Uno straniero nel Paese delle ideologie

Alberto Cavallar

Alberto Cavallari, l’intellettuale «alla Camus» che volle sfidare il conformismo

Marzio Breda per “Il Corriere della Sera”

Alberto Cavallari condivise a lungo con Dino Buzzati una piccola stanza al pianterreno del «Corriere della Sera», a Milano.
Là un giorno accolsero insieme Albert Camus. Era di passaggio in Italia e voleva salutare Buzzati, di cui aveva adattato per le scene francesi il racconto Un caso clinico. Ne nacque un colloquio che Cavallari citava spesso, per un memorabile scambio di battute. Quando chiese al «grande moralista che non accettava dogmi e sistemi filosofici» quale fosse il significato del supplizio di Sisifo, al centro di un suo saggio. «Come mai», gli domandò, «non si stanca di portare verso la cima il masso che poi gli sfuggirà, rotolando ogni volta verso la valle? Come fa, mentre è vinto, a ricominciare l’inutile fatica e a essere superiore al suo destino?». Camus replicò: «L’uomo forse non sa cos’è il bene. Ma sa cos’è il male, sa che rifiutarlo è possibile, che è la sola cosa che può fare. Per questo Sisifo ricomincia da capo. Per questo paga la passione di vivere su questa terra senza svendere la coscienza per la sopravvivenza».
Una risposta che fece scattare in Cavallari pensieri di rispecchiamento. Non solo perché la faccia di Camus — secondo la descrizione che ne fece Buzzati — era una «faccia vera» come la sua, «non da marcio intellettuale… se mai da sportivo, chiara, popolaresca, solida, ironica, una faccia da garagista». Ma perché quell’uomo trasmetteva l’idea di un’innata «verticalità morale», per dirla con Alain Finkielkraut. Insomma: era un testimone non disposto a tacere, e tantomeno a barare, su nulla. Uno spirito libero, nel secolo delle catene ideologiche. Un osservatore inquieto, capace di critiche perturbanti. Un isolato che esplorava l’assurdo del suo tempo, vincolandosi a una sorte da «straniero». Per molti aspetti Cavallari vide in lui un altro se stesso, com’era e voleva essere. E infatti Claudio Magris, suo storico amico che gli deve l’ispirazione di Danubio, lo ha definito «il più camusiano dei giornalisti e degli scrittori italiani».
Giusto trent’anni fa, il 20 giugno 1981, al culmine di una prestigiosa carriera da inviato e corrispondente, Alberto Cavallari divenne direttore del «Corriere», il giornale della sua vita. A sollecitare che l’incarico fosse affidato a lui era stato il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, in nome della questione morale. Fu una sfida dura e angosciante, un calvario. Il gruppo editoriale era in crisi sia per l’affaire P2 (in cui erano coinvolti gli azionisti di allora, alcuni redattori e il precedente direttore), sia per un grave dissesto economico. Di più: dodici mesi prima i terroristi avevano ucciso Walter Tobagi, firma giovane ma già consacrata del giornale, e certe recriminazioni sul delitto avevano intossicato anche il clima interno.
Ciò che conta è che, al termine di un triennio di pressioni, sabotaggi, lotte politiche durante il quale sembrò sfasciarsi tutto — un periodo che meriterebbe un’ampia ricostruzione a sé — il giornale-istituzione aveva superato la tempesta. Era salvo e autorevole. Risanato «materialmente e moralmente».
Le controversie che accompagnarono la battaglia di via Solferino, rinfocolate dalla condanna per una querela intentata dal premier socialista Craxi, furono il rovello di Cavallari fino alla morte, il 20 luglio 1998, dopo che si era ritirato a Parigi (dove gli era stata conferita la Legion d’Onore). Un vortice di polemiche che incubavano aspetti bui della crisi italiana e da cui uscì schiacciata la sua figura di giornalista e intellettuale.
Nessuna sorpresa, comunque: da noi, ha constatato Alessandro Pizzorno, «la società civile è molto incivile». E mentre la presenza di Cavallari nei media — «la Repubblica» — progressivamente si diradava, scattò su di lui una sorta di interdetto. Un’eclissi che qualcuno pretese di giustificare evocando il suo temperamento indocile e umorale (per Enzo Bettiza «mercuriale»), mentre lui era soprattutto scomodo perché geloso della propria indipendenza e integrità.
Ora l’editore Aragno manda in libreria un volume, La forza di Sisifo (pagine 260, 15), che mette insieme una selezione dei suoi pezzi. Dalle cronache (sul Vajont o su Budapest in rivolta) ai reportage (dal Far East siberiano al Medio Oriente), dalle inchieste (in Vaticano e in mezz’Europa) alle interviste (a Paolo VI, la prima mai concessa da un Papa, e Ciu En-lai), dai commenti alle riflessioni sui metodi dell’informazione (materia che insegnò alla Sorbona) emergono un assoluto rispetto della notizia, una straordinaria capacità d’analisi e una scrittura fluida, nitida e che si imponeva un’estrema economia di parole fin dagli inizi. Cioè dall’immediato dopoguerra. Quando, giovanissimo, Cavallari dimostrò capacità che lo imposero tra gli esponenti di spicco del «giornalismo dei problemi». Giornalismo nel suo caso praticato, spiegò Domenico Bartoli, «nello sforzo di essere oggettivo nella massima misura possibile… senza servire interessi, uomini, partiti, senza speranza di compensi e senza timore di rappresaglie». E ciò fu così vero che Jacques Nobecourt lo ricordò su «Le Monde» come un «grande giornalista di vastissima cultura» e, appunto, «dal carattere intransigente».
Nei suoi vagabondaggi, a volte accanto a compagni eccezionali (come nel servizio sulle orme del Pontefice a Gerusalemme, dove il «Corriere» lo inviò con Dino Buzzati ed Eugenio Montale), si mise alla prova su infiniti versanti. Sempre «arpionando con lo sguardo la notizia sconosciuta nascosta dietro ogni notizia», ha osservato Bernardo Valli. Tutto ciò gli valse l’ammirazione di colleghi e lettori. Anche di coloro che diventarono suoi antipatizzanti, ad esempio Montanelli. Il quale, parlando del premio assegnatogli nel 1962 per il libro L’Europa intelligente sulle nuove frontiere della scienza d’Occidente, si sbilanciò così: «L’Italia è proprio un Paese imprevedibile: qualche volta succede persino che il primo della classe sia anche il più bravo. Cavallari ha affrontato l’inchiesta più difficile che un giornalista potesse proporsi: quella che richiedeva più preparazione e impegno, e che meno si prestava al drammatico e al sensazionale… Dice che l’ha scritta di fretta, ed è una piccola bugia. Io conosco Cavallari, in fretta non scrive nemmeno gli auguri di Pasqua… Il suo è il libro di un giornalista puro, del vero scrittore che non s’impiglia in problemi di stile perché non se li pone. Guarda, ascolta e registra. L’efficacia del suo linguaggio è in funzione della sua sobrietà, della sua rinunzia a ogni eloquenza… Questo libro lo si apre con curiosità, lo si divora con passione e lo si chiude con tristezza».
Fedele alle regole che si era dato, Alberto Cavallari fu sempre «un partigiano della verità», come disse il cardinale Achille Silvestrini al suo funerale.

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