Alda Merini, talento indomito e precoce

Alda Merini

Con i suoi versi trasfigurò l’ospedale psichiatrico: divenne rivelazione e sigillo di un destino di diversa

Daniele Piccini per “Il Corriere della Sera

Per parlare di Alda Merini è bene partire da un’ovvietà:prima che il manicomio battezzasse la sua follia, la Merini era già poetessa. Il suo destino di poeta non si determina con l’esperienza del ricovero, ma viene da lontano. Era nata a Milano nel 1931 insieme alla primavera, come ricorda in una poesia diVuoto d’amore; il padre faceva l’assicuratore, la madre la casalinga. A soli dieci anni vinse il premio Giovani poetesse italiane, ricevendo il riconoscimento dalla futura regina Maria José. Nella Milano della ricostruzione, adolescente, conobbe Giacinto Spagnoletti, che le aprì le porte del mondo intellettuale della città: lei che soffriva di non aver potuto completare gli studi entrò in rapporti con Maria Corti, Luciano Erba, David Maria Turoldo, Giorgio Manganelli. Con quest’ultimo intrecciò, ragazzina sedicenne (mentre lui aveva quasi dieci anni di più ed era già sposato), una relazione divenuta leggendaria, in seguito raccontata e messa in versi molte volte. Manganelli non era ancora lo scrittore affermato di poi, sebbene già prodigiosa fosse la sua erudizione, specie in letteratura inglese. Tanti anni dopo, dalle valigie di carte lasciate alla figlia Lietta, sarebbero emerse le sue poesie giovanili, dai toni così prossimi a quelle scritte dalla Merini degli inizi.

Già, le prime poesie. Spagnoletti intuì subito il valore della Merini e la inserì, quando ancora non aveva pubblicato quasi nulla, nella prestigiosa Antologia della poesia italiana (1909-1949), pubblicata da Guanda nel 1950. Fu ancora lui ad accogliere la sua raccolta d’esordio, La presenza di Orfeo (1953), nella collana che dirigeva da Schwarz. Sarebbero venuti di seguito i volumi Nozze romanePaura di Dio (entrambi del 1955) e Tu sei Pietro (1962). La prima Merini è mistica e pagana, tratteggia figure del mito e della religione con attenta cura retorica, in una lingua impastata di movenze classicheggianti. Sono poesie di tono lirico, non senza tratti barocchi, ispirate a una sorta di horror vacui, in cui si aprono spiragli di inquietudine e angoscia. Ad accorgersi, con la solita profetica capacità di lettura, degli indizi di un destino travagliato e tormentoso è Pier Paolo Pasolini, che della «ragazzetta milanese» scrive su «Paragone» nel 1954. Nell’articolo intitolato Una linea orfica, la Merini chiude il breve catalogo aperto da Girolamo Comi e Michele Pierri (che ritroveremo più avanti coinvolto nella vita della poetessa). Dopo aver parlato di «fenomeni patologici» ed essersi dichiarato disarmato «di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale», Pasolini annota: «Uno stato di informità quasi di deformità irriflessa – passiva nel senso più attinente al suo sesso – ristagnante, arcaico, è quello in cui vive la Merini: e da cui, destata dall’inquietudine nervosa, dei sensi infelici, si genera una mostruosa voce maschile a definirlo. A definirlo, per essere esatti, “oscurità” e “attesa”».

Intanto Alda, dopo la fine del legame con Manganelli, si sposa nel ’54 con Ettore Carniti, una persona semplice, un panettiere. Mette al mondo le prime due figlie, Emanuela e Flavia. La difficoltà di far fronte ai propri compiti di madre e di moglie determina ben presto tensioni e liti. Durante una di queste, il marito la fa ricoverare all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. La poetessa aveva già dato segni del suo disagio psichico, era stata in cura e in analisi. La scoperta del «manicomio» fu però un punto di non ritorno. Era il 1965: per quasi quindici anni, fino al 1979, fu un andirivieni dentro e fuori le mura dell’ospedale. Durante questo periodo dà alla luce altre due figlie, Barbara e Simona.

La sua poesia, si diceva, non nasce con l’ospedale psichiatrico. Piuttosto la poesia accoglie e rigenera quell’esperienza, la reinventa in forma di rivelazione, come sigillo del suo destino di «diversa» (in prosa ne scrisse appunto in L’altra verità. Diario di una diversa, 1986). La Terra Santa è il libro (uscito nel 1984, prima da Scheiwiller e poi in edizione ampliata da Lacaita) che fa del manicomio materia di canto: messa di fronte a un dolore oscuro e bruciante, la poesia levigata e arcana, sebbene inquieta, che era stata della Merini giovane cambia tono. Si assolutizza, si solleva e riadagia come un respiro affannoso, diviene perentoria, capace di rapidi scorci. Alcuni testi di questa raccolta costituiscono il vertice della sua produzione («Manicomio è parola assai più grande / delle oscure voragini del sogno» suona l’attacco del primo).

Questi anni vedono la morte di Ettore Carniti, il nuovo matrimonio con il più anziano medico e poeta tarantino Michele Pierri (1899-1988), il crescere dell’attenzione critica e giornalistica. L’appartamento di Ripa di Porta Ticinese 47, dove torna a vivere dopo la parentesi di Taranto, con i muri pieni di scritte, con oggetti accatastati ovunque, diventa un porto di mare. A iniziare la riscoperta della poetessa è l’antologia Testamento, curata nel 1988 da Giovanni Raboni per l’editore Crocetti, mentre a consacrarne la fortuna è quella di Maria Corti, Fiore di poesia, uscita da Einaudi nel 1998. In mezzo ci sono libri fortunati e importanti, come Vuoto d’amore (1991) eBallate non pagate (1995), entrambi presso Einaudi, e tante pubblicazioni occasionali e disperse. Molte altre raccolte di maggiore o minor pregio usciranno in seguito.

La Merini è ormai un’icona pop e tale resterà fino alla morte: viene invitata nei salotti televisivi, collabora con cantanti e musicisti, inchiodata dai mezzi di comunicazione al tipo del poeta folle, secondo un cliché limitativo ed equivoco. Lei un po’ accetta, un po’ subisce: è amata dal pubblico, invidiata da certi colleghi, sfruttata da chi vuol farne soprattutto un caso. Sa addomesticare folle ignare di poesia con una voce da oracolo, con una presenza scenica da primadonna, consapevole d’altra parte che la sua vocazione e il suo talento sono autentici. Tra le pieghe di una produzione sempre più fluviale (a volte dettata al telefono) si colgono ancora pagliuzze d’oro. Accade nei libri religiosi pubblicati da Frassinelli a partire dal 2000. Qui la forma ultima della sua poesia si tocca con gli inizi: il misticismo si libera di orpelli e frange e diventa voce pura, sospirante e misteriosa, capace di una castità di visione quasi fanciullesca.

Fiaccata dalla malattia, muore il primo novembre 2009 all’ospedale San Paolo di Milano, scendendo in «quel gorgo / di inaudita dolcezza», in «quel miele tumefatto e impreciso / che è la morte di ogni poeta».

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