Yates, splendori e miserie di un genio

Richard Yates

da “il Giornale

Così come era cristallino sulla pagina, Richard Yates in carne e ossa era un magnifico relitto, una presenza caotica e un animo selvaggio – un uomo alto ma curvo e fumoso, con l’abbigliamento e le maniere di un Kennedy, scarno e barbuto, con occhi spiritati e la voce dilaniata dal fumo; le parole gli uscivano fuori veloci dalla bocca, in una sorta di rombo soffuso e senza fiato, mentre la cenere volava sull’insalata che stava mangiando, sui boccali di birra, sui grembi delle altre persone, accompagnata da ogni gesto, con quel contegno che vacillava fra la cortesia sollecita e una cavalleria velata di amarezza.

Ho conosciuto Yates nel 1974 alla School of Arts della Columbia University, durante un laboratorio di narrativa previsto dal Master. Per poche migliaia di dollari a semestre, lui si presentava in quella stanzetta, settimana dopo settimana, indossando una pesante giacca sportiva e una cravatta a strisce diagonali, per consigliare e criticare una tavolata di studenti che ostentavano pantaloni consumati a zampa d’elefante, frange alla principe Valiant e cappelli spiritosi. Erano passati tredici anni da Revolutionary Road. Disturbo della quiete pubblica era uscito già da un anno.
Avevamo poco più di vent’anni e la maggior parte di noi non aveva mai letto niente di suo e nemmeno sentito parlare di lui. In classe ti chiamava per cognome, non per nome: un modo brusco, quasi scolastico di chiamare una persona, eppure assolutamente seducente. Regolarmente e con passione attaccava in modo feroce quegli scrittori che percepiva come suoi coetanei più affermati («fortunati», li chiamava lui), ma trattava il lavoro di ogni studente, non importa quanto infelice fosse il risultato, con una serietà a dir poco scioccante.
Nutriva rancori e si sdegnava.
Le sue divinità erano Hemingway e Fitzgerald.
Era pieno di amarezza.
Aveva tutto il diritto di essere amaro.
La sua amarezza era infinita.
A 24 anni io avevo appena pubblicato il mio primo romanzo, Wanderers, e questo faceva di me l’attrazione letteraria del mese. Così, quando arrivò al mio nome durante il primo appello di classe, aggiunse: «Ah, dunque tu sei il nostro ragazzo da un miliardo di dollari» con una voce che mi fece gelare la spina dorsale.
E non racconto cosa succedeva se qualcuno era tanto ottuso o paternalistico da definirlo uno «Scrittore di scrittori».
Dopo la lezione, gli piaceva passare del tempo a chiacchierare al bar del West End mentre faceva fuori un pacchetto di sigarette.
«Quindi, Price», quasi gorgogliava, col gomito macchiato di birra sulla vernice del bancone, «ti hanno dato un sacco di quattrini? Stai guadagnando soldi a palate? Assicurati che quei bastardi ti paghino», tossendo come una vecchia Ford mentre si toccava il petto in cerca del prossimo pacchetto da venti. «Ho scritto un buon romanzo, una volta, probabilmente non ne hai mai sentito parlare. Eri un ragazzo e sei ancora un bambino, non c’è alcun motivo per cui avresti dovuto». Nel frattempo apriva lentamente il pacchetto. «Basta che tu faccia in modo di spillare a quei bastardi fino all’ultimo spicciolo».
Nel 1991, dopo aver completato un breve periodo di insegnamento presso l’università dell’Alabama ed essere rimasto al verde, viveva da solo a Tuscaloosa in modo da sfruttare le agevolazioni ospedaliere per i veterani, per curare il suo enfisema che stava rapidamente deteriorando. A nord era giunta voce della sua condizione a un certo numero di suoi ex studenti e ammiratori, che raccolsero un onorario di 10.000 dollari e glielo offrirono per una lettura presso la Donnell Library nel centro di Manhattan.
Ma chi soffre d’enfisema non dovrebbe volare. Scese dall’aereo a bordo di una barella.
Più tardi quella sera, nella sala da pranzo dell’Hotel Algonquin, si presentò su una sedia a rotelle con una bombola di ossigeno legata alla schiena, dei tubicini per l’aria che gli correvano dalle orecchie al naso. Fu una cena molto breve.
«Price, avrei bisogno…dovresti riportarmi al piano di sopra. Porgo le mie scuse a tutti». Giunto in stanza mi chiese di chiamare un’ambulanza, e mentre aspettavamo, si sforzò di raccontarmi, a metà fra confessione e risentimento, di come fosse venuto a conoscenza di un commento estemporaneo fatto da un ex studente, ora autore di successo, durante un cocktail party di tre anni prima, e di come questo lo facesse ancora bruciare di umiliazione e rabbia.
Mi diede un messaggio da consegnare a costui – a questo individuo – nel caso in cui non ce l’avesse fatta a superare la notte. Non conteneva profanità, nessuna minaccia, solo l’ardente e ferita promessa di adempiere i propri obblighi.
I medici entrarono infervorati nella stanza, parlando con un tono di voce inutilmente forte e animato, come se stessero soccorrendo qualcuno in una zona di guerra.

«Allora, Dick. Va tutto bene, Dick? Hai un enfisema, Dick? Giusto?», mentre lo assicuravano con le cinghie. «Allora, com’è che ti sei messo ancora a fumare?».
«Non fumo. Non sono pazzo».
«Ah, sì?». Tirarono fuori un pacchetto di sigarette senza filtro dalla tasca della giacca di Yates. «Allora cosa sono queste?» Nonostante il collasso polmonare, Yates diventò rosso per l’imbarazzo.
Il giorno dopo l’ospedale non gli permise di uscire per fare la lettura alla Donnell.
Rifiutò di accettare l’onorario.
Tutti lo supplicammo affinché prendesse quei dannati soldi e si rimettesse. Dopo un lacerante momento di impasse, chiese un registratore e una copia di Revolutionary Road.
Quella notte, coloro che parteciparono alla lettura sedettero di fronte a un leggio vuoto affiancato da due altoparlanti e ascoltarono la registrazione di un moribondo che, tra respiri affannosi, leggeva riga dopo riga il primo grandioso capitolo di Revolutionary Road: lo straziante attacco di panico da palcoscenico di April Wheeler durante una rappresentazione dilettantesca de La foresta pietrificata.
In ospedale due giorni dopo, quando andammo a trovarlo, lo trovammo seduto sul letto. Se non proprio ripreso, era comunque in forma notevolmente migliore – e di buon umore. Le regole dell’ospedale prevedevano zero alcol e zero sigarette. E doveva mangiare.
Come formiche attorno a un barattolo di marmellata, un flusso di visitatori si dipanava dal letto al corridoio. Sembrava dannatamente felice. Più felice di quanto lo avessi mai visto.
Un anno e mezzo dopo non c’era più.
I suoi dei personali erano Hemingway e Fitzgerald. E ora, più di un decennio dopo la sua morte, anche lui è diventato una specie di dio. La cosa lo avrebbe fatto incazzare parecchio.

traduzione di Nicola Manuppelli

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