Archive for aprile 2012

«La Sera», il quotidiano che sfidò il Duce

aprile 30, 2012

La vita tumultuosa di Gian Luca Zanetti, che fu giornalista ed editore milanese contrario al fascismo

Arturo Colombo per “Il Corriere della Sera

Non so quanti ricordino il quotidiano «La Sera»; e quanti – meno ancora, immagino – sappiano chi fosse il suo direttore. Ha fatto, quindi, benissimo Barbara Boneschi a intitolare il suo saggio, vivace e documentato, Gian Luca Zanetti dall’avvocatura al giornalismo e all’editoria, appena uscito nella collana «Studi e ricerche di storia dell’editoria», diretta da Ada Gigli Marchetti (editore Franco Angeli, pagine 269, € 34).

Vissuto prevalentemente a Milano, dal 1872 al 1926, pur continuando a fare l’avvocato, Gian Luca Zanetti aveva avvertito subito la passione di scrivere sui giornali (tant’è vero che fin dal 1898 si trova la sua firma su «La Vita internazionale», la rivista di Ernesto Teodoro Moneta, unico italiano Premio Nobel per la pace).

Ma la stagione più impegnativa Gian Luca Zanetti l’ha vissuta fra il 1917 e il 1924: un periodo certamente assai complesso nella storia del nostro Paese.

Infatti, lo stesso anno in cui l’Italia vive il dramma di Caporetto, Gian Luca Zanetti diventa direttore (e comproprietario) de «La Sera», che usciva a Milano in edizione pomeridiana fin dal 1892. La linea da lui impressa al giornale è sin dall’inizio chiarissima: «L’indirizzo sarà di democrazia operosa e ordinata». Cioè piena indipendenza da ogni potere (politico ed economico), anche se Gian Luca Zanetti sosterrà i governi prima di Giolitti e poi di Bonomi, criticando invece Nitti – come spiega bene la Boneschi -, oltre a essere subito avversario intransigente del fascismo e di Benito Mussolini al potere. Tanto che nel 1924, prima del delitto Matteotti, Gian Luca Zanetti è costretto a lasciare la direzione e anche a cedere «La Sera».

Ha ragione Barbara Boneschi, dunque, nel seguire l’attività di Gian Luca Zanetti (anche come «professionista legato a grandi rappresentanti dell’industria milanese»), di sottolineare la sua «personalità accentratrice e risoluta», ma ponendo in luce anche quanto fosse «aperto» sul piano del rinnovamento dell’Italia.

Da qui l’interesse per i molti gravi problemi del Mezzogiorno, sui quali farà intervenire firme prestigiose, come quella di Napoleone Colajanni; e soprattutto il sostegno per «il diritto di voto alle donne», ribadito fin dal 1919 con alcuni articoli firmati da Fabio Luzzatto e Innocenza Cappa.

Ma un altro merito di Gian Luca Zanetti è stato quello di aver dato vita alla casa editrice Unitas: «Nome evocativo – precisa la Boneschi – dell’unità d’Italia e dell’unità sociale attraverso la cooperazione», che rimarranno princìpi ispiratori di Zanetti. Lo si vedrà anche negli altri periodici, creati dall’Unitas – per esempio, «La Rivista d’Italia» e «L’Industria», entrambi diretti dallo stesso Zanetti -, dove alcuni punti fermi, dalla politica per le riforme allo sviluppo economico, verranno trattati da nomi di spicco, come Einaudi o Pareto, Salvemini o Sforza, Gobetti o Calamandrei, senza dimenticare i contributi di letterati illustri, da Ada Negri a Pirandello.

Le camere senza vista a Firenze tra i misteri di toilette e boudoir

aprile 30, 2012

Il film «Senso» di Luchino Visconti (1954, con Alida Valli e Farley Granger)

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Firenze è come un albero fiorito… Tutta Firenze è una veranda in fiore… Firenze d’oro… La porti un bacione a Firenze… Dammi un bacin d’amor, me n’andrò via… E proprio mentre la mamma russa, la serenata passa, quando al tuo cuore bussa, la bocca rossa, schiudi per me?… Ma come, andar via subito dopo il bacin d’amor? Proprio mentre la mammà sta al finestrino, guarda i borghi e le città, il papà fa un pisolino… E la figlia che cosa fa? Col pupillo del Barone, fila spesso e volentier, a cassetta il postiglione, guarda e finge di non veder, uè? Ah, queste mamme d’altri tempi che non badano alle figliole, mentre sono pieni di pupilli i due Baroni fondamentali del Novecento, il Barone Ochs von Lerchenau del Rosenkavalier di Strauss e il Barone De Charlus nella Recherche di Proust…

In fondo a questi severi e cupi Borghi medioevali, degli Albizi o San Jacopo o via San Niccolò, probabilmente la primavera non sveglia molte bambine (provvede il turismo di massa). E se le madonne fiorentine a tarda sera si rasassero alle Cascine, chissà quale Messer Aprile farebbe ora da rubacuor nei circuiti notturni delle utilitarie del contado, tra i fanali e i boschetti. Saggiamente, piuttosto, nell’attuale cosmopolitismo turistico Messer Aprile non perde più tempo nel ricercare o esporre tesori forestieri. E invece, mostra e spiega soprattutto ai visitatori più anziani varie insolite ricchezze domestiche abbastanza recenti, oltre alle sfarzose attrazioni dei secoli magnifici, per gli allegri impatti delle innumerevoli ragazzone e ragazzine americane sciamanti e vocianti a frotte fra le classiche madonne fiorentine.

***

Ecco dunque, per i turisti più avanzati, «Le stanze dei Tesori», con gli smisurati ma intimi lasciti dei facoltosi collezionisti e antiquari «a palazzo» o «in villa», soprattutto nel tardo Ottocento. A sorpresa, anche nel Palazzo Medici Riccardi, oltre che nella veranda Villa Stibbert, con spettacolari maioliche toscane e britanniche, oltre al colossale assembramento di armi e armature medioevali ancora disponibili sui mercati oltre un secolo fa.

Ora, cambiati i gusti nel corso dei decenni, certamente ci si sofferma sempre sugli occhietti maliziosi del «Santo Stefano» di Giotto, e sui tre nudi corpulenti nella «Allegoria della Musica» del Dosso, con la cicciosa centrale che fissa le tette della culona in piedi, voltando le spalle al fabbro armonioso. Ma al Museo Horne si osserveranno soprattutto le braccia tese anche troppo parallele delle figlie di Lot e di Semiramide fra le sue cameriere spettinate, di Francesco Furini. E si ricorda quindi la gran mostra rivalorizzante sul Seicento Fiorentino, un quarto di secolo fa, coi Bigongiari e Gigi Baldacci collezionisti entusiasti, e Federico Zeri spazientito che mi diceva «facciamo finta di chiacchierare» per evitare le domande moleste, a Palazzo Strozzi. Ma ancora a Zeri si deve il riconoscimento di un «Atlante» del Guercino ora in bella vista al Museo Bardini, con un magnifico drappo rosso-chiaro e l’Orbe sulle spalle. E tutt’intorno, dopo decenni di negligenze o trascuratezze o mutazioni di gusti, una enorme rivalutazione dello «spirito Bardini» tradito dai successori. Fino al recupero dei «blu Bardini» parietali che effettivamente non appaiono quale una trovata eccellente, come fondale per i superstiti di Donatello e Luca Giordano e Della Robbia e il «Porcellino» originale del Tacca. E gli inestimabili tappeti antichi magari poi tagliuzzati dallo Stibbert per le monture ippiche nelle sue impagabili collezioni di corazze.

Abbondante e modesta, a villa Bardini pare invece l’esposizione assai casareccia «da Fattori al Novecento»: quadri e quadretti ovviamente carissimi ai raccoglitori – Roster, Del Greco, Olschki – mentre il visitatore si affloscia davanti ai continui bovi e ciuchi e porticcioli, all’ennesima barca macchiaiola. «Da Fattori…» sarebbe anche una concomitante mostra a Viareggio, che giunge fino a Nomellini, Rosai, Soffici, Viani. Ma Roberto Longhi: «Mentre la buona pittura francese dell’Ottocento quasi s’inaugura con quel dipinto calcinoso ed ingrato, ma inconsapevolmente tanto simbolico, che s’intitola «Bonjour M. Courbet», è peccato che ancora manchi alla pittura italiana, oggi poi che molto si parla di composizioni a soggetto, un gran quadro che finalmente si chiami: «Buona notte, Signor Fattori». E inoltre, sempre il Longhi, rammentava un passo di Giosuè Carducci, nel 1874: «Del resto Vittorio Emanuele e il generale Garibaldi facevano in critica e in estetica, poveretti, le spese di tutto e per tutti». Ma non solo: «La modesta intenzione “risorgimentale” dei macchiaioli ….E di quale Risorgimento, poi? Quello di Cattaneo o quello di Ricasoli?».

Per effettive coincidenze e paragoni d’epoca, torna quindi in mente la quadreria di Arturo Toscanini, in mostra a Milano qualche anno fa, con Grubicy, Fontanesi, Boccioni, Boldini, Cremona, Gemito, Bistolfi: e quella «Toilette del mattino» di Telemaco Signorini che con pavimenti malandati da vecchio casino povero ispirò scene illustri in «Senso» di Visconti e nella «Viaccia» di Bolognini.

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Tutt’altra musica o ronron ovviamente, fra gli «Americani a Firenze» esposti a Palazzo Strozzi. Qui, né Berenson né Pratolini. Né ville o palazzi riempiti di fondi-oro e Pollaiolo e marmi e bronzetti da collezionisti cosmopoliti e antiquari assai facoltosi. Né le tristezze indigene del Quartiere o Via dé Magazzini , con mamme e babbi e nonni e nonne e zii e zie afflitti e «adusti» fra lungarni e badie e Cascine, e dirimpettai, pertugi, scialbature, spazzini, chicchi, vischi, all’ombra di Cestello o Santa Croce. E invece qualche postimpressionista d’Oltreoceano che abita sui colli e «scende» in città per contemplare il folklore cencioso dei quartieri e mercati più poveri. Trovando in Via dé Magazzini, oggi, il ristorante dé Frescobaldi.

John Singer Sargent domina facilmente questi viaggi sentimentali fra le diverse camere con vista. Non più un Grand Tour prolungato, epocale, ma continui spostamenti provvisori fra camere d’albergo o pensione con valigie aperte disordinate per terra, resti di colazione e toilette, e ovviamente cameriere che in fine di mattinata passeranno a riordinare.

Questa camera senza bisogno di vista, con persiane ancora accostate e borse sul pavimento in attesa del servizio, di Sargent, fra il suo maestoso e famoso ritratto di Henry James e le sue signorine in bianco sedute anche sull’erba senza timore di sporcare il vestito, risulta un agevole simbolo di turismi agiati e rilassati, molto internazionali e facili. Interni carichi di «atmosfera», abiti minuziosi e squisiti anche su rive di fossi miserevoli, qualche miliardario e qualche dandy assai tipico, in finanziera scura o in lino bianco giustamente stazzonato.

Negli esterni, sia urbani sia rurali, moltissimo, «pittoresco», senza attinenze con l’impressionismo passato o con l’espressionismo futuro. Qualche ammicco ai migliori classici del Rinascimento. Ma senza accenni al Manierismo o al Barocco tipicamente fiorentini. Senso della Storia Culturale, quindi, villeggiando, quando mai?

Péguy, il vero progresso è nell’antiprogressismo

aprile 30, 2012

Alain Finkielkraut interpreta il grande e scomodo pensatore. Per riscoprire che non esiste ragione senza emozione

Luca Doninelli per “il Giornale

La storia della fortuna (precaria) e della sfortuna (molteplice) di Charles Péguy nel secolo che ci separa dalla sua morte – per l’esattezza, novantotto anni, essendo Péguy caduto in guerra, sulla Marna, nel 1914 – somiglia molto a un romanzo. Di esso fa parte anche il ritardo di ventun anni con cui l’Italia pubblica un saggio fondamentale sul grande poeta. Il saggio L’incontemporaneo, opera di uno dei più importanti e controversi pensatori viventi, Alain Finkielkraut, fu pubblicato infatti da Gallimard nel 1991 ed esce oggi da noi grazie all’editore Lindau (pagg. 160, euro 19).
Per ventun anni il binomio Péguy-Finkielkraut non è stato ritenuto degno di attenzione nel nostro Paese, forse perché Péguy (che da noi vanta, per fortuna, molti innamorati) era considerato autore per francesi, quindi «roba loro», o forse perché Finkielkraut, pur vantando il miglior curriculum studiorum che la Francia possa offrire, decise un giorno di non essere più un autore, diciamo così, allineato. E i non allineati sono sempre di difficile collocazione.
Charles Péguy, nonostante l’unanime riconoscimento del suo genio, è sempre stato un personaggio scomodo per tutti. Socialista, fu scomodo per i socialisti perché avverso al progressismo modernista; sostenitore dell’innocenza di Dreyfus (contro i cattolici), non rinunciò a polemizzare con il dreyfusismo; cattolico, ebbe moglie ebrea, non si sposò in chiesa e non battezzò i propri figli. Per non doversi rassegnare ad archiviarlo come autore di estrema destra o fascista (le accuse ci sino state), gli storici hanno sempre cercato di iscriverlo nel contesto culturale del suo tempo: vitalista, antimoderno, guerrafondaio. Il che ha permesso, perlomeno, di tener vivo il suo mito e quello dei suoi celebri Cahiers de la Quinzaine.
Parlare di Péguy richiederebbe centinaia di pagine, o forse nemmeno una riga. Poeta, saggista, polemista, concepì tutto il proprio lavoro come un’unica opera. Non distinse mai le sue opere in «alte» (per esempio i Mystères) e «basse» (gli articoli in rivista). Divenuto cristiano, non distinse mai i testi «prima» da quelli «dopo» la conversione. L’uscita de L’incontemporaneo è un formidabile invito a leggersi Péguy, di cui Jaca Book ha tradotto molti testi fondamentali. Ma c’è un’altra storia molto interessante, che riguarda Finkielkraut, nella cui opera L’incontemporaneo rappresenta una tappa importante. Il suo inizio è descritto in un altro testo del filosofo francese, Noi, i moderni (edito anch’esso da Lindau), precisamente quando il maestro di Finkielkraut, Roland Barthes – forse il più grande critico letterario di tutti i tempi – annota sul suo diario queste parole, il 13 agosto 1977: «D’un tratto, mi è diventato indifferente non essere un moderno».
Tra gli anni ’60 e ’70 Barthes fu il guru dell’intellighenzia francese di sinistra, il papa della modernità d’Oltralpe, colui che poteva dare e togliere a chiunque la patente di «moderno». Come i veri, grandi intellettuali, Barthes non distinse mai il proprio pensiero per così dire pubblico da una dimensione profondamente esistenziale, personale. La malattia mortale dell’adorata madre lo indusse a una revisione profonda del proprio atteggiamento culturale, e la frase citata ne è una testimonianza, come lo è tutta l’ultima parte della sua opera. Così, mentre all’alba degli anni ’80 lo strutturalismo moriva con Barthes (anche se si incistava nelle università, riducendosi a puro schema e devastando lo studio e l’amore per la letteratura), i suoi veri allievi ripensavano la modernità, offrendo negli anni seguenti libri memorabili come quelli di Antoine Compagnon (per esempio Les antimodernes, che contiene un magnifico saggio su Péguy) e come quelli di Alain Finkielkraut, per il quale lo studio di Péguy rappresentò un punto di svolta.
Il libro risente degli anni. L’opposizione di Péguy al progressismo è difficile da comprendere perché, dal 1991 a oggi, il progressismo come teoria filosofica è finito, anche se le sue conseguenze perdurano, sganciate da ogni radice di vero pensiero e quindi più dogmatiche che mai.

Su diverse conclusioni di Finkielkraut non sono d’accordo. Ma l’asse centrale è fondamentale, come tutta l’opera del filosofo ha dimostrato, anche nei testi più recenti. L’opera di Péguy ha indotto Finkielkraut a interrogarsi sul senso della parola «ragione», mettendo in dubbio quella separazione tra «ragione» ed «emozione» su cui lo scientismo moderno ha posto una delle sue basi.
«Siamo sicuri di avere ragione nel definire la ragione come assenza d’emozione? Non esistono forse molti esempi in cui a sragionare è l’insensibilità, e non l’impeto della passione? Quando, dall’alto delle nostre disillusioni ideologiche, della nostra saggezza crepuscolare e della nostra chiaroveggenza psicobiografica, noi crediamo di pensare Péguy, chissà che non sia piuttosto la sua ira a pensare noi e il nostro mondo, moderno e postmoderno?». E questa è ancora, a 21 anni di distanza, la grande questione culturale della nostra epoca, anche se in apparenza tutto, da allora, ci appare cambiato.

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aprile 30, 2012

i love this so much omg

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aprile 30, 2012

Tacoma Narrows Bridge, 1940

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aprile 30, 2012

FRENCH ACTRESS ISABELLE HUPPERT ON THE SET OF THE FILM COUP DE TORCHON (CLEAN UP), DIRECTED BY BERTRAND TAVERNIER. BY ETIENNE GEORGE

