessa delle mura». E le mura saranno nel momento della capitolazione di Atene (404) «il principale bersaglio dei vincitori nonché l’oggetto di disperata e vana difesa da parte dei vinti». Dopodiché la riedificazione di quelle stesse mura nel 394 «segnerà l’inizio di una seconda, e meno durevole ma a suo modo produttiva, nuova avventura imperiale». «Impero, dunque, e democrazia procedono insieme», ribadisce Canfora, «è l’impero che consente la condivisione, da parte del demo, di sostanziali benefici materiali… la democrazia funziona perché “si spartisce il bottino” cioè le entrate imperiali».

Allo stesso modo saranno intrecciate, nel secolo successivo, la crisi dell’impero e quella della democrazia. Sarà la lunga stagione dell’impoverimento. E quando verrà il momento della contrapposizione a Filippo il macedone, protagonista di tale scontro in Atene sarà Demostene, figlio di un industriale, ma ridotto «a fare l’avvocato perché depredato, orfano anzitempo, dai suoi tutori».

Demostene sa bene come funziona il meccanismo della contrapposizione tra ricchi e non possidenti. Perciò, scrive Canfora, di fronte al classico e collaudato strumento di una patrimoniale sulla ricchezza, obietta: «Ateniesi! In città ci sono ricchezze, oserei dire, quante in tutte le altre città messe insieme. Ma se anche tutti gli oratori si sforzassero di impaurire i ricchi dicendo che sta per arrivare il re di Persia, anzi che è già arrivato e se con gli oratori ci si mettessero anche gli indovini a fare la stessa previsione, i ricchi non solo non verserebbero un bel niente, ma non farebbero nemmeno vedere le loro ricchezze, anzi non riconoscerebbero nemmeno di possederle». Ragion per cui, afferma ancora Demostene, «il denaro per il momento lasciamolo nelle mani di chi lo possiede: è il migliore forziere per la città».

La questione sociale, scrive Canfora, domina il IV secolo come domina l’oratoria di Demostene «anche quando l’oratore sembra parlare d’altro». Quando c’era l’impero il conflitto «aveva come posta in gioco la redistribuzione del bottino». Negli anni che intercorrono tra l’inizio dell’avventura politica di Demostene, «proteso a trovare per la sua città spazio per una terza egemonia (magari nell’orbita della Persia)», e la disfatta del 322, l’anno della definitiva vittoria macedone, vale a dire nel corso di un trentennio «si consuma ancora una volta uno scontro sociale che non conosce soste». E quando «i benestanti e i benpensanti avranno i macedoni come garanti della sconfitta dell’ultima reincarnazione della democrazia imperiale, per prima cosa ridurranno il corpo civico a novemila cittadini». È l’Atene di Focione «a sovranità limitata» ed è «l’inizio di un declino che non conoscerà soste».

Altro elemento che, dopo la sconfitta di Atene, caratterizzò quella lunga transizione «dalla democrazia ai re» fu «ciò che mancò a Sparta». Michael Scott è un evidente estimatore dell’esperienza politica spartana. Ma ciò non gli impedisce di vederne i difetti: «Se è vero, come si dice, che la prova suprema per un uomo è saper gestire il successo, dobbiamo dire che gli spartani, all’alba del IV secolo, non se la cavarono molto bene». I primi segni della loro «grossolanità» si percepirono quando rifiutarono di costruire a Delfi o a Olimpia un monumento che celebrasse la loro vittoria. Per di più il grande generale spartano Lisandro dopo la vittoria su Atene continuò a navigare nell’Egeo e dovunque trovava una colonia ateniese interveniva per imporre un proprio governo: come avrebbe detto Plutarco, «Lisandro divenne più potente di qualsiasi greco prima di lui». Ma – sempre secondo Plutarco – divenne anche «superbo e crudelmente intransigente, tanto che non esitava a conferire potere assoluto nelle città ai suoi amici e a condannare a morte i suoi nemici». Sparta, a disagio per questa aspirazione a un impero personale, presto richiamò Lisandro in patria. Ormai però il danno era fatto. Sparta si alienò persino le simpatie di Tebe che pure nel 404 aveva combattuto al suo fianco contro Atene. E rese oltremodo ostile la Persia. Plutarco commentò la situazione scrivendo che Sparta era come una donna da taverna, la quale, dopo aver fatto gustare alla Grecia il buon vino della libertà, l’aveva mischiato poi «con tanto aceto che sarebbe stato meglio non averlo mai bevuto».

Si potrebbe pensare, scrive Scott, «che dopo un conflitto recente – quello del V secolo – durato trent’anni, quale era stato quello del Peloponneso, nessuna città greca avrebbe desiderato una nuova guerra; ma il governo spartano raggiunse tali limiti di brutalità che molte città greche, così sensibili alla propria libertà e a tutto ciò che la poteva minacciare, tornarono sul campo di battaglia». Per una guerra «che Sparta non avrebbe mai potuto vincere, se non altro perché condotta simultaneamente su due fronti: la costa dell’Asia Minore e il cuore della Grecia centrale… Per passare da un fronte all’altro si doveva navigare, remare o marciare; e il tragitto non era breve, all’incirca cinquecento chilometri (in linea d’aria)». Sulla costa dell’Asia Minore, gli Spartani dovevano affrontare le forze radunate dal persiano Tissaferne che in caso di necessità sarebbero state appoggiate dall’esercito guidato dal re in persona. Nella Grecia centrale doveva combattere contro Beoti, Tebani, Corinzi, Ateniesi e Argivi sostenuti dall’oro persiano. Oro persiano che era affluito a Sparta per aiutarla nella Guerra del Peloponneso e che pochi anni dopo si disseminava tra i nemici di Sparta stessa. La Persia, poi, affidò la propria marina ad un ammiraglio ateniese, Conone, che sconfisse la flotta spartana. Finché nel 391 la Persia propose un trattato di pace. Tebe e Sparta erano favorevoli, Argo e Corinto contrarie, Atene, città arbitro, decise non solo di respingere l’offerta, ma di incriminare tutti quelli che avevano condotto i negoziati. «Ancora una volta», è il commento di Scott, «Atene si attribuiva un po’ troppa importanza».

Il fatto è che «ad Atene tutto veniva dibattuto in pubblico, tutti potevano esprimere un’opinione, tutti votavano durante i lavori e ognuno poteva conoscere le decisioni degli altri». Mentre «alla corte persiana tutto si svolgeva dietro porte chiuse, le decisioni erano prese con un cenno del capo del re, un sussurro al suo orecchio, in un discreto andirivieni di cortigiani e ambasciatori; l’intrigo, il clientelismo e la piaggeria erano le armi nella lotta per decidere». E risultarono armi vincenti. Il ruolo che era stato dell’ateniese Conone, fu adesso dello spartano Antalcida che «versò odio per le azioni degli Ateniesi nelle orecchie del re di Persia». E che, al momento decisivo, costrinse alla resa la flotta ateniese. In questo contesto iniziò a crescere il ruolo di Tebe sotto la guida di Pelopida (già esponente del partito antispartano) ed Epaminonda. E si giunse alla battaglia di Tegira (375) quando un contingente di trecento tebani sconfisse una forza spartana assai più grande. Quattro anni dopo, una nuova vittoria tebana a Leuttra (371) segnò la fine della supremazia di Sparta. Anche in questa occasione Atene si distinse per il suo opportunismo: pur essendo alleata di Tebe, non le inviò alcun aiuto in vista dello scontro di Leuttra e anzi, di nascosto, parteggiò per Sparta. Nel frattempo nella Tessaglia dominata da Giasone, all’uccisione di quest’ultimo (370) si sviluppò una guerra civile tra la città di Fere e la più debole Larissa. Larissa chiese aiuto alla Macedonia che glielo concesse entrando così, per una porta laterale, in una scena di cui di lì a trent’anni sarebbe diventata la dominatrice. Tebe si schierò con Fere, sconfisse Larissa e i macedoni e ottenne che la Macedonia le assegnasse come ostaggi da rieducare alcuni giovani nobili. Tra loro c’era Filippo il futuro re, padre di Alessandro.

Nel frattempo ad Atene andava sviluppandosi il regime democratico. È curioso, osserva Scott, che gli ammiratori della democrazia ateniese ne individuino quasi sempre l’apice nel «glorioso» V secolo. Entro certi limiti, prosegue, «il successo (e naturalmente la nascita) della democrazia nel V secolo sono innegabili». Atene si sviluppò fino a dominare un grande impero e costruì meraviglie, come il Partenone. «Ma non è tutto qui», precisa, «non soltanto buona parte delle testimonianze in nostro possesso, riguardo ai meccanismi interni della democrazia, provengono dalla metà del IV secolo (cui ci ha fatto comodo spesso riferirci, benché impropriamente, per parlare della natura della democrazia di cento anni prima), ma è in questo periodo che cominciò a svilupparsi un vivace dibattito filosofico sulla natura stessa della democrazia». Così, mentre continuiamo a fare riferimento al V secolo come a un’età dell’oro, «è stato durante il momento di instabilità economica, militare e diplomatica alla metà del IV secolo che il sistema democratico fu sottoposto alla più elaborata e profonda riflessione». Ed è questa stagione che secondo l’autore si presta a numerose analogie con i tempi attuali. La stagione in cui un campione della democrazia quale è Isocrate «si consegna» sotto il profilo intellettuale a Filippo di Macedonia.

Platone, dopo una lunga esperienza – alla quale sono dedicate pagine assai interessanti del libro – a fianco dei Dionisio di Siracusa, primo e secondo (il padre e poi il figlio), in uno dei suoi ultimi scritti, Il politico, mette in burla la democrazia e propone ad Atene «un uomo di grande saggezza» che avrebbe dovuto governare in armonia con la legge. «Così alla fine degli anni Cinquanta del 300 a.C. anche Atene – che fino a quel momento, a differenza di altre città e Stati della Grecia, aveva tenuto a bada il potere individuale nei suoi confini, sebbene costretta ad avere rapporti con i potenti di altri Stati – cominciò a tentennare», scrive Scott. «Nei trenta anni seguenti, la politica ateniese nei confronti dei potenti governanti del mondo sarebbe stata stabilita e dominata da un gruppetto di cittadini che avrebbero deciso il futuro e, in definitiva, la sopravvivenza stessa di Atene». A campione di questa generazione di ateniesi si pose Demostene che dedicò la vita e l’oratoria a mettere in guardia la sua città da Filippo il macedone. A lui si contrappose Eschine, l’oratore che esortava i suoi concittadini a fidarsi di Filippo. Ma fu Demostene il protagonista (perdente) di questa stagione politica.

Nel già citato libro di Canfora ci sono alcune belle pagine dedicate a Demostene, in cui l’autore spiega come «l’eliminazione dell’avversario politico (dalla violenza fisica all’ostracismo, esilio, uccisione in una specie di gradatio : la scena politica ateniese offre esempi di tutti e tre i generi) appariva prassi non sconcertante, ma, piuttosto, drammatica prosecuzione della lotta politica». Canfora è colpito da «una tremenda uscita demostenica» che risale al 341, quando ormai la resa dei conti con la Macedonia si avvicinava e l’ossessione di Demostene era la «quinta colonna» del sovrano macedone all’interno della città: «La lotta è per la vita o per la morte, questo bisogna capire; e quelli che si sono venduti a Filippo bisogna odiarli e ammazzarli». L’eliminazione fisica dell’avversario come esito del conflitto, puntualizza Canfora, «è una eventualità messa in conto, non è una situazione estranea – almeno potenzialmente – alla prassi del quotidiano scontro politico».

«È scandaloso», dice Demostene, «che in Atene si possa parlare impunemente in favore di Filippo!». La sua ossessione sono «quelli che si sono venduti a Filippo», persone da «bastonare a morte». A suo avviso «non si possono vincere i nemici esterni prima di aver sterminato quelli interni». Ed è probabilmente a questo tipo di «politica terroristica», scrive Canfora, «che pensava Platone quando equiparava i retori ai tiranni, perché mandano a morte, esiliano, spogliano dei beni chi vogliono». Nel contempo Demostene non fa mistero della sua «avversione verso la propaganda ed i programmi della democrazia radicale». Né gli piace il governo popolare, «alle cui lungaggini e alla cui pubblicità non esita a contrapporre la libertà d’azione e la prontezza di cui gode un Filippo». Tra le righe delle sue orazioni si può ritrovare una sorta di ammirazione nei confronti del nemico «per la sua fulminea carriera, per l’elemento volontaristico della sua prassi politico-militare».

Fu in questa situazione, riprende Scott, che si fece avanti ancora una volta Isocrate «il commentatore politico e la voce della coscienza della Grecia negli ultimi cinquant’anni». Isocrate, «che aveva amato Atene per tutta la vita, cominciava a fare un discorso molto diverso da quello di Demostene». Testimone dei capovolgimenti avvenuti nella storia greca durante l’amara guerra civile della fine del secolo precedente, durante il conflitto interno che aveva afflitto la Grecia centrale nella prima metà del nuovo secolo e durante i grandi mutamenti culturali, geopolitici ed economici avvenuti in tutto il mondo greco, infine, durante il brutale rovesciamento degli equilibri di potere negli ultimi dieci anni», Isocrate cominciava oramai a «credere che Atene non fosse più in grado di offrire alla Grecia ciò di cui aveva estremo bisogno». Nella ricerca del suo ideale di un capo giusto e forte, capace di unire la Grecia e restituirla al suo splendore, Isocrate, scrisse una lettera aperta alla quale diede un titolo semplice: A Filippo. Altrettanto semplice era il suo suggerimento: «Spetta a un uomo dalle grandi e nobili ambizioni, amico dei Greci e che vede con la sua mente più lontano degli altri, utilizzare tali uomini (i Greci) contro i barbari… e creare per loro delle città facendo di queste il confine ultimo del mondo greco, in prima linea a difesa di noi tutti».

E venne il 338, l’anno della feroce battaglia di Cheronea, dalla quale Filippo uscì vincitore. Isocrate, riferisce Scott, «era passato totalmente dalla parte di Filippo, che oramai a suo vedere rappresentava per la Grecia l’occasione migliore per raggiungere l’unificazione e la gloria nella lotta contro la Persia». All’età di 98 anni, Isocrate «ne aveva abbastanza di Atene e della sua democrazia tentennante». Così scrisse per ringraziare Filippo di «avergli permesso, nei suoi ultimi giorni, di veder realizzati alcuni dei suoi sogni» e aggiunse che «sperava che presto avrebbe realizzato anche gli altri». Dopodiché decise di lasciarsi morire: rifiutò il cibo per quattro giorni consecutivi e spirò. E venne l’ora di Filippo. Poi quella di Alessandro che morì nel 323. Un anno dopo le città greche provarono a ribellarsi un’ultima volta ma furono sconfitte da Antipatro, il generale che Alessandro, partendo per la spedizione in Asia, aveva lasciato a difesa della Grecia. A questo punto – probabilmente per sfuggire ai sicari di Antipatro – anche Demostene decise di darsi la morte. Morte che suggellò la lunga transizione ateniese.

Jonathan Lethem: “Ecco perché metto i fumetti accanto a Kafka e Calvino”

dicembre 28, 2011

Jonathan Lethem

“La mattina dell´undici settembre io e Bret Easton Ellis ci siamo svegliati tardi e non ci siamo accorti di nulla”. Lo scrittore americano spiega la passione per tutte le forme di cultura popolare e racconta le sue battaglie polemiche contro i critici”. Nel mio Pantheon personale c´è Norman Mailer, perché come me era di Brooklyn e amava i viaggi nello spazio”

Antonio Monda per “la Repubblica”

Tra i romanzieri americani contemporanei, Jonathan Lethem è forse quello che riconosce con maggiore entusiasmo di subire l´influenza della cultura popolare, e rivendica di non fare distinzioni tra highbrow e lowbrow, “alto” e “basso” L´approccio traspare evidente in tutti i suoi libri, a cominciare dalla Fortezza della solitudine, romanzo che prende il titolo dal luogo in cui si ritira Superman nei momenti di malinconia. Da un anno ha abbandonato quella Brooklyn che è al centro di quasi tutti i suoi scritti per trasferirsi in California, dove insegna al corso di scrittura creativa che era tenuto da David Foster Wallace, forse l´autore che ha amato e analizzato con maggiore acume la cultura popolare. E in queste settimane Lethem ha dato alle stampe The Ecstasy of influence, una raccolta di saggi nella quale analizza appunto fumetti, film, band musicali e scrittori che lo hanno più influenzato e dove si mescolano personalità notissime ad altre sconosciute, idoli culturali con autori dimenticati o trascurati dalla critica. Il libro, che nel titolo evoca L´anatomia dell´influenza di Harold Bloom, parte dal concetto che tutta la cultura recente si fonda su ascendenze non necessariamente nobili: è il talento del singolo artista che poi determina se si riesce o meno a essere sinceri e originali. I saggi si soffermano su John Cassavetes e Philip K. Dick, gruppi musicali di culto come i Go-Between e critici come Manny Farber, accomunati quasi tutti dal fatto di essere scomparsi. «Molti dei miei eroi, sono completamente o in parte fuori catalogo» racconta Lethem, spiegando che l´autore che ama con maggiore passione, Norman Mailer, «è famosissimo, quindi fa eccezione. Ma ha un posto nel mio Pantheon per tutte le cose che abbiamo in comune: come me era di Brooklyn, amava i graffiti, i film underground, la marijuana e i viaggi nello spazio».
E invece secondo lei quali sono i libri più interessanti di questo ultimo anno?
«Consiglio a tutti Ghost lights di Lydia Millet: ha confermato di essere un´autrice veramente notevole e capisco perché molti la paragonano a Coetzee. Ma in questo momento sto rileggendo i classici che insegno all´università: Kafka, Calvino e Thomas Hardy. Secondo me Via dalla pazza folla è un libro da leggere e rileggere».
Lei sostiene anche che Thomas Berger, l´autore del Piccolo grande uomo, sia tra i più grandi autori contemporanei.
«Ne sono convinto: è uno scrittore capace di affrontare al meglio tutti i generi, dal noir alla satira, al postmoderno. E ha il raro dono di saper scrivere per allegorie. Riesce a essere realista anche se si avventura nel fantastico. Aggiungo che è uno degli ultimi romanzieri viventi che abbia combattuto nella seconda guerra mondiale, e questa esperienza si fa sempre sentire nella sua scrittura».
Nel suo libro di saggi lei polemizza direttamente con i recensori che hanno scritto dei suoi romanzi.
«Molti ne sono rimasti stupiti e sconcertati, quasi fosse qualcosa di immorale. Io credo che si confonda la prassi, o la prudenza, con l´unico atteggiamento legittimo. Invece se un critico, anche del livello di James Wood, dice qualcosa che non mi convince io ho il diritto di prendere posizione pubblicamente, tanto più se questo atto può costarmi qualcosa».
Cosa risponde a John Leonard, che sulla New York Review of Books ha scritto “è ora che questo scrittore di talento metta da parte per sempre i fumetti?”.
«Che li ho messi da parte milioni di volte: in queste critiche risuona quello snobismo di fondo che impedisce anche a persone colte e intelligenti di comprendere il valore di ogni forma di espressione artistica».
Cosa ama in particolare nei fumetti?
«Sono una forma di narrazione molto più complessa di quello che può apparire, che costringe il lettore ad un´attività articolata e autonoma nel passaggio dalle immagini alle parole. Ed è questo il motivo per cui i film tratti dai fumetti sono sempre deludenti».
In che cosa i fumetti ispirano il suo lavoro di scrittore?
«Cerco di ottenere con la scrittura quella che è una delle caratteristiche principali delle storie disegnate: la capacità di essere allegorici ed emblematici».
Lei ironizza a proposito della copertina dedicata da Time a Jonathan Franzen. Lo paragona a Chance il giardiniere, il personaggio di Oltre il giardino.
«Ho paragonato il rapporto con la celebrità di Franzen alla vicenda di Chance. Per quell´atteggiamento di sincerità ad ogni costo, per la difficoltà di trovarsi in una situazione di enorme popolarità. Penso al quel destino, che in buona parte ha costruito con le proprie mani».
Lei ha studiato al Bennington College insieme a Donna Tartt e si chiede se alcuni episodi raccontati dalla scrittrice in Dio di Illusioni, siano ispirati da una litigata che avvenne in quel periodo.
«Anche questo ha a che fare con l´esplosione improvvisa di un´enorme popolarità. Con noi c´era anche Bret Easton Ellis, e eravamo tre studenti sconosciuti, fin quando ho visto i due amici diventare star. Mi viene in mente quello che può essere successo a un musicista del Greenwich Village nel 1962 che vede un amico squattrinato, con il quale divideva tutto, che all´improvviso diventa Bob Dylan».
È rimasto amico di entrambi?
«Direi di sì, e con Bret sono legato anche da un ricordo indelebile: la mattina dell´undici settembre del 2001 abbiamo dormito nello stesso appartamento a New York, e non ci siamo accorti di nulla fino a tardi, perché eravamo sotto gli effetti di una sbornia».

Diritti Globali

Andrej Tarkovskij: «Il mio stalker è Don Chisciotte»

dicembre 28, 2011

Andrej Tarkovskij

Roberto Copello per “Avvenire

Faceva molto caldo, quel giorno del luglio 1984, a Milano. Ancor più nel salone del Circolo della Stampa, stipato di giornalisti, fotogra­fi, cameramen, intellettuali disorgani­ci. L’afa era insopportabile, ma un bri­vido corse nella schiena di tutti quan­do apparve quell’omino nervoso, dal­la fisionomia vagamente tartara; occhi vivacissimi, baffi ispidi, una foresta di rughe sul volto. Andrej Tarkovskij quel giorno era teso come una corda di vio­lino. Pensavo al suo primo cortome­traggio, noto solo ai cinefili più acca­niti: Il rullo compressore e il violino . Se ora il violino era lui, il rullo compres­sore era il regime sovietico che voleva spezzarne le sue corde, impedirgli di suonare. Tanto che quel giorno di lu­glio il geniale regista di Andrej Rubliov e di Solaris, de Lo specchio e di Nostal­ghia, aveva deciso di annunciare che avrebbe tagliato il cordone ombelica­le con l’adorata Madre Russia, avreb­be scelto l’Occidente. «Ragioni ve ne sono tante», spiegò alla stampa di tut­to il mondo che gli chiedeva le ragioni del suo ‘basta’ urlato in faccia al Crem­lino. «Ma me ne vado soprattutto per­ché le autorità del mio paese ormai mi considerano una non-persona: per il Cremlino non esisto». E a chi insiste­va per sapere a quale paese avrebbe chiesto asilo politico, ribatteva con sar­casmo: «Domanda strana: è come se vedendomi distrutto per la morte di u­na persona cara mi chiedessero dove voglio seppellirla. Che importanza ha?» Il dolore dell’esilio era davvero troppo. Chissà se fu quello a fare ammalare Tarkovskij: due anni dopo, il regista si spegneva a Parigi, a soli 54 anni. Era il 29 dicembre 1986, esattamente 25 an­ni fa. In Svezia, aveva ancora fatto in tempo a girare il profetico Il sacrificio .
Un film che, quel caldo giorno di lu­glio, era già ben chiaro nella sua testa. Come ci aveva spiegato, appena poche ore dopo la storica conferenza stampa, in un lungo colloquio a metà fra la con­fessione e il testamento. Parole, le sue, che un quarto di secolo dopo stupi­scono per la loro attualità. Le propo­niamo qui per la prima volta al lettore italiano. R.Cop. 

Andrej Tarkovskij, non teme di occidentalizzarsi lontano dalla Russia? Di perdere la “russità” che intride i suoi film? 
«Non penso, non so lavorare in un modo diverso dal mio. Non sono ca­pace di cambiare. Alcuni la ritengo­no una qualità: forse non lo è, ma anche quando mi viene il desiderio di cambiare, non ci riesco proprio. Per un artista l’importante è rima­nere se stesso. Cosa che vale per tut­ti, in ogni circostanza della vita. E questa russità, se è dentro di te, non occorre tenerla in vita artificialmen­te ». «Forse ora mancheran­no l’acqua, o le dacie russe… «Mancheranno per forza molte cose, ma anche altre co­se dentro. Comunque molti russi hanno lavorato con successo all’e­stero. Ivan Bunin (Nobel per le lette­ratura nel 1933, ndr) mal sopportava l’esilio e provò la nostalgìa come nessun altro, eppure scrisse in Fran­cia i suoi libri migliori, come La vita di Arseniev. E prenda Gogol: le Ani­me morte sono state scritte a Roma. Essere emigrati è durissimo, ma la vita è la vita. La nostalgia nei russi è diversa da quella che nutrono gli al­tri emigrati: la nostra è irreversibile perché non possiamo tornare in pa­tria».

