Einaudi, il club dell’Italia civile

Nasceva un secolo fa l’editore protagonista di una straordinaria impresa culturale. Gli inizi folgoranti, le scelte coraggiose, il rito dei mercoledì

Corrado Stajano per “Il Corriere della Sera

Furono fertili quei primi anni del Novecento, tragico di guerre, rivoluzioni, la Shoah, la bomba atomica. Giulio Einaudi nasce a Torino proprio un secolo fa, il 2 gennaio 1912, in via Giusti, una stradina dalle parti della stazione di Porta Susa. Suo padre Luigi, il futuro presidente della Repubblica, è professore di Scienza delle finanze all’Università e scrive sul «Corriere della Sera» di Luigi Albertini.

Nascono allora, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, Bobbio, Leone Ginzburg, Pavese, Mila, Vittorini, Dionisotti, Vittorio Foa che incroceranno i loro destini con quello di Giulio. Al liceo d’Azeglio ha come insegnante Augusto Monti, non è uno studente modello. Ma, ancora ragazzo, è attratto dai libri, gli piace toccare la carta, osservare le rilegature, le copertine. Nei primi anni Trenta, Luigi Einaudi va a parlare di quel suo figlio che dice di voler fare l’editore, con Raffaele Mattioli, allora direttore centrale della Banca Commerciale italiana, fino alla morte colonna portante e salvifica della cultura italiana, e gli chiede consiglio e aiuto. Mattioli, attento e generoso con chi vuole fare, è allora l’eminenza grigia della rivista «La cultura» fondata da Cesare De Lollis. Mattioli cede a Giulio Einaudi la rivista che nel 1934 viene pubblicata dal nuovo editore. Il direttore responsabile è Sergio Solmi, tra i curatori compare Cesare Pavese. Poi Mattioli, dapprima un po’ riluttante, regala a Einaudi anche il marchio, lo Struzzo, tratto dal libro di monsignor Giovio, Dialogo delle imprese militari et amorose che diventerà famoso. È l’alba della casa editrice.

Giulio Einaudi è stato uno dei più grandi editori, non soltanto italiani, del secolo passato. Ha pubblicato De Sanctis, Gobetti, Gramsci. Il catalogo, era solito dire anche negli anni dolenti della casa editrice, nessuno potrà mai cancellarlo. È l’architrave di un’Italia civile, che ha fede in se stessa e deve essere rispettata nel mondo. Basta sfogliarlo: lo popolano storici, critici, romanzieri di grande livello, oltre ai fondatori, Gianfranco Contini, Federico Chabod, Piero Sraffa, Franco Venturi, Cesare Segre, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Franco Fortini, Paolo Volponi, Italo Calvino, Vincenzo Consolo, Carlo Ginzburg, Ruggiero Romano, Corrado Vivanti, Nuto Revelli, Franco e Franca Basaglia, Carlo Levi, Primo Levi. E poi gli stranieri che Einaudi ha fatto conoscere agli italiani, Adorno, Benjamin, Borges, Brecht, Popper, Polanyi, tanti altri.

Sarebbe stato lieto, Giulio Einaudi, (è morto nel 1999), dell’onore delle armi che gli ha reso un altro grande editore, Roberto Calasso, da sempre antagonista, con la sua Adelphi, della linea politica e culturale della Einaudi. Al convegno sull’editoria tenuto il primo dicembre dello scorso anno al Palais de Luxembourg, ha accomunato Giulio, unico italiano, a editori di tutti i Paesi di riconosciuto lignaggio, differenti tra loro, ma ancorati tutti all’idea di una cultura nutrice, con i suoi saperi, della vita dell’uomo, che non ha nulla a che fare con le idee della maggior parte degli editori nostrani, omologati, privi di una propria identità, preoccupati solo della contabilità. ( I «monitoranti» del libro-marketing non pubblicherebbero mai oggi un Italo Calvino, che dei suoi primi libri vendeva 1.500 copie).

