L’ultimo segreto di Buzzati

«I miracoli di Val Morel» di Dino Buzzati (Oscar Mondadori)

Oltre il mistero degli ex voto, un dialogo sospeso con l’aldilà

Lorenzo Viganò per “Il Corriere della Sera

Il 28 gennaio 1972 nevicava. Una neve fitta, incessante, «aggressiva», scrisse Romano Battaglia, «che aveva trasformato Milano in una gigantesca Dolomite». Alle quattro e venti del pomeriggio, nella stanza 201 della clinica Madonnina, dove era entrato all’inizio di dicembre, Dino Buzzati si spegne. Aveva 66 anni. Alla mattina di quell’ultimo giorno, dopo aver chiesto alla giovane moglie Almerina di fargli la barba perché la morte lo trovasse in ordine, aveva detto: «È strano, non arriverò a sera, eppure se il direttore mi chiedesse un articolo glielo farei»: tali erano la dedizione al mestiere di giornalista, svolto con scrupolo e passione per tutta la vita, e l’attaccamento al «suo Corriere», dove era entrato appena ventiduenne, sicuro di venirne presto «cacciato come un cane».

Si racconta che quando la morte lo prese per mano – quella morte che tanto aveva cantato e indagato, sfidato e inseguito, tenendosela sempre vicina come elemento indispensabile per vivere – Buzzati sorridesse, come Giovanni Drogo nell’ultima riga del Deserto dei Tartari; si dice che «in quel preciso momento» nelle gabbie dello zoo di Porta Venezia di fronte alle quali si fermava spesso, pensoso, gli animali fossero diventati improvvisamente irrequieti, e facessero sentire la loro voce, alta, forte, per salutarlo. Cose alla Buzzati, che con il fantastico aveva un rapporto profondo, speciale. Messaggi da un altrove, da un universo parallelo per accedere al quale lui, e soltanto lui, aveva il lasciapassare. «Se ne è andato così alla Buzzati che alla Buzzati potrebbe anche tornare», scriverà il giorno dopo Indro Montanelli sulle colonne del «Corriere della Sera». «Con Buzzati se ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, gli gnomi, i presagi, i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?».

Ci restano innanzi tutto i suoi romanzi, centinaia di novelle, le Storie dipinte, i lavori teatrali: tutte chiavi, lasciate a noi, per entrare in quel mondo. Ci resta un’opera che oggi, in memoria di uno dei più moderni scrittori del Novecento, si arricchisce di un volume che torna in libreria dopo trent’anni di oblio, I miracoli di Val Morel: l’opera con cui si congeda dal mondo, la pagina finale del suo romanzo esistenziale e poetico.

Si tratta, come lo definì lo stesso Buzzati, di un «racconto in trentanove piccoli capitoli, risolto più con le immagini che con le parole», nel quale l’autore illustra altrettanti miracoli attribuiti, secondo la finzione letteraria del manoscritto ritrovato, a Santa Rita da Cascia. Miracoli apocrifi, popolati da balene volanti, serpentoni dei mari, gatti vulcanici, robot, marziani. Miracoli «impossibili» e fantastici, che l’immaginazione di Buzzati colloca tra il 1500 e la prima metà del 1900 soprattutto nelle zone del Bellunese, dove è cresciuto e ha passato le sue estati.

Nato da una serie di ex voto realizzati per una mostra alla Galleria Cardazzo di Venezia, e trasformato poi in un libro con l’aggiunta di brevi racconti che accompagnano le tavole, una «Spiegazione» iniziale che ne svela i retroscena e le lega, e da un’introduzione di Montanelli in apparenza irriverente, ma in realtà profondamente affettuosa («C’è da prenderlo a schiaffi, e un giorno forse lo farò» è l’incipit), I miracoli di Val Morel può sembrare a prima vista un catalogo d’arte; un libro da guardare prima che da leggere. Invece, basta immergersi nelle sue pagine perché si riveli una sorta di album personale, che raccoglie, rielaborandole, atmosfere della memoria e luoghi dell’anima; fatti vissuti, ascoltati e sognati in oltre sessant’anni di vita. Un estremo saluto, un biglietto d’addio da maneggiare con cura, perché specchio dei pensieri, delle inquietudini, delle speranze che animavano Buzzati nella parte finale della sua vita.

Quando nell’estate 1970 inizia, febbrilmente, a lavorare alle tavole, sono già comparsi i sintomi della malattia che lo porterà via un anno e mezzo dopo. E quando il volume arriva nelle librerie sta per entrare in clinica, tanto che non avrà nemmeno il tempo di presentarlo in pubblico. Non è dunque difficile leggere quelle pagine come un testamento: umano, artistico e spirituale. Una galleria dove sfilano paure, speranze, ricordi, suggestioni infantili, e dove si ritrovano i suoi temi iconografici e letterari più tipici, in un mix di rimandi, (auto)citazioni, messaggi, assonanze che Buzzati si diverte a mischiare, confondendo continuamente, come è nel suo stile, vero e falso, realtà e finzione, per disorientare e depistare il lettore.