Si dice che i suoi film siano difficili. Questa «difficoltà» deriva da un’esi­genza personale o anche dal biso­gno di aggirare la censura sovie­tica? 
«Non ho mai avuto scontri di­retti con la censura. E non credo che i miei film siano diffìcili. In effetti, colleghi registi come Rjazanov e Bondarciuk sostengono che nessu­no li capisce e nessuno li guarda. Un giudizio che non corrisponde alla realtà. Quando uscì Lo specchio, a Mosca era impossibile trovare i bi­glietti e proiettavano il primo spet­tacolo alle 7 di mattina! Poi alla dire­zione statale per il cinema e la radio seppero del successo, e tolsero il film dalla programmazione. Quan­do è uscito Stalker, la “Komsomol­skaja Pravda”, giornale della gio­ventù comunista, lo ha citato fra i sei film di maggiore incasso nella stagione. Dunque, i miei film sono per un’élite? Sono incomprensibili? Poi, se il cinema è arte, è ridicolo di­stinguere fra arte facile e arte diffici­le. Chi è più facile e più diffìcile tra Leonardo e Michelangelo? O tra Dante e Pe­trarca?
Forse i sonetti di Pe­trarca sono più facili? Ri­dicolo. Certo, se il cinema è una merce, ti­po chewing­gum, allora non si può pa­ragonarlo ad altri tipi di ar­te. Ma a mio avviso il cinema è arte, ha un’altissima qualità poetica e si pone a livello delle altre muse, delle arti più antiche e nobili. Goethe so­steneva che scrivere un buon libro è altrettanto diffìcile che leggerlo. O piuttosto: leggere un buon libro è altrettanto difficile che scri­verlo. Il pubblico, dunque, è anche un principio creatore».

Al centro del suo cinema c’è sempre l’uomo. Ḕ tale interes­se che rende possibile l’opera d’arte? 
«Ma è così in qualunque arte, anche nella pittura astratta! Persino i film che sembrano trascurare l’uomo, mettendolo in secondo piano, in realtà lo hanno al centro».

I suoi film sono anche pieni di sim­boli… 
«A me pare il contrario: non ci sono simboli nei miei film. Ci sono im­magini, che vanno intese letteral­mente, non in senso figurato. Qual è la differenza? Che il simbolo può es­sere decifrato, un’immagine no, per­ché porta sempre in sé un riflesso del mondo, infinito, e non ha un si­gnificato definito. Alla fin fine, un’immagine racchiude un immen­so numero di interpretazioni. In questo, mi sento vicino a una visio­ne zen dell’arte».

Quanto è presente Dostoevskij nei suoi film? Lo Stalker per esempio sembra un puro di cuore come il principe Myshkin dell’ «Idiota».
«Può essere, ma allora perché non dire anche che somiglia a Don Chi­sciotte? Il fatto è che lo Stalker ap­partiene a una categoria di figure i­deali, come Myshkin o Don Chi­sciotte o certi personaggi di Dickens. Poco numerose nella lette­ratura mondiale, però ci sono. Quanto a Dostoevskij, ogni russo ha idea di che cosa significhi la do­stoevscina (il «dostoevskismo», co­me lo definì spregiativamente Gorkij, ndr). I critici però compiono tutti un errore: fanno paragoni tra i personaggi, notano le somiglianze.
Invece nell’arte (ma anche nella scienza) ha più senso chiarire la specificità di un fenomeno».

Ognuno però ha i suoi maestri… 
«Tutto è legato, si capisce, e questi legami si possono studiare. Ma non è fruttuoso come lo studio delle ca­ratteristiche specifiche. Come disse Puskin, un’opera va giudicata se­condo le leggi date dal suo autore».

Nei suoi film spesso la speranza pa­re affidata ai bambini… 
«Sarebbe poco originale. I bambini sono importanti in quanto esprimo­no non l’idea della speranza, ma l’i­dea della tradizione, della ripetizio­ne, il dover ripetere la vita delle ge­nerazioni precedenti».

A fronte di un Occidente razionali­sta e cartesiano, l’Oriente a volte non cade nell’eccesso opposto, di un esagerato misticismo? 
«Certo. Però il misticismo può esse­re eccessivo? Il pragmatismo può es­serlo, ma il misticismo o c’è o non c’è. Non esiste misticismo eccessivo. Come non può esserci bene eccessi­vo. Il bene è il bene. Un misticismo meno profondo? Non sarebbe più misticismo. In ogni caso sono più vi­cino alla visione orientale, ben più spirituale del modo di vedere occi­dentale, europeo o americano. Prendiamo la musica classica occi­dentale: anche nei suoi più grandi rappresentanti, come Beethoven, e­sprime l’idea della personalità, la sua pretesa, il suo dolore, i suoi sen­timenti. Mentre la musica orientale esprime l’idea dell’assenza della personalità, il suo tendere a dissol­versi nell’infinito e ad appartenere a qualcosa d’altro. È un’assenza asso­luta di pragmatismo nel senso psi­cologico della parola. Ed è proprio ciò che mi attira».

Si sente un mistico della macchina da presa? 
«Capisco poco le definizioni che gli altri danno di me. Giudicare se stes­si è la cosa di cui siamo meno capa­ci. La lascio ai critici e agli spettato­ri».

Andrej Rubliov, il grande pittore di icone, nel film decide di non dipin­gere più. Tarkovskij, lei ha mai avu­to la tentazione dì dire «non filmerò più»? 
«No, è qualcosa che non ho mai pro­vato ».

Il calore umano contro il gelo della dittatura

dicembre 28, 2011

Lucetta Scaraffia per “L’Osservatore Romano

Ormai i libri che raccontano dell’oppressione poliziesca nell’Unione sovietica comunista sono tanti, sappiamo degli orrori perpetrati nei lager e delle stragi di contadini dovute a criminali riforme agrarie, dell’attività del Kgb, delle indiscriminate ondate di fucilazioni di Stalin. Ma, per capire veramente cosa sono state le dittature comuniste, per capire la disumanità di questo tipo di pressione ideologica, bisogna ascoltare gli echi che ha avuto nella vita quotidiana della gente. Victor Zaslavsky, studioso prematuramente scomparso due anni fa, li ha narrati in un piccolo e prezioso libro di memorie appena uscito (Il mio compagno di banco Ramón Mercader (Palermo, Sellerio, 2011, pagine 184, euro 12).

Con uno stile nitido, venato di ironia affettuosa, ma anche con straordinaria lucidità nello scegliere episodi significativi nel suo percorso di vita, Zaslavsky narra la sua infanzia di bambino ebreo, affidato a una zia che, insieme al cugino, è stata confinata in un paese degli Urali, lontanissimo dalla natìa Leningrado. Per cinque anni il piccolo Victor non vide più i suoi genitori, e visse ospite della famiglia del postino, l’unica che aveva avuto pietà di questa piccola famiglia ebrea a cui tutti chiudevano le porte. Con Nadezhda, la moglie del postino, il bambino visse una relazione intensa e affettuosa, che giustifica il titolo del racconto: speranza, che è la traduzione italiana di Nadezhda. Perché, anche se il racconto finisce male — lo zio muore in guerra, il figlio del postino farà una brutta fine, trascinando nel dolore i genitori — la bontà dimostrata da questa coppia di poveri contadini, che non solo divide con loro il poco cibo, ma partecipa ai loro dolori e alle loro speranze, è una testimonianza di umanità nella tragedia che stanno vivendo.

Così i brevi racconti su alcuni membri della sua famiglia, attraverso i quali si colgono anche nodi e problemi che riguardano più direttamente Victor e i suoi genitori. I genitori di Victor, infatti, sono stati appassionati comunisti, hanno creduto nel sogno di liberare l’umanità con la politica, e questa certezza ha impedito alla nonna di trasferirsi in Svizzera. Tutta la famiglia ha poi pagato le conseguenze di questa decisione. I parenti sono tutti bravi professionisti, che in un primo tempo occupano posti di rilievo, e poi precipitano dalla loro situazione di privilegio — la madre di Victor, per esempio, è fra i pochi ad avere diritto al telefono — per futili e talvolta incomprensibili motivi. Ma l’atmosfera di cieca obbedienza, di terrore, si mantiene proprio attraverso questi repentini e inspiegabili cambi di fortuna, il potere lo sa. Anche in famiglia, soprattutto con i ragazzi, si parlava poco di queste questioni, per timore. Divertenti per il loro ironico realismo le descrizioni della vita in comune a cui erano costretti: «Lungo i muri erano allineati i tavoli, coperti di casseruole, padelle e fornelli. A ognuno di questi tavoli era inchiodata una targhetta col nome del proprietario, unico segno del fatto che la proprietà privata esisteva ancora. Quanto più misero era il patrimonio, tanto più furiosamente si scatenava l’istinto di possesso e tanto più ostinatamente il proprietario si teneva stretti i propri tegami. Certi pentoloni, il cui contenuto aveva evidentemente un grande valore, avevano coperchi chiusi con il lucchetto. Alcuni inquilini fissavano le padelle al tavolo con una catena».

Forse il più bello dei racconti è proprio l’ultimo, da cui ha preso il titolo il volumetto: non vogliamo anticipare la trama al futuro lettore, togliendogli il gusto della scoperta. Basti ricordare che il racconto contiene una descrizione straordinaria delle biblioteche sovietiche, nonché delle difficoltà per accedervi, anche se, almeno per i primi livelli di accesso, vi si potevano leggere solo l’opera omnia di Marx o di Lenin.

In tutti i racconti, nonostante la tristezza della situazione e l’angoscia palpabile che si respirava nell’aria, non manca mai una nota ironica, e un’attenzione alle capacità umane di rendere vivibile e ricca di scoperte anche una vita così soffocante. Zaslavsky sapeva bene che è sempre l’essere umano, con il suo cuore e la sua intelligenza, a fare la differenza, anche in piena dittatura comunista.

La Londra di Dickens, favola nera

dicembre 28, 2011

Robert William Buss, «Dickens' Dream», 1875

La città «più prodigiosa e malvagia» attraverso i romanzi

Giorgio Montefoschi per “Il Corriere della Sera

Nel Museum of London, a due passi dal Tamigi – lungo il quale i vetri e gli acciai della moderna architettura paiono diamanti nel sole e nel vento che sferza l’acqua – la mostra appena inaugurata, intitolata «Dickens e Londra», con la quale si aprono le celebrazioni del bicentenario della nascita (1812) dello scrittore inglese più famoso e più amato del suo tempo, esibisce quadri, ritratti, modellini di carrozze e di treni, programmi teatrali, pagine manoscritte (arruffate: chi lo avrebbe mai detto), porte di antiche taverne, abitacoli in legno che un tempo erano a un angolo di Trafalgar Square, e soprattutto Londra: la città governata dalla regina Vittoria, che Dickens, di notte, per raccogliere voci e dialetti, volti e maschere, percorreva in lungo e in largo come un folle.

