Sotto il balcone di Palazzo Venezia respinto indietro di venti secoli

Roberto Pertici per “L’Osservatore Romano

Quando nel 1930 Henri-Irénée Marrou si trasferì a Roma, era, a ventisei anni, una delle promesse dell’antichistica francese. Ammesso all’École Normale Superieure nel 1925, vi aveva incrociato Jean Paul Sartre, Paul Nizan e Raymond Aron, promo 1924: «Conosco Aron — scriverà nel 1939 — è un ragazzo straordinariamente intelligente, ma (ne ha almeno il dubbio?) un po’ altezzoso, highbrow»: tuttavia — aggiungeva la sua Introduction à la philosophie de l’histoire — è «un libro che ormai dovrebbe servire di base alla formazione di ogni giovane storico francese». Quando invece nel 1936, l’allora comunista ortodosso Nizan pubblicò un opuscolo su Les Matérialistes de l’Antiquité (Democrito, Epicuro e Lucrezio), tutto permeato di materialismo dialettico, la sua reazione fu molto diversa: «Il normalienpienamente formato — aveva scritto — non è Nizan, che non sa riconoscere il valore storico dello stoicismo, del neo-platonismo e del manicheismo perché è paralizzato da un dogma di Engels (ogni religione a ogni momento del suo sviluppo è oppio per il popolo). Non è Nizan, è André-Jean Festugière, che si è fatto prete e anche domenicano, ma non ha dimenticato lo splendore del pensiero antico e la cui voce trema di emozione e di rispetto evocando le sofferenze e la morte di Epicuro, e la serenità dell’umanesimo ateo».

Come si vede, era tra loro di un’altra specie. Non solo perché Sartre e Aron studiavano filosofia e lui invece si era inoltrato nello studio della storia antica sotto la guida di Jérôme Carcopino, ma anche per la sua fede religiosa: Marrou era un tala (come si diceva nel gergo normalistico: vont à la messe), un cattolico, che stava maturando nei tumultuosi anni Venti, «in questa Europa sottosopra — sono ancora parole sue — che non riusciva a sentirsi in pace». Dopo l’agrégation, Aron avrebbe vissuto tre anni decisivi in Germania, assistendo alla crisi della repubblica di Weimar e alla vittoria di Hitler. Marrou era appunto venuto in Italia, rimanendo fino al 1932 a Roma all’École Française, poi fino al 1937 a Napoli, all’Institut Français: avrebbe qui terminato la sua celebre thèse su Saint Augustin et la fin de la culture antique pubblicata a Parigi l’anno seguente.

La scelta del tema non era dovuta a curiosità erudite o a problemi esclusivamente teologici: «ero un intellettuale del dopoguerra, colpito dalla crisi della cultura, e domandavo al mio testimone un’esperienza della decadenza, un esempio di rettifica culturale, un tipo di cultura di transizione. (…) le questioni che ponevo ad Agostino, e le idee che mi servivano a porle, venivano da me, e dal nostro tempo». Marrou non era chiuso nei suoi studi: come tutti gli storici di razza, avvertiva una feconda circolarità fra le questioni del giorno e le proprie indagini sul passato. Così anche nell’Italia fascista cominciò a guardarsi intorno e a osservare criticamente la vita del regime a cui allora — dopo la crisi del 1929 — molti, e non solo in Europa, guardavano invece con interesse e attenzione.

Al fascismo italiano dedicò una serie di notevoli articoli firmati prevalentemente con lo pseudonimoHenri Davenson, che venne pubblicando in diverse riviste cattoliche francesi: dopo il 1934 prevalentemente su «Esprit» di Emmanuel Mounier. Il suo atteggiamento è ben delineato da quello del giugno 1936 su Le fascisme italien et la femme, scritto all’indomani della vittoria africana. Marrou aveva assistito all’annunzio della presa di Addis Abeba: «La sera del 5 maggio ero anch’io a piazza Venezia: alle otto, quand’ormai la notte era dolcemente discesa dopo un ultimo volo di colombe, un balcone si aprì sulla folla osannante, e il Duce apparve. Nessun proiettore fu orientato verso di lui, ma un globo luminoso, enorme, posto dietro a lui all’altezza della testa lo circondava di un cerchio luminoso, come erano aureolate, nei secoli del basso Impero, le immagini degli imperatori. Io ero come sperduto dentro quella folla che acclamava (ah! non perché vi era costretta!) quella figura splendente di luce, solenne, sovrumana (e la voce amplificata dai microfoni accentuava ancora quell’atmosfera gigantesca). Io mi trovavo là, violentemente respinto fuori da quella comunione d’anime, solo. Respinto indietro di venti secoli, in compagnia di un piccolo giudeo di Cilicia, che, stretto dall’ansia di diffondere l’Evangelo di un Dio ignoto e disprezzato, fremeva d’indignazione allo spettacolo di questa città che si affollava intorno al suo idolo».

Marrou aveva avvertito il carattere “liturgico” di quell’adunata e il suo spirito pagano e inevitabilmente si interrogava sul rapporto fra questa nuova “religione politica” e il cristianesimo: «Il fascismo italiano rispetta i valori cattolici? Ufficialmente, sì. Con un notevole senso politico, ha liquidato l’assurda posizione di un governo anticlericale in un paese in cui le masse sono rimaste profondamente cattoliche. Ma chi può dubitare della sua profonda opposizione a quei valori? (A chi ha voluto ascoltarlo con attenzione, il magistero della Chiesa l’ha proclamato a sufficienza!). È necessario scorgere quali significati blasfemi sono impliciti nei suoi comportamenti. Il fascismo tende a usare per i suoi scopi la pura e semplice fede cristiana del suo popolo».