aprile 30, 2012

Lucie e Simon – Silent World

aprile 30, 2012

Intense Secret ≡ Photographer Dan Hecho

aprile 30, 2012

Matt Johnson

aprile 30, 2012

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aprile 30, 2012

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aprile 30, 2012

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aprile 30, 2012

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aprile 30, 2012

PIER PAOLO PASOLINI INEDITO: LA LUCE DELLA RESISTENZA

aprile 29, 2012

da “Satisfiction.me

“Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire”. È questo uno dei molti passaggi di sorprendente attualità tratti da un inedito di Pier Paolo Pasolini scritto nel 1955. Pasolini aveva previsto non solo il ’68, ma anche il filo sempre più sottile tra intellettuali e politica. Questo inedito, però, è anche un vero e proprio manifesto programmatico di quelle che saranno le sue opere e la sua vita. Due pagine dattiloscritte che riemergono ora, insieme ad alcune lettere inedite, dall’Archivio di Giancarlo Vigorelli: all’epoca redattore e caporedattore di riviste come “L’Europeo” e “Oggi”, inviato speciale e critico letterario de “Il Tempo” e negli ultimi anni presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani di Milano. Fu proprio Vigorelli, scomparso lo scorso settembre a 92 anni, tra i primi a scoprire il talento di Pasolini: grazie ad una sua recensione l’Italia iniziò a conoscere il poeta de La meglio gioventù. Lo testimoniano anche le lettere che Pasolini scrisse a Vigorelli tra gli anni ’50 e ’60 , sempre in bilico tra  timidezza quasi reverenziale e affetto, bisogno conclamato  di aiuto e brevi ma folgoranti confidenze. Ansioso per una mancata risposta, poi felice per la recensione particolarmente apprezzata dal padre: del quale il giovane poeta  dimostra di desiderare  il consenso e la stima, in modo quasi angosciante.

Ne deduciamo inoltre che molti, se non  tutti i suoi scritti giovanili fossero custoditi non dalla madre, come si è sempre scritto, ma proprio dal vecchio e malato genitore.

In quegli anni difficili Vigorelli gli commissiona molti articoli per le sue riviste ed è tra i pochi intellettuali italiani – Alberto Moravia, Carlo Bo, Gianfranco Contini ed Emilio Cecchi – a difenderlo durante il processo per oscenità intentato nel 1955 contro Ragazzi di vita. Questo saggio inedito, che sarebbe dovuto apparire sulla rivista “Paragone”, e le lettere (qui pubblicate in versione non integrale)  sono tuttora  custoditi nell’Archivio Vigorelli insieme a autografi, inediti, epistolari, documenti e manoscritti di tanti grandi scrittori italiani ed Europei del ‘900, come europea è la sua raccolta di libri, quasi 50.000 volumi, buona parte in edizioni e lingua originale.

Gian Paolo Serino

La luce della resistenza

Qualcosa pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato il mondo esterno – la classe dirigente italiana, nella fattispecie – all’involuzione di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame stantìo, impuro e un po’ ridicolo.

Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli – come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato – che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze.

Allora, ciò che univa era la necessità del combattere – dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso.

Dei borghesi – come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» – commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità.

Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente.

Lettere inedite

[frammenti]

Una felicità quasi infantile

Ecco alcuni brani dalle lettere inedite che Pier Paolo Pasolini scrisse al critico Giancarlo Vigorelli

Roma 10 Giugno ‘50

Gentile Sig. Vigorelli, forse avrà avuto notizia dagli uscieri o dalla telefonista della mia insistenza nel volerla rivedere: non era per capriccio, Lei lo sa. Ora avrei bisogno del materiale che Le ho lasciato, per cercare di pubblicarlo da qualche altra parte.

Roma 30 agosto ‘54

Caro Vigorelli, Bertolucci mi ha avvertito che per la recensione Lei desidererebbe qualche altra cosa mia. Ho messo insieme tutto quello che ho potuto trovare nei miei cassetti: di cui è custode mio padre. È mio padre che viene a portarLe il pacco. Sono documenti della mia prima gioventù letteraria.

Roma 6 ott 1954

Caro Vigorelli, ho letto stamattina, appena alzato, il tuo stupendo articolo. Sono qui senza parole, tanto sono colpito e sovvertito. E sono oppresso insieme da una contentezza quasi infantile (quella che vedo dipinta negli occhi di mia madre e di mio padre) e da una nuova, ancora più ossessionante responsabilità. Non trovo altro modo di ringraziarti che prometterti di non risparmiarmi, di non attutire mai, anche dovesse assumere forme di smania o di vizio nell’ordine irrazionale, o di mania intellettualistica o moralistica, quella passione che tu hai sentito nei miei versi.

Roma 11 dicembre ‘55

Caro Vigorelli, ormai tu sei una delle sei o sette persone per cui io scrivo, come destinatari diretti e coscienti: e sei stato tu a volerlo essere, a esserlo, sin dalle prime ormai antiche letture. Forse, per orgoglio, per eleganza, non avrei dovuto scriverti queste righe: ma perché? che me ne importa dell’orgoglio, dell’eleganza, non voglio saper vivere.

Roma, 8 ottobre 1969

Caro amico, la critica in genere ha accolto un mio film Porcile in modo ingiusto e sgradevole. Temo che a causa di questa accoglienza, tu non sia andato a vedere il mio film […]. Ma io invece ci tengo enormemente a Porcile, che considero la mia opera più riuscita.

dall’Archivio Giancarlo Vigorelli

Une semaine pleine de charme! – Tendre Bulle

aprile 29, 2012

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aprile 29, 2012

Tim Tadder

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The Skinning of Octodad (WARNING: MAY CAUSE NIGHTMARES)

aprile 29, 2012

Eliot Elisofon, Elke Sommer

aprile 29, 2012

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aprile 29, 2012

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aprile 29, 2012

Sono io l’unica donna di Picasso

aprile 28, 2012

Maria Teresa Cometto per “Il Corriere della Sera

«Ciao, hai vinto e a me piacciono i vincenti». Sono le ultime parole dette da Pablo Picasso a Françoise Gilot, pittrice e sua compagna dal 1943 al 1953.

Gilot lo racconta in un’intervista alla «Lettura» nella sua casa-studio newyorchese dove tuttora, a 91 anni, dipinge a tempo pieno. «La mia mente è sempre al lavoro, anche mentre dormo: se sei un artista, devi esserlo 24 ore al giorno», spiega mostrando il suo ultimo quadro, un’opera astratta in giallo.

«Picasso mi chiamò al telefono dopo che vinsi anche l’ultima delle tre cause con cui lui aveva cercato di bloccare la pubblicazione nel ’64 del mio libro Vita con Picasso — continua Gilot —. Certo non era contento, ma ammirava i vincenti come lui». Nel libro, un bestseller da oltre un milione di copie, c’è tutta la loro storia dal primo incontro in un ristorante a Parigi nel ’43, quando lei aveva solo 21 anni e lui 61, fino a quando dieci anni dopo lei lo lasciò, l’unica donna tanto indipendente e forte da osare un simile gesto. In mezzo, il comune amore per l’arte e la filosofia, due figli — Claude nel ’47 e Paloma nel ’49 —, i giorni felici in Costa Azzurra immortalati dalla celebre foto di Robert Capa dove Gilot cammina radiosa sulla spiaggia mentre Picasso, un passo indietro come un fedele servitore, regge l’ombrellone per proteggerla dal sole. Ma anche i tanti giorni neri in cui Picasso dava il peggio di sé, come uno dei minotauri-mostri delle incisioni che aveva mostrato a Gilot la prima volta che lei aveva visitato da sola il suo studio.

Gilot ne parla senza rancore, con il distacco e la serenità di una donna che alla sua età è ancora bella, in perfetta forma e lucidissima, sopravvissuta non solo a Picasso (scomparso nel ’73 a 91 anni), ma anche a due mariti, il pittore Luc Simon (da cui divorziò nel ’62) e l’inventore del vaccino antipolio Jonas Salk (con cui rimase sposata felicemente per 25 anni fino alla sua morte nel ’95).

Riluttante a concedere interviste, Gilot stavolta ha accettato perché il 2 maggio alla Gagosian Gallery sulla Madison avenue apre la mostra Picasso and Françoise Gilot: Paris-Vallauris 1943-1953, la prima in cui sono esposte insieme le opere della coppia. «Ci sono alcuni quadri della mia prima mostra del 1943 a Parigi, quelli visti da Picasso che poi mi mandò una lettera invitandomi a visitare il suo studio — racconta Gilot —. C’è il mio Autoritratto come una Civetta con Pablo, del ’48. La civetta nella mitologia greca era il simbolo della saggezza: nel quadro è appollaiata sulla spalla di Picasso. Il buffo è che avevamo davvero una civetta nello studio a Parigi: ce l’aveva data nel ’46 un suo aiutante, che l’aveva trovata con una zampa rotta. Picasso e io l’abbiamo adottata ed era molto utile: in casa avevamo parecchi topi e lei ne mangiava uno al giorno. Lui amava molto gli animali, abbiamo avuto anche piccioni, cani, capre: sulla civetta scherzavamo, dicendo che sembrava sempre di cattivo umore».

Fra i quadri di Picasso ispirati a Gilot, sono esposte quattro versioni di La Femme-Fleur. «È uno dei primi ritratti che mi fece, ovviamente astratto —ricorda Gilot —. Sia lui sia io non abbiamo mai dipinto copiando la natura. È molto più interessante usare la memoria visiva: puoi selezionare qualsiasi aspetto di quello che hai osservato, di solito ricordi quello che ti piace, e poi ricomporlo come vuoi, in un modo completamente diverso. Questo stile ti dà un maggior grado di libertà».