Emerge, in tre grandi schermi, da fotografie ammantate di nebbia, la Londra delle carrozze che percorrono Regent Street e lo Strand; la Londra delle vecchie locande, descritte nel Circolo Pickwick , un tempo punto d’approdo delle diligenze provenienti dal Dorset o dal Surrey (quando le «diligenze percorrevano solennemente la campagna inglese»), poi diventate catapecchie sordide nelle quali gli incontri potevano essere anche più pericolosi che nel passato; la Londra dei mercati per le case dei ricchi come il Covent Garden, con i banchi delle verdure e della carne, i banchi delle aragoste e dei pesci appena pescati nel Mare del Nord o a Brighton, e quella dei mercati poveri, con carretti miseri e miseria umana intorno; la Londra delle belle botteghe con le vetrine in Soho o Drury Lane; la Londra fumosa e oscura dei grandi capannoni industriali nei quali si producevano le stoffe o le caldaie per le navi; la Londra delle taverne e dei pub; la Londra degli slum , i bassifondi, con i vicoli fangosi e maleodoranti; la Londra sventrata dalla ferrovia metropolitana; la Londra imperiale del fiume, con i bastimenti che arrivavano dall’altro capo del mondo, i magazzini del grano e delle spezie, e le dogane, e quella tenebrosa della foce dove vagavano le barche dei cercatori di cadaveri, come accade nell’inizio del più tenebroso romanzo occidentale, vale a dire nel Nostro comune amico ; la Londra delle case sontuose di St. James, dietro alle quali brillano le candele, splendono le tovaglie e gli argenti, i camini scoppiettano, i camerieri sono impettiti, e quattordici persone (sempre nel Nostro comune amico e subito dopo quel crepuscolo intinto di sangue e di morte) sono seduti attorno a una tavola in una casa in cui tutto, compresi i proprietari, è «in ordine», e lucido, e si parla bene e male di chiunque – e quella delle case, sì, ricche, dietro alle quali però, come in Dombey e figlio , dominano il silenzio e il gelo; la Londra delle prigioni tetre nelle quali finiscono i truffatori e gli assassini, ma anche i poveri derelitti, come il povero Dorrit in La piccola Dorrit , per non aver pagato un debito (e una volta il padre di Dickens, maggiordomo, nella vita); la Londra che da lontano vede David Copperfield, nel 1849, quando per la prima volta arriva a Londra e gli fa dire: «Che meraviglia fu Londra quando mi apparve dalla distanza; pensai che ogni tipo di avventura possibile dei miei favoriti eroi si svolgesse lì dentro, e che fosse la città più piena di prodigi e di male di tutte le città della terra…»; la Londra verso la quale i viaggiatori sembravano misteriosamente attratti, «come sospinti da una disperata fascinazione»: il mostro ruggente che li inghiottiva, e nel quale si perdevano incapaci di tornare indietro…

Con Dickens è impossibile non fare i conti, anche se oggi, incredibilmente, in Italia per esempio, non lo legge quasi più nessuno (mentre un tempo, quando le navi provenienti dall’Inghilterra arrivavano a New York con l’ultima puntata di un suo romanzo, la gente si affollava sulla banchina, impaziente, e chiedeva ai marinai cos’era capitato a questo e a quello). La sua visionarietà, la sua capacità di invenzione nella trama, la sua perfezione nel descrivere gli esseri umani e la sua galleria sterminata di esseri umani, la forza necessaria a tenere insieme la tragedia e il riso, il Bene e il Male, la speranza e l’ineluttabilità, non hanno uguali nel romanzo ottocentesco.

Ma per leggere Dickens, bisogna veramente abbandonare se stessi ed entrare nella porta che introduce al suo mondo. Questo – è il paradosso, per uno scrittore che più di ogni altro ha descritto la società in cui viveva con tutte le sue contraddizioni – è un mondo alla fine teatrale, o per meglio dire, forse, fiabesco. Un mondo nel quale i maestri di scuola sono cattivi, ma cattivi come nelle favole; i delinquenti sono efferati, ma come nelle favole; le fanciulle sono infelici o innocenti come nelle favole; l’amore esiste, ma i corpi non si sfiorano, come nelle favole; tutto esiste come nelle favole; tutto è vero e finto, come nelle favole. O come nella proiezione di un gigantesco, prodigioso, sogno.

Vol Moltke, testimoni contro hitler

dicembre 28, 2011
Vito Punzi per “Avvenire
Che esistesse un certo numero di lettere inedite di carattere privato tra i coniugi Freya e Helmuth James von Moltke (quest’ultimo protagonista della resistenza antinazista, impiccato a Plötzensee il 23 gennaio 1945), era cosa nota. L’aveva ammesso la stessa affermata giurista nel 1988, quando venne pubblicata gran parte del loro carteggio. Solo dopo la sua scomparsa, avvenuta lo scorso anno, gli eredi hanno potuto prendere visione della corrispondenza relativa agli ultimi mesi di prigionia, decidendosi finalmente per la pubblicazione. Quello che ne è uscito oggi è un documento del tutto unico nel suo genere ed eccezionale per dimensioni (Helmuth James e Freya von Moltke, “Lettere di addio dalla prigione di Tegel. Settembre 1944 – gennaio 1945”, Verlag C. H. Beck, München, pagine 608, euro 29,95). Uno scambio così fitto, quasi quotidiano, tra Freya ed Helmuth, recluso in attesa di processo, fu possibile grazie al pastore protestante Harald Poelschau, al quale  venne consentito l’accesso a Tegel senza dover subire controlli troppo rigidi.
Freya von Moltke, di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita, è stata una delle donne tedesche più importanti del secolo scorso. Il premio intitolato a Sophie e Hans Scholl attribuitole nel 1989 ne rappresentò il giusto riconoscimento. Di formazione giuridica alla pari del marito, Freya ha dedicato gli ultimi decenni della sua esistenza alla pubblicazione di diversi libri sull’opposizione antinazista tedesca e sull’opera del marito, fino a trasformare, dopo la riunificazione, la casa di famiglia di Kreisau in un centro culturale per la distensione fra Germania e Polonia. Proprio a Kreisau, in quella proprietà della Slesia ereditata da una famiglia aristocratica dalle forti tradizioni militari prussiane, Helmuth von Moltke, dopo essersi rifiutato fin dall’inizio di aderire al partito nazista, aveva iniziato ad incontrare chi come lui lavorava per la costruzione di un futuro per la Germania che sarebbe seguita alla disfatta di Hitler. Tra i documenti prodotti dal “circolo di Kreisau” è da ricordare quello del 1943, intitolato «”Grundsätze für die Neuordnung”», dove si auspicava un nuovo stato tedesco da costruire «nello spirito del cristianesimo», con lavoratori e chiesa pronti ad assumere al suo interno un ruolo centrale. Freya fu parte attiva di tutto questo, e per quanto poté sostenne le azioni del marito, impegnato, come avvocato, a difendere i perseguitati e ad evitare la fucilazione ai “traditori” e i maltrattamenti ai prigionieri di guerra.
Sottratte nascostamente ai nazisti prima e ai sovietici poi, Freya von Moltke riuscì solo nel 2005 a pubblicare le memorie del marito scritte durante la reclusione a Tegel. Pur nelle condizioni di un prigioniero privilegiato (poteva vestire abiti civili, sbrigare pratiche professionali, mangiare dignitosamente, leggere), con la corrispondenza nota fino ad oggi Helmuth von Moltke aveva testimoniato con lucidità e piena partecipazione l’orrore che quotidianamente si consumava al suo fianco, senza sconti: «Per me sta finendo un anno da ricordare», scriveva a fine 1944. «L’ho trascorso tra persone che venivano preparate ad affrontare una morte violenta e almeno una decina di loro apparteneva al mio gruppo».
Ciò che emerge ora con queste lettere d’addio è un dialogo intimo senza paragoni tra un uomo e una donna che, pur separati dalla violenza del potere, rimettono le proprie vite nella mani di Dio. Entrambi sanno che il destino di Helmuth è la condanna a morte, dunque ogni lettera potrebbe rivelarsi l’ultima. Per entrambi la corrispondenza è lo strumento per condividere la notte che Cristo ha vissuto prima della croce: «Non dimenticare l’orto dei Getsemani!», le ricorda lui.
Con rigorosa disciplina Freya ed Helmuth si sostengono nella ricerca di ciò che sia bene per dare ragione della fede, della speranza, della carità: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli», scrive lui citando il tredicesimo capitolo della “Lettera ai Corinzi” di san Paolo, «sarei come un bronzo che rimbomba o come un cembalo che strepita». Quello dei due coniugi è un costante esercizio di condivisione, parola per parola, nell’abbandono al disegno di Dio. Helmuth in particolare sa che a lui è richiesto un particolare lavoro d’ascesi, «affinché non venga sopraffatto il grido “sia fatta la Tua volontà”». Per questo motivo s’impone la sola quotidiana lettura della Bibbia e del “Libro dei Canti” della chiesa evangelica brandeburghese, fino ad impararli a memoria, sapendo che la stessa cosa fa Freya.
A rendere ancor più ricco quest’epistolario c’è in allegato la richiesta di grazia per Helmuth, rivelatasi inutile scritta dalla stessa Freya l’11 ottobre 1944 e indirizzata a Heinrich Himmler. Von Moltke era accusato di essere colluso con i protagonisti del fallito attentato a Hitler del 20 luglio, ma «se lui avesse saputo del piano eversivo e se ne avesse avuto il potere», scrive Freya al ministro del Reich, «l’avrebbe certamente combattuto», poiché Helmuth, a differenza degli altri cospiratori, non era un «reazionario». Parole gravi, queste, di una donna che tenta disperatamente di salvare la vita al proprio uomo, parole che testimoniano come i gerarchi nazisti concepissero se stessi come «rivoluzionari», ma soprattutto documentano quella mancanza d’unità d’intenti che impedì il formarsi di una efficace resistenza tra gli oppositori al nazismo.

Napoleone Bonaparte: il Proclama agli ebrei scritto 213 anni fa

dicembre 28, 2011

Napoleone Bonaparte, predecessore di Theodor Herzl, è quanto si apprende dal libro di Jaques Attali ” Les Juifs, le Monde et l’Argent ” disponibile in edizione francese nei Livres de Poche, mai tradotto in italiano, pur essendo un testo di grande interesse storico.

 A pag. 423/424 Attali riporta questo documento che merita la nostra attenzione, in quanto profetico di quel che sarebbe evvenuto nella realtà 150 anni dopo. Napoleone Bonaparte sionista, ancora prima che il sionismo diventasse il movimento di liberazione ebraico che è stato.

Nel marzo del 1798, Napoleone Bonaparte, giunto in Alessandria d’Egitto , pubblica un proclama in cui istituisce un consiglio degli Ebrei dell’Egitto, che prevede anche una funzione per il gran sacerdote. Egli spera poi di occupare Acco, raggiungere immediatamente Gerusalemme, dove emanare un secondo proclama, per annunciare la creazione , in Palestina, di uno stato ebraico indipendente.

Tutto prima di occupare Damasco. Gli Inglesi, giunti in aiuto ai Turchi, costringono però Napoleone a ritirarsi; non può quindi entrare a Gerusalemme. Il testo della Proclamazione alla Nazione Ebraica, che doveva , si presume, datare I° floreale anno VII della Repubblica Francese (20-aprile 1799), Quartier Generale Gerusalemme, non è stato quindi più pubblicato.
E’ il primo testo sionista , ma non solo, è un testo che propone una riflessione sul problema della emancipazione dei popoli. Merita di essere letto proprio in quanto anticipa , in modo radicale, nuovo, ciò che sarebbe dovuto valere per i secoli successivi.

Napoleone Bonaparte, comandante in capo delle armate della Repubblica francese , in Africa e in Asia,

agli Ebrei,

eredi legittimi della Palestina, solo popolo , che le conquiste e le tirannidi , patite per migliaia di anni, hanno privato della terra dei propri antenati, ma non del loro nome e della loro identità di nazione!….

In piedi,

per la vostra felicità, o esiliati! Questa guerra , senza esempi nella Storia, è stata fatta a sola difesa di una nazione , le cui terre d’origine erano per i suoi nemici preda offerta da smembrare. Ora questa nazione si vendica di duemila anni di vergogna……La Provvidenza mi ha mandato , capo di un’armata giovane, sotto la guida della giustizia e in compagnia della vittoria. Gerusalemme è il mio quartier generale; fra pochi giorni sarò a Damasco, la cui prossimità la città di Davide non dovrà più temere.

Eredi legittimi della Palestina!

La Grande Nazione (la Francia), che non baratta uomini e paesi come coloro che hanno venduto a tutti i vostri antenati (Joel I Cronache 5,4-6), non vi chiama alla conquista del vostro patrimonio. No, vi chiede di divenire padroni di quello che lei ha conquistato. E, sotto la sua protezione e con il suo aiuto, vi chiede di essere i signori di questa terra e proteggerla dai nemici , che non mancheranno.

Alzatevi!

Dimostrate che la forza dei vostri oppressori non ha potuto distruggere il coraggio di chi discende da eroi che avrebbero fatto l’onore di Sparta e Roma. (Macc.12,15)

Mostrate

 che duemila anni di schiavitù non hanno soffocato questo coraggio.

Affrettatevi!

