“Sono diventato scrittore per paura”

Tommaso Pincio

Tommaso Pincio per “Il Corriere della Sera

Da sempre è un mio chiodo fisso. L’eventualità della sconfitta, di un crollo definitivo, di una caduta rovinosa e senza appello. E dicendo «da sempre» intendo dalla notte dei miei tempi; i tempi in cui ero un bambino a malapena capace di parlare. Ricordo troppo bene, infatti, come sussultassi alla vista di un mendicante in strada. Ricordo come stringessi la mano di mia madre o m’aggrappassi al suo abito nel fissare con occhi sbarrati il povero disgraziato vestito di stracci, sporco, puzzolente. E ricordo con quale metodo contassi le monete lasciate dai passanti nel recipiente per la questua. È probabile che non sapessi nemmeno contare, tanto ero piccolo. Nondimeno in qualche maniera contavo, soppesavo sconvolto la magrezza del bottino. E non per pietà, sia chiaro. Nulla m’importava dello sventurato che scrutavo atterrito. Il mio turbamento scaturiva unicamente dal puro egoismo, dal terrore, tremendo e forte, di precipitare nelle stesse miserevoli condizioni una volta diventato adulto.

Per quale motivo questa paura abbia attecchito in me con tale precocità è un mistero. So soltanto quel che avrei voluto dire quando mi si interrogava circa il cosa volessi fare da grande. Che domanda stupida e insopportabile. Niente: ecco cosa avrei voluto dire. Un bel niente. Cosa volessi fare rappresentava pochissima cosa, una risibile inezia al confronto del cosa non volessi fare. E quanto a questo, quanto al cosa non volessi fare, avevo idee molto definite: di sicuro non volevo fare il barbone, l’uomo che va a vivere sotto i ponti. Ma non era così che rispondevo, s’intende. La tenera età non mi impediva di intuire che era meglio glissare, eludere. Cercavo allora di immaginare quale mestiere mi mettesse più al riparo da un destino di elemosina e non appena ne individuavo uno, quello dicevo. Ne individuavo parecchi, debbo dire, dal muratore al medico, ma nessuno di essi corrispondeva alle mie inclinazioni.

Il fatto che sdegnassi tanti lavori non prometteva nulla di buono. Difatti la mia vita ha seguito un corso contrario alle premesse. Viste le mie paure, logica avrebbe voluto che studiassi e mi ingegnassi per accedere a una professione ben remunerata, o perlomeno a un impiego sicuro, garante di una retribuzione costante e dignitosa. Non è stato così. Perversamente, come una vittima in cerca di carnefice, dapprima ho inseguito il sogno dell’arte, quindi mi sono consegnato alla letteratura. In altri termini, mi sono rivolto a due perfetti generatori di incertezze, due tra le più precarie attività cui un individuo possa dedicarsi. Certo, si danno molti casi di scrittori e soprattutto di artisti che hanno sguazzato lontani dall’indigenza grazie ai danarosi frutti del loro estro creativo. Casi del genere mi erano di conforto nei miei pensieri di studente di Accademia. Purtroppo finivano per prevalere esempi di tutt’altra natura. Mi veniva più spontaneo pensare a pittori intirizziti in soffitte gelide, affamati e incompresi, accoppiati a donne più vilipese di loro, ragazze di strada o di bordello, tisiche, o meglio ancora sifilitiche.

La scrittura giunse molto dopo. Mi avventurai nel mio primo romanzo quando ero ormai prossimo a traguardare il trentacinquesimo anno. Mi avvicinavo cioè alla sommità dell’arco cui Dante paragona le vite terrene e non c’era pertanto più alcun bisogno che lavorassi di fantasia. La mia esistenza aveva imboccato di propria iniziativa la discesa di un naturale, inesorabile crollo, il decadimento fisico. Alla paura di ritrovarmi sprovvisto di denaro si aggiunse quindi quella degli anni che passavano. «Perdo tempo come si perde il sangue» recita una breve poesia di Tommaso Landolfi, e fu per l’appunto questo lo stato d’animo con cui scrivevo: la sensazione di dover fare presto, perché avevo tergiversato troppo, perché avevo dissipato gli anni migliori nell’attesa di un’occasione. Scrivevo pensando ai minuti sprecati facendo niente, ai minuti che diventano ore e alle ore che diventano giorni. Scrivevo pensando alle serate sprecate bivaccando in un pub, discutendo con gli amici delle cose che avremmo dovuto fare da adulti, poco considerando che lo eravamo già, adulti. Scrivevo, infine, pensando ai mesi, e dunque agli anni, sprecati facendo il lavoro che facevo.