Per dimostrare tale opposizione Marrou affrontava un problema in cui un’apparente affinità fra le posizioni cattoliche e quelle del regime poteva facilmente confondere le idee: la concezione della donna e il suo ruolo nella società. Anche il fascismo, infatti, sottolineava l’importanza dell’istituzione familiare e il posto che vi era riservato alla donna, essenzialmente considerata come sposa e soprattutto come madre. Ma la madre fascista era proprio la stessa di quella delineata dal magistero della Chiesa? Lo storico dell’antichità avvertiva chiaramente l’orizzonte pre-cristiano della concezione fascista e il suo rifarsi alla morale pagana: «L’ideale che il fascismo propone alla donna è quello stesso che insegnavano le civiltà del Mediterraneo antico; è l’ideale della donna spartana, meglio ancora quello delle madri romane che sapevano che i loro figli sarebbero stati dei legionari e fin da subito li consacravano alla patria».

Lo storico ricordava la mobilitazione femminile che aveva accompagnato negli ultimi otto mesi la guerra coloniale, dal discorso mussoliniano del 2 dicembre 1935 alle madri e vedove dei caduti e a tutte le donne d’Italia, alla Giornata della fede il successivo 18 dicembre, all’elogio alle donne d’Italia dell’8 maggio 1936. Si era data la più grande pubblicità ai telegrammi e alle lettere inviate al Duce dalle madri dei combattenti caduti in Africa: «Fiera di essere italiana e madre, ringrazio Dio di aver permesso che mio figlio si sacrificasse (…) possa il suo spirito alato discendere sulle gloriose camicie nere». Molti contemporanei (anche non fascisti) trovavano questi atteggiamenti nobili e degni, ma per Marrou non potevano sussistere dubbi: si trattava di un ideale pagano. «Bisogna prender coscienza di questo fatto fondamentale, che non poche apparenze possono ancora occultare, ma che le coscienze veramente spirituali hanno da tempo riconosciuto: non è soltanto la nostra libertà personale, le nostre care abitudini anarchiche che sono minacciate d’un tratto da questa risurrezione della Città totalitaria, di Cesare. La minaccia riguarda l’essenziale della nostra fede».

Lo dimostrava il tentativo fascista di annettere «al suo ideale puramente pagano di donna la figura fra tutte venerata della Vergine Maria». Esempio tipico l’istituzione, nel 1933, della Giornata della Madre e dell’Infanzia, stabilita per il 24 dicembre, la vigilia di Natale: «La festa di Natale — avvertiva lo storico francese — è l’occasione delle cerimonie in onore delle madri prolifiche; è un Mothers’ Day di carattere politico». E aggiungeva: «Certo la pietà cristiana non ha mai cessato di commuoversi della divina Maternità attraverso cui si è compiuta l’Incarnazione (…) Ma bisognerebbe essere veramente ingenui per immaginare che il Natale fascista serva a illuminare di spiritualità la gloriosa maternità della donna italiana. Con brutalità, nella figura di Maria, i fascisti glorificano la Madre, il fatto biologico, sociologico, della maternità. (…) Il loro cattolicesimo ufficiale altro non è che una mitologia poetica che simbolizza le aspre realtà della città terrestre, della città pagana».

Anche durante la campagna etiopica si era tentato di usare la figura della Vergine a scopi di propaganda di guerra. Marrou citava il caso, allora molto noto, della Madonnina del Tembien: «Una camicia nera ha scolpito un bassorilievo che rappresenta la Vergine nel cimitero di guerra dove sono stati riuniti i soldati caduti nella battaglia dello scorso 21 gennaio al passo Uarieu: sotto l’immagine, una dedica che comincia con queste parole: O Madonnina del Tembien, Tu che sei simbolo della donna che offre il suo amore alla causa della civiltà». In quella battaglia — questo Marrou non lo diceva — era caduto il padre Reginaldo Giuliani, una figura presto divenuta emblematica di quell’innesto della simbologia religiosa nel discorso patriottico fascista, che lo storico francese qui criticava con tanta acutezza: «Sui morti che lasciammo a passo Uarieu, la Croce di Giuliani sfolgorò», avrebbe cantato di lì a poco un inno fascista divenuto assai popolare.

Ma oltre a questa strumentalizzazione della spiritualità cattolica da parte del regime, Marrou sottolineava come un tale ideale della madre al servizio dello Stato guerriero offendesse anche i valori puramente umani: «Praticamente l’orizzonte della donna fascista sarà limitato e definito dai lavori domestici, dal cucinare, dal cucire, dall’accudire la prole. Si vorrebbe che il pensiero dei figli, le loro vicende minute, occupino la totalità della sua vita. (…) Questo si chiama “esaltare le sublimi debolezze della maternità”. Retorica artificiosa che nasconde la cosa essenziale: praticamente questa riduzione della donna al solo ruolo di madre produce una degradazione della sua personalità. Come stupirsene? In fin dei conti il definire la sua ragion d’essere, il suo fine attraverso una funzione biologica comporta una degradazione dell’essere umano. È di questo che si tratta: la donna fascista altro non è che un organo riproduttore. (…) Era questo un tempo l’ideale delle donne romane, ma è proprio necessario imitare i pagani che non conoscevano Dio?».

Come si vede, nell’antifascismo di Marrou si intrecciavano preoccupazioni schiettamente religiose e rilievi di carattere sociale e politico. In entrambi questi momenti, lo storico mostrava il cammino compiuto in Francia da molti intellettuali cattolici della sua generazione: dal rifiuto della politique d’abord di Charles Maurras dopo la condanna del 1926 da parte di Pio XI era emersa la diffidenza verso ogni spurio connubio fra religione e politica e la decisa riaffermazione (avrebbe detto Maritain) delprimauté du spirituel.

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