Vi si ritrovano le favole, l’ironia, «il formicolio metafisico del quotidiano», come lo definisce Geno Pampaloni. Ma non solo: nei disegni e nei racconti di Da Pont Serafina salvata dall’assalto del gigantesco Gatto Mammone, del podere di Somacal Bepi protetto dall’avanzata di una nube di bisce, del conte Gualtiero Santi uscito dal labirinto di Socchieva nel quale si era smarrito… c’è qualcosa di più, qualcosa di più viscerale. C’è il suo ultimo gioco con la morte, la partita finale.

Se per la discesa all’inferno prima (Viaggio agli inferni del secolo) e per il viaggio nell’aldilà dopo (Poema a fumetti) Dino Buzzati aveva scelto Milano, per la salvezza torna a casa, alle valli e alle crode, ai silenzi dell’attesa. Chiude il cerchio esistenziale. Rispolvera il passato, ritrova le radici, i sogni e le fantasie dell’infanzia. Le credenze e le superstizioni. E costruisce la propria via di fuga; l’unica – l’ultima – possibilità di salvezza: il miracolo. Solo un miracolo, sembra dire Buzzati, può cambiare il destino, può sconfiggere la morte, e non solo quella inferta dai vespilloni o dalle formiche mentali, ma anche, e soprattutto, quella che lo sta raggiungendo. Solo un miracolo, sembra azzardare – lui non credente – può portare con sé l’antidoto (divino) alla fine eterna. Non è un caso, dunque, che si rivolga proprio a Santa Rita da Cascia, la «Santa degli impossibili», evocata nei casi disperati, quando non c’è più niente da fare.

Ma questo non accadrà.Santa Rita non entrerà volando nella sua stanza alla Madonnina per salvarlo. Non ci sarà il prodigio, la grazia ricevuta, quel premio che solo un essere superiore, per ragioni ignote e incontrollabili, può assegnare. Buzzati non disegnerà il proprio ex voto . Il miracolo, forse, sarà la neve, quella tormenta di neve che fonderà Milano con gli scenari della sua terra, che trasformerà i grattacieli in montagne. Così da farlo sentire completamente a casa quando, un giorno di gennaio di quarant’anni fa, risponderà alla «chiamata del reggimento».

E’ nel suo nome che ho deciso di darmi al fumetto

Milo Manara per “Il Corriere della Sera

Ho un grande debito nei confronti di Dino Buzzati, perché forse, senza di lui, non avrei fatto questo mestiere. Quando ho deciso di dedicarmi al fumetto, sia per gli studi che per l’educazione ricevuta ho sentito questa scelta come una specie di retrocessione. Passare dalla pittura a un genere considerato all’epoca di serie B mi sembrava un tradimento, un gettare la tonaca alle ortiche. Invece, proprio la scoperta del suoPoema a fumetti, opera per me cruciale, mi ha fatto ricredere: il fumetto aveva una sua nobiltà e il mio non sarebbe stato un passo indietro.

Da lì ho riflettuto sulla sua pittura e mi sono reso conto che Dino Buzzati era un artista post moderno ante litteram, un artista totalmente libero da qualsiasi scuola e «incidente» storico, cosa che, lui vivente, portava gli altri a guardare i suoi quadri con diffidenza. Dino Buzzati anticipava i tempi, e lo dimostrano I miracoli di Val Morel, opera di una maturità e una consapevolezza assolute.

Il secondo momento cruciale del mio rapporto con Dino Buzzati è stato quando l’ho «reincontrato»disegnando, sotto la guida di Federico Fellini Il viaggio di G. Mastorna, il film, purtroppo mai realizzato, che scrisse a quattro mani con lui. Lì, attraverso i racconti che mi faceva Federico, ho potuto conoscere l’«uomo Buzzati» e nello stesso tempo ritrovare i suoi temi più classici, quei temi che ne fanno un autore profondamente moderno: lo spaesamento, l’incomprensibilità di quello che succede, la mancanza di significati, il senso di impotenza e di ineluttabilità, oggi sempre più forti e presenti.

Eppure no, mi spiace, ma non vedo eredi: sia per la frana culturale che ci ha investito e ha compromesso tutto, sia, soprattutto per la dimensione non tanto dei maestri, ma degli eredi stessi.

Tag:

Una Risposta to “L’ultimo segreto di Buzzati”

  1. luino Says:

    Buzzati non era un pittore; con tutto il rispetto dipingeva in maniera men che mediocre, da autodidatta, ignorando molto spesso la grammatica del linguaggio delle immagini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: