L’antisemita e l’arciebreo

Carl Schmitt

Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore

Già nella prima scena è chiaro quello che attende gli spettatori: «Quando sento la parola “cultura”, tolgo la sicura alla mia pistola», esclama un attore con fare provocatorio. La pièce diverrà nei mesi seguenti un grande successo, con centinaia di repliche. Anche la frase sul revolver farà fortuna, tanto da essere attribuita, di volta in volta, a Hermann Göring, a Himmler o a Goebbels, come sigillo retorico del disprezzo nazista per gli intellettuali.

Il 20 aprile 1933 Hitler compie 44 anni, e per celebrare l’evento va in scena, alla presenza del Führer appena salito al potere, uno spettacolo agiografico sul martire proto-nazista Albert Leo Schlageter, che i francesi avevano impiccato per sabotaggio nella Ruhr dieci anni prima. A ben guardare, la pistola ammazza cultura è innanzitutto un simbolo del tradimento da parte degli intellettuali tedeschi. L’autore della pièce è infatti Hans Johst, drammaturgo di mestiere, con un rispettabile passato espressionista, non un rozzo attivista ma un letterato colto.
Al pari di Johst, buona parte delle teste pensanti della Germania fu ben felice di gettarsi nelle braccia dei nazisti, quasi sempre in cerca di vantaggi personali, per opportunismo, per rivalsa o debolezza. Anche i grandi furono lesti a metter da parte i dubbi, a vincere il disprezzo che avevano provato fino al giorno prima per le ridicole pose di Hitler e a farsi adulatori, strateghi e teorici del nuovo regime. I due massimi esempi di questo tragico coinvolgimento con la dittatura sono il filosofo Martin Heidegger e il giurista Carl Schmitt. Se Heidegger lavorò attivamente, nel 1933, alla riforma dell’università tedesca in senso nazista, Schmitt, che durante la repubblica di Weimar si era mostrato assai scettico verso le camicie brune, fu poi presidente dei giuristi nazisti e corifeo dell’antisemitismo. Per entrambi, nel 1945, giunse il tempo della resa dei conti. Ma fu un redde rationem molto blando. Dopo qualche traversia amministrativa, Heidegger riacquistò le sue prerogative all’università di Heidelberg (con la nomina a emerito nel 1951). A Schmitt, che era più compromesso, andò un po’ peggio: fu internato per un anno, spedito a Norimberga come potenziale imputato e poi rilasciato. Non poté però tornare all’università, e visse fino alla morte, nel 1985, a Plettenberg, in Vestfalia. Né dall’uno né dall’altro venne mai una ritrattazione, un mea culpa esplicito. Solo un paio di ammissioni a mezza bocca, unite a una dose generosa di autocommiserazione, in ossequio a quello che sembra esser stato il motto della generazione invischiata nel nazismo: tacere, tacere, e ancora tacere, e, nel caso, compatirsi.
Le conseguenze di questo silenzio hanno pesato per decenni sulla società tedesca, e solo molto lentamente il rapporto tra intellettuali e dittatura è divenuto argomento di dibattito. Tra i primi ad aver affrontato la questione senza pregiudizi, e anzi con una buona dose di anticonformismo, fu Jacob Taubes, fondatore della giudaistica a Berlino nonché maitre à penser del movimento di protesta del ’68. Taubes, che proveniva da un’importante famiglia ebraica (suo padre fu rabbino capo di Zurigo) era un personaggio sanguigno e impulsivo, con una predilezione per i corti circuiti del sapere. Esercitava un grosso ascendente sugli studenti, e se ne serviva per scuotere le coscienze e per infrangere le buone maniere.
Già negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, Taubes si era interrogato sull’oscura dinamica della cultura tedesca. «Che Carl Schmitt e Martin Heidegger abbiano accolto la rivoluzione nazista, anzi vi abbiano preso parte attiva, resta per me un problema che non riesco a spiegare semplicemente come “infamia” o “porcata”». Così scriveva Taubes a un amico nel 1952, quando era giovane allievo di Gershom Scholem a Gerusalemme. «Ho davanti a me una frase di Schmitt: “il Führer protegge il diritto”, e non posso darmene ragione – continua Taubes – Da dove proveniva la seduzione del nazionalsocialismo? Che il mondo liberal-umanistico stesse andando in frantumi era un motivo sufficiente per cadere nelle braccia dei lemuri?». Anziché mantenere la questione su di un piano puramente teorico, Taubes cercò un confronto diretto con i “colpevoli”. Nel 1955 si rivolse a Schmitt, e nacque così un lungo scambio epistolare, durato un quarto di secolo. Le lettere vengono ora pubblicate per la prima volta per intero, e gettano luce sul dialogo tra due personalità che la storia avrebbe dovuto separare irrimediabilmente. Il cammino che unisce l’antisemita Schmitt e l’«arci-ebreo» Taubes (come egli stesso ebbe a definirsi) è spesso accidentato e tortuoso. Taubes è affascinato dalla lucidità del l’opera di Schmitt, e al tempo stesso consapevole delle responsabilità del suo interlocutore. Ma, ed è questa la scelta decisiva, evita di pronunciare un giudizio sull’uomo Schmitt, che sarebbe inevitabilmente di condanna. Si avventura invece, nelle proprie missive (sia in quelle effettivamente spedite sia in quelle, interessantissime, rimaste in forma di abbozzo), in una perlustrazione del dissesto della ragione tra la fine degli anni Venti e i primi Trenta. Schmitt gli appare come il brillante cronachista di un naufragio, colui che ha compreso la crisi della visione laica del mondo, e ha cercato di sostituirle una «gerarchia dei significati» di derivazione simbolica.
In un abile parallelo tra Walter Benjamin e Schmitt, Taubes vede l’uno e l’altro come profeti di una svolta teologica del XX secolo: Benjamin intento a costruire febbrilmente la sua improbabile teologia marxista, e Schmitt apologeta di una teologia reazionaria. Del resto è noto che, nel 1930, Benjamin riconobbe il proprio debito intellettuale verso Schmitt in una lettera a quest’ultimo, un documento così imbarazzante che Scholem e Adorno decisero di escluderlo dall’edizione dell’epistolario benjaminiano del 1966. Taubes, che d’imbarazzi e provocazioni si nutriva, va al cuore del problema. Come mai un pensatore di sinistra e uno di destra mostrano di applicare lo stesso metodo? «Gli animi oscillavano allora nei primi anni Trenta tra sinistra e destra solo perché non si credeva più al programma del liberalismo? Non c’erano criteri per distinguere chiaramente tra bene e male?», chiede Taubes a Schmitt. La domanda rimase senza risposta, anche perché Taubes non spedì mai questa missiva, e si recò invece a trovare Schmitt di persona, nel settembre 1978. Fu un «incontro tempestoso». Taubes racconta che Schmitt gli apparve come «il Grande inquisitore di Dostoevskij contro gli eretici», una sorta di «apocalittico della controrivoluzione».

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