L’oppio che consola (pure) Dio

Giuseppe Remuzzi per “Il Corriere della Sera

«Non chiamatemi professore e nemmeno dottore: potete scegliere fra Thomas e Tom Dormandy, the former after Aquinas, not the doubter apostole»: insomma Thomas nel caso di Dormandy viene da San Tommaso d’Aquino, non dall’apostolo che voleva vedere per credere. È così che ci ha accolto nel suo laboratorio al Wittington Hospital la prima volta. Sono passati più di trent’anni, Dormandy era già una celebrità, noi dei ragazzi appena laureati. Thomas Dormandy ha passato i 90 adesso, e scrive ancora. L’ultimo suo libro — Opium, Reality’s Dark Dream — non è soltanto una storia di medicina, è una storia dell’umanità. Di guerre, di letteratura, di mafia, di mercato nero e tanto altro, ed è una storia che parte da lontano: Ferdinand Keller ha trovato in un lago alpino fossili con semi di papavero bianco (indubbiamente coltivato) che si possono datare intorno al sesto millennio prima di Cristo.

«Se Dio dovesse mai avere bisogno di cure, la sua medicina sarebbe l’oppio» amava dire ai suoi studenti William Osler, il padre in un certo senso della medicina moderna che fu a capo di Johns Hopkins a Baltimora. Tanti medici ancora prima di Sir William Osler hanno benedetto l’oppio: «Non avremmo mai potuto fare questo lavoro se non ci fosse stato l’oppio ad alleviare le sofferenze dei malati». Nel reparto di Joseph Lister (Sir anche lui) nel 1877 al King’s College di Londra, il reparto di chirurgia più avanzato del mondo, non c’era ammalato che non avesse la sua dose di oppio. L’oppio è la pianta della felicità nelle iscrizioni dei Sumeri, all’epoca di Abramo mescolato al latte calmava le «coliche» dei neonati, lo si trova in un papiro del tremila avanti Cristo. Dal papiro di Edwin Smith viene fuori che gli Egizi sapevano già come per malattie comunque incurabili serva la preghiera più che le medicine, salvo una, l’oppio, per rendere più facile il passaggio all’aldilà.

E nessun faraone sarebbe mai stato sepolto nell’antico Egitto senza il suo corredo di papaveri d’oppio. Solo l’oppio, secondo Jean Cocteau, poteva avere l’effetto descritto da Omero quando racconta di Elena, figlia di Zeus, che mette qualcosa nel vino di Telemaco capace di attenuare l’angoscia dei ricordi. Più tardi, a Roma, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio consumavano tanto oppio quanto vino, ma anche la gente comune aveva il suo dolce di oppio e zucchero oltre a miele, succo di frutta e fiori: tutto mescolato in una specie di marzapane.

Forse non tutti sanno che la farmacologia viene dall’Islam — più di tremila preparazioni contro le meno di mille dei Romani — e c’erano farmacie famosissime al Cairo, a Damasco, a Bagdad, dove si discuteva fra l’altro di letteratura e di filosofia (siamo intorno al 900 dopo Cristo). «Gli ammalati vengono da te per due cose di solito, per il dolore o perché hanno paura», scrive Avicenna in un monumentale testo di medicina: «L’oppio funziona per tutte e due, ma ci vuole grande prudenza». E spiega come prepararlo e il dosaggio giusto e come accorgersi delle contraffazioni.

Nella letteratura moderna gli effetti dell’oppio li descrive per la prima volta Alfano, un monaco benedettino, nel suo libro Premnon Physicon del 1063. Ed è un altro monaco, Costantino Africano, a dilungarsi sulle proprietà quasi magiche dell’oppio nel Liber Isagogarum. Paracelso ha scritto dell’oppio dopo averlo provato su se stesso: «È la medicina ideale, addormenta lemalattie senza uccidere l’ammalato». L’oppio serviva ai chirurghi per operare e a metà del ’600 Christopher Wren e Robert Boyle a Oxford hanno dimostrato con studi sui cani che l’oppio al cervello arriva attraverso la circolazione: «Ma allora lo si potrebbe iniettare in una vena e usarlo come anestetico», hanno pensato. Fu così; e quell’esperimento cambiò la storia della medicina (prima senza anestetici non si poteva operare).

Nelle regioni cattoliche l’oppio si è diffuso di meno non per scelta ma perché c’era più povertà, i ricchi (Gian Gastone, l’ultimo dei Medici e Pierre Pomet a capo delle farmacie di Luigi XIV in Francia, per esempio) sapevano persino distinguere quello del Cairo da quello di Tebe o della Turchia. Un medico famosissimo, Renè Theophile Hyacinthe Laennec, inventore dello stetoscopio, era solito dire ai suoi studenti che «la morte è parte della vita». Si ammalò di tubercolosi, «era sereno fino all’ultimo — scrisse la moglie più tardi — con due alleati, il buon Dio e l’oppio».

Dove va a parare col suo libro Thomas Dormandy? Mi ha raccontato che voleva finire con l’immagine di un contadino afghano dalla barba incolta che fuma la pipa e sorveglia i suoi campi di papavero ben conscio che sono loro a proteggere dalla fame lui, le sue mogli e la sua famiglia. Poi ci ha ripensato, «it would be fraudulent», e negli ultimi capitoli scrive come nessun’altra droga come l’oppio sia in grado di produrre una distorsione del reale che arriva alla mente e dappertutto e ti coinvolge. Nessuna prende così saldamente possesso di te, nessuna ti distrugge così senza curarsi di etnia, classe, virtù. Milioni di persone adorano la droga, altrettante la odiano. Non ci sono argomenti che convincono le prime, e nessuna statistica convince le seconde a un atteggiamento permissivo. E quelli che sono vittima dell’oppio, in modo diretto o indiretto, continuano a soffrire e a morire.

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