Che lavoro facevo? Lavoravo presso una galleria d’arte contemporanea all’epoca. Nominalmente la mia qualifica era quella di direttore, un elegante eufemismo per significare che la galleria non era mia, che ero un semplice dipendente. Volendo chiamare la cosa col suo vero nome, tuttofare sarebbe termine più corretto, perché in effetti proprio questo facevo: di tutto. Attaccavo quadri alle pareti. Attaccavo i francobolli sugli inviti da spedire in occasione di un vernissage. Attaccavo discorso coi visitatori per cercare di capire se fossero intenzionati ad acquistare qualcosa. Pensandoci meglio, mi sa che facevo l’attaccatore. Non era un lavoro malvagio, tutt’altro. Ma lo consideravo comunque una perdita di tempo dalla quale affrancarsi al più presto.

Fu nei momenti morti del mio lavoro di attaccatore che iniziai a scrivere il primo romanzo. Lo scrissi con foga, ansioso di finirlo. Spesso mi trattenevo in galleria oltre l’orario di chiusura, facendo le ore piccole davanti al computer. Scrivere di notte nel mio posto di lavoro mi riportava alla memoria Il deserto dei tartari. Lo avevo letto diversi anni prima, quand’ero poco più di un ragazzino, restando colpito dallo sconsolante destino di immobilità e perenne attesa che affligge il protagonista, un giovane militare che spreca l’intera esistenza in una fortezza lontana da tutto.

Ancor più mi aveva colpito e inquietato l’introduzione. Vi si diceva che Dino Buzzati concepì Il deserto dei tartari ispirandosi alla redazione del «Corriere della Sera», dove aveva lavorato di notte per alcuni anni. Il ricordo dello scrittore era quello di un impegno pesante e monotono: «I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili di quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fluire e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire».

La ragione per cui queste parole mi erano rimaste tanto impresse andava al di là del monito che esprimevano. Mio padre gestiva un’edicola nel quartiere Prati, a Roma. Vi passavo intere giornate da bambino, in particolare d’estate quando potevo giocare al giornalaio. Piegavo i quotidiani, li sistemavo nell’espositore e li vendevo. Tra i più venduti c’era proprio il «Corriere della Sera», il quotidiano preferito da avvocati e magistrati. L’edicola era infatti situata nei pressi di palazzo di Giustizia, ora sede della Cassazione. Vendevo il «Corriere» a questi signori austeri e vestiti di scuro e poi li vedevo avviarsi verso quell’architettura tetra, enorme, quell’edificio costruito nell’Ottocento e noto ai romani come Palazzaccio per via del suo aspetto tozzo, sgraziato, così sproporzionato che al suo cospetto anche l’uomo più alto sembrava un nano.

Nelle mie fantasie infantili prese quindi corpo l’idea che il Palazzaccio e il «Corriere della Sera» fossero una cosa sola. Credevo che tutti quei signori venissero ad acquistare il giornale per controllare che le notizie fossero state stampate a dovere, senza errori. Loro, i controllori, lavorano di giorno, mentre giornalisti, redattori e stampatori lavoravano di notte. Li immaginavo dirigersi verso il Palazzaccio, i giornalisti, all’imbrunire. Procedevano in fila indiana, a capo chino, avvolti in lunghi cappotti grigio scuro. Per qualche motivo, li immaginavo piùminuti dei controllori, così minuti che per sedersi alla propria postazione dovevano servirsi di una scaletta. Anche le macchine da scrivere erano troppo grandi per le loro piccole dita e così pigiavano i tasti con la mano intera. In effetti, più che pigiare, picchiavano. Picchiavano i tasti come si dà un pugno su un tavolo e io vedevo queste sale enormi, queste sconfinate distese di tavoli e questi piccoli uomini alle loro macchine da scrivere illuminati da lampade sferiche. Sollevavano i loro braccini per poi abbattere i loro piccoli pugni sui tasti. Sembravano una schiera di suonatori di tamburi.

Fu inevitabile, leggendo la prefazione a Il deserto dei tartari non potei non riportare alla mente questo scenario kafkiano, che si sovrappose così alla figura di Buzzati e al suo monito, al bisogno affannoso di lasciare un segno, di non lasciarsi portare via dal passare degli anni. Altrettanto inevitabile fu che nello scrivere il mio primo romanzo mi sentissi spesso come i piccoli uomini del «Corriere», quelli che immaginavo rinchiusi nottetempo negli stanzoni del Palazzaccio. A tutto ciò si unirono le mie paure infantili di fallire, l’eventualità per nulla remota che potessi fallire, che non riuscissi a finire il mio romanzo o, cosa ancor più probabile, che nessuno volesse pubblicarlo.