Quando la ventunenne Gilot incontrò Picasso, sapeva di avere davanti un monumento vivente, ma non era per niente intimidita. «Perché mai avrei dovuto esserlo? — chiede sbuffando — Come figlia unica sono cresciuta in mezzo a persone molto più vecchie di me. Inoltre ero anch’io un’artista, una tra i giovani emergenti più riconosciuti sulla scena di Parigi di quegli anni. Allora gli artisti non avevano un buon rapporto con il pubblico e stavano vicini l’un l’altro. C’era la cosiddetta Repubblica delle Arti e della Letteratura e se tu ne facevi parte, anche se poco noto, eri trattato allo stesso modo di un Picasso». Ad affascinarla erano stati soprattutto l’intelligenza e il coraggio di Picasso. «Era molto brillante, aveva sempre idee interessanti e gli piaceva essere circondato da persone intelligenti, era costantemente in dialogo con poeti e scrittori oltre che con altri pittori, come Braque e Matisse — ricorda Gilot —. La mia generazione lo ammirava anche per la sua decisione di restare nella Parigi occupata dai nazisti: non aveva più il passaporto spagnolo, a causa di Franco, ma avrebbe potuto andare negli Stati Uniti, come fecero molti altri. Invece rimase lì, a rischio della sua vita, un gesto molto coraggioso».

Anche fra Picasso e Gilot il dialogo era continuo, ma attento a non urtare le sensibilità reciproche. «Non parlavamo mai direttamente del nostro lavoro — precisa la pittrice —. Non puoi criticare quello che sta facendo l’altro, disturberebbe il processo creativo e sarebbe sgradevole, negativo. Invece discutevamo di arte in generale, comunicavamo facendo riferimento a pittori del passato».

Diventare madre non ha reso più difficile essere artista. «Al contrario — sottolinea Gilot —, mi ha reso adulta. Prima avevo vissuto o sotto la tutela della mia famiglia o dedicata a Picasso. Poi la responsabilità verso i figli, volerli crescere normali, mi hanno fatto cambiare valori. A 31 anni avevo bisogno di indipendenza e di poter volare con le mie ali. Ho lasciato Picasso non perché non lo amavo più. Era la routine quotidiana a non essere più vivibile». Per qualche anno Gilot con i figli ha continuato a vedere Picasso. «Io sarei andata avanti così, ma lui non poteva sopportare l’idea che io avessi preso la mia libertà, era furioso — ricorda la pittrice —. La situazione è peggiorata dopo il suo matrimonio con Jacqueline nel ’61 e poi il mio libro nel ’64 è stata solo una scusa per smettere di vedere me e i nostri figli».

Non è tenera Gilot con le altre compagne di Picasso e con le donne in genere. «Chi mi ha attaccato di più, distruggendo la mia immagine dopo l’uscita di quel libro, è stata la scrittrice Hélène Parmelin, moglie del pittore Édouard Pignon, un amico stretto di Picasso — dice Gilot —: voleva scrivere solo lei di Pablo! In effetti molti dei miei nemici erano donne che stavano attorno a Picasso, perché io ero l’unica che non poteva essere rimpiazzata». L’unica che non è stata abbandonata da Picasso. E che oggi, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, lo difende.

«Picasso non ha mai impedito alle sue compagne di esprimersi — spiega Gilot -. Ma molte di loro erano solo muse, modelle, donne passive e non esseri umani che partecipano in una relazione. Picasso era più moderno di loro e si aspettava che una donna fosse anche creativa: la sua mente era sempre al lavoro e se non riuscivi a seguire il ritmo, non era abbastanza per lui. Se hai solo la bellezza, quando sfiorisce finisce anche la relazione». Il fatto che la prima moglie Olga Khokhlova, che lo sposò nel 1918 e che ruppe con lui nel 1935 senza però concedergli mai il divorzio, e Dora Maar, che lo conobbe nel 1936 e che sarebbe stata la sua amante per nove anni, «siano finite pazze dopo essere state lasciate da Picasso», e che Marie-Thérèse Walter, amante dal 1927 al 1935, e Jacqueline Roque, sposata nel 1961 e uccisasi con un colpo di pistola 12 anni dopo l’artista, «si siano suicidate dopo la sua morte, prova che quelle donne — conclude Gilot — erano comunque incapaci di esprimere qualcosa da sole: senza di lui non potevano vivere. Questo non è colpa di Picasso».

Vogel, il romanzo ritrovato con la lente d’ingrandimento

aprile 28, 2012

Un manoscritto scabroso micrografato dall’autore per occultarlo: riemerso a Tel Aviv, fa gola agli editori

Elena Loewenthal per “La Stampa

David Vogel è stato un grande scrittore: assieme ad altri, ha creato la narrativa ebraica contemporanea. Nacque nel 1891 da una famiglia ortodossa, in Podolia, che ora fa parte della Russia. A vent’anni incominciò a girare l’Est Europa per studiare. Allo scoppio della Grande guerra fu arrestato a Vienna in quanto cittadino di un Paese nemico. Poi visse a lungo a Parigi e qui iniziò a scrivere, prima di arrivare a Tel Aviv nel 1929, dove però si trattenne solo un anno: il torrido Medio Oriente non faceva per lui. Così tornò in Europa, e nel 1944 scomparve ad Auschwitz.