è il momento e forse non tornerà se non tra mille anni, di reclamare la restituzione dei vostri diritti civili, di occupare il vostro posto in mezzo agli altri popoli, nel mondo. Avete il diritto ad esistere politicamente, perchè siete una nazione fra le altre nazioni.

(traduzione di Florence Colombo)

Informazione Corretta

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dicembre 27, 2011

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Kate Moss, 1988

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dicembre 23, 2011

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Calcoli fioriti di un altro universo

dicembre 23, 2011

Carlo Rovelli per “Il Sole 24 Ore”

Ho recentemente avuto il piacere d’incontrare Roger Penrose, il grande matematico di Oxford, di passaggio in Italia per il Festival della Scienza di Genova. Penrose è un intellettuale poliedrico. I lettori italiani lo conoscono per diversi libri, tra cui il denso e bellissimo La strada che porta alla realtà (ripubblicato ora da Rizzoli nella collana Grandi Saggi) grande panoramica sulla fisica e la matematica di oggi, testo di divulgazione non di facilissima lettura, ma che brilla d’intelligenza e profondità a ogni pagina. Tra i contributi di Penrose alla nostra conoscenza dell’universo vi sono i teoremi che mostrano che la teoria di Einstein implica che l’universo che vediamo sia nato da un Big Bang. Ma la curiosità ha portato Penrose in campi imprevedibili: per esempio è stato invitato dal Parlamento europeo a illustrare un nuovo metodo di votazione per istituzioni come l’Unione europea o le Nazioni Unite, formate da Stati piccoli e Stati grandi. Se i voti di ciascun Paese contano eguale, un abitante di Malta ha un peso sulle decisioni comuni immensamente superiore a un cittadino tedesco; ma se il voto di ogni Paese contasse proporzionalmente al numero di abitanti, i cittadini dei Paesi piccoli non avrebbero alcun peso, perché la decisione sarebbe sempre quella delle maggioranze dei Paesi popolati. Esiste una regola ideale di votazione democratica in questa situazione?

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Il secolo della pace

dicembre 23, 2011

Steven Pinker

Steven Pinker, da “la Repubblica”

Il giorno in cui leggerete questo articolo, verrete a conoscenza di uno sconvolgente atto di violenza. Da qualche parte nel mondo ci sarà stato un attentato terroristico, un omicidio insensato, una sanguinosa rivolta. Venire a conoscenza di queste atrocità e non pensare “fino a che punto arriveremo?” è impossibile. Una domanda più appropriata, in realtà, potrebbe essere: “Quanto atroce è stato il mondo in passato?”. Che lo si creda o no, in passato la vita su questa Terra è stata di gran lunga peggiore. La violenza è in calo da migliaia di anni a questa parte e oggi molto probabilmente viviamo nell´epoca più pacifica nella storia della nostra specie. Certo, il calo della violenza non è stato omogeneo. In ogni caso si è trattato di un progresso storico costante, quantificabile nell´ordine dei millenni e visibile negli anni, dalla dichiarazione delle guerre alle sculacciate ai bambini. Sono consapevole che questa mia affermazione susciterà scetticismo, incredulità, e in qualche caso collera. Noi siamo portati a valutare la probabilità di un evento dalla facilità con la quale possiamo richiamare alla mente esempi analoghi e senza dubbio le scene di massacro hanno maggiori probabilità di entrare nelle nostre case e di restare impresse nella nostra memoria di gran lunga più delle immagini di gente che muore normalmente di vecchiaia. Ci saranno sempre abbastanza morti violente da riempire i telegiornali.
Non è difficile trovare le prove del nostro sanguinario passato. Basti pensare ai genocidi del Vecchio Testamento e alle crocifissioni del Nuovo, alle mutilazioni cruente delle tragedie di Shakespeare e alle fiabe dei fratelli Grimm, ai monarchi britannici che decapitavano i loro parenti e ai primi coloni americani che sfidavano a duello i loro nemici. Oggi la drastica riduzione di queste pratiche violente può essere quantificata: dando un´occhiata ai numeri si evince che nel corso della Storia il genere umano è stato benedetto da sei significative fasi di diminuzione della violenza. La prima fu un iter di pacificazione: la transizione dall´anarchia delle società dedite alla caccia, alla raccolta e all´orticultura alle prime civiltà agricole, con città e governi, iniziata circa cinquemila anni fa.
Per secoli, sociologi come Hobbes e Rousseau hanno formulato varie ipotesi dalle loro comode poltrone su come dovesse essere la vita allo “stato di natura”. Oggi possiamo fare di meglio: l´archeologia forense – una sorta di “CSI Paleolitico” – può desumere il tasso di incidenza della violenza dalla percentuale di scheletri reperiti nei siti archeologici che presentano crani spaccati, decapitati o frecce ancora conficcate nelle ossa. Gli etnografi possono appurare le cause di morte nelle popolazioni tribali che hanno vissuto in tempi recenti fuori dal controllo statale. Da queste indagini risulta che in media il 15 per cento circa delle persone vissute in epoche antecedenti alla nascita degli Stati moriva di morte violenta rispetto al 3 per cento circa delle persone vissute dopo la nascita degli stati. Il secondo calo della violenza fu un processo di civilizzazione molto evidente in Europa. Dagli archivi storici risulta che tra la fine del Medioevo e il XX secolo i paesi europei assistettero a una contrazione del tasso degli omicidi da dieci a cinquanta volte. Tali cifre sono compatibili con ciò che ci è raccontato dei bui e spietati tempi medievali. C´erano così tante persone alle quali era mutilato il naso che nei testi medici dell´epoca si facevano congetture varie sui metodi e sulle tecniche più adatte a farlo ricrescere. Gli storici attribuiscono il calo della violenza al consolidarsi di un insieme variegato di territori feudali in grandi regni dotati di un´autorità centralizzata e infrastrutture di commercio. La giustizia penale divenne di competenza dello Stato e i saccheggi a somma zero cedettero il posto a redditizi commerci. La terza transizione, denominata talora Rivoluzione umanitaria, fu innescata infine dall´Illuminismo. Nel XVIII secolo si andò diffondendo l´abolizione della tortura giudiziaria. Al tempo stesso molte nazioni iniziarono a sfoltire la lista dei reati passibili della pena capitale. Sempre più paesi cominciarono altresì ad abolire passatempi sanguinari quali i duelli, la caccia alle streghe, le persecuzioni religiose e la schiavitù.
La quarta transizione verso una sensibile riduzione della violenza è l´astensione dai conflitti internazionali alla quale stiamo assistendo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Gli storici chiamano talvolta questo periodo “la Lunga Pace”. Il luogo comune secondo il quale il XX secolo è stato “il più violento della Storia”, pertanto, non tiene affatto conto della seconda metà del secolo (e in ogni caso l´assunto potrebbe non essere vero neppure in relazione alla prima metà, se si calcolano le morti violente in rapporto all´intera popolazione terrestre). Il quinto trend, che mi piace definire “la Nuova Pace”, interessa la guerra nel mondo inteso nel suo insieme, comprese quindi le nazioni in via di sviluppo. Dal 1946 parecchi organizzazioni hanno tenuto conto del numero dei conflitti armati e soprattutto del bilancio complessivo delle vittime in tutto il pianeta. La cattiva notizia è che per svariati decenni al calo di guerre tra nazioni diverse si è accompagnato un aumento delle guerre civili. La notizia un po´ meno cattiva è che le guerre civili tendono in genere a falciare meno vittime tra la popolazione rispetto alle guerre tra Stati. La notizia positiva, invece, è che dal picco raggiunto durante la guerra fredda negli anni Settanta e Ottanta i conflitti organizzati di ogni possibile tipo sono in costante diminuzione a ogni latitudine e il bilancio delle vittime è ancor più sensibilmente in calo.
Forse che la violenza è stata letteralmente estirpata da noi, lasciandoci più pacifici per natura? È molto più probabile che della natura umana abbiano sempre fatto parte una certa propensione alla violenza e altre propensioni a controbilanciarla – tramite l´autocontrollo, l´empatia, l´onestà e la ragione – quelle che Abraham Lincoln aveva definito “i migliori angeli della nostra natura”. La violenza è in calo perché le circostanze storiche hanno salvaguardato sempre più i nostri angeli migliori. La più ovvia di queste forze pacificanti è stata lo Stato, col suo monopolio sul legittimo uso della forza. Altra forza pacificante sono stati i commerci, attività dalla quale tutti possono trarre profitto. Una terza forza profondamente pacificante è stata il cosmopolitismo, l´espandersi dei piccoli mondi campanilistici delle varie popolazioni attuato tramite l´istruzione, la mobilità, la cultura, la scienza, la storia, il giornalismo e i mezzi di comunicazione. Queste tecnologie hanno altresì alimentato un´espansione della razionalità e dell´oggettività nelle questioni umane. Gli esseri umani hanno sempre meno probabilità di privilegiare i propri interessi a discapito di quelli altrui.
Quando si diventa consapevoli del calo storico della violenza, il mondo inizia ad apparire diverso. Il passato sembra meno innocente, il presente meno sinistro. Si iniziano ad apprezzare i piccoli doni della coesistenza che sarebbero sembrati utopistici ai nostri antenati: la famiglia interraziale che gioca al parco, il comico che fa una battuta di spirito sul capo del governo, i paesi che con calma fanno passi indietro rispetto al deflagrare di una crisi invece di lanciarsi in un´escalation bellica. Malgrado tutte le difficoltà del nostro vivere, e tutti i problemi che restano ancora irrisolti nel mondo, il calo della violenza è un risultato che possiamo apprezzare e che deve essere di incitamento ad aver care le forze della civiltà e dell´Illuminismo che l´hanno reso possibile.
*(Traduzione di Anna Bissanti)
© 2011 Dow Jones & Company, Inc. All Rights Reserved. Questo articolo è stato pubblicato sul Wall Street Journal

Diritti Globali

COSÌ BERTOLUCCI NARRAVA I PITTORI

dicembre 23, 2011

Attilio Bertolucci

Il volume esce in occasione del centenario della nascita dell´autore di “Camera da letto”

Giuseppe Leonelli per “la Repubblica”

Vengono ripubblicate in questi giorni in un elegante volume edito da Rizzoli (pagg. 287, euro 35), ottimamente curato e introdotto da Gabriella Palli Baroni, le brevi e magistrali Lezioni d´arte scritte da Attilio Bertolucci tra il 1955 e il 1965 e apparse sulla rivista aziendale dell´Eni Il gatto selvatico, allora diretta dal poeta. Per una fortunata e, immagino, non casuale coincidenza, il libro esce allo scoccare del centenario della nascita, avvenuta a San Prospero, nella campagna parmense, il 18 novembre 1911, di quello che fu definito da Pasolini, che lo ebbe sotto più d´un aspetto a modello, il «più dolce, caro poeta del mezzo secolo». Come salutare meglio la ricorrenza che immergendosi in pagine antiche, ma, per la maggior parte dei lettori di oggi, nuove e freschissime? Ci ritroviamo nel flusso incantato di quelle che, con espressione di Roberto Longhi, maestro di Bertolucci, possiamo definire “equivalenze verbali” di un panorama artistico che parte dalla metà del Duecento con Cimabue e si snoda attraverso i secoli, spingendosi fino alla pop art di Oldenburg. Bertolucci si accosta ai dipinti, li descrive, ricolloca nella realtà, dando voce e significato a rivelazioni silenziose: arricchisce la pittura con l´elemento sonoro del linguaggio. È questo il miracolo di queste pagine e di tante altre, scritte in tempi diversi, che hanno per oggetto l´arte e la letteratura.
Ma come autore in proprio, come poeta, Bertolucci inclina a un´operazione più radicale e complessa, che ricorda l´opera totale wagneriana, a cui concorrono tutte le altre, ma per la quale dispone solo di parole. Ho ancora in mente il modo insieme allarmato e inerme con cui Bertolucci si muoveva per Monteverde vecchio, a Roma, quando lo accompagnavo, ai tempi della mia giovanile e rispettosa amicizia per lui. Il mondo come volontà, per dirla con il filosofo, non finiva di assalirlo; aveva bisogno di filtrarlo, fissarlo e svirulentarlo nella rappresentazione. Buona parte della sua poesia, dalla raccolta giovanile Sirio (1929) a Fuochi in novembre (1934), La capanna indiana (1951-1955) e Viaggio d´inverno (1971) parte da un movimento pittorico, consiste in una apparizione del mondo in cui tutto, anche le idee, è intercettato dallo sguardo, risulta “visto”. Ciò appare soprattutto evidente nella Camera da letto (libro primo, 1984 e secondo, 1988), lo sterminato romanzo in versi composto intenzionalmente contro il precetto di Poe, che sconsigliava ai poeti moderni di scrivere componimenti troppo lunghi. Si tratta per lo più di scene di vita familiare e quotidiana, di epifanie della natura, istanti introspettivi di dolcissimo strazio, strappati al tempo contro tutte le leggi della narrazione. Le immagini della realtà si succedono con un movimento che ricorda quello lento e inesorabile d´una pellicola, la vita si trasforma in un film: scorre, ma non passa, avviene in un presente in cui tutto è fermo per un´oscura, salvifica e disperata malìa. Ne risulta un romanzo, forse l´unico che sia stato scritto, in cui il grande tema è la macerazione e dissoluzione del tempo.
Pian piano si sviluppa, in particolare nei versi attorcigliati come lenzuoli, della Camera da letto, un patema onirico, doloroso, vibrante e metamorfico. Parallelamente si fa sempre più ricca la dotazione di parole di questa poesia: Bertolucci sembra sviluppare un suo sommesso, ma amplio e variegato patrimonio lessicale che ha pochi eguali nella poesia contemporanea, non solo italiana. In esso si raccoglie e s´incrocia l´eredità tutta nostrana di Pascoli con quella di autori di diversa lingua, soprattutto Wordsworth e Proust. È quel che consente al poeta di essere traduttore straordinario, fedele e personale, di artisti tra cui spiccano Shakespeare, Milton, Kipling, Frost, Pound, Eliot e soprattutto Baudelaire, di cui sono tradotti integralmente e in splendida prosa Les fleurs du mal.

