La metropoli cosmopolita di Cleopatra e Ungaretti

Cecilia Zecchinelli per “Il Corriere della Sera

Roccaforte del partito Al Nour qui nato in giugno per portare «il Corano in tutti gli aspetti della vita egiziana», Alessandria ancora una volta si conferma diversa dal resto del Paese. Fratelli musulmani e salafiti, i «puri» che vogliono un Islam non contaminato da democrazia e innovazioni, stanno mietendo successi ovunque in Egitto, specie al Nord. Ma nella seconda città del Paese le indicazioni sono di una travolgente vittoria. Temuto dai cristiani, dai liberali e da molte donne, soprattutto il partito che ha per simbolo il sole e il cui nome significa «luce» ha capitalizzato sul degrado sociale e economico di quella che un tempo fu la metropoli più cosmopolita e colta d’Egitto, forse del Mediterraneo.

Anche in passato Iskandariya è sempre stata speciale, ma in senso opposto. Città e porto fondati da Iskandar, ovvero Alessandro Magno, poi capitale della regina Cleopatra e terra della filosofa Ipazia, sede del Faro che fu tra le sette meraviglie del mondo antico e della sua più grande biblioteca (ora ricostruita), di quel lontano e mitico passato restano solo rovine, anche se nelle sue catacombe ormai senza turisti il dio egizio Annubis vestito da legionario romano mostra quanto questo fu un luogo di fusione tra le civiltà. Ma nemmeno del nuovo splendore iniziato nel XIX secolo rimane molto. Non tanto negli edifici, in genere degradati ma ancora in piedi. Piuttosto per l’aria di libertà e cultura che un tempo si respirava, ora svanita.

Allora, a Alessandria convivevano senza tensioni almeno cinque popoli, altrettante lingue e fedi. Chi ha letto il celebre Quartetto di Lawrence Durrell ricorda gli amori negli anni Quaranta tra il narratore inglese, la ballerina greca, il mercante italiano, l’ebreo omosessuale e il travestito musulmano. Prima ancora qui nacquero e vissero poeti come Giuseppe Ungaretti e il greco Konstantinos Kafavis, più tardi fu la città, tra i tanti, di Marinetti. E tra gli egiziani vi nacquero il «Fellini arabo» ovvero Yussef Shahin, lo scrittore Edward Al Kharrat. Il premio Nobel Nagib Mahfuz l’amava, vi passava le estati, vi ambientò alcuni suoi libri.

La fine dell’Alessandria gloriosainiziò sessant’anni fa, con la caduta del Regno. Gli ebrei andarono in Israele, gli armeni, i greci e gli altri europei furono assorbiti dalle classi media e popolare egiziane, l’élite si spostò al Cairo. In pochi decenni Iskandaria da 300 mila abitanti è passata a oltre 4 milioni, il francese e il greco non si sentono più nemmeno nei caffè in stile ellenico o nei ristoranti un tempo chic. E di «diversi» ad Alessandria sono rimasti solo i cristiani, oggetto di attacchi come quello terribile della messa del Capodanno 2011, costato 23 morti. Negli ultimi mesi fatti così gravi non sono successi, ma in ottobre uno studente fu picchiato a morte perché portava la croce al collo e la comunità copta e cattolica segnala continui soprusi, tutti impuniti. In attesa del Nuovo Ordine, i salafiti si son rafforzati, osando gesti una volta impensabili. Come la copertura con teli della grande statua di Zeus con quattro sirene seminude nella piazza dove tenevano un comizio. Un fatto forse insignificante rispetto a quanto sta succedendo in Egitto, ma che dice molto su quanto Alessandria sia ormai cambiata.

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