Il calore umano contro il gelo della dittatura

Lucetta Scaraffia per “L’Osservatore Romano

Ormai i libri che raccontano dell’oppressione poliziesca nell’Unione sovietica comunista sono tanti, sappiamo degli orrori perpetrati nei lager e delle stragi di contadini dovute a criminali riforme agrarie, dell’attività del Kgb, delle indiscriminate ondate di fucilazioni di Stalin. Ma, per capire veramente cosa sono state le dittature comuniste, per capire la disumanità di questo tipo di pressione ideologica, bisogna ascoltare gli echi che ha avuto nella vita quotidiana della gente. Victor Zaslavsky, studioso prematuramente scomparso due anni fa, li ha narrati in un piccolo e prezioso libro di memorie appena uscito (Il mio compagno di banco Ramón Mercader (Palermo, Sellerio, 2011, pagine 184, euro 12).

Con uno stile nitido, venato di ironia affettuosa, ma anche con straordinaria lucidità nello scegliere episodi significativi nel suo percorso di vita, Zaslavsky narra la sua infanzia di bambino ebreo, affidato a una zia che, insieme al cugino, è stata confinata in un paese degli Urali, lontanissimo dalla natìa Leningrado. Per cinque anni il piccolo Victor non vide più i suoi genitori, e visse ospite della famiglia del postino, l’unica che aveva avuto pietà di questa piccola famiglia ebrea a cui tutti chiudevano le porte. Con Nadezhda, la moglie del postino, il bambino visse una relazione intensa e affettuosa, che giustifica il titolo del racconto: speranza, che è la traduzione italiana di Nadezhda. Perché, anche se il racconto finisce male — lo zio muore in guerra, il figlio del postino farà una brutta fine, trascinando nel dolore i genitori — la bontà dimostrata da questa coppia di poveri contadini, che non solo divide con loro il poco cibo, ma partecipa ai loro dolori e alle loro speranze, è una testimonianza di umanità nella tragedia che stanno vivendo.

Così i brevi racconti su alcuni membri della sua famiglia, attraverso i quali si colgono anche nodi e problemi che riguardano più direttamente Victor e i suoi genitori. I genitori di Victor, infatti, sono stati appassionati comunisti, hanno creduto nel sogno di liberare l’umanità con la politica, e questa certezza ha impedito alla nonna di trasferirsi in Svizzera. Tutta la famiglia ha poi pagato le conseguenze di questa decisione. I parenti sono tutti bravi professionisti, che in un primo tempo occupano posti di rilievo, e poi precipitano dalla loro situazione di privilegio — la madre di Victor, per esempio, è fra i pochi ad avere diritto al telefono — per futili e talvolta incomprensibili motivi. Ma l’atmosfera di cieca obbedienza, di terrore, si mantiene proprio attraverso questi repentini e inspiegabili cambi di fortuna, il potere lo sa. Anche in famiglia, soprattutto con i ragazzi, si parlava poco di queste questioni, per timore. Divertenti per il loro ironico realismo le descrizioni della vita in comune a cui erano costretti: «Lungo i muri erano allineati i tavoli, coperti di casseruole, padelle e fornelli. A ognuno di questi tavoli era inchiodata una targhetta col nome del proprietario, unico segno del fatto che la proprietà privata esisteva ancora. Quanto più misero era il patrimonio, tanto più furiosamente si scatenava l’istinto di possesso e tanto più ostinatamente il proprietario si teneva stretti i propri tegami. Certi pentoloni, il cui contenuto aveva evidentemente un grande valore, avevano coperchi chiusi con il lucchetto. Alcuni inquilini fissavano le padelle al tavolo con una catena».

Forse il più bello dei racconti è proprio l’ultimo, da cui ha preso il titolo il volumetto: non vogliamo anticipare la trama al futuro lettore, togliendogli il gusto della scoperta. Basti ricordare che il racconto contiene una descrizione straordinaria delle biblioteche sovietiche, nonché delle difficoltà per accedervi, anche se, almeno per i primi livelli di accesso, vi si potevano leggere solo l’opera omnia di Marx o di Lenin.

In tutti i racconti, nonostante la tristezza della situazione e l’angoscia palpabile che si respirava nell’aria, non manca mai una nota ironica, e un’attenzione alle capacità umane di rendere vivibile e ricca di scoperte anche una vita così soffocante. Zaslavsky sapeva bene che è sempre l’essere umano, con il suo cuore e la sua intelligenza, a fare la differenza, anche in piena dittatura comunista.

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