La strada rock d’America

Leonardo Colombati per “Il Corriere della Sera

Bruce Springsteen. Il grande enciclopedista. L’uomo che ha preso sulle sue spalle il rock ’n’ roll agonizzante della metà degli anni Settanta e l’ha riportato all’innocenza e alla furia dei primi dischi di Bo Diddley, di Buddy Holly, di Eddie Cochran e di Elvis Presley, traghettandolo verso quel punk che si vorrà riappropriare di alcuni concetti chiave, del tipo: il contenuto vale più della forma, oppure: l’affronto di un assolo di batteria deve essere lavato con il sangue…

Bruce Springsteen, l’erede di una tradizione di bardi a stelle e strisce che parte da Walt Whitman e per ora si conclude con lui, «l’uomo che più di ogni altro detiene il cuore dell’America», come dice Bono… Bruce Springsteen — dicevamo — nei 62 anni trascorsi finora su questo pianeta ha fatto in tempo a scrivere mezzo migliaio di canzoni, a sposarsi due volte, a fare tre figli e a seppellire un padre prima odiato e poi amato, comunque sempre al centro della sua vita e della sua opera («Papà, adesso capisco le cose che intendevi ma non riuscivi a dire. / Ti giuro che non ho mai pensato di portartele via» canta in Independence Day). Ha visto dodici presidenti (da Truman a Obama), ha vissuto gli anni del Vietnam, della Guerra Fredda e dell’incubo nucleare, della crisi petrolifera e dell’ 11 settembre, delle guerre in Iraq e dell’avvento di un afroamericano alla Casa Bianca (uno che ha dichiarato: «Ho deciso di diventare presidente degli Stati Uniti perché non posso essere Bruce Springsteen»), e ora, col suo nuovo album Wrecking Ball — che uscirà a marzo — si è premurato di fornirci musica per la Nuova Grande Depressione, come già si può intuire da «We take care of our own» («La strada lastricata di buone intenzioni si è inaridita, / badiamo solo a noi stessi (…) / Da Chicago a New Orleans (…) / nessuno che ti aiuti, la cavalleria è rimasta a casa»), una canzone che è un altro capitolo dello studio springsteeniano sulle miglia che dividono la promessa americana dalla realtà americana.

Aveva 14 anni quando Oswald sparò a Kennedy, 19 quando uccisero Martin Luther King, 28 quando trovarono sulla moquette di Graceland il cadavere di Elvis, il primo re di quel rock che ha visto nascere e — probabilmente — morire, attraversandone tutte le mode. Ha guadagnato una quantità di soldi impossibile da contare, ha fondato e sciolto (e riformato) una lunga serie di gruppi dai nomi più o meno esotici — come non ricordare i fantomatici Dr. Zoom & The Sonic Boom? — coi quali, da quando ha 15 anni, ha suonato in ogni singolo bar, palestra, locale, teatro, palazzetto e stadio d’America, e poi fuori, dall’Europa all’Australia, con in mente l’idea folle e romantica che la musica possa salvarti letteralmente la vita. Ecco la Promessa…

Il fatto più sorprendente è che una volta che vai a vedere Bruce Springsteen in concerto ti accorgi di quanto quell’idea sia condivisibile! Quando sono in uno stadio, davanti al palco su cui di lì a poco salirà lui, so di essere al centro del mondo. In quel preciso momento, in nessun altro posto della Terra va in scena qualcosa di altrettanto significativo. Il 21 giugno 1985, allo Stadio Meazza di Milano, alle sette e mezza della sera, Bruce Springsteen urlò al microfono «one, two…» e si sentì rispondere «one, two, three, four» da un ruggito così potente da coprire le prime note di Born in the U.S.A. sparate da un’amplificazione da duecentomila watt. Era il primo grande concerto rock che si teneva nel nostro Paese da almeno un lustro, visto che dopo l’interruzione «proletaria» degli show di Lou Reed, dopo il palco di Santana dato alle fiamme, dopo il quasi linciaggio di Patti Smith a Firenze, nessuna rockstar s’era più azzardata a mettere piede sui nostri perigliosi lidi. Tutti, finalmente, quella sera (anche io, frastornato quindicenne), ebbero la sensazione esaltante che il rock, con tutto il suo potere liberatorio e catartico, stesse risorgendo attraverso la promessa che quel ragazzo col manico della sua Fender Esquire puntato verso il tramonto stava facendo a se stesso e a tutti noi cantando: «È una città piena di perdenti / e io me ne sto andando via da qui per vincere».