Diritti Globali

Carl Fredrik Hill, artista massimo in genio e follia

dicembre 23, 2011

Carl Fredrik Hill

Poco noto da noi, ma la sua vena visionaria influenzò molti

Sebastiano Grasso per “Il Corriere della Sera

Non è stato Giorgio de Chirico (1888-1978) il solo artista ad autodefinirsi pictor maximus. Prima di lui lo ha fatto Carl Fredrik Hill (1949-1911), di cui, adesso, la Svezia celebra il centenario della morte con una grande retrospettiva al museo Waldemarsudde di Stoccolma, a cura di Sten Åke Nilsson: 133 lavori fra oli (71) e disegni (62); comprese sette versioni dell’Albero da frutta in fiore. Altre due rassegne, anche se minori, al museo d’arte di Malmö (48 disegni di Hill e altrettanti di artisti che a lui si sono ispirati) e alla Konsthall di Lund (27 dipinti e circa 200 disegni del lascito al Museo).

In Italia, Hill è noto esclusivamente in una piccola cerchia di specialisti. E in Europa occorre risalire al 1949, centenario della sua nascita, per una serie di mostre a Londra, Lucerna, Basilea, Ginevra, Amburgo e Parigi. Città, quest’ultima dove il pittore svedese era arrivato nell’estate del 1874, fermandosi per quasi un triennio. La Scuola di Barbizon (dove conosce László Moholy-Nagy e Michael Munkacsy) e Camille Corot («Ha scoperto un nuovo modo di guardare il vecchio» scriverà) influenzeranno la sua pittura, soprattutto quella di paesaggio. Ammira anche Alexandre Decamps, Charles Daubigny, Jean-François Millet, il doganiere Rousseau; Parigi, ma anche le vedute di Montigny le Bretonneux e di Champagne e della Normandia.

Vuole «stupire il mondo e guadagnare un sacco di soldi». Scrive al padre: «Mi limiterò a ricordare che con me la Svezia ha un pittore mai visto». E si fa chiamare pictor maximus. Durante il soggiorno parigino muoiono la sorella Anna e il padre. Soprattutto la scomparsa della sorella, cui Carl era molto legato, mina le sue capacità intellettive; aggravate, sul piano artistico, da una grande delusione: i saloons rifiutano i suoi quadri. Gli effetti saranno piuttosto devastanti.

Carl comincia a soffrire di quella che Eraclito definiva una malattia sacra: paranoia e allucinazioni. Di notte grida come un ossesso; i vicini si lamentano e l’artista viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, dove disegna una serie di motivi osceni. Quando rientra definitivamente in Svezia, va a vivere con la madre e una sorella nella casa natale di Lund.

Seguono anni di intenso lavoro. È come se Carl avesse un desiderio di rivalsa, atto a dimostrare che il fallimento parigino era colpa dei francesi: non avevano capito nulla del suo genio.

Dipinti, migliaia di disegni – anche quattro al giorno – fra allucinazioni e cefalee: paesaggi, qualche ritratto. Ma anche figure fantastiche e visionarie che gli venivano suggerite sfogliando la collezione paterna di libri illustrati: un leone gigante che ruggisce a una giovane sposa nuda e triste; un coccodrillo-leone che vuole accoppiarsi con una donna il cui corpo galleggia in un fiume blu; due elefanti in uno stagno, una donna con serpenti, una tigre – vengono in mente le tigri di Antonio Ligabue – che si aggira fra i colonnati.

Stile? Carl Hill è un eclettico. C’è sì nelle vedute l’impronta della Scuola di Barbizon, uno spruzzo di impressionismo in paesaggi con figure ( Mia sorella Anna ) e, ancora, negli occhi a mandorla, contornati di nero, di talune donne, l’eco dei ritratti del Fayyum. Anche se talvolta si è dinanzi a tecniche diverse, si tratta, comunque, di immagini private, emotive, rese a tinte forti.

Ma una domanda lo ossessiona: «È noto Hill?». Non lo saprà mai. Solo dopo la morte i suoi lavori cominciano a girare per l’Europa e a lui spesso si ispireranno artisti come Arnulf Rainer, Günter Brus e Georg Baselitz; o poeti come Jesper Svenbro (Eccomi accanto alla sua tomba. / La lapide guarda ad Est / come volesse salutare il sole / che annuncia al mattino: / il mondo è nuovo. / La rugiada brilla sull’erba. / Tutt’intorno risplendono / umidi tronchi d’albero. / S’alza, implacabile, il sole, / impossibile incontrare il suo sguardo) e Gunnar Ekelöf.

Carl nasce nel sud della Svezia, a Lund. Il padre, professore di matematica, all’inizio avversa le sue aspirazioni di pittore, ma, una volta convintosi che non si tratta di un capriccio momentaneo, lo manda a studiare all’Accademia di Stoccolma. Nei musei, Carl si esercita a copiare i maestri olandesi, soprattutto i paesaggi del secentista Jacob van Ruisdael. Ma il suo sogno resta Parigi, crocevia internazionale dell’arte. I tre anni trascorsi fra i café de la Ville Lumiére e la campagna circostante contribuiranno moltissimo alla sua formazione di pittore. Disperazione e follia faranno il resto.

Le tre mostre
Anche a Malmö e Lund
La mostra dedicata a Carl Fredrik Hill rimarrà aperta a Stoccolma, al Museo Waldemarsudde, fino al 29 gennaio 2012 . Altre rassegne su Hill sono in corso all’Art Museum di Malmö e alla Konsthall di Lund, entrambe sino al 22 gennaio 2012

I tre Douglas (più uno)

dicembre 23, 2011

Kirk e Michael Douglas

Ranieri Polese per “Il Corriere della Sera

Londra, 1999. Sul piccolo palcoscenico del Comedy Store un giovane attore americano sta cercando di proporre il suo monologo. Ma il pubblico non si diverte, partono frecciate e buu. Lui, infuriato, si ferma. «Ma lo sapete chi sono io?» chiede. «Sono il figlio di Kirk Douglas!». Per tutta risposta gli spettatori, uno dopo l’altro, si alzano in piedi e imitando la voce del grande Kirk («I am Spartacus!») ripetono: «Io sono il figlio di Kirk Douglas». Ora Eric Douglas, il più giovane e più sfortunato dei quattro ragazzi Douglas, riposa nel Westwood Memorial Park di Los Angeles, lo stesso dove Marilyn Monroe e Natalie Wood non hanno ancora trovato pace. Lui, Eric, se n’è andato nel 2004, per un’overdose di alcol, pasticche e droghe. Aveva 46 anni, i giornali scrissero che aveva fatto parlare di sé più per i suoi guai con la droga e l’alcol che non per la sua carriera di attore. Suo padre, Kirk, va sulla sua tomba tutte le settimane: «Non so nemmeno più quante volte l’ho portato a disintossicarsi », dice. «Continuo a chiedermi se avrei potuto fare di più di quello che ho fatto. Ma credo che a volte non ci sia proprio niente da fare». Forse è la legge fatale che colpisce i figli dei grandi di Hollywood, le vicende di Marlon Brando lo testimoniano. I giovani discendenti troppo sensibili soccombono. Chi ce la fa, sicuramente non sarà un padre affettuoso e presente, come dimostra la saga di tre generazioni di Douglas. Nel caso di Eric, poi, c’era forse anche la gelosia per il fratellastro Michael, che dall’87 in poi passa da un successo all’altro: Attrazione fatale,Wall Street (Oscar per il miglior interprete), La guerra dei Roses e Basic Instinct. Uno dei numeri di cabaret più riusciti di Eric era la parodia di Michael in Basic Instinct. Dopo il matrimonio di Michael con Catherine Zeta-Jones, Eric aveva incluso un’altra battuta nel suo show: «Lui è ebreo, lei è scozzese, sono la coppia più spilorcia del mondo!». Al che, Catherine replicò rabbiosa: «Sono del Galles, non sono scozzese». Anche il padre Kirk figurava nel suo repertorio: «Una mattina mi sveglio e scendo per fare colazione, vedo mio padre vestito con una toga. Jesus! grido. E lui: Non sono Gesù, sono Spartaco».

Oggi, a 95 anni compiuti il 9 dicembre, il vecchio Kirk prova a farsene una ragione. «Io credo che i miei figli non abbiano avuto la fortuna che ho avuto io, quella di nascere povero, costretto a cercare ogni tipo di lavoro per poter mangiare». Anche Michael, padre di Cameron, in prigione dall’anno scorso per possesso e spaccio di stupefacenti (ma la sua situazione rischia di complicarsi visto che gli hanno trovato della droga in carcere), la pensa allo stesso modo: «Essere figlio di un uomo per cui, sempre e comunque, vale la regola “career first”, prima di tutto la carriera, non aiuta». Lui, a sei anni, dopo il divorzio di Kirk dalla primamoglie Diana Dill, si trova affidato con il fratello Joel alla madrementre il padre va a Hollywood. Sembra una maledizione che si ripete. Nel ’75, tra padre e figlio c’è uno scontro: Kirk compra i diritti per lo schermo del romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo e li cede a Michael, che produce il film. Kirk voleva per sé la parte di McMurphy, ma il figlio ingaggia il giovane Jack Nicholson.

Ai membri delle grandi dinastie del cinema tutto è concesso e niente è risparmiato. E Michael, nel ’92, al culmine del suo successo, vede andare a pezzi il suo matrimonio, esagera con l’alcol, finisce in disintossicazione mentre i giornali scrivono che soffre di «sex addiction». Il secondo matrimonio diMichael con Catherine Zeta-Jones, un’unione felice con due figli, un maschio, Dylan, e una bambina Carys, lo aiuta a riprendersi, anche se — proprio nel 2004, l’anno della morte di Eric — cominciano ad arrivare lettere minacciose e sinistre. Il bersaglio è Catherine, di cui si annuncia la morte e si elencano sue presunte relazioni, per esempio con George Clooney. Sembra quasi che la vicenda di Attrazione fatale esca dallo schermo e invada la realtà. E infatti a spedire le lettere è una ragazza ossessionata dall’attore e disposta a tutto per rovinare il suo matrimonio. Se con Cameron, Michael ha riconosciuto di essere stato «un cattivo padre», ora con i due figli avuti da Catherine è un genitore esemplare («se avesse potuto allattarli lui, l’avrebbe fatto» ha detto la moglie) e questo l’ha sostenuto nella sua battaglia contro il tumore alla gola.

