Vol Moltke, testimoni contro hitler

Vito Punzi per “Avvenire
Che esistesse un certo numero di lettere inedite di carattere privato tra i coniugi Freya e Helmuth James von Moltke (quest’ultimo protagonista della resistenza antinazista, impiccato a Plötzensee il 23 gennaio 1945), era cosa nota. L’aveva ammesso la stessa affermata giurista nel 1988, quando venne pubblicata gran parte del loro carteggio. Solo dopo la sua scomparsa, avvenuta lo scorso anno, gli eredi hanno potuto prendere visione della corrispondenza relativa agli ultimi mesi di prigionia, decidendosi finalmente per la pubblicazione. Quello che ne è uscito oggi è un documento del tutto unico nel suo genere ed eccezionale per dimensioni (Helmuth James e Freya von Moltke, “Lettere di addio dalla prigione di Tegel. Settembre 1944 – gennaio 1945”, Verlag C. H. Beck, München, pagine 608, euro 29,95). Uno scambio così fitto, quasi quotidiano, tra Freya ed Helmuth, recluso in attesa di processo, fu possibile grazie al pastore protestante Harald Poelschau, al quale  venne consentito l’accesso a Tegel senza dover subire controlli troppo rigidi.
Freya von Moltke, di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita, è stata una delle donne tedesche più importanti del secolo scorso. Il premio intitolato a Sophie e Hans Scholl attribuitole nel 1989 ne rappresentò il giusto riconoscimento. Di formazione giuridica alla pari del marito, Freya ha dedicato gli ultimi decenni della sua esistenza alla pubblicazione di diversi libri sull’opposizione antinazista tedesca e sull’opera del marito, fino a trasformare, dopo la riunificazione, la casa di famiglia di Kreisau in un centro culturale per la distensione fra Germania e Polonia. Proprio a Kreisau, in quella proprietà della Slesia ereditata da una famiglia aristocratica dalle forti tradizioni militari prussiane, Helmuth von Moltke, dopo essersi rifiutato fin dall’inizio di aderire al partito nazista, aveva iniziato ad incontrare chi come lui lavorava per la costruzione di un futuro per la Germania che sarebbe seguita alla disfatta di Hitler. Tra i documenti prodotti dal “circolo di Kreisau” è da ricordare quello del 1943, intitolato «”Grundsätze für die Neuordnung”», dove si auspicava un nuovo stato tedesco da costruire «nello spirito del cristianesimo», con lavoratori e chiesa pronti ad assumere al suo interno un ruolo centrale. Freya fu parte attiva di tutto questo, e per quanto poté sostenne le azioni del marito, impegnato, come avvocato, a difendere i perseguitati e ad evitare la fucilazione ai “traditori” e i maltrattamenti ai prigionieri di guerra.
Sottratte nascostamente ai nazisti prima e ai sovietici poi, Freya von Moltke riuscì solo nel 2005 a pubblicare le memorie del marito scritte durante la reclusione a Tegel. Pur nelle condizioni di un prigioniero privilegiato (poteva vestire abiti civili, sbrigare pratiche professionali, mangiare dignitosamente, leggere), con la corrispondenza nota fino ad oggi Helmuth von Moltke aveva testimoniato con lucidità e piena partecipazione l’orrore che quotidianamente si consumava al suo fianco, senza sconti: «Per me sta finendo un anno da ricordare», scriveva a fine 1944. «L’ho trascorso tra persone che venivano preparate ad affrontare una morte violenta e almeno una decina di loro apparteneva al mio gruppo».
Ciò che emerge ora con queste lettere d’addio è un dialogo intimo senza paragoni tra un uomo e una donna che, pur separati dalla violenza del potere, rimettono le proprie vite nella mani di Dio. Entrambi sanno che il destino di Helmuth è la condanna a morte, dunque ogni lettera potrebbe rivelarsi l’ultima. Per entrambi la corrispondenza è lo strumento per condividere la notte che Cristo ha vissuto prima della croce: «Non dimenticare l’orto dei Getsemani!», le ricorda lui.
Con rigorosa disciplina Freya ed Helmuth si sostengono nella ricerca di ciò che sia bene per dare ragione della fede, della speranza, della carità: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli», scrive lui citando il tredicesimo capitolo della “Lettera ai Corinzi” di san Paolo, «sarei come un bronzo che rimbomba o come un cembalo che strepita». Quello dei due coniugi è un costante esercizio di condivisione, parola per parola, nell’abbandono al disegno di Dio. Helmuth in particolare sa che a lui è richiesto un particolare lavoro d’ascesi, «affinché non venga sopraffatto il grido “sia fatta la Tua volontà”». Per questo motivo s’impone la sola quotidiana lettura della Bibbia e del “Libro dei Canti” della chiesa evangelica brandeburghese, fino ad impararli a memoria, sapendo che la stessa cosa fa Freya.
A rendere ancor più ricco quest’epistolario c’è in allegato la richiesta di grazia per Helmuth, rivelatasi inutile scritta dalla stessa Freya l’11 ottobre 1944 e indirizzata a Heinrich Himmler. Von Moltke era accusato di essere colluso con i protagonisti del fallito attentato a Hitler del 20 luglio, ma «se lui avesse saputo del piano eversivo e se ne avesse avuto il potere», scrive Freya al ministro del Reich, «l’avrebbe certamente combattuto», poiché Helmuth, a differenza degli altri cospiratori, non era un «reazionario». Parole gravi, queste, di una donna che tenta disperatamente di salvare la vita al proprio uomo, parole che testimoniano come i gerarchi nazisti concepissero se stessi come «rivoluzionari», ma soprattutto documentano quella mancanza d’unità d’intenti che impedì il formarsi di una efficace resistenza tra gli oppositori al nazismo.

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