Con i difetti di cui menava vanto, il gusto di creare divisioni anche tra i più vicini collaboratori, le predilezioni fulminee e capricciose, un pizzico di crudeltà, il compiacimento che l’Einaudi fosse considerata un club esclusivo, Giulio aveva grandi qualità. La passione mascherata con l’indifferenza, la curiosità per tutto quel che succedeva nel mondo, la bravura di circondarsi degli uomini e delle donne adatti per le mutevoli stagioni.

Folgoranti gli inizi. Poi, dal 1935, la prigione, per molti einaudiani, e la guerra sanguinante, Ginzburg torturato e ucciso dai nazisti a Regina Coeli, Pintor morto saltando su una mina mentre cercava di passare le linee per unirsi ai partigiani del Lazio.

Nel dopoguerra la casa editrice ricomincia con fervore. Supera, con l’aiuto di Mattioli, una crisi finanziaria nel ’54-’55, va quasi tutto liscio fino alla Storia d’Italia che comincia a uscire nei primi anni Settanta con grande successo. La casa editrice allarga allora la sua dimensione, una scelta fatale.

Tutto funziona, i libri vengono letti, gli autori non mancano, la segreteria generale fa quel che deve, l’ufficio stampa anche. Per Giulio Einaudi non era un ufficio di relazioni pubbliche, ma l’ufficio politico, vi avevano lavorato persone di primordine, Calvino, Spriano, Ernesto Ferrero.

I mercoledì, poi, una grande invenzione di lavoro comune, non rispettato più tardi, ai tempi dell’Enciclopedia. Le riunioni, negli anni Settanta-Ottanta, si tengono nella grande sala della biblioteca, con le edizioni einaudiane negli scaffali e le fotografie di Nadar alle pareti. I consulenti siedono a una tavola ovale intorno a Giulio Einaudi, il regista, anche quando sta zitto. Calvino da una parte, Bobbio dall’altra. Giulio Bollati, il competitivo braccio destro dell’editore, dirige i lavori. Mila sta sul fondo con Venturi, Cases siede dove capita, gli altri disseminati, Spriano, Strada, Baranelli, Donzelli, Fortini, Asor Rosa, Natalia Ginzburg, Gallino, Ferrero, Magris, Ponchiroli, Carena, Davico Bonino. I libri vengono letti e riletti, le letture incrociate sono la regola. Se un testo scientifico viene affidato a uno specialista, tocca poi a uno qualsiasi dei consulenti dir la sua. Le discussioni sono spesso accese, coinvolgono la personalità di ognuno, la politica e la visione del mondo, grandi lezioni, spesso.

Sono successe tante cose, da allora. È cambiato il mondo, la società si è impoverita come la qualità intellettuale degli uomini. Dopo un angosciante periodo di crisi, seguito dalla paura del fallimento, dal commissariamento, dall’attesa dei compratori, è arrivata l’Elemond e poi, 17 anni fa, Berlusconi.

Roberto Cerati, che aveva cominciato la carriera come strillone del «Politecnico» e poi, via via, era diventato direttore commerciale di grande autorità, è ora il presidente, una coraggiosa sentinella senza garitta che cerca di difendere, da fedele tutore della memoria, un passato che non può ritornare. I mercoledì non ci sono più, le belle copertine bianche sono sparite, la storica collana degli «Struzzi» è stata tolta di mezzo. L’anima della casa editrice è mutata nel profondo. Non la conosceva chi, per motivi personali o di parte, ritiene che tutto, oggi, sia rimasto come un tempo.

Nel novembre 1994 se ne andarono soltanto in due.Uno disse che preferiva scrivere sui muri piuttosto che pubblicare libri nell’Einaudi di Berlusconi. L’altro fece una dichiarazione nobile e severa. Suo padre era stato uno dei fondatori più intelligenti della casa editrice.

I due fuggiaschi seppero poi che Giulio Einaudi li aveva invidiati molto.

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