Giunto al momento di fare i conti con la sua vita, Kirk ha trovato aiuto nella religione. Riscoperta nel 1996, dopo un colpo apoplettico che lo lascia per mesi senza l’uso della parola. È allora che si mette a studiare la Torah e celebra un tardivo Bar Mitzvah. Ed è come se si riannodassero i fili di una vita sacrificata per la carriera, come se il passato tornasse a vivere. Con la storia di Issur Danielovitch, nato nel 1916, ad Amsterdam nello Stato di New York, unico maschio in una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia. Costretto a fare mille lavori per portare a casa qualche soldo, conosce la miseria, la lotta per affermarsi, l’ostilità contro gli ebrei. Del padre Herschel ricorda che era troppo preso nella lotta per la sopravvivenza per dedicargli attenzione o anche, solo, una pacca sulla spalla. Con la religione chiude prestissimo: non volevo diventare un rabbino, ha detto. Quello che vuole, invece, è diventare attore: dopo le prime esperienze di teatro a scuola, riesce a seguire i corsi di recitazione grazie a una borsa di studio. Quando, dopo Pearl Harbor, si arruola, cambia nome. Ferito, sarà congedato e riprenderà a recitare. Ma già nel ’46 è chiamato a Hollywood. Il truccatore del primo film vorrebbe coprirgli la fossetta sul mento, lui si rifiuta: oggi, insieme all’impronta delle mani davanti al Grauman’s Theatre di Hollywood, c’è anche impresso il suomento. Intanto il matrimonio con Diana Dill (da cui sono nati due figli, Michael e Joel) entra in crisi. E nel ’51 c’è il divorzio. Quando nel ’54 si sposa con Anne Buydens, Kirk ha già avuto due nomination per l’Oscar. Nascono due figli, Peter ed Eric, e il matrimonio dura ancora, perché, dice, anche a Hollywood succede che certe unioni resistano.

Giornalista spietato per Billy Wilder (L’asso nella manica), tormentato Van Gogh in Brama di vivere, leale Doc Holliday che accompagna lo sceriffo Wyatt Earp alla Sfida all’O.K. Corral, meraviglioso Ulissenel kolossal italiano di Mario Camerini, Kirk tiene più di ogni altra cosa a Spartacus, 1960, il secondo film in cui veniva diretto da Stanley Kubrick. Aveva voluto come sceneggiatore Dalton Trumbo, un grande scrittore finito sulle liste nere di Mc-Carthy per la sua fede comunista. E pretese che il suo nome comparisse nei credits del film. Molti criticarono quella scelta, fra gli altri il «falco» John Wayne. Era un rischio grandissimo per quegli anni, che poteva costargli la carriera. «È stata la cosa più importante che ho fatto» ricorda, proprio nello spirito dell’eroe del film, l’uomo che aveva guidato la rivolta degli schiavi contro le leggi inumane di Roma. E pochi anni fa Douglas ha ottenuto che gli Stati Uniti chiedessero ufficialmente perdono agli afroamericani ridotti in schiavitù.

Anche Michael, in fondo, il suo perdono l’ha chiesto. In un film, Wall StreetIl denaro non dorme mai, con Gekko che torna dalla prigione e riprende i suoi giochi pericolosi sul mercato finanziario. Alla figlia che gli rinfaccia i disastri familiari, ricorda i suoi tentativi disperati per salvare il figlio drogato. Ma il ragazzo ormai non c’è più, resta solo il rimorso senza rimedio. Forse, però, come insegna il vecchio patriarca Kirk, c’è ancora tempo per un altro atto in quel dramma che si chiama vita.

ARBASINO A MANHATTAN SFOTTE CATTELAN

dicembre 23, 2011

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino per “la Repubblica“, da “Dagospia

…Come ci si sente lontani, qui, nei quartieri del lusso, dal vecchio Village, ove tante strade, oggi indifferenti, erano un tempo circonfuse da aure nostalgiche: Christopher, Grove, Stonewall, Waverly Place… E poi, più recenti secondo le mode, a Soho: Prince, Spring, Broome, Wooster, Greene, Mercer…

Variano anche le battute, nelle vignette e in tv. Saranno più anziane o più giovani?… «O è psicotico, o si appella alla base»… «Sono sicuro che siete bravissimo, ma non mi interessa sentirvi parlare di tasse»… «Possibile che questo elaborato tatuaggio sia venuto qui da solo?»… «Non che mi lamenti, ma non mi sarei mai aspettato di vedere uno scoiattolo gigante da un altro mondo che pulisce la strada»… «Prima dell´invenzione della ruota, i primitivi restavano delusi dai pneumatici quadrati»…

«Quando non porti la cravatta, poi ti gratti il collo per tutta la notte»… «Non si cambiava i jeans neanche davanti al computer»… «Qui si mette sempre peggio» (con un telefonino, da un ascensore bloccato, dove un chitarrista sta cominciando a suonare). E i vistosi annunci: uno che lascia le scene, due che divorziano, una che è incinta… Disturbing.

Un evento è la mostra di Cattelan al Guggenheim Museum: il «typically Italian» di turno. Anche qui: «perversely seductive and disturbing», giacché si tratta di oltre cento provocazioni e trasgressioni e irriverenze pendenti nel grande vano, e non nelle nicchie alle pareti che hanno sempre avuto l´inconveniente di presentare quadri rettangolari sopra un dislivello discenditivo.

Le molte impertinenze e insolenze sono appese al soffitto con cordami di lunghezze diverse: ecco dunque variamente impiccati bambini (come già a Milano), televisori, calcio-balilla, asinelli, tappeti, Hitler, piccioni veneziani, scheletri di animali. Per la gioia di chi fotografa. Ma indubbiamente starebbero meglio isolate, le singole opere. Come nel caso dei “mobile” di Calder, l´accumulo fa inevitabilmente magazzinaggio.

Quanto lavoro per tanti addetti: imbalsamatori, cordai, fissatori, esperti di riempitivi, anche per le mescolanze fra Picasso e Lichtenstein. Nessuna dissacrazione anti-musulmana, e parecchie invece anti-cattoliche. Tipicamente, il papa Wojtyla atterrato non dalle pistolettate dell´attentatore Ali Agca, bensì da un meteorite-metafora.

Nelle sale adiacenti, sempre i capolavori della collezione Thannhauser, con i magnifici Picasso antichi e recenti. Ma qui si avverte l´assenza dei suoi meravigliosi “Saltimbanchi”, ora alla National Gallery di Washington. E già descritti da Rilke nella quinta Elegia Duinese. «Là vizzo, rugoso, l´atleta, – il vecchio, che batte solo ancora il tamburo, – nella sua pelle potente rientrato, com´essa – due uomini prima vestisse…».

…Passeggiando… Al Whitney Museum, “Real/Surreal” espone un´antologia di incontri-scontri fra Realismo e Surrealismo nell´America tra le due grandi guerre. Quadri, disegni, foto. Allucinazioni quotidiane in luoghi urbani immediatamente riconoscibili e inverosimili. Nevicate, labirinti, fonderie, spiagge, binari, false prospettive e proporzioni ingannevoli. Notturni solitari e metafisici, pupazzi come in De Chirico.

Ma anche l´isolazionismo nazionalista delle Piccole Città alla Spoon River. Analisi di tipi e comportamenti psicologici dietro la fissità delle fantasticherie attonite. Qui, soprattutto Jared French (1905-1988), accanto alle tipiche magie di Edward Hopper, Joseph Cornell, Grant Wood, Philip Guston, Man Ray, e tipicamente Yves Tanguy, in zaffate di surrealismo europeo.

Accanto, oltre a brevi “corti” marini di Lichtenstein, “La seduzione di Galileo Galilei”, di Aleksandra Mir. Video con una gru che prova a costruire una torre di vecchi pneumatici, ma a causa della forza di gravità continuano a cascar giù. E su un altro piano, una collezione di giganteschi cubi nuovissimi di David Smith, perfettamente in ordine malgrado il titolo fuorviante di “Cubi e Anarchia”.

Intanto, in giro, cosa sarà più trendy, fra gli shopping events?
Bottiglie in forma di teschi, Tacchi di plastica, Pareti a strisce e pois. Conferenze su «Come fare apposta gli sbagli». Dibattiti su «La libertà di espressione deve includere la licenza di offendere?». Grand Guignol & Assenzio.

The Cannibal, The Occulter, Closet Divas & Divos, Jewish Culture Downtown, I Droni e l´Universo, «Come ho capito che non tornerai a casa», «Può un´opera trionfare per la Pace e la Verità?», «Un giardino semovente interattivo», «Solo urli e strilli», «Super Mario 3D Land, per Nintendo 3DS»…

E un tormentone d´attualità: sarà adesso più trendy come immagine, Bob Dylan o Cary Grant?

Così canta il perfetto seduttore

dicembre 23, 2011

Alberto Arbasino

Con Muti e Strehler alla Scala, fino ai limiti mai toccati dal Don Giovanni

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

«Quanti figli aveva Lady Macbeth?». (Anche per il tormentone delle successioni a quel trono)… E «Nulla al mondo più alcuno paventa, se a Spoleto difende l’onor!»… Erano giochetti d’altri tempi, fra la più rinomata saggistica british e le sprezzature nostrane gorgheggianti ai migliori festival. Ma adesso, fra le ombre e luci delle inaugurazioni e delle memorie si protendono fra Roma e Milano lo spettro di Banco e il fantasma del Commendatore. Bentornate, care salme!
Siamo qui pronti! Da tutta una vita!

Circa il Macbeth verdiano, già sessant’anni addietro era definitivo Giorgio Vigolo. «Affascinante mistura di bello e di brutto, di orroroso cattivo gusto e di balzante istintività sanguigna: qualcosa come un minotauro infiocchettato… Difficile immaginare scena più sinistra di questa Lady Macbeth che intona il brindisi della Traviata fra i ballabili di Luigi Filippo, rovesciati nella remota Scozia dell’anno 1000». Poi, «la bassa lega quasi ingiuriosa» dei ballabiletti e marcette da giostrina programmaticamente villereccia per accompagnare il corteo regale, accanto al Sublime delle due grandi scene di lei: «surrealismo involontario o avanti lettera»…

Certo, ai tempi di Verdi o di Vigolo, non si poteva ancora definire «postmoderne» queste contraddizioni eclettiche, o confusioni «diacroniche» fra stili e moda e beltà e magari «camp» delirante o demoniaco, secondo le epoche… E le gran voghe dell’Alienazione e del Kitsch?

Qui le memorie si intrecciano. Dalla leggendaria Callas con De Sabata alla «magia» di Schippers e Visconti e Tosi a Spoleto. E le volte successive alla Scala. Con la direzione di Scherchen, e la regia di Jean Vilar, un fantastico battente di luci che si estinguevano dietro la scomparsa della suprema Birgit Nilsson. Poi, stupendi, Abbado e Strehler in un torvo baluginio di lastroni di rame. Sempre alla Scala, il greve cubone di Graham Vick per il magnifico Muti. E lui ancora al San Carlo napoletano, con le tante figure chiare del bergamasco Manzù. Naturalmente anche a Salisburgo, un quarto di secolo fa: con Chailly, Faggioni, la Dimitrova, Cappuccilli, Ghiaurov. Opulento, sontuoso. Indimenticabile, poi, fra i mille laghi e boschi finlandesi, unMacbeth all’aperto davanti al castello molto medievale e diroccato di Savonlinna, il più giusto dei fondali.

Stavolta, all’Opera di Roma, Muti ha trionfato per intelligenza non disgiunta da pathos nel dar vita delirante anche ai minimi anfratti della partitura, già magari considerati mero «accompagnamento» o volontario «camp». Sensazionale il successo della protagonista Tatiana Serjan, magistrale voce fulgidamente «nera»: opposta dunque ad ogni «creaturalità» pucciniana, e bravissima nel far sentire che «una macchia è qui tuttora» è un rovescio macabro di «spunta la bella aurora».

Lo spettacolo di Peter Stein è molto bello se la scena si riempie di cespugli danzanti, scontri d’armi, banchetti funestati. Quando è nuda e vuota, fa un po’ concerto malgrado la bravura degli interpreti e le sapienti luci alla Rembrandt. Questo Macbeth sempre «in crisi», poi, rinvia alla celebre incisione di Füssli, fine Settecento? Ne ho qui una: Macbeth e Banco, epici e atletici, con vistosi drappi alle spalle. Uno si erge, uno si difende (ma chi è chi?) davanti alle streghe. Povere barbone, hanno appena detto: «Un tamburo. Che sarà?». E la caldaia, allora, a cosa serve?

