Dietro la debolezza la dignità dell’uomo

Gaetano Vallini per “L’Osservatore Romano

Una delle caratteristiche di Steve McCurry, acclamato fotografo e maestro indiscusso del colore, è quella di entrare in assoluta empatia con le persone che ritrae. In tal senso non “ruba” scatti, ma li sollecita con grande rispetto, cercando di far entrare nell’obiettivo qualcosa di più che semplici immagini. In tal senso le sue foto non sono bidimensionali; vi sicoglie sempre dell’altro: i segni delle umanissime emozioni raccontate soprattutto da un volto ed evidenziate dal contesto, ovvero da quanto, pur in secondo piano, non è solo un semplice sfondo ma parte essenziale del racconto.

Già, perché le foto di McCurry sanno raccontare storie anche quando non rientrano in una sequenza. Ed è questa la loro forza, esaltata da una padronanza assoluta della tecnica e del linguaggio del colore, come pure da una straordinaria sensibilità. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza — spiega — le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».

Steve McCurry, premiato diverse volte con il World Press Photo Awards che si può considerare come una sorta di Nobel della fotografia, ha scelto di raccontare l’uomo. E lo fa lavorando sulla debolezza e non sulla forza, mostrandoci un’umanità cosciente di questa sua fragilità tanto da farne un punto di dignità.

Il suo è dunque un lavoro sull’accettazione dell’incertezza della vita, con i suoi disagi, le sue fatiche, i suoi dolori, le sue gioie, le sue speranze racchiuse in un orizzonte che talvolta non va oltre il quotidiano. Perché le persone che racconta appartengono a quella parte del mondo che non partecipa al banchetto dei grandi, che vive del sudore del duro lavoro di ogni giorno, che fa i conti con l’insensibilità di chi detiene ricchezza e potere e con l’imprevedibilità della natura.

Quello di McCurry è dunque un mondo a noi lontano, ma al quale non possiamo essere indifferenti, perché con le sue foto pone seri interrogativi sul nostro modo di essere e di vivere. Un mondo che oggi possiamo ammirare in tutta la sua bellezza a volte inquietante e non di rado drammatica nella mostra aperta fino al 29 aprile presso il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, negli spazi espositivi della Pelanda a Testaccio. Le oltre duecento fotografie del maestro, nell’originale allestimento di Fabio Novembre pensato come un villaggio nomade, sono state scelte non con criteri spazio-temporali, ma per assonanza di soggetti e di emozioni, cercando i fili comuni e i legami non sempre lineari che accomunano luoghi e persone seppure in latitudini diverse.

Se si volesse trovare una chiave di lettura dell’affascinante itinerario tra popoli e culture proposto attraverso le immagini di McCurry in questa mostra — promossa da Comune di Roma, Macro e Civita con la collaborazione dell’Agenzia SudEst57 — si potrebbe dire che si tratta di un viaggio nella storia dell’uomo, nel senso che gli scatti danno conto dell’intero ciclo della vita umana, dalla nascita alla morte. Ed è un cammino ricco di suggestioni, affascinante, intenso, a tratti duro, comunque emozionante, persino commovente, soprattutto quando i protagonisti sono bambini, sia che giochino spensieratamente tra misere capanne di paglia e pozzanghere, sia che si guadagnino da vivere con attività dure e pericolose.

Non mancano alcune delle icone di McCurry, come il celebre ritratto della ragazza afgana dagli occhi verdi, scattate nel corso degli oltre trent’anni della sua straordinaria carriera di fotografo e di reporter della prestigiosa agenzia Magnum Photo e del «National Geographic». Ma oltre a una selezione del suo vasto repertorio, sono esposti per la prima volta lavori dal 2009 al 2011, in particolare il progetto the last roll con le immagini scattate in giro per il mondo utilizzando l’ultimo rullino Kodachrome prodotto, nonché i recenti viaggi in Thailandia e in Myanmar con una serie di immagini dedicate al buddismo, e un reportage inedito su Cuba.

Dopo averci fatto conoscere i volti e i colori dell’Afghanistan, del Tibet e più in generale di quell’immenso crocevia di popoli e culture che è l’Oriente, McCurry vuole anche mostrare il suo originale sguardo sul Belpaese e sulla sua gente. Lo fa attraverso una selezione di «fotografie italiane», un magnifico omaggio all’Italia in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità, frutto dei ripetuti soggiorni effettuati lo scorso anno in varie città e regioni, dal Veneto alla Sicilia, appositamente per questo evento.

Sempre in viaggio, più probabilmente in qualche parte dell’Asia che non in America, Steve McCurry ha fatto del viaggiare una dimensione di vita, «perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse — sottolinea — mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile». Nato a Philadelphia nel 1950, comincia presto a collaborare come fotografo con un giornale locale. Dopo tre anni decide di recarsi in India per il suo primo vero portfolio con immagini del viaggio. Dopo la pubblicazione di un lavoro importante sull’Afghanistan, collabora con alcune delle riviste più prestigiose: «Time», «Life», «Newsweek», «Geo» e il già citato «National Geographic».

Inviato su tanti fronti di guerra, da Beirut alla Cambogia, dal Kuwait all’ex Jugoslavia, all’Afghanistan, McCurry si è sempre spinto in prima linea pur di testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo. Ma nel farlo non si è mai limitato alla mera illustrazione, ha invece sempre cercato di andare oltre, come un instancabile esploratore della natura umana, per restituirci il senso di una fraternità senza confini, di una solidarietà oltre le differenze.

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