Le nuove capitali del pensiero

Corrado Ocone per “Il Corriere della Sera

Dove soffia oggi lo spirito della filosofia? È possibile tracciare una mappa dei luoghi fisici dove nascono le idee e le teorie? In una parola: perché la filosofia si racconta come storia, cioè nel tempo, ma dimentica il secondo «a priori» kantiano della sensibilità, cioè lo spazio? Andiamo con ordine.

Nell’ultimo cinquantennio i centri di irradiazione più potenti della cultura filosofica sono stati Harvard e Parigi. Nella università statunitense ha infatti insegnato John Rawls, autore nel 1972 di unaTeoria della giustizia di ispirazione contrattualistica e liberaldemocratica che ha rivoluzionato la filosofia politica anglosassone, fino allora dominata dall’utilitarismo, dando vita alla più imponente proliferazione di studi filosofici mai vista prima. Una bibliografia sterminata, quasi a supporto dell’icastico giudizio di Robert Nozick all’uscita del libro: pro o contro, ma da oggi non si può ragionare su questi temi a prescindere da Rawls. Quanto a Parigi, i grandi filosofi che vi hanno operato sono stati invece più di uno, da Michel Foucault a Jacques Derrida, da Jacques Lacan a Gilles Deleuze, ma tutti si sono mossi in una temperie di pensiero comune che è stata chiamata French Theory. Per semplificare: se i rawlsiani analizzavano i concetti, i francesi li decostruivano. La disputa odierna fra realisti e postmoderni è un tardo strascico di quella frattura.

Con la morte di Rawls nel 2002 e di Derrida due anni dopo, la forza propulsiva delle due correnti si è andata gradualmente esaurendo: analitici e continentali si sono diffusi in modo sparso per il mondo, persino in Cina o in Australia, dove oggi si traduce molto e fioriscono eccellenti università. Gli spazi geografici sono aumentati, ma non sembra essercene uno che domini sugli altri. Così come non è dato ancora vedere nuove grandi idee e grandi pensatori. Eppure, mai come in quest’ultimo periodo la filosofia ha assunto un ruolo pubblico: i filosofi scrivono editoriali sui grandi giornali; si fanno divulgatori e semplificatori (è il caso di un Julian Baggini, autore di opere di filosofia popolare molto diffuse in Gran Bretagna); applicano il loro sapere a settori a prima vista molto lontani come la vita delle imprese (si pensi all’enorme successo della cosiddetta «consulenza filosofica» in Olanda e in Germania con Gerd Achenbach).

Si è anche fatta avanti una figura di filosofo molto poco tradizionale, cosmopolita e legata ai mezzi di comunicazione di massa, con uno spiccato gusto per la provocazione intellettuale: i pensatori attualmente più influenti e tradotti, Slavoj Žižek e Peter Sloterdijk, che hanno «rivalutato» rispettivamente il pensiero di Lenin e addirittura l’eugenetica, non hanno un rapporto forte con le due piccole università a cui formalmente afferiscono (Lubiana e Karlsruhe per la precisione). Certo, nei ranking internazionali ai primi posti troviamo in filosofia le stesse università che dominano in campo scientifico: Harvard, Oxford, Cambridge, Princeton. Eppure, se esistessero i Nobel della disciplina, esse non credo che ne farebbero man bassa come nell’altro caso: la solidità di un’istituzione accademica non sempre è garanzia in filosofia di vitalità, originalità, pluralismo dialogico.

Da questo punto di vista, Berlino sembra oggi una città bene attrezzata per il futuro: non vi operano forse nomi memorabili (anche se uno studioso di bioetica come Volker Gerhardt, del tutto sconosciuto in Italia, ha i requisiti per diventarlo), ma c’è un gran fermento filosofico che vede spesso come protagonisti i giovani, non limitato alle università ma diffuso in centri culturali, istituti, fondazioni. Ciò è significativo anche perché, dopo il periodo d’oro dell’idealismo, l’egemonia filosofica tedesca aveva avuto come luoghi di elaborazione piccole città universitarie di antica tradizione come Heidelberg, Tubinga, Friburgo, Gottinga, Marburgo. Oggi tuttavia queste antiche università vivono per lo più in una profonda crisi, spesso chiuse in un settorialismo dogmatico che rinnega, forse per un malinteso «senso di colpa» legato al nazismo, la grande tradizione filosofica del passato. Un discorso a parte merita Francoforte, la cui Scuola, fondata da Theodor Adorno e Max Horkheimer, si è col tempo affrancata dal marxismo, continuando ad essere un punto di riferimento per gli studi di filosofia sociale ed etica. In essa dominano oggi il vecchio Jürgen Habermas, che è forse il maggior filosofo vivente, e i suoi allievi Axel Honneth e Rainer Forst.

Spostandoci invece in Gran Bretagna, direi che un centro di eccellenza anche per il pensiero filosofico è la London School of Economics: pensatori come l’hegeliano Richard Sennett o i liberali Kenneth Minogue e Chandran Kukathas hanno già dato contributi al pensiero non inessenziali. Oltreoceano, all’avanguardia è sicuramente la California, dove, sotto il nume tutelare di pensatori come John Searle e Antonio Damasio, sono fiorenti gli studi di filosofia della mente (il cosiddetto Mind Body Problem) in un dialogo proficuo con le neuroscienze e l’intelligenza artificiale.

Probabilmente questo frammentato arcipelago di pensiero presto si raccoglierà in un nuovo centro, come più volte è avvenuto in passato. Ci sono sempre stati dei momenti d’oro, dei periodi più o meno brevi in cui il pensiero è fiorito in una stessa città attorno a grandi pensatori legati da sodalizio o amicizia. I primi centri di studio di eccellenza di cui l’Occidente ha memoria sono sorti ad Atene, legati ai padri della filosofia: Platone, con la sua Accademia, e Aristotele, con la scuola peripatetica. La tradizione è poi continuata con le scuole dell’età ellenistica e con quelle di teologia del medioevo, per lo più ubicate presso abbazie e monasteri. E come dimenticare ancora, negli ultimi secoli, la Edimburgo dell’Illuminismo scozzese, la Berlino dell’idealismo classico o la Vienna del Circolo? E anche l’Italia ha avuto il suo momento d’oro nella Firenze medicea, quando si sono riscoperti i classici (Marsilio Ficino rifondò l’Accademia) e con Niccolò Machiavelli si è affermata l’autonomia della politica dalla teologia. L’auspicio è che, come allora gettammo i semi di una nuova età, nell’epoca di transizione che viviamo un contributo anche noi oggi lo si possa dare.

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