La sua scrittura è il trait d’union fra Mitteleuropa e israelianità: lui che non fu capace di affrontare le asperità del Medio Oriente, fece dell’ebraico la propria lingua elettiva, e quasi la reinventò nell’incontro con le atmosfere ovattate dell’Europa. Di lui si conoscevano sino ad ora un romanzo, Vita coniugale (pubblicato in italiano anni fa da Adelphi), due splendide novelle uscite prima per Anabasi e riproposte di recente dall’editore Passigli (Davanti al mare e La cascata) e alcune poesie.

Ma due anni fa Lilach Netanel, scrittrice e accademica presso l’Università Bar Ilan di Tel Aviv, spulciando nell’archivio della Hebrew Writer Association, si è trovata davanti a uno strano manoscritto. Sulle prime, pareva la versione autografa di Davanti al mare. Vogel scriveva spesso usando dimensioni maniacalmente piccole: passando in rassegna il testo con una lente di ingrandimento, Netanel trovò la parola «lampione» e capì che non si trattava di quel testo, ambientato in un villaggio di pescatori privo di illuminazione urbana.

Infatti di Vienna si trattava, e di tutta un’altra storia. Che Vogel aveva deciso di micrografare per occultarla: Viennese Romance è un romanzo forte, scabroso persino secondo i nostri canoni contemporanei ormai assuefatti allo scandalo. Come scrive il maggior critico letterario israeliano, Gershon Shaked, in Narrativa ebraica contemporanea. Una letteratura nonostante tutto (in uscita per le edizioni Terra Santa), «Vogel era affascinato dall’attrazione di amore e morte, che pareva mettere in risalto un mondo oltre l’ordinaria esistenza quotidiana».

Romanzo viennese, uscito questa settimana nelle librerie israeliane, narra la storia di Michael Rost, un ragazzo ebreo assetato di vita e di esperienze che approda nella Vienna del primo scorcio del Novecento, la attraversa incrociando prostitute, rivoluzionari, poveri, ufficiali, magnati, cabaret. Intreccia una relazione con la sua padrona di casa, e poi con la figlia appena adolescente: lo scabroso triangolo sarà spezzato dal ritorno del marito.

Così diverso dal resto della sua produzione, in punta di una penna che è stata non a caso associata a Thomas Mann, Joseph Roth e Stephen Zweig, questo libro appena scoperto è in fondo coerente con la pulsione fatale che porta quasi sempre Vogel a evocare l’indissolubile nodo tra morte e amore, tra vita e decadenza. Scritto forse negli Anni Trenta, ma più probabilmente poco dopo il rilascio dell’autore dal campo di transito, nel 1940 (nel breve intervallo che questa libertà gli concesse per scrivere, prima di partire per Auschwitz), Romanzo viennese rappresenta il culmine di questa vena sempre combattuta tra una formidabile delicatezza espressiva e la coscienza che la vita è invece brutale, spietata – nel bene e nel male.

Tutti i personaggi di questo straordinario scrittore sono languidi e eroici al tempo stesso, non di rado meschini. Ma straordinario è soprattutto il suo talento inventivo con una lingua ai suoi esordi letterari, nell’epoca in cui la scrisse e plasmò Vogel. In questo senso è un vero e proprio classico d’Israele, anche se il suo volontario e ostinato esilio – che lo porterà ai forni crematori – e la scelta di restare in Europa non solo fisicamente, anche e soprattutto sul terreno letterario, l’hanno tenuto sempre un po’ emarginato dai canoni del romanzo d’Israele. Questo libro, che così tardivamente ci arriva da lui e per il quale si preannuncia molto «movimento» al salone del libro di Londra, conferma il talento di Vogel e in parte spiega perché sia rimasto non solo inedito ma anche, con tutta probabilità, volontariamente occultato.

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aprile 28, 2012

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I’m just gonna watch this all day. Hold my calls.

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SMALL WORLDS – L’ARCHITECTURE ABSURDE DE L’ARTISTE FRANK KUNERT

aprile 28, 2012

Joanie by *tattereddreams

aprile 28, 2012

Matariil art

aprile 28, 2012

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Nicolas Comment, Mexico City Waltz

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Brigitte Champigny

aprile 28, 2012

Calamity Amelie by ~ PapaNinja

aprile 28, 2012