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Quanti magnifici Don Giovanni, poi. Lungo tutta la gran carriera di Karajan, direttore e regista: dal debutto bianco-e-oro tutto pimpante alla Scala, con le indispensabili Schwarzkopf e De Los Angeles e Noni e le lunghe gambe dominanti di Mario Petri, alle vetrate finali con Samuel Ramey terminalmente smarrito nel vasto grigiore dei cosmi, a Salisburgo. Ma lì accanto, un eccellente Don Giovanni di Giuseppe Gazzaniga, in una baita o cascina, inappuntabile, e come protagonista un tenore. Poi quello di Molière, al Landestheather, con regìa di Ingmar Bergman: molti bagnetti di saltrati ai piedi, con le vaschette, per i due vecchi compari, dopo tanto notte e giorno camminar. E mai un cavallo, mai una carrozza.

Alla Scala, fu toccata la perfezione con Muti e Strehler e la sublime Gruberova, e Thomas Allen, e Francisco Araiza come un virile Don Ottavio che non può credere all’infamia di altri Don. A Ferrara, con Abbado, lo splendido Simon Keenlyside faceva un insolito Don guizzante e sexy come un Rolling Stone, e Bryn Terfel era un imponente Leporello tipo camionista gallese. Ancora Abbado con Peter Brook, a Aix-en-Provence, concentrarono il Don Giovanni in una sala prove quasi minimale, coi cantanti seduti sulle panche intorno, e alzandosi per i loro numeri. Sempre ottimo anche Zubin Mehta, coi consueti interpreti specialisti, nella giusta Pergola fiorentina.

Quando il Don «sente odor di femmina», e giunge Donna Elvira in abito da viaggio, i soliti conoscitori calcolano le centinaia di chilometri fra Burgos e Siviglia, e i derivati effetti olfattivi afrodisiaci. E alla fine, quando Leporello va all’osteria «a trovar padron miglior», lì a Siviglia, chi vi potrebbe trovare se non altri farfalloni amorosi come Cherubino, parrucchieri tipo Figaro, o contrabbandieri della Carmen?

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Alla Scala, l’apparizione iniziale della grande specchiera riflettente ci rammentava appunto gli specchi sistemati con Vittorio Gregotti nella nostra remota Carmen bolognese, come fondale per le habanere di Adriana Lazzarini, ove però il pubblico poteva specchiarsi, e magari aggiustarsi qualche mise. Un classico dell’Arte Povera sono poi gli specchi di Michelangelo Pistoletto, che riflettono gli astanti accanto alle figure dipinte. Invece lo specchio tremolante faceva impressione soprattutto riflettendo come quadri di Bacon in movimento le facce di Franca Valeri e di Annamaria Guarnieri nelle Serve (anziane) di Genet.

Lo spettacolo scaligero, poco buffo e anzi cupo, musicalmente e scenicamente, si fonda su varie trovate, non giocose ma di successo. Scenari sempre in moto, come ricavati da vecchi pezzi polverosi del sipario solito. Il presupposto maschile per cui «le donne, la danno, e poi si lamentano». Abiti e sottovesti memori di collezioni attuali di prêt-à-porter, e anche vecchie riviste degli anni Quaranta, film con telefoni bianchi e guanti neri. Assenza notata di qualunque sensualità, tuttavia, ad eccezione della zelante Zerlina. Ma in quali epoche feudali i villici avrebbero puntato spade contro i nobili? O questi avrebbero allacciato l’ultimo bottone del gilet?

«No’l sperate» o «Non sparate»? Non si capisce mai bene. Però Masetto ha già un moschetto e una pistola: simile a quella che nell’analoga prima scena della Forza del Destinosciaguratamente ammazza il Marchese di Calatrava quando sorprende la figlia Leonora col giovanotto Don Alvaro, nottetempo. Ancora lì a Siviglia, «sforzar la figlia ed ammazzar il padre!».

Alla Scala, «chi poteva in quel vegliardo, tanto sangue immaginar!» (E non inMacbeth). Però poi la dialettica servo-padrone rimane eterna, alternando battibecco e compiacenze, anche se il mood è grave. E resta memorabile (recitato da Jeanne Moreau) ilRacconto della serva Zerlina, di Hermann Broch: ove la poveraccia, vecchia e rincoglionita, confusamente ricorda quegli strani avvenimenti vissuti.

E la Morale? Macché «non temere, nelle mani son io di un Cavaliere»? Piuttosto, spese e sperperi all’insegna di Lusso e Cultura europei; e tante ragazze – tutte lo cercano, tutte lo vogliono, macché più escort – insegna Don Giovanni. Dunque, all’inferno quanti gli ruotano intorno come pianeti spenti, senza più un motore luminoso. E quell’infame, nonostante il Commendatore sul Palco Reale, ironizzò.

L’uomo che mise le parole in croce

dicembre 23, 2011

Arthur Wynne

Leonardo Colombati per “Il Corriere della Sera

Non molto tempo fa sui giornali è comparsa di sfuggita la notizia della morte di Arthur Wynne: mentre gli Alleati iniziavano la controffensiva sul fronte delle Ardenne e l’Armata Rossa si attestava sulla Vistola, Wynne aveva abbandonato il pianeta a 74 anni, chiudendo gli occhi davanti allo spettacolo dei bombardieri dell’Us Army Air Corps che per esercitarsi prendevano di mira la minuscola Dan’s Island, sulla linea dell’orizzonte, facendo fuggire terrorizzati tutti gli stormi di fenicotteri della spiaggia di Clearwater. Lo trovarono seduto su una panchina, lungo il boardwalk, col giornale in grembo aperto sulla pagina del cruciverba; la matita che la sua mano irrigidita ancora impugnava aveva fatto a tempo a scrivere solo le prime quattro lettere del 19 verticale.

I mistici indiani, i sufi e i cabalisti di Girona concordano sul fatto che il linguaggio non si lascia ridurre alla semplice comunicazione fra gli esseri ma possiede un lato interno, una dimensione segreta, una vibrazione profonda. Dello stesso avviso era Wynne: «Nella nostra lingua», mi diceva, «riverbera quella divina», e parafrasando un romantico tedesco, secondo cui i filosofi devono essere grammatici, gli piaceva affermare che nei cruciverba si specchia tutta la scienza dell’uomo e che l’enigmista è il nuovo demiurgo.

Nonostante gli piacesse confondere le acque raccontando favolette esoteriche, il modo in cui Wynne arrivò a escogitare il primo schema di parole crociate della storia fu piuttosto banale: arrivato in America da Liverpool col sogno di diventare un grande violinista o giornalista, era stato cacciato da tutti i giornali e le orchestre di Pittsburgh prima di trovare un posto al «New York World» con l’incarico di escogitare giochi per l’ultima pagina dell’edizione domenicale; un giorno si ricordò dei Cubi magici, quelli in legno con le lettere intarsiate che gli avevano regalato da bimbo e che se sistemati nel modo giusto formavano parole sia in linee orizzontali che verticali. Il 21 dicembre 1913 il Cross-Word Puzzle — così lo aveva chiamato il suo autore — venne pubblicato all’interno della rubrica il cui titolo era anche la prima parola da indovinare: «Fun». Lo schema aveva la forma di un diamante e al posto delle lettere intarsiate c’erano tanti quadratini bianchi che avrebbero rivelato 31 parole se riempiti correttamente a partire dalle definizioni. Le definizioni erano mie.

A quei tempi non avevo ancora esaurito i miei vent’anni, ma non c’era nulla d’eroico che fermentasse dentro la mia testa già ricoperta soltanto da una tenera lanugine. Trascorrevo lunghi pomeriggi al giornale a correggere bozze e a stilare necrologi. Le macchine da scrivere gettavano il riflesso dei loro neri volumi sulle pareti, formando il profilo di una città che io sognavo un giorno di riuscire a conquistare coi miei articoli; ma mi mancavano il talento e la volontà, e finii a fare lo scudiero di Wynne, trovando le definizioni per le parole che con sorprendente facilità incasellava nei suoi rombi.

«Fra sei mesi il pubblico si stuferà», diceva il caporedattore. Si sbagliava di grosso. Non trascorse neanche un anno che Wynne si vide pubblicato in terza pagina un suo ritratto con tanto di fotografia in cui veniva definito come «il mago delle parole crociate» e, più sotto — proprio verso la fine, senza che fosse mai ricorso il mio nome —, come «il principe degli enigmisti». La celebrità giovò al suo umore, già buono, anche se talvolta era afflitto da improvvise tetraggini e da profondissimi stati di distrazione; ma nessuno se ne sentiva offeso, anzi… ci si chiedeva, infatti, a quali insondabili profondità attingesse il suo spirito quando nel bel mezzo di una conversazione proprio il suo spirito s’addensava dietro agli occhi spalancati, per poi evaporare inumidendogli la fronte: stava forse architettando incroci di parole clamorosi, mentre, soffiando sul caffè, continuava a presentare il suo «io» svuotato?

Per lui cominciarono ad arrivare al giornale lettere profumate e grandi scatole bianche piene di fiori: lui lacerava il nastro rosso con le sue unghie bombate e appuntite e annusava le rose dando non più di un’occhiata distratta al mio tavolo, per vedere se avevo finito. Escogitare le definizioni appropriate per le parole che incrociava gli risultava noioso — o almeno così diceva, giustificando il ricorso ai miei servigi. Ma io sapevo che la verità era un’altra: la sua intelligenza, infatti, così elastica quando si trattava di comporre la trama e l’ordito degli schemi, s’irrigidiva, proprio nel campo in cui io eccellevo, come una mosca nella resina. La circostanza fiaccava segretamente la sua arroganza, perché Wynne capiva benissimo come non siano le risposte a rendere un cruciverba una mediocre accozzaglia di parole o un raffinato ricostituente per la mente e lo spirito; tutto il genio — o quasi — sta nelle domande. D’altronde, quante definizioni corrispondono alla parola cane?

Gli servivo per un lavoro che non sapeva fare; per questo mi odiava. Un pomeriggio lo sconvolse la definizione che avevo trovato per no («la fine del giorno»). «Ma la risposta è sera!» gridò battendo i pugni sul tavolo. Aveva già pubblicato, e con immediato successo, il suo primo libro di enigmistica, dentro al quale il lettore faticherebbe inutilmente nel cercare il mio nome: era lui la figura del quadro su cui far piovere tutta la luce.

L’ultima volta che lo vidi era venuto un colpo apoplettico a Warren Harding, forse il peggiore presidente della storia degli Stati Uniti. Wynne mi aveva dato appuntamento in un ristorante dalle cui finestre si vedevano le chiatte e i rimorchiatori risalire l’East River. Quando entrai era già seduto: «Che cos’è questo scherzo?», disse buttandomi addosso una copia del «New York World». Sapevo bene cosa l’aveva fatto infuriare; il 4 orizzontale: cricca. La definizione (mia) diceva: «Era dell’Ohio quella di Harding», un riferimento ai collaboratori del presidente coinvolti in losche compravendite di terreni demaniali.

Il giorno dopo fui licenziato e andai a bussare alla porta del «Daily News», sulle cui pagine ancora oggi pubblico i miei cruciverba; faccio tutto da solo: domande e risposte. Quanto a Wynne, non trovò più collaboratori alla sua altezza e quattro anni dopo avermi fatto licenziare fu a sua volta licenziato.

Non ho più saputo nulla di lui, fino a quando non ho letto della sua morte. Mio povero Arthur Wynne! Ti vedo sulla panchina, in Florida, che tenti di risolvere uno degli schemi che un tempo ti avevano reso famoso; adesso leggi la definizione del 19 verticale e, sorpreso, felice, stai per scrivere il tuo nome, ma ti accorgi che ci sono due caselle in eccesso. Com’è possibile? All’improvviso ti viene un’idea, un sospetto… No, non è possibile, ma… Nelle prime quattro caselle inserisci le prime quattro lettere del mio nome; e tutto concorda.

sequenza

dicembre 22, 2011

iwantmybearsuit:loscaracolesnovuelanqui