Cosa stava succedendo? Come era possibile che le pulsioni di fuga di un provincialotto del New Jersey (lo Stato che i newyorkesi chiamano «l’ascella d’America»), con quei panorami così esotici — highways su cui s’inseguono Buick e Cadillac, vicoli bui e strade secondarie in cui vanno in scena versioni hard-boiled di West Side Story, fra tramonti in frantumi e neon singhiozzanti — parlassero così bene (e in una lingua ai più sconosciuta) al cuore degli ottantamila di San Siro? E come era possibile che stesse parlando al mio?

La chiave era in una risposta che Springsteen dava spesso a chi gli chiedeva come si sentisse — dopo avere venduto 31 milioni di copie di Born in the U.S.A. — ad essere la più grande rockstar del mondo: «Essere rockstar è il premio di consolazione», spiegava. «Io volevo diventare un rock ’n’ roller». Ecco la Terra Promessa tante volte evocata nelle sue canzoni: un paradiso di romantiche estenuazioni, un on the road attraverso un paesaggio costruito con le scenografie dei film di Elia Kazan e popolato di giovani teppisti che ciondolano fuori dai diners coi capelli unti di Brylcreem e un pacchetto di Lucky Strike infilato sotto la spallina del giubbotto da motociclista; il Sogno Americano in cui, confusi, s’intravedono Elvis e Jimmy Dean, Brando e la sua banda di ragazzacci, Easy Rider e Il mucchio selvaggio, Roy Orbison che canta per i solitari e Robert Mitchum al volante sulla Thunder Road, magari nel bel mezzo di un’estate dorata che sfrigola tra la puntina e un 45 giri dei Beach Boys.

Certo, oggi è difficile per un ragazzino capire l’equazione rock = «Promised Land»: il mito del rock non è mai stato così in pericolo e le nuove generazioni sono state inesorabilmente portate a credere che la canzone popolare sia una delle molte forme d’intrattenimento e non — come era un tempo — una fonte primaria di conoscenza. Quando in Jungleland Springsteen, dopo aver dipinto il suo American Graffiticon le gang che si danno appuntamento sotto la grande insegna della Esso e «una ragazza scalza, sul cofano di una Dodge», che «beve birra calda sotto la soffice pioggia estiva», chiude causticamente con una strofa che è la Dichiarazione d’Indipendenza del rock ’n’ roll («I poeti, quaggiù, non scrivono niente su queste cose: / stanno alla larga e fanno finta di niente / e nel cuore della notte arriva il loro momento / e così cercano di fare un’onesta figura. / Ma finiscono feriti — nemmeno morti — / stanotte, nella giungla d’asfalto»), per poi lanciarsi in un liberatorio ruggito finale… Durante quegli attimi che paiono eterni, confuso tra decine di migliaia di persone col pugno alzato verso un meraviglioso cielo blu di Prussia bordato dall’alone dei mille soli dello stadio, ecco… Ho una furtiva idea, finalmente, di cosa sia la Bellezza.

È successo quel 21 giugno 1985, e da allora il miracolo si ripete sempre, malgrado gli anni (per me e per Springsteen) avanzino. Ecco perché il prossimo 7 giugno sarò di nuovo lì, sul prato di San Siro, a vedere il Boss. Come ha detto una volta Billy Joel, «se mi chiedessero di trasformarmi in un eroe del r’n’r andrei da un chirurgo con la foto di Bruce Springsteen».

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2 Risposte to “La strada rock d’America”

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