Per giunta, il mio lavoro di attaccatore mi offriva pretesti in abbondanza per alimentare simili timori. Tra i visitatori più assidui della galleria c’erano infatti gli aspiranti artisti. Si presentavano tremanti col loro portfolio di opere perlopiù insulse, nella ingiustificata speranza di esporle. La maggioranza di costoro era a tal punto impaurita da non spiccicare parola. Non mancavano tuttavia i tipi aggressivi, gli esagitati, e nemmeno i puri e semplici invasati. Gestire quei colloqui era penosissimo, giacché io ero più terrorizzato di loro. Non avrei potuto non esserlo; quegli aspiranti artisti erano uguali ai mendicanti che mi spaventavano da bambino. L’unica quanto non sostanziale differenza era che, al posto di qualche spicciolo, elemosinavano un briciolo di attenzione.

Finché un giorno (stiamo parlando dei primissimi anni Novanta) entrò in galleria un autentico mendicante. Mi disse di essere un artista. L’osservai. Gli occhi erano velati dalla stessa pellicola traslucida che vela lo sguardo dei pazzi. Il volto, una caricatura scolpita nel legno, aveva invece qualcosa di buffonesco; mi ricordava Totò. La cosa che più mi sconcertò fu però un’altra. Non aveva con sé un portfolio. «Mi vuoi mostrare il tuo lavoro?». Domandai. Lui scosse il capo. «No, mi servono soldi». Mi spiegò che aveva in animo di trascorrere qualche mese a New York. Un soggiorno di studio o una vacanza. Magari un po’ uno e un po’ l’altro. «Ancora non so bene. Dipende dalla somma che metterò insieme». Mi chiese duecentomila lire. Ero impietrito. «Farò una targa» aggiunse. «Una targa in tiratura limitata recante i nomi dei benefattori che mi hanno finanziato il soggiorno. Tu avrai diritto a un esemplare ovviamente». Cercai di guardarlo meglio nell’intento di stabilire se parlasse sul serio. Alla fine staccai un assegno che lui prese ripetendo in quale modo il contributo sarebbe stato ricordato. Sì vabbe’, pensai nel salutarlo.

Credo superfluo precisare che non si trattò di un nobile atto di mecenatismo, bensì di un’elemosina. Con quell’assegno avevo sancito in termini netti una differenza tra me e un accattone. Che nemmeno io me la passassi granché bene, che fossi soltanto un risibile attaccatore di galleria con un romanzo nel cassetto (per giunta, ancora incompiuto), era secondario. La possibilità di esibirmi in un gesto munifico mi consentiva di farmi sentire migliore, più fortunato. Ero uno che poteva dare, mentre lui uno costretto a chiedere. Insomma, al prezzo di duecentomila lire avevo tenuto a distanza il mio terrore di sempre. Mi ero rassicurato: non ero un mendicante. E cosa sono duecentomila lire in cambio di una tonificante rassicurazione?

La storia ha un seguito. Molto tempo dopo, quando ormai mi ero dimenticato sia dell’accattone che somigliava a Totò, sia delle duecentomila lire (l’euro era entrato in vigore da un pezzo), un amico mi disse: «Ma lo sai che sei in un’opera di Maurizio Cattelan?». Anche stavolta pensai a uno scherzo. Non capivo come potessi finire nell’opera di un famoso artista col quale non avevo rapporti. Al che l’amico mi mostrò un volume nel quale era riprodotta un’opera, peraltro a me nota. Non l’avevo mai osservata con attenzione però. Si intitolava Fondazione Oblomov e consisteva in una targa recante vari nomi. C’era anche il mio. Immeritatamente, ma c’era. La targa era affissa a un muro dell’Accademia di belle arti di Brera. Nel volume si spiegava che Cattelan aveva dato vita a una performance: raccogliere diecimila dollari da assegnare all’artista che si fosse astenuto per un anno dall’esporre. Siccome gli artisti selezionati si erano rifiutati di accettare il premio, Cattelan lo aveva incamerato d’ufficio e si era trasferito a New York col malloppo. Feci una smorfia. Il mio ricordo era un poco diverso. Ma soprattutto non avevo mai ricevuto l’esemplare che mi era